Le matrioske delle riforme giudiziaria ed elettorale…..

       La riforma elettorale proposta alla Camera dalla maggioranza di centrodestra con una certa sorpresa, almeno nei tempi, incrocia con effetti di controversa interpretazione o previsione la parte centrale, non ancora conclusiva, della campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura.  Mira forse a svelenirla secondo alcuni, smentendo le intenzioni attribuite alla premier Giorgia Meloni in persona di tentare la carta delle elezioni anticipate in caso sia di vittoria sia di sconfitta referendaria, ammesso e non concesso, visto il precedente del 2017 della riforma costituzionale di Renzi appena bocciata, che una partita del genere possa essere solo tentata senza il consenso del presidente della Repubblica. Che è l’unico a potere sciogliere le Camere, sia a scadenza ordinaria sia a scadenza diversa.

       Per non averne tenuto conto il già citato Renzi non più tardi di nove anni fa, dopo il referendum, sulla sua riforma che pure aveva qualche buon effetto semplificativo del sistema, si mise nelle condizioni migliori, diciamo così paradossalmente, per perdere anche le elezioni ordinarie del 2018 come segretario di un Pd peraltro mutilato da una scissione.

       Se l’intenzione della Meloni non è quella di rasserenare l’ambiente allontanando lo spettro delle elezioni anticipate, incompatibile col percorso di una riforma di una nuova disciplina del voto, resta quella attribuitale dalle opposizioni -soprattutto dal Pd- di avere voluto distrarre l’attenzione dal referendum sulla riforma della magistratura, alla quale pure molti della sua parte vorrebbero vederla più impegnata. Ma una protesta del Pd in questo senso contrasta con l’interesse che lo stesso Pd e i soci potenziali o reali del progetto dell’alternativa dovrebbero avere alla distrazione, appunto. Che potrebbe tradursi in un una minore affluenza alle urne: esattamente quello che serve alla campagna referendaria del no per vincere, secondo la maggior parte dei sondaggi. 

       Del resto, nulla è davvero trasparente e lineare della campagna già avviata da sinistra contro la riforma elettorale. Che di stabile – o di stabilicum, come latineggiano in parecchi scimmiottando il compianto Vanni Sartori col suo Mattarellum del 1993- avrà di sicuro la dipendenza dei gruppi parlamentari, tutti, di maggioranza e di opposizione, dai partiti che hanno composto le liste dei candidati, da eleggere nell’ordine dei posti assegnati loro, ancora senza voti di preferenza. Che furono ridotti nel 1991 referendariamente da plurimi a uno, moltiplicando irresponsabilmente i costi della campagna elettorale nel 1992, per scomparire poi del tutto.  Un controllo, quello dei gruppi parlamentari gonfiati dal premio di maggioranza della coalizione vincente, che sarà decisivo fra tre anni, nella prossima legislatura, per l’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale. Una posta forse ancora più importante del governo.  

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Il processo kafkiano del Consiglio superiore della magistratura a Guido Salvini

Il notissimo Guido Salvini, 71 anni compiuti a dicembre, dei quali 40 trascorsi nei tribunali, soprattutto a Milano, con funzioni di giudice istruttore e poi di giudice delle indagini preliminari, nel processo riformato da Giuliano Vassalli, si presenta, o si lascia presentare, così nella terza pagina di copertina dell’autobiografico “Tiro al piccione”, pubblicato da poco da Pendagron: “Non ha mai fatto parte, per ragioni di indipendenza e di dignità personale, di alcuna corrente organizzata della magistratura”. E ne ha pagato le conseguenze , direi, impiegando sette anni per uscire assolto da un procedimento disciplinare passato per due Consigli Superiori della Magistratura e sostanzialmente promosso contro di lui da iniziative cervellotiche, e reclamizzate dal Corriere della Sera,  della Procura ambrosiana. Dove non godeva, appunto per la sua concezione della magistratura associata, di simpatie. Tanto più il suo lavoro era proficuo di risultati tanto più lui diventava scomodo e antipatico.

       Fu decisivo, per tirarlo fuori dal processo kafkiano di due, ripeto, Consigli Superiori della Magistratura -intesi come due edizioni successive, essendo ancora unico il Consiglio Superiore che la riforma costituzionale sotto procedura referendaria vuole separare in due, come le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri – una lettera di sostanziale protesta e diffida dell’allora presidente della commissione parlamentare di indagine sulle stragi Giovanni Pellegrino, del Pci e edizioni successive: non quindi della destra odiatissima dalla sinistra. Una commissione parlamentare d’indagine, quella sulle stragi, che aveva potuto avvalersi della professionalità e dell’esperienza proprio di Guido Salvini per esplorare quel complesso fenomeno dell’eversione terroristica che aveva insanguinato il Paese.

       L’obbiettivo della Procura di Milano alla quale Salvini non piaceva era di allontanarlo per “incompatibilità ambientale”, insomma di liberarsene, puntando sulla natura atipica di quel tribunale chiamato Consiglio Superiore della Magistratura. E che la riforma sotto procedura, ripeto, referendaria vuole sostituire con un organismo nuovo e veramente terzo, chiamato “Alta Corte” disciplinare. Altra cosa che l’associazione nazionale dei magistrati naturalmente contesta.

       Di fronte al tribunale, spero uscente davvero, del Consiglio Superiore della Magistratura un sottoposto senza coperture associative e correntizie “non è più un giudice indipendente”. “Sei un ostaggio, un prigioniero dell’Inquisizione”, in un “meccanismo giudiziario -testimonia Salvini- che non si dà limiti di tempo e comporta subito, fra l’altro, il blocco delle promozioni maturate con gli anni”. In una magistratura peraltro in cui “le promozioni -osserva ancora Salvini- sono automatiche, anche per gli incapaci, non si negano a nessuno”.

       “La regola del gioco -racconta e spiega ancora il magistrato alla fine assolto senza ricevere “le scuse di nessuno”-  è che chi ha ragione e chi ha torto è già stabilito in partenza, in quanto il Consiglio Superiore della Magistratura, che è al tempo stesso  accusatore e giudice, ne fissa appunto le regole: l’accusato è “incompatibile” per definizione con l’ambiente e quindi l’accusato se ne deve andare”.

       Scampato alla “deportazione chissà dove, non all’isola del Diavolo, perché i tempi e le pene sono cambiati, ma comunque dove la mia vita professionale, personale e familiare sarebbe stata distrutta”, il pensionato Salvini racconta: “Passo ogni tanto in piazza Indipendenza a Roma e alzo lo sguardo verso Palazzo dei Marescialli con le sue mura squadrate, la sede del Csm da cui i suoi consiglieri ipocriti mi hanno portato via sette anni di vita. Ora non possono più convocarmi per torturarmi”. Il turno potrebbe spettare ad altri se la riforma non venisse approvata fra 22 giorni. quanti ne mancano al refrendum.

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