Dopo quella di Gratteri l’autorete del Consiglio Superiore della Magistratura

       Con spirito, sentimento e quant’altro opposto a quello che comunemente si avverte e si chiama coraggio – e con l’effetto di un’autorete pari o peggiore di quella compiuta dall’interessato dando praticamente dei criminali a quanti voteranno sì al referendum confermativo della riforma costituzionale della riforma della magistratura- venti consiglieri superiori della stessa magistratura su trenta, quindi la maggioranza, hanno steso una rete di protezione del capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri. Lo hanno fatto sostenendo che il Consiglio Superiore ancora unico, essendo destinato con la riforma a separarsi come le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, “non può essere usato come strumento di contesa”, tanto più in questa campagna referendaria in corso.

       Con questa motivazione i colleghi e sostenitori di Gratteri, e del gratterismo più in generale, si sono contrapposti anche a quei 51, per ora, magistrati di ogni parte d’Italia, e di ogni grado, che hanno sottoscritto un documento di richiesta di  scuse ai cittadini, calabresi e non, per il discredito cosparso contro di loro dal capo della Procura di Napoli, e già procuratore in Calabria con risultati forse più scenografici che concreti. Si è spesso registrata una certa sproporzione, a dir poco, fra il numero degli arrestati e quello dei condannati per criminalità organizzata. O l’equivalente della mafia nella terraferma calabra.

       Poiché il Consiglio Superiore della Magistratura in carica è arrivato  al termine del suo mandato, c’è da compiacersi che esso muoia, in un certo senso, in modo da non lasciare rimpianti. E dando un notevole, insperato contributo, come quello dello stesso Gratteri, alla campagna referendaria del sì alla riforma proprio nel momento in cui quella del no sembrava in ripresa e mandava in visibilio le opposizioni più agguerrite al governo.

Dopo quella di Gratteri, l’autorete del Consiglio Superiore della Magistratura

       Con spirito, sentimento e quant’altro opposto a quello che comunemente si avverte e si chiama coraggio – e con l’effetto di un’autorete pari o peggiore di quella compiuta dall’interessato dando praticamente dei criminali a quanti voteranno sì al referendum confermativo della riforma costituzionale della riforma della magistratura- venti consiglieri superiori della stessa magistratura su trenta, quindi la maggioranza, hanno steso una rete di protezione del capo della Procura di Napoli Nicola Gratteri. Lo hanno fatto sostenendo che il Consiglio Superiore ancora unico, essendo destinato con la riforma a separarsi come le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, “non può essere usato come strumento di contesa”, tanto più in questa campagna referendaria in corso.

       Con questa motivazione i colleghi e sostenitori di Gratteri, e del gratterismo più in generale, si sono contrapposti anche a quei 51, per ora, magistrati di ogni parte d’Italia, e di ogni grado, che hanno sottoscritto un documento di richiesta di  scuse ai cittadini, calabresi e non, per il discredito cosparso contro di loro dal capo della Procura di Napoli, e già procuratore in Calabria con risultati forse più scenografici che concreti. Si è spesso registrata una certa sproporzione, a dir poco, fra il numero degli arrestati e quello dei condannati per criminalità organizzata. O l’equivalente della mafia nella terraferma calabra.

       Poiché il Consiglio Superiore della Magistratura in carica è arrivato  al termine del suo mandato, c’è da compiacersi che esso muoia, in un certo senso, in modo da non lasciare rimpianti. E dando un notevole, insperato contributo, come quello dello stesso Gratteri, alla campagna referendaria del sì alla riforma proprio nel momento in cui quella del no sembrava in ripresa e mandava in visibilio le opposizioni più agguerrite al governo.

La storia dell’impunità legalizzata dei magistrati in Italia

Hanno dietro di sé una storia che non va dimenticata, o che va raccontata a chi non la conosce, quelle 872 cause tentate negli ultimi cinque anni contro magistrati accusati di avere procurato al prossimo ingiusti danni, di cui 375 ammesse e andate a sentenze. Delle quali solo 15 (quindici, in lettere come negli assegni bancari) di condanna. Altro che responsabilità civile delle toghe. Mi sembra piuttosto una impunità legalizzata.

       La storia risale al 1987, quando sotto l’ultimo governo di Bettino Craxi arrivò il momento di indire il referendum promosso da radicali e socialisti per abolire la protezione di ferro dei magistrati sottoponendo anche loro alla responsabilità civile prevista per tutti gli altri cittadini, professionisti eccetera. Il risultato della prova referendaria era scontato, scontatissimo per la impopolarità procurata alle toghe dalla vicenda di Enzo Tortora, gestita orrendamente da magistrati che poi avevano o avrebbero fatto tranquillamente carriera, sino a qualcuno arrivato al Consiglio Superiore della Magistratura. Il presentatore televisivo accusato di camorra uscì alla fine assolto, ma con la salute compromessa irrimediabilmente, morendo nel 1988.

       Piuttosto che fare svolgere quel referendum il segretario della Dc Ciriaco De Mita, già sofferente politicamente per la presenza da quattro anni di un socialista a Palazzo Chigi, e che socialista, provocò la crisi di governo per provocare le elezioni anticipate. E con le elezioni il rinvio del referendum. Che avrebbe dovuto essere di un anno, ma che Craxi, sostituito al governo da Amintore Fanfani, riuscì a contenere in un semestre con l’aiuto, al Quirinale, di Francesco Cossiga. Un semestre durante il quale i comunisti, sostenitori degli interessi dei magistrati, si accordarono segretamente con la Dc per introdurre dopo il referendum una nuova legge, sfrontatamente scrittasi dagli stessi magistrati al Ministero della Giustizia pur guidato dal socialista Giuliano Vassalli, che rendesse la responsabilità civile di fatto impraticabile. O praticabile con le già ricordate 15 sentenze di condanna in questi ultimi cinque  anni su 872 cause tentate.

       Fra gli inconvenienti temuti dai magistrati e, più in generale, dal fronte del No, con la maiuscola, nella campagna referendaria in corso sulla riforma costituzionale della magistratura, c’è il sostanziale impegno preso dal ministro della Giustizia Carlo Nordio di rimettere testa e mani mani, dopo una vittoria del sì, a quella legge della sostanziale impunità legalizzata, più e meglio di quanto non si sia già fatto precedentemente.

Forse Nordio è stato imprudente ad annunciarlo o a lasciarlo capire, ma l’uomo, grazie a Dio, per quanto sfottuto come “mezzolitro”, “fiasco” e simili del dizionario etilico di Marco Travaglio, è schietto come solo un politico non professionista potrebbe essere.

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