La campagna referendaria della Meloni per il sì alla riforma della magistratura

       Distintosi nei giorni scorsi con un editoriale del direttore Claudio Velardi, sul fronte del sì alla riforma costituzionale della magistratura , per un forte invito alla premier Giorgia Meloni a partecipare di più alla campagna referendaria, vista la rimonta del no avvertita nei sondaggi, Il Riformista si è un po’ attribuito il merito di avere scosso, diciamo così, la presidente del Consiglio. O il presidente, come l’interessata preferisce farsi chiamare.

       Alla protesta rinnovata dalla premier contro l’abitudine perdurante della magistratura “politicizzata” a vanificare il contrasto all’immigrazione clandestina perseguito dal governo, in sede peraltro non solo nazionale ma anche europeo e internazionale, ancora più in generale, il Riformista ha dedicato il titolo di copertina del sapore di uno slogan: Sì parte.

       Non so, francamente, se la Meloni abbia voluto davvero raccogliere l’invito pressante, ed allarmato, del giornale diretto da Claudio Velardi. Ma di sicuro il suo è stato un intervento a gamba tesa nella campagna referendaria. Che mi pare preferisca condurre cavalcando più la cronaca, maggiormente avvertita dall’opinione pubblica, che le distrazioni fatte di richiami alla Costituzione più o meno appropriati e processi alle intenzioni.

La Meloni ha indicato il caso –ultimo solo in ordine cronologico- del mirante clandestino algerino così ostinatamente protetto dalla magistratura, dopo 23 condanne, da venire risarcito di 700 euro per un suo trattenimento in un campo di raccolta. Un fatto che da solo vale dieci, cento interviste, comizi, conferenze stampa, ospitate televisive e quant’altro sulla necessità di contenimento di una magistratura passata dall’autonomia e indipendenza dell’articolo 104 della Costituzione alla prepotenza. A dir poco.    

L’affare buffo, molto buffo, dei sì e dei no al comitato di pace a Gaza

       Al board- comitato in italiano- della pace a Gaza, per quanto tradotto in “bordello” di affari più o meno personali del presidente americano Donald Trump, per esempio sul manifesto all’indomani dell’annuncio della sua formazione, l’Italia parteciperà dunque come paese “osservatore”. Invitato dallo stesso Trump, non potendo aderirvi a tutti gli effetti perché mancano “le condizioni di parità con gli altri Stati” imposte dall’articolo 11 della Costituzione per associarsi in pieno a organismi internazionali di pace, appunto. Che possono comportare “limitazioni di sovranità”.

       Il ruolo di osservatore concordato dietro le quinte nei giorni scorsi, presumibilmente anche col Presidente della Repubblica, e infine formalizzato in un passaggio parlamentare, come si dice in gergo politico e come richiesto anche qui probabilmente dal Capo dello Stato, è stato visto, interpretato, denunciato, contestato dalle opposizioni, una volta tanto riuscite alla Camera a elaborare una risoluzione comune, come un aggiramento della Costituzione sul piano del diritto, diciamo così, e una sottomissione a Trump sul piano politico. I sì alla risoluzione della maggioranza sono stati 183, i no 122.

       Solo i fatti naturalmente potranno dire, in tempi non brevi, visto anche ciò che continua ad accadere a Gaza e dintorni in attesa di una pace vera e di una riviera di affari, chi in questi giorni abbia sbagliato o stia sbagliando di più o di meno. Sbagliato, non azzeccato, perché francamente e personalmente, temo più il pessimismo della ragione che l’ottimismo della volontà.

       Mi sembra tuttavia che tra le tante formule o immagini negative applicate al comitato di pace a Gaza, chiamiamolo pure semplicemente così, la più bislacca sia quella di una “Onu privata” che con la solita disinvoltura il presidente americano sia riuscito a realizzare con le complicità di amici e soci di affari. Se lo ha fatto davvero, si è portato appresso il consenso delle stesse Nazioni Unite con una risoluzione del Consiglio di sicurezza, numero 2863, approvata nel mese di novembre scorso, evidentemente senza che nessuno se ne accorgesse, sulla questione di Gaza appunto.

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