Le caricature del presidente della Repubblica Sergio Mattarella

       Da un eccesso all’altro. Dall’uomo della “immoral suasion” rimproveratagli da Marco Travaglio sul Fatto Quotidano per avere contribuito alla preparazione di nuove misure di sicurezza del governo, al “Capitan Costituzione” fatto confezionare in una locandina da Luca Telese, che dirige un giornale periferico, in Abruzzo, intestato però al Centro.  Un capitano, il Mattarella della locandina da circo equestre, che nella “difesa della legalità” compromessa dai propositi governativi riduce in lacrime quel gradasso del vice presidente del Consiglio e ministro delle strade, dei porti e dei ponti Matteo Salvini e mette a cuccia la premier Giorgia Meloni. Già reduce, poverina, dalla rimozione della sua “faccia d’angelo” da un restauro eseguito dal sacrestano-pittore della basilica romana di San Lorenzo in Lucina, a due passi da Palazzo Chigi.

       L’una e l’altra rappresentazione del presidente della Repubblica, di Travaglio e di Telese, lo deturpano assegnandogli un ruolo, una funzione, una dimensione che non sono quelle dei nove articoli della Costituzione che lo riguardano: dall’83 al 91. Ma soprattutto l’articolo 87, che elenca minuziosamente in 12 commi, come si dice in gergo giuridico, prerogative e incarichi del Capo dello Stato, eccetto quello conferitogli a parte, nell’articolo 104, di presidente del Consiglio Supremo della Magistratura. O dei due Consigli che gli subentrerebbero se passasse la riforma della magistratura, appunto, sotto procedura referendaria, che separa le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri.

       Se la “pagliacciocrazia” evocata da Travaglio come effetto dell’azione e dei comportamenti del presidente della Repubblica, colluso con un’azione liberticida del governo, è al limite, ma forse anche oltre il limite del vilipendio, la forza messagli addosso da Telese lo caricatura. Uno lo fa troppo debole, l’altro troppo forte, specie nel contesto agiografico del “re Sergio” di cui vedo scrivere ogni tanto nelle cronache e nei retroscena per l’eccezionale durata, appunto regale, del suo doppio mandato settennale, che scadrà nel 2029, cioè nella prossima legislatura.  Quando la sinistra teme di non potere scegliere né condizionare l’elezione del successore al vertice dello Stato, per la prima volta almeno dal 1971, quando fu eletto Giovanni Leone con l’appoggio determinante, per quanto nascosto a scrutinio segreto, della destra. Ciò avvenne dopo la mancata elezione del primo candidato della Dc, che era stato l’allora presidente del Senato Amintore Fanfani, e il mancato decollo, nella riunione e votazione dei grandi elettori democristiani, della candidatura di Aldo Moro, l’altro cavallo di razza dello scudo crociato, come li chiamava Carlo Donat-Cattin.

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Assolto da vivo, il giudice Corrado Carnevale condannato da morto

Su Repubblica, la corazzata della flotta referendaria del no alla riforma costituzionale della magistratura -ripeto, della magistratura- è stato così ricordato Corrado Carnevale, morto a 96 anni quasi compiuti: “C’è una distanza nella vicenda Carnevale tra la verità processuale e quella pubblica. La prima ha detto che il fatto non sussiste. La seconda, che i fatti restano. Carnevale ha avuto il diritto alla sua difesa, alla sua assoluzione. Ma chi guarda oggi quel tratto di strada lo fa sapendo che la magistratura ha camminato pericolosamente sul ciglio dell’abisso. E lì lui era presente”.

       L’abisso, mi sembra, è piuttosto quello in cui la Repubblica di carta è precipitata, volente o nolente, con questa rappresentazione della vicenda umana e giudiziaria di un magistrato “formidabile e intrattabile”, come lo ha definito, ammirato, sul Foglio Giuliano Ferrara. Un magistrato che vinceva tutti i concorsi, o gare professionali, cui partecipava e si guadagnò il soprannome di “ammazzasentenze” perché in Cassazione, di cui era diventato presidente della prima sezione penale a 55 anni soltanto, non faceva sconti a chi aveva fatto errori nelle procedure e nelle sentenze.

       Nel clima creato attorno a lui con quel soprannome, ripeto di “ammazzasentenze” Carnevale finì iscritto d’ufficio alla corrente politica di Giulio Andreotti  e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa  e sospeso dall’ordine giudiziario. Condannato nel 2001, fu assolto definitivamente dalla Cassazione perché “il fatto non sussiste”. Egli reclamò giustamente e altrettanto giustamente il ritorno al servizio giudiziario.

       Il fatto quindi che “non sussiste” per la Cassazione, cioè per la Giustizia con la maiuscola, si moltiplica in “fatti” che “restano” in quella che viene elevata a “verità pubblica” da Repubblica. E’ tutto virgolettato nella giustizia, rigorosamente al minuscolo, raccontata da un giornale fra i più diffusi e, direi, presuntuosi col risultato di cospargere vigliaccamente di fango un morto. Vigliaccamente perché un morto non può difendersi.

       Questa rappresentazione della giustizia -ripeto, con la minuscola- non è offensiva solo per il compianto Carnevale, E’ offensiva per la magistratura nel suo complesso. Una magistratura che la campagna referendaria del no ritiene invece di difendere da una riforma che sarebbe stata congegnata per svilirla e sottometterla alla politica. O per rendere ancora più forte la magistratura d’accusa separandone la carriera da quella giudicante. Che perderebbe così, con questa semplice separazione delle carriere, ripeto, l’autonomia e l’indipendenza che hanno permesso ai giudici di Canevale di assolverlo in via definitiva. Ma con un verdetto che ora i presunti estimatori e difensori della magistratura vanificano contrapponendolo ad una fantomatica “verità pubblica”. Quella dei processi sarebbe quindi una verità privata, o di casta.

       Nella cornice della campagna referendaria del no questo quadro dipinto della vicenda giudiziaria e umana del compianto Corrado Carnevale diventa schizofrenico. Mi consola solo l’idea che possa risolversi in un’autorete. Cioè in un altro contributo alla campagna del sì. Di un sì che non è né quello mafioso dei professionisti dell’antimafia, come li chiamava Leonardo Sciascia, né quello criminale avvertito dalla campagna del no al presunto indebolimento generale della magistratura, pur nel contesto di un curioso, presunto, cervellotico rafforzamento della pubblica accusa. E’ soltanto il sì della ragione. Contro il no della schizofrenia politica.

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