Giorgia Meloni a Sanremo nella fantasia del Fatto Quotidiano

       Relegato in un angolino in fondo alla prima pagina, sopra “la cattiveria” di giornata, il vero festival canoro di Sanremo, meritevole di attenzione per la “resurrezione di Baudo” celebrato più volte da Carlo Conti, sul Fatto Quotidiano di Marco Travaglio hanno quasi aperto, sistemata fra la testata e la foto di un impensierito ministro della Giustizia Carlo Nordio, una vignetta di Mannelli sull’immaginaria partecipazione della Meloni al concorso di canzoni. Una Meloni in ambiente, diciamo così, referendario che canta “che fretta c’era maledetta magistratura…”, come Loretta Goggi nel 1981 con la “maledetta primavera”.

       Lo spirito con molta buona volontà potrebbe pur essere riconosciuto. Ma quella Meloni ingrassata e invecchiata tradisce l’ossessione, più che l’ironia. La cattiveria, come da rubrica a fondo pagina, che l’ironia.  A Carnevale peraltro più che passato, anche nella prolunga del rito ambrosiano, che non è solo quello giudiziario.

Il tiro al piccione…Giovanbattista Fazzolari, insolente con Putin

       Da una parte promosso al Gianni Letta della Meloni -promosso perché a sinistra l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio era l’unica cosa, diciamo così, che invidiavano a Silvio Berlusconi- e dall’altra trasformato nel piccione di giornata contro cui sparare. Così Giovanbattista Fazzolari, il sottosegretario “braccio destro” della Meloni, essendo evidentemente Alfredo Mantovano il braccio sinistro, ha trascorso ieri il suo 54.mo compleanno. Egli è entrato nel mirino dei cacciatori simpatizzanti di Putin per averlo trascinato in qualche modo nella campagna referendaria in corso in Italia sulla magistratura, dicendo che lo zar di turno, ormai, al Cremlino avrebbe votato no, non essendo in Russia separate le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, unite come in Italia dai tempi del fascismo, senza alcun imbarazzo degli antifascisti in servizio permanente effettivo del nostro stivalone.

       Fazzolari, che ha peraltro il torto, sempre agli occhi dei cacciatori putiniani, di conoscere ed amare l’Ucraina per motivi familiari, ha trascinato il presidente russo nella polemica referendaria nel quarto anniversario della guerra in corso in quel paese invaso dalle truppe di Mosca per un’operazione di conquista materiale e politica programmata per durare quattro, cinque giorni, massimo quindici. Non ne sono bastati neppure 1460. E chissà quanti altri ancora dovranno trascorrere prima dell’esaurimento, in qualsiasi modo, di quella operazione dichiaratamente “speciale” che a chiamarla guerra in Russia si finisce in galera. O almeno si finiva, se vi sono ancora posti liberi nelle carceri russe.

       Più che il no referendario sulla magistratura italiana riformata, Fazzolari voleva forse rimproverare, o avrebbe dovuto, a Putin il no nella silenziosa, virtuale campagna referendaria in Russia sulla pace, negata agli ucraini quanto agli stessi russi e alla manovalanza asiatica o africana arruolata o associata alla operazione, ripeto, speciale. Specialissima per lunghezza e ferocia.  

La campagna referendaria dell’antiquario Massimo D’Alema

       Fra le ragioni invocate dai signornò referendari alla riforma costituzionale della magistratura c’è la violazione che si sarebbe compiuta in Parlamento, e andrebbe respinta dagli elettori fra 25 giorni,  del “patto” -lo ha chiamato Massimo D’Alema parlandone con Corrado Augias alla televisione- sottoscritto dai partiti rappresentati nella Costituente eletta nel 1946 in contemporanea con la scelta repubblicana.

       Per quanto approvata con una maggioranza qualificata com’è quella assoluta prescritta dall’articolo 138 della Costituzione, diversa da quella semplice dei votanti sufficiente per le leggi ordinarie, la riforma sotto procedura referendaria avrebbe violato quel patto, secondo l’ex premier, il primo e sinora unico post-comunista che abbia guidato un governo, anzi due, fra il 1998 e il 2000. E questo patto infranto, secondo lui, non andrebbe bene, neppure se confermato dal referendum. Sarebbe stato e sarebbe più di una mancanza di galateo: un tradimento.

       Non lo sarebbe stato, presumo, a meno di dare una interpretazione troppo generosa del pensiero sottinteso alle parole di D’Alema, un’approvazione parlamentare della riforma della magistratura con la maggioranza ancora più qualificata di due terzi dei voti dei componenti della Camera e del Senato. Che non a caso preclude la strada referendaria. “Non si fa luogo”, dice sempre l’articolo 138.

       Col suo ragionamento di critica o denuncia D’Alema ha sostanzialmente riproposto o è  tornato, come preferite, alla formula dell’”arco costituzionale” con la quale Ciriaco De Mita negli anni Sessanta del secolo scorso, prima ancora di diventare segretario della Dc, teorizzò la discriminazione della destra allora missina e cercò di ridurre o superare quella dei comunisti nella formazione delle maggioranze di governo. Comunisti che ne seppero profittare con Enrico Berlinguer quando, nella situazione emergenziale creata nel 1976 dall’intreccio fra crisi politica, economica e d’ordine pubblico,  proposero il famoso “compromesso storico” alla Dc pur ad essi “alternativa” -parola di Aldo Moro-  sul piano elettorale.

       Il limite del ragionamento di D’Alema, non avvertito da Corrado Augias che non glielo ha contestato, sta nella sua appartenenza all’antiquariato, più che all’attualità. Dei partiti protagonisti della Costituente e della Costituzione che ne uscì non ce n’è più nessuno. Non c’è più neppure la destra missina discriminata dall’”arco costituzionale” perché nostalgica del fascismo, anche se a sinistra lo avvertono ancora, o fingono di avvertirlo, ma non all’unisono, dietro la forza politica principale del centrodestra. E persino in Giorgia Meloni in persona, per quanto abbia appena compiuto solo 49 anni. Ma forse sono temuti di più i 50, che dall’anno prossimo la renderanno quirinabile, con l’età costituzionalmente giusta per succedere eventualmente a Sergio Mattarella come presidente della Repubblica. Anche se,  a dire il vero, non ci sono precedenti nella storia repubblicana di passaggi diretti dal vertice del governo al vertice dello Stato. Sarebbe anche questa, per la Meloni, una prima volta.

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