La storia dei rapporti del Pci con la giustizia precedente alle “mani pulite”

“Non mi pento, ma non rimpiango”, è il titolo che Claudio Velardi e Chicco Testa hanno deciso di dare al libro di raccolta delle lettere che si sono a lungo scambiate simpaticamente scrivendo sul Riformista della loro militanza comunista, negli anni del Pci. Una formula di compromesso -né pentimento né rimpianto- che se non è storico, come quello pensato da Enrico Berlinguer quando si era proposto un accordo con la Dc realizzato poi solo a metà, con i comunisti non partecipi ma sostenitori dall’esterno di due governi monocolori democristiani presieduti da Giulio Andreotti; una formula di compromesso, dicevo tipico della politica. E anche di un modo di vivere, essendo stata la militanza comunista per molti, penso anche per gli allora adolescenti Claudio e Chicco, che ora hanno, rispettivamente, 71 e 74 anni, assorbente, totale, persino prevalente su vincoli e sentimenti familiari o, più in generale, affettivi.  Una militanza così fortemente e moralmente sentita da essere tradotta da Berlinguer -reduce dalla delusione della partecipazione alla maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, costata peraltro la vita anche ad Aldo Moro, che ne era stato un po’ il regista nella Dc- in una orgogliosa “diversità”.  Sfociata, a sua volta, nella famosa “questione morale” sollevata dallo stesso Berlinguer nella celebre intervista fattagli da Eugenio Scalfari nell’estate del 1981. Una diversità che poteva persino esonerare i comunisti dalla coerenza nella pratica della “linea della doppiezza” adottata, del resto, a suo tempo già da Palmiro Togliatti, “il migliore” come di lui dicevano i militanti e come alla fine scrivevano, ma per sfotterlo e attaccarlo, gli avversari.

       Gli incoveninenti della militanza comunista da “non rimpiangere”, come dicono Claudio e Chicco, sono stati superati, credo, da quelli della militanza post-comunista, se la si può chiamare così, sopraggiunta al crollo del muro di Berlino e all’evoluzione – o involuzione- dell’ormai ex Pci in altri titoli, altri simboli, altri partiti. Al post-comunismo, nell’ultima delle lettere scambiate con l’amico Testa qualche giorno fa sul Riformista che dirige con gradevolissima arguzia, Velardi ha contestato “la scellerata campagna per il No al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati: l’ultimo atto di sottomissione della politica al potere giudiziario, la firma in calce alla rinuncia definitiva di ogni garantismo”.

       L’errore però che temo compia Velardi è di addebitare l’involuzione giudiziaria, diciamo così, dei suoi ex compagni alla fase successiva al Pci. No, caro Claudio, già prima della caduta del muro di Berlino e del salto in groppa al cavallo del giustizialismo manettaro per liberarsi negli anni di “Mani pulite” degli avversari, a cominciare dai “traditori” socialisti guidati da Bettino Craxi, il Pci si era compromesso. Nel 1987, per esempio, consapevole dell’impopolarità e della indifendibilità della magistratura per il caso Tortora, esso non contrastò sino in fondo il referendum dei socialisti e radicali per la responsabilità civile delle toghe, finendo per associarsi al sì all’abrogazione delle norme che la precludevano. Ma il Pci lo fece stipulando in segreto un accordo con la Dc, realizzato poi in pochi mesi fra le proteste del solo Pannella, e il silenzio purtroppo di Craxi,  per disciplinare quella responsabilità con una legge che la rendeva sostanzialmente impraticabile. E – con 872 cause negli ultimi cinque anni, 375 sentenze e 15 condanne- fa tuttora della magistratura italiana un unicum di sostanziale irresponsabilità, non solo indipendente a autonoma, come dice la Costituzione, da ogni altro potere, ma superiore.

Pubblicato su Libero

Nicola Gratteri, il benemerito a sorpresa della campagna referendaria del sì

       Personalmente, molto personalmente, spero che il capo della Procura della Repubblica Napoli Nicola Gratteri – “la più grande d’Europa”, ricorda sempre Lilli Gruber intendendo per la più popolosa- non finisca sotto processo al Consiglio Superiore della Magistratura, dove qualcuno si è già mosso per portarvelo, né altrove per ciò che ha detto a favore -credeva- del no referendario sulla riforma costituzionale della magistratura in Calabria. Dove egli ha lavorato e di cui ritiene di avere acquisito una conoscenza senza pari su ogni piano: sociale e criminale. Una Calabria -ha detto Gratteri- in cui voteranno sì alla riforma, per i benefici che ne ricaveranno, gli indagati, gli imputati, i condannati, se in grado di votare, i massoni delle logge deviate. E non tutti gli altri, cioè le persone che usiamo ritenere e chiamare perbene.

       Un processo, anche solo disciplinare, rischia di fare di un martire un Gratteri che ha già messo le mani avanti, come si dice, ricordando di essere sotto scorta da una vita per i pericoli di morte che corre in attentati della malavita che non gli perdona le inchieste che ha fatto e gli arresti che ne sono conseguiti, molti dei quali in verità non tradottisi in condanne. Tutt’altro.

       Tutto merita Gratteri per quello che ha detto sugli elettori referendari della Calabria, non o non ancora della Campania dove adesso lavora, fuorchè l’aureola del martire. E dai sostenitori del sì, non solo in Calabria e in Campania, ma du tutta Italia egli merita piuttosto un ringraziamento per avere così male sostenuto la causa del no, in una visione preconcetta, al limite del razzismo, che non gli fa onore né come magistrato né come uomo soltanto. La cosa più grave, oltre che curiosa, è che lui non se ne sia reso conto subito e abbia difeso la sua posizione tornando subito sulla questione nella trasmissione, per esempio, di  “Piazza pulita” su la 7. E dove sennò?

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