I 48 anni dal sequestro di Aldo Moro e dalla strage della scorta

Sono trascorsi 48 anni da quella maledetta mattina del 16 maro 1978 in cui Aldo Moro fu sequestrato dalle brigate rosse in via Fani, a Roma, a poca distanza da casa, fra il sangue della scorta sterminata come in una mattanza. Sequestrato per essere ucciso pure lui dopo 55 giorni trascorsi in una cosiddetta prigione del popolo, sottoposto al processo sommario dei terroristi e condannato a morte.

Fu ed è ancora una tragedia non solo della cosiddetta prima Repubblica, ma anche di quella o quelle successive, che non hanno saputo -spero anche non voluto- fare piena luce, o per niente, sulle complicità che permisero ai terroristi di compiere il sequestro e completarlo con la decapitazione della politica, essendone allora Moro il regolo, destinato nei piani dei partiti a succedere alla fine di quell’anno al Quirinale a Giovanni Leone. Il quale fu costretto, dopo la fine di Moro, alle dimissioni per avere osato compiere tutti i tentativi, al di là e in qualche modo anche contro la cosiddetta linea della fermezza, di sottrarre Moro all’esecuzione dividendo i suoi aguzzini con la grazia ad una sola dei detenuti con i quali le brigate rosse volevano scambiare l’ostaggio. Una tragedia, dello Stato, nella tragedia umana.

Di quella tragedia ci sono ancora superstiti come testimoni, attori e forse anche protagonisti. Ostinati nella loro rivoltante reticenza. 

Sale sul vagone referendario del no anche il senatore a vita Mario Monti

       Mario Monti, 83 anni da compiere il giorno di San Giuseppe, per cui gli faccio auguri anticipati, senatore a vita da una quindicina d’anni, ex presidente del Consiglio e altro ancora, ha dunque sciolto la riserva espressa sul Corriere della Sera in un articolo recente sulla riforma costituzionale della magistratura. Da indeciso è diventato convinto del no, e per niente incerto se andare a votare, come aveva invece sospettato Federico Fubini intervistandolo dopo avere colto ancora qualche perplessità.

       Più ancora del merito, sul quale sono divisi peraltro anche illustri giuristi ed altre eminenti personalità che conosce e forse anche frequenta, a colpire negativamente il senatore Monti è stato ed è “il contesto”, ha detto lui stesso. Il contesto, in particolare, di un governo che sostanzialmente per avere più potere nei rapporti con la giustizia, o con la magistratura che la gestisce, metterebbe a rischio addirittura “lo Stato di diritto”. Se si può considerare ancora tale, o del tutto, quello in cui i magistrati hanno finito per prevalere su tutti gli altri poteri, compreso il Parlamento applicandone le leggi con una discrezionalità superprotetta dalla loro “autonomia e indipendenza”.

       Fa parte del “contorno” anche il contesto internazionale nel quale si muove la premier Giorgia Meloni. Alla quale, pur nella simpatia che gli ispira, tanto da averla qualche volta appezzata in Parlamento e fuori, Monti non perdona l’occhiolino, quanto meno, che fa all’autoritarismo andando troppo d’accordo col presidente americano Donald Trump oltre Atlantico e col presidente ungherese Viktor Orban in Europa.

       Alla Meloni, sia pure per allusione o qualcosa del genere, Monti ha ricordato che la forza, autorevolezza e quant’altro di un governo dipende anche dall’ampiezza della maggioranza parlamentare che riesce a procurarsi, come nel 2011 capitò a lui, arrivato tuttavia a Palazzo Chigi per chiamata dell’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano, non per un verdetto elettorale, in condizioni a dir poco di eccezionalità. E anche di sicurezza sul piano del già citato “Stato di diritto” grazie al laticlavio assegnatoli dal presidente della Repubblica poco prima di conferirgli anche la Presidenza del Consiglio. Per quanto ridotta all’osso, una immunità parlamentare, oltre che governativa con la procedura del tribunale dei ministri, ancora esiste.

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