Due o tre cose che voglio raccontarvi del mio amico Piero Barucci

Ero da poco direttore del Giorno quando fui chiamato al telefono da Piero Barucci, allora presidente, fra l’altro, dell’associazione bancaria italiana. Si presentò scherzando, con quella ironia di un toscano di origine controllato, per confessarsi “demitiano”, amico ed estimatore del sino a poco tempo prima segretario della Dc. Che pur amichevolmente, a modo suo, aveva dato malvolentieri via libera alla direzione del quotidiano dell’Eni dicendo all’allora presidente Franco Reviglio: “Per essere bravo, è bravo, ma vi pentirete”.  E forse Reviglio si lasciò qualche volta tentare dal pentimento quando i miei scontri col Pci arrivarono a tale punto di asprezza che gli esponenti comunisti di ogni ordine e grado furono diffidati dal rilasciare interviste al mio giornale.

       Si ribellò a quell’ordine un comunista milanese molto graduato, Luigi Corbani, vice sindaco della prima giunta comunale di Paolo Pillitteri. Che non si lasciò intervistare, ma accettò di scrivere ogni tanto editoriali per Il Giorno non rinunciando ad essere comunista, a volte  critico col mio amico Bettino Craxi, sempre però nel riconoscimento  della modernità che il leader socialista cercava di dare alla sinistra.

       Quel “demitiano” dichiarato di Barucci ebbe la curiosità, la voglia e quant’altro di conoscermi e di alimentare poi una frequentazione di cui sono orgoglioso, anche nella sua residenza estiva in Sardegna, in un complesso condominiale comune,  per cui ho accolto con grande tristezza e rimpianto la notizia della morte nella sua Firenze, a 93 anni da compiere a giugno. Una frequenza nella quale ci siamo scoperti d’accordo su tantissime cose. Tanto da permettergli di farmi anche confidenze di un certo clamore. Di cui tuttavia ho cercato professionalmente di non abusare. Non  so se sto per farlo. Ma so che lui me lo perdonerebbe per lo spirito col quale lo faccio, per raccontarvi di che uomo, di carattere, di competenza, di lealtà, egli fosse.

       Del primo governo di Giuliano Amato, fra il 1992 e il 1993, di cui fu ministro del Tesoro, condivise il famoso prelievo una tantum dai conti correnti bancari che sembrò una rapina a tanti italiani. Ma non lo fu -mi spiegò- perché non c’era davvero altra via per uscire da una crisi economica e finanziaria che rischiava di travolgerci anche per la poca voglia che avevano i nostri soci, amici e alleati tedeschi di aiutarci davvero. Ma quando Amato per aiutare gli enti locali decise di consentire loro di aumentare sistematicamente le tasse sulle seconde case, Barucci fu l’unico ad avvisarlo di un rischio cui andava incontro, e cui sinora sono scampati sinora i Comuni, ma non so fino a quado. Il rischio della bocciatura della Corte Costituzionale, trattandosi di un’imposta a carico di contribuenti non residenti, e quindi senza diritto di votare amministrativamente  nei luoghi dove avevano avuto la disgrazia di acquistare casa.

       Demitiano e quindi democristiano, con una moglie peraltro che simpaticamente lo provocava votando ancora più a sinistra, Barucci cadde come ministro del Tesoro nell’attenzione particolare dell’allora presidente del Consiglio Oscar Luigi Scalfaro deluso e stanco  di Amato. Ne parlò appunto con Barucci a tavola e lo invitò a prepararsi alla successione. Ma Barucci lo gelò dichiarandosi indisponibile e persino incompetente. O non competente abbastanza per “fare decreti”. Piuttosto, egli aveva capito che tipo di svolta avesse in testa Scalfaro, come poi sarebbe accaduto col primo governo di Silvio Berlusconi, che il capo dello Stato cercò di ostacolare, quanto meno, se non di abbattere, chiedendo aiuto non solo all’alleato leghsta del Cavaliere, Umberto ossi, che glielo fornì, ma anche al già allora potente cardinale Camillo Ruini. Che lo gelò pure lui con un rifiuto e un dissenso da lui stesso rivelato pubblicamente dopo qualche tempo.

       Per tornare a Barucci, e al suo diniego, Scalfaro non rinunciò nel 1993 al progetto di crisi, propedeutico a elezioni anticipate.  Cambiò cavallo, saltando in groppa a Carlo Azeglio Ciampi, e  fuori dalla scuderia della Banca d’Italia.

Pubblicato su Libero

L’allarme di Pera e l’appello di mobilitazione alla premier Meloni

       Diversamente dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, che non crede ai sondaggi ed è sicuro della vittoria del sì nel referendum costituzionale sulla riforma della magistratura, l’ex presidente del Senato Marcello Pera, approdato da tempo tra i fratelli d’Italia dai forzisti di Silvio Berlusconi, si mostra quanto meno preoccupato della rimonta attribuita al fronte del no, specie con ridotta affluenza alle urne.

       “Per me, Giorgia Meloni -ha detto Pera in una intervista- deve spiegare in prima persona la riforma e trascinare i cittadini al voto. Solo lei ha l’autorevolezza e la credibilità per farlo. Non abbia paura di politicizzare perché spiegandosi bene potrà mostrare che la politicizzazione è proprio di quelli che non vogliono parlare della riforma ma di altro”. Come la segretaria del Pd Elly Schlein che “non sapendo nulla di separazione delle carriere e neanche della storia recente del suo partito, butta sempre la palla in tribuna sperando di realizzare l’ammucchiata del no”.

       Sempre alla segretaria del Pd il senatore Pera ha rimproverato “come tratta persone e studiosi come Augusto Barbera”, presidente emerito della Corte Costituzionale e di lunga esperienza parlamentare eletto nelle liste del Pci, attivo nella campagna referendaria sul fronte del sì.

       Pera ha suggerito quasi come uno slogan del sì la necessità, soddisfatta dalla riforma, di garantire alle toghe la propria indipendenza dall’associazione nazionale dei magistrati. Nazionale e correntizia. E di correnti peggiori dei partiti.

Le ormai ex risorse togate di Giuseppe Conte sotto le 5 Stelle….

Il MoVimento 5 Stelle ormai di Giuseppe Conte, non più del Beppe Grillo fondatore, garante e consulente a contratto, ha superato il ricordo del Pci e partiti che gli sono subentrati con nomi e simboli diversi nei rapporti empatici, a dir poco, con la magistratura. Nelle ultime elezioni politiche, quelle del 2022 vinte dal centrodestra con un risultato per niente sorprendente, direi anzi scontato, l’ex premier Conte corteggiò e sedusse -polticamente, s’intende- due pezzi da Novanta della magistratura pur ormai in quiescienza come Federico Cafiero de Rhao e Roberto Scarpinato, in ordine rigorosamente alfabetico, già procuratore nazionale antimafia, rispettivamente, e procuratore generale a Palermo.

       Portatili in Parlamento, compensando -si disse- con la qualità la minore consistenza dei gruppi pentastellati, Conte si adoperò giustamente dietro le quinte nel suo ufficio a pochi passi dalla Camera, per la migliore destinazione dei due neo-eletti. Il primo, deputato, fu destinato alla vice presidenza della Commissione bicamerale antimafia -e dove sennò?, visto che la presidenza era destinata alla meloniana Chiara Colosimo, pur fra qualche polemica- e l’altro, Scarpinato, eletto senatore con una barba  degna delle tradizioni del secondo ramo del Parlamento, a esponente senza gradi della stessa Commissione. Senza gradi, ma non senza o minore combattività.

       L’esperienza dei due eletti eccellenti nelle liste delle 5 Stelle si è rivelata forse più pesante e sofferta del previsto, a dir poco. L’uno, il vice presidente della Commissione antimafia, rimasto al suo posto saldamente quanto più gli avversari ne reclamavano la decadenza, o qualcosa di simile, per cosiddetto conflitto d’interessi, è finito in una relazione della stessa Commissione per mancanza  di vigilanza, quanto meno, alla Procura nazionale antimafia sul cosiddetto dossieraggio di politici e altri cominciato già ai suoi tempi, anche se sviluppatosi di più successivamente. L’altro, Scarpinato, impegnatosi nella difesa del suo doppio, anzi triplo collega di toga, di Parlamento e di Commissione, anche a costo di essere insultato come complice, ha affidato al Corriere della Sera un suo sfogo per le delusioni procurategli in così poco tempo dalla politica alla quale si era lasciato convincere da Conte.

       “Guardi, finita la carriera da magistrato- ha testualmente raccontato a Cesare Zapperi- a tutto avrei pensato tranne che a fare politica. Poi Giuseppe Conte mi ha convinto. Ma non era nei mei orizzonti. Volevo godermi la vita, visto che da 1990 sono sotto scorta”. Le tocca fare i conti con la politica, lo ha interrotto l’intervistatore come per incoraggiarlo, giustamente, a dire di più. E lui, senza risparmio di autostima: “Io mi considero un uomo di Stato, non un politico. Nei processi c’era una dialettica accesa, ma rispetto tra le parti. Questa politica è una lotta nel fango. Ci vogliono far bere l’olio di ricino”. Non ha spiegato se a bicchieri o a lattine. La delusione di Scarpinato, e forse anche di de Raho, certamente c’è. Il pentimento è deducibile. Non so se anche di Conte -la cui esperienza forense è di natura più civile che penale- per i problemi che gli hanno creato quelle che considerava solo risorse. 

Pubblicato sul Dubbio

Blog su WordPress.com.

Su ↑