La sorpresa della scheda bianca di Guido Salvini al referendum sulla magistratura

       Peccato. L’unica concessione che l’ex giudice Guido Salvini ha voluto concedere al sì referendario alla riforma costituzionale della magistratura è la partecipazione al voto, annunciata in un articolo sul Dubbio. Concessione perché, stando ai sondaggi, più saranno gli elettori che andranno alle urne, anziché starsene a casa come assenteisti, più potranno vincere i sì.

       Peccato, dicevo, perché se un sì lo meritava e lo merita la riforma referendaria sotto procedura referendaria esso era -e spero sia ancora, perché mancano ancora 9 giorni al voto e un ripensamento è pur sempre possibile- quello di Guido Salvini. Che nella sua attività molto nota di magistrato ha dovuto aspettare sette anni e la durata di due Consigli cosiddetti superiori della magistratura, con annesso blocco della carriera che pure in genere avanza automaticamente con l’età, per uscire assolto da un procedimento di “incompatibilità ambientale” procuratogli dalla Procura di Milano degli anni d’oro taroccato di “Mani pulite”. Sette anni vissuti alla maniera di Kafka, e raccontati dallo stesso Salvini nel libro intitolato “Il tiro al piccione”, per un inconveniente: quello di non essere lui iscritto all’associazione nazionale dei magistrati e di non essere coperto da alcuna corrente. Egli era praticamente un intruso, che non poteva essere scambiato con nessuno sulla giostra delle carriere e dei procedimenti disciplinari.

       Ci saranno pure ragioni tecniche, per carità, per eccepire con la scheda bianca su qualche aspetto o contenuto della riforma, come le modalità dei sorteggi nella composizione dei due Consigli superiori della magistratura e il tipo di appellabilità delle sentenze dell’Alta corte disciplinare, o comunque per distinguersi in una campagna referendaria quasi all’arma bianca, ma la conferma del sistema attuale che potrebbe derivare dal risultato referendario sarebbe la peggiore delle soluzioni. Meglio cambiare, per poi cambiare ancora verificando il funzionamento della riforma, che lasciare le cose come stanno, cioè scandalosamente. Almeno per uomini della schiena, della coscienza e della storia di Guido Salvini.

Il dito referendario di Marina Berlusconi e la luna della riforma condivisa

Marina Berlusconi, che ancora ricordo ragazza seduta in un angolo a scrivere appunti sulle riunioni che si tenevano attorno al padre sulle trasmissioni del Biscione, ha puntato il solito dito che distrae purtroppo l’attenzione dalla luna che vuole indicare. Ha scritto a Repubblica una lettera di pregevole astuzia politica per cercare di spersonalizzare la riforma costituzionale della magistratura, un po’ anche dal ricordo del padre, e di farle superare il referendum con l’aiuto decisivo dei sì che non mancano neppure a sinistra.

       Persino il buon Paolo Mieli, in uno dei soliti salotti televisivi della 7 dove si respira aria di no, ha visto nella lettera di Maria Berlusconi solo o prevalentemente “le distanze” dal centrodestra, evocando persino la predilezione per Repubblica della ex moglie del compianto Cavaliere, che le scrisse per lamentarsi dell’ancora marito. 

       Marina Berlusconi invece, secondo me, ha fatto né più ne meno  ciò che fece – lei ancora molto giovane- Bettino Craxi dopo le elezioni del 1992, quando propose al Pds di Achille Occhetto, dopo avergli risparmiato l’anno  prima un voto anticipato che lo avrebbe fortemente penalizzato, una comune prospettiva di governo o di opposizione.

       Dissi allora a Bettino. “Sei matto a tornare alla politica del tuo predecessore Francesco De Martino, quando si svincolò dal centrosinistra promettendo che non sarebbe mai più tornato al governo senza i comunisti?”. E lui, calmandomi: “Tranquillo, mi diranno di no”. E così avvenne  perché Achille Occhetto, oggi novantenne fresco di festeggiamenti, alla “unità socialista” che lo terrorizzava per il peso che vi avrebbe avuto Craxi, preferì il sostegno, anzi lo schiacciamento sotto la magistratura che stava facendo ciò che i comunisti non erano riusciti a realizzare: la sostanziale eliminazione politica dei “traditori” persino “socialfascisti”.

       Craxi finì ad Hammamet, d’accordo, dove riposa per sempre da “latitante”, come dicono ancora di lui gli avversari. La sinistra finì dov’è ora, rivalutando qualche volta persino Silvio Berlusconi, l’amico di Bettino: all’opposizione di un governo non di centrodestra ma di destra-centro.

       I magistrati, associati e no, allora vinsero la loro partita con un “brusco cambiamento di rapporti” fra politica e giustizia onestamente riconosciuto e lamentato da Giorgio Napolitano quando era ancora al Quirinale. Il 22 marzo, grazie anche alla liquidazione della lettera di Marina Berlusconi -da parte sia della Repubblica cui era stata diretta sia da parte del centrodestra che l’ha digerita male ignorandola- i magistrati potrebbero tornare a vincere col loro no. E liquidare, spero solo metaforicamente, i colleghi del sì, a cominciare da Giusi Bartolozzi. Che, prima di essere il capo di Gabinetto del Guardasigilli, è appunto una magistrata distaccata al Ministero della Giustizia. Una magistrata del sì, che corre il rischio di un processo per l’affare Almasri risparmiato ai ministri competenti per l’autorizzazione legittimamente negata dal Parlamento.

Pubblicato sul Riformista

Ripreso da http://www.startmag.it il 15 marzo  

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