Mattarella grazia il Consiglio Superiore della Magistratura e ne reclama il rispetto

       Anche o “persino” il presidente della Repubblica, come ha titolato con uno stupore galeotto, ha voluto dunque intervenire, a suo modo naturalmente, nella campagna referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura. Lo ha fatto andando a presiedere una volta tanto anche una seduta ordinaria del Consiglio Superiore della Magistratura per graziarne “gli errori”, da lui riconosciuti espressamente, e chiedere lo stesso “il rispetto” dell’organismo istituzionale di cui è il vertice  anche da parte del governo. Ottenendo dal ministro della Giustizia Carlo Nordio l’impegno di “adeguarsi”, un po’ come il famoso “obbedisco” di Giuseppe Garibaldi degli anni risorgimentali. Di cui si è dimenticato Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera, negando al Guardasigilli un paragone che forse gli spettava. E riducendolo al semplice ministro richiamato all’ordine da chi lo ha nominato a quel posto.  

       Al di là di ogni ironia o sarcasmo possibile, l’intervento del Capo dello Stato si presta ad ogni interpretazione. Anche a quella che ritengo personalmente la più arbitraria, nonostante avanzata da un giornale che si chiama presuntuosamente  “La Verità”, di un Mattarella arruolato, o persino arruolatosi, nella formazione politica del no referendario. Come un signornò qualsiasi, insomma.

Solo il presidente della Repubblica potrebbe liberarsi di questa rappresentazione che lo degrada a uomo di parte smentendola, o lasciandola smentire dai suoi uffici quirinalizi, non solo da qualche volenteroso, anche troppo, analista, commentatore e quant’altro. Ma francamente, molto francamente, ne dubito. Come dubito anche di quel rispetto, sì, ma “reciproco” reclamato da Mattarella pensando evidentemente a quello mancato dalla magistratura ,associata e non, al governo e persino al Parlamento che legifera in modo diverso dalle aspettative di lor signori.

La sinistra divisa e smemorata della campagna referendaria sulla magistratura

       Dichiaratamente e simpaticamente compagni politici e amici, che si vogliono bene anche attaccandosi a vicenda, Massino D’Alema e Cesare Salvi, peraltro quasi coetanei con i 77 anni dell’uno e i 78 dell’altro da compiere a breve, si sono scambiati graffi referendari, chiamiamoli così, sulla magistratura che aiutano a capire non il problema ma il dramma che su questa materia vive la sinistra.

       D’Alema, partecipe della campagna del no alla riforma che separa le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri autogovernati da due Consigli superiori e istituisce un’Alta Corte disciplinare per niente o meno domestica delle abitudini prese dalle toghe, ha accusato Salvi, partecipe invece della campagna del sì, di avere “cambiato opinione”. E ciò per avere votato contro  la separazione delle carriere nella Commissione bicamerale per la riforma costituzionale presieduta dallo stesso D’Alema nel 1997. Presieduta peraltro grazie alla preferenza per lui espressa, stando all’opposizione, da Silvio Berlusconi rispetto ad altri candidati della sinistra, palesi o occulti che fossero.

       Cesare Salvi, dalle colonne dello stesso Corriere della Sera che aveva ospitato D’Alema, gli ha ricordato la circostanza, altre volte precisata dallo stesso D’Alema, di quella Commissione conclusasi senza votazioni. Ci furono, quindi, o non ci furono quelle benedette votazioni?  In ogni caso Salvi ha ribadito la sua posizione favorevole, già in quella Commissione, alla separazione delle carriere ricordandone il recepimento non certo casuale nella cosiddetta “Bozza Boato”, dal cognome del parlamentare Marco, di sinistra, in cui furono racchiusi gli orientamenti emersi dai lavori  dall’organismo bicamerale prima che ne venisse troncato il percorso per una crisi politica di carattere generale, sfociata poi nella caduta del primo governo di Romano Prodi. Che fu sostituito a Palazzo Chigi nel 1998 dallo stesso D’Alema mentre il premier dimissionario e il vice Walter Veltroni reclamavano elezioni anticipate contro la sinistra di Fausto Bertinotti, che ne aveva provocato la caduta in Parlamento. Da allora Bertinotti divenne negli articoli e nei binocoli di Giampaolo Pansa, che vi ricorreva nei congressi e simili, “il parolaio rosso”.

       Ma torniamo al referendum sulla magistratura. E ai problemi della sinistra, che mi sembrano francamente maggiori di quelli del centrodestra. Dove sicuramente c’è qualcuno – tra i leghisti del cappio nell’aula di Montecitorio e il missino che cambiava lire di carta in monete per fornirne i lanciatori contro Bettino Craxi all’uscita dall’albergo dove abitava a Roma-  che ha cambiato idea in tema e campo di garantismo e giustizialismo, di libertà e di manette. Ma non lo nega, vivaddio. Mentre nei piani alti della sinistra, diciamo così, non si trova mai il momento giusto, opportuno e quant’altro per tornare alle origini garantiste di quell’area partecipe della Costituzione repubblicana. Mai il momento giusto, ripeto, per chiedere ai magistrati di tornare anche loro alla Costituzione, che non basta sventolare nelle manifestazioni contro il governo ma va applicata davvero, anche nella giurisdizione e nel modo di essere magistrati autonomi e indipendenti, pure dalla politica delle opposizioni di turno.  Diversamente neppure gli apprezzamenti ricevuti ieri dal presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore Sergio Mattarella basteranno a far loro recuperare il consenso perduto, che dovrebbe valere più della paura che le toghe riescono a procurare nei tribunali e fuori.        

Blog su WordPress.com.

Su ↑