Il processo di Giuseppe Conte al governo Meloni per schiavitù e dintorni

Me l’ero presa ieri col mio amico Paolo Sansonetti, direttore dell’Unità, mettendo nel conto delle polemiche ossessive contro il governo Meloni anche la complicità con lo schiavismo giallo di Glovo, con i suoi fattorini in bicicletta o motorino pagati due euro e mezzo per ogni consegna, su cui indaga la Procura di Milano. Me l’ero presa con lui perché aveva un po’ sfottuto il governo chiedendogli di occuparsi anche di questa materia quando avrà finito di interessarsi più o meno direttamente di Rai, Olimpiadi, festival di Sanremo.

       Mi ero persa un’intervista dell’ex premier Giuseppe Conte, aspirante al ritorno a Palazzo Chigi. Del quale vi ripropongo un passo su Glovo, appunto, di una sua intervista alla Stampa: “Qui stiamo parlando di caporalato, paghe a cottimo, il tutto sotto la soglia di povertà per 40 mila lavoratori. E’ inaccettabile che si debba attendere la magistratura per far luce su uno scandalo che il governo non ha voluto vedere sin da quando abbiamo proposto il salario minimo e sollevato il tema di contratti collettivi realmente rappresentativi. Che riconoscano diritti e tutele al rialzo e non al ribasso. Questa si chiama schiavutù”.

       Sceso nel dettaglio dell’affaraccio dei fattorini, Conte si è vantato di avere introdotto “durante i mei governi”, che sono stati due in effetti, “una delle prime normative europee per riconoscerne i diritti”. Ebbene, “col decreto del primo maggio 2023 Meloni -ha denunciato l’ex premier- ha invece introdotto un passo indietro alleggerendo gli obblighi di trasparenza per le imprese -anche internazionali, a proposito di sovranismo- che usano algoritmi. Ovvero: meno dritti, più zone grigie, meno sicurezza”.

       Conte si è risparmiato nel suo processo a Meloni per sostanziale complicità col caporalato contestato dalla Procura di Milano, o reati ancora più gravi che dovessero sopraggiungere nelle indagini, a dimettersi prima ancora di ricevere un avviso di garanzia e di rischiare la condanna del tribunale dei ministri. Così almeno, essendo stato raggiunto con altri mezzi l’obiettivo della caduta del governo, il referendum del 22 e 23 marzo potrebbe tornare ad essere sulla magistratura e non sul governo, appunto. E Conte col suo fronte del no si appenderebbe al pero sul merito vero della prova referendaria. Dove è in gioco la fiducia non nel governo ma nella magistratura, specie quella associata.  

In ricordo di Angela Azzaro, scomparsa troppo presto davvero

Già incorso con lei in una gaffe imperdonabile, non avendone avvertito l’accento sardo e chiesto le se non fosse la figlia o la nipote del mio carissimo amico siciliano Giuseppe Azzaro, ex parlamentare della Dc, ebbi con Angela un approccio professionalmente sfortunato al Dubbio. Lecontestai un titolo che considerai troppo critico verso Massimo D’Alema apposto a un mio articolo già polemico di suo. Per cui avvertii il rischio di una querela che mi avrebbe infastidito. E che non giunse per riguardo, credo, di D’Alema più verso il direttore Piero Sansonetti che altro.

       Eppure quello fu anche l’inizio di una bella, indimenticabile esperienza umana e giornalistica con Angela Azzaro, al cui ricordo struggente fatto dal direttore Davide Varì vorrei associarmi, grato di tutta l’attenzione e l’amicizia ricevute, forse immeritatamente, da una professionista di primissimo ordine. Che divenne per me un angelo protettore per lo scrupolo col quale leggeva e passava i miei commenti, qualche volta forse non condividendoli ma spesso rimediando ai refusi -come li chiamiamo un po’ troppo generosamente fra di noi-  che nella pratica digitale delle redazioni frequentemente escono stampati come dal computer di chi scrive nella solita fretta. Ma anche disattenzione.

       Grazie, Angela. Te ne sei andata, a soli 59 anni, con la tua bravura e la tua bellezza, troppo presto davvero.

Pubblicato sul Dubbio

Il sì “giusto” dei cattolici alla riforma costituzionale della magistratura

Vi ricordate Rocco Buttiglione, 78 anni a giugno, amico e devoto di più Pontefici di Santa Romana Chiesa, l’ex ministro che Silvio Berlusconi tentò da Palazzo Chigi di mandare alla Commissione europea, a Bruxelles, dove però inciampò nella bocciatura parlamentare perché prevenuto -dissero- verso gli omosessuali da lui considerati peccatori? E Roberto Formigoni, 79 anni da compiere a marzo, già governatore della Lombardia, pappa e ciccia con Comunione e Liberazione, pregiudicato negli archivi di chi non gli perdona di essere tornato in libertà dopo avere scontato la pena per corruzione? E Paola Binetti, 83 anni da compiere, coetanea di Marcello Pera, l’ex presidente forzista e laico del Senato, amico personale del compianto Papa Ratzingher, tanto da confezionare insieme un libro di discorsi e riflessioni? E il cardinale Camillo Ruini, che fra otto giorni compirà 94 anni e conserva ancora la voglia e la lucidità delle parole e dei ricordi? Vi risparmio altri nomi non perché minori ma per non esaurire lo spazio con l’elenco dei  cattolici espressisi per il sì referendario, fra convegni e interviste, alla riforma della magistratura. Anzi, per un sì “giusto”, come giusto peraltro è chiamato il processo nell’articolo 111 della Costituzione riscritto nel 1999 per vincolarlo a un “contraddittorio tra le parti in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale”. Formulazione dalla quale non solo il Guardasigilli in carica Carlo Nordio ma persino l’ex magistrato simbolo della stagione giudiziaria delle “Mani pulite” Antonio Di Pietro- che in tribunale gridava anche con le mani e con gli occhi-  fanno derivare la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri sottoposta al referendum del 22 e 23 marzo. E di tutto ciò che a sua svolta ne consegue fra Consigli superiori della magistratura anch’essi separati e Alta Corte di giustizia per non lasciare soli i magistrati a giudicarsi fra di loro, con una disciplina domestica che è un altro unicum italiano dai giorni, spero, contati.

       Ebbene, questi cattolici del sì persino giusto, per le reazioni suscitate dalle cronache che li hanno riguardati sembrano diventati un’altra ossessione dei signornò referendari. Che si sono svegliati dal sogno, torpore e quant’altro di certi parroci e simili aperti al no referendario volantinati fuori e dentro le chiese, già prima che la cattolica ex ministra e altro ancora Rosy Bindi condividesse la guida della campagna contro la riforma e si portasse appresso altri nomi di peso del suo mondo. Un torpore che aveva indotto i signornò, tanto da procurarsi una smentita ufficiale, a scambiare di recente per un invito al sì quello del presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale di Bologna Matteo Maria Zuppi, semplicemente a votare, a non disertare le urne come ormai fa la maggioranza degli elettori iscritti o militanti del partito dell’astensionismo.

       I cattolici del si -semplicemente del sì, risparmiandoci anche l’aggettivo di Buttiglione e amici- sono dai signornò più temuti, se non odiati, della “sinistra del sì” impersonata dal presidente emerito della Corte Costituzionale Augusto Barbera e amici o ex compagni di partito. Tolgono loro maggiormente il sonno perché la fede dei cattolici è più trasversale, più incisiva della fede e militanza di sinistra, viste le condizioni alle quali quest’ultima è stata ridotta da quelli che ne furono e ancora si considerano i rappresentanti più quotati e qualificati, persino sul piano morale, di una                                                                                                                                                                                                                             sinistra del passato finita tra le macerie del muro di Berlino e, particolarmente in Italia, tra le maglie del giustizialismo, a rimorchio dei magistrati più debordanti e della loro associazione.

Pubblicato su Libero

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