Sono trascorsi 48 anni da quella maledetta mattina del 16 maro 1978 in cui Aldo Moro fu sequestrato dalle brigate rosse in via Fani, a Roma, a poca distanza da casa, fra il sangue della scorta sterminata come in una mattanza. Sequestrato per essere ucciso pure lui dopo 55 giorni trascorsi in una cosiddetta prigione del popolo, sottoposto al processo sommario dei terroristi e condannato a morte.
Fu ed è ancora una tragedia non solo della cosiddetta prima Repubblica, ma anche di quella o quelle successive, che non hanno saputo -spero anche non voluto- fare piena luce, o per niente, sulle complicità che permisero ai terroristi di compiere il sequestro e completarlo con la decapitazione della politica, essendone allora Moro il regolo, destinato nei piani dei partiti a succedere alla fine di quell’anno al Quirinale a Giovanni Leone. Il quale fu costretto, dopo la fine di Moro, alle dimissioni per avere osato compiere tutti i tentativi, al di là e in qualche modo anche contro la cosiddetta linea della fermezza, di sottrarre Moro all’esecuzione dividendo i suoi aguzzini con la grazia ad una sola dei detenuti con i quali le brigate rosse volevano scambiare l’ostaggio. Una tragedia, dello Stato, nella tragedia umana.
Di quella tragedia ci sono ancora superstiti come testimoni, attori e forse anche protagonisti. Ostinati nella loro rivoltante reticenza.