Quello schiavismo giallo di Glovo che corre in bicicletta nelle città…

       C’era una volta lo schiavismo giallo, inteso come cinese, praticandosi in quel paese pur orgogliosamente comunista uno sfruttamento della manodopera che rendeva i suoi prodotti estremamente competitivi nel mondo borghese, chiamiamolo così. Dove i sindacati esistevano, ed esistono, davvero, mica per finta come da quelle parti.

       C’è adesso in una ventina di paesi e più, caduto sotto il controllo giudiziario della Procura di Milano, che indaga per caporalato e altro, lo schiavismo della spagnola, per nulla cinese Glovo. Che manda in giro per le nostre città 40 mila e più fattorini in bicicletta, e contenitori gialli, che effettuano consegne a due euro e mezzo l’una, in qualsiasi clima, ora e condizioni di traffico o d’altro. E senza solide coperture assicurative o previdenziali, risultando lavoro autonomo.

       L’indagine giudiziaria è sacrosanta, per carità. E’ sacrosanto anche lo sdegno di cui ha voluto assumere una specie di guida professionale, per i suoi trascorsi accademici e politici, l’ex ministra del lavoro Elsa Fornero. Che è rimasta famosa per le lacrime versate, fra l’insofferenza dell’allora premier Mario Monti, in una conferenza stampa dove doveva spiegare tagli e sacrifici imposti dalla grave crisi economica e finanziaria di quel momento.

       Meno sacrosanto, anzi per niente, è l’uso strumentale che già avverto di questa vicenda nella lotta al governo in carica. Che sarebbe responsabile dello schiavismo giallo di Glovo, e società connesse a responsabilità limitata, anzi limitatissima. Un governo -ha scritto per esempio sull’Unità il mio amico Piero Sansonetti con ironia, anzi con sarcasmo- che “quando avrà risolto il caso Pucci, che di sicuro è più urgente e complesso, potrebbe occuparsi” anche dello schiavismo giallo facilitato o addirittura provocato dal no opposto dalla Meloni al salario minimo garantito. Cui anche i sindacati erano almeno una volta contrari considerandolo facilmente aggirabile e comunque riduttivo delle loro competenze nelle trattative contrattuali.

       Il mondo cambia ma il modo di fare opposizione resta sempre lo stesso. Tutto è comunque e sempre, ripeto, del governo o premier di turno.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Mastella fra il no referendario e il sì al piazzale Bettino Craxi a Benevento

Al (e del) sindaco di Benevento Clemente Mastella – accusato dal Fatto Quotidiano di stare saccheggiando politicamente, ma forse anche moralmente, la toponomastica della sua città dedicando parchi, aiuole, piazze e piazzali a persone immeritevoli- verrebbe voglia di scrivere che ben gli sta. O “se l’è cercata”, come diceva la buonanima di Giulio Andreotti, almeno una volta assai infelicemente perché parlava dell’avvocato Giorgio Ambrosoli. Che era stato appena ammazzato sotto casa a Milano, nel 1979, da un sicario americano di Michele Sindona. Della cui banca il professionista aveva avuto la sfortuna di essere il liquidatore.

       Ma a Mastella amichevolmente non glielo dico né glielo scrivo, pur avendomi  sorpreso in questa stagione referendaria, diciamo così, col suo no alla riforma costituzionale della magistratura, nonostante ne fosse stato -e in qualche modo ancora sia- danneggiato. Egli ha impiegato  undici anni con i suoi familiari per essere assolto da una cervellotica indagine e conseguenti processi che in ogni caso gli hanno abbassato il livello di azione e incidenza politica. Da ministro della Giustizia che era stato nel secondo ed ultimo governo di Romano Prodi- travolto con le Camere, sciolte anticipatamente, dalle  dimissioni dichiaratamente di protesta di Mastella contro il tipo di attenzione riservatagli da una magistratura che peraltro anche nel dicastero da lui diretto aveva ruoli e funzioni di grande e forse non del tutto opportuna dimensione- si è ristretto a livello regionale, al massimo. Dove sta peraltro con la sua formazione locale in una maggioranza di cosiddetto centrosinistra più borbottando che compiacendosi. E non scrivo di più. 

       Il sorprendente no alla riforma costituzionale della magistratura, quasi come quello del suo amico e collega di militanza democristiana Paolo Cirino Pomicino, non ha risparmiato a Mastella sul giornale capofila della campagna referendaria appunto del no, com’è Il Fatto, la contestazione di un’aiuola -fra le più belle di Benevento per ammissione del destro Italo Bocchino- a un campione delle preferenze sannite che fu a suo tempo  il parlamentare della destra Alberto Simeone.

       Se a quest’ultino è stata dedicata un’aiuola, al compianto Ciriaco De Mita, suo maestro di politica e di vita, di cui fu portavoce prima di salire su su fino al Ministero della Giustizia, Mastella ha dedicato un parco. Ma soprattutto al compianto Bettino Craxi un piazzale con tanto di cerimonia inaugurale col figlio Bobo, essendo forse la sorella Stefania troppo a destra nella geografia politica di Mastella come presidente della commissione Esteri e Difesa del Senato. Bobo invece dalla destra ha preso le distanze, ma sul referendum di marzo ha annunciato di votare sì alla riforma della magistratura

       Craxi celebrato a Benevento come presidente del Consiglio, quale fu fra il 1983 e il 1987, anziché come pregiudicato e latitante, è la goccia che ha fatto traboccare il vaso agli occhi e al naso degli avversari, ora, anche di Mastella. Il cui no referendario però, spero non decisivo, rimarrà probabilmente gradito lo stesso.  

Pubblicato sul Dubbio

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