La Meloni imbiancata nella basilica romana di San Lorenzo in Lucina

         Il campo più o meno largo dell’alternativa pur improbabile al centrodestra ha ora la sua chiesa. Anzi una basilica: quella di San Lorenzo in Lucina, a Roma, per quanto di radicate tradizioni di destra. Dove ancora si ricorda Umberto secondo e ultimo di Savoia che “preferì l’esilio alla guerra civile” che avrebbe potuto provocare, o riaprire dopo quella conclusasi l’anno prima, contestando il risultato del referendum istituzionale del 1946 sino a barricarsi nel Quirinale.

       Il ricordo scultoreo dell’ultimo re d’Italia è rimasto, ma nottetempo è stato imbiancato, cioè cancellato, il restauro di un angelo cherubino rovinato dall’umidità e contestato dalla sorveglianza di sinistra, annessi e connessi perché maledettamente somigliante, o persino ispirato deliberatamente alla premier Giorgia Meloni. Che fingendo di non riconoscervisi, o quasi, anziché reclamarne lei stessa la rimozione, ha peggiorato le cose incattivendo critici ed avversari e facendo capitolare Vicariato, Sovrintendenza e dintorni. Il sacrestano restauratore è riuscito peraltro a mantenere per ora il posto, peraltro precario di suo ai fini contrattuali. Dubito tuttavia che, dopo avergli imposto l’imbiancatura del volto dell’angelo, scambiabile ora per quello di una mucca, gli commissionino un altro restauro, magari dopo le elezioni dell’anno prossimo sperando di trovare un’altra ispirazione nel vicino Palazzo Chigi.

       Dovrà comunque essere un volto italiano, diciamo così, o riconducibile all’Italia essendone rimasta nell’affresco la carta geografica  appesa alla mano dell’angelo. La pluripassaportata Elly Schlein, pur con quel nome internazionale, diciamo così, che porta, potrebbe illudersi di sostituire la Meloni anche nella basilica del campo largo.

Vannacci per la sinistra come la ricotta della favola di Marietta

Altro che “Vannacci nostri”, come fa dire a Giorgia Meloni il vignettista Stefano Rolli condividendo sulla prima pagina del Secolo XIX le scommesse che a sinistra si fanno sulle perdite elettorali che il generale del “mondo al contrario” davvero, ma il suo, procurerà al centrodestra l’anno prossimo, quando si voterà per il rinnovo delle Camere. E il cosiddetto “campo largo” dell’alternativa, da chiunque guidato a questo punto, da Elly Schlein a Giuseppe Conte, e a tutti gli altri aspiranti dei quali si occupano da tempo i retroscenisti facendo loro montare la testa, potrà essere aiutato dallo stesso Vannacci all’opposizione a vincere la partita elettorale contro la premier.

       A costoro, ai sognatori a occhi aperti, agli smaniosi di una vittoria che non riescono a costruire da soli, fra divisioni, faide e ambiguità che li contraddistinguono, può calzare a pennello la favola di Marietta. O Matilde, secondo altre versioni, che riceve da un pastore -al posto del generale appena uscito dalla Lega tradendosi anche come vice segretario- una ricotta. Dalla quale la poveretta sogna subito il danaro che potrà ricavare andandola a vendere al mercato in un cestino che appoggia sulla testa per tenersi libere le mani. E muoverle con i sogni di un acquisto, poi, di una gallina, di un coniglio, di un maiale, di una mucca e via salendo di ricchezza, sino a immaginarsi proprietaria di una casa alla quale affacciarsi per ricevere gli inchini di pastori meno fortunati di lei. Ma rispondendo rovinosamente a quegli inchini, Marietta o Matilde lascia cadere irrimediabilmente nel fango la sua ricotta e torna alla realtà delle sue condizioni.

       Ecco, Marietta Schlein o Matilde Salis, la sindaca di Genova alla quale sembra che la segretaria del Pd cominci a guardare con tanta apprensione da correre a trovarla appena può per nascondere appunto la paura o ostentare sicurezza, potrebbero finire come nella favola. E con loro anche gli uomini concorrenti, a cominciare dal già citato Conte per finire con Ernesto Maria Ruffini. Che, sogno per sogno, coltiva quello di pescare voti nelle acque dell’astensionismo, come ha creduto di fare da direttore dell’Agenzia delle Entrate pescando soldi fra gli evasori.

       I “mortacci” romaneschi, anzi garbatelliani, nascosti nel Vannacci della vignetta di Rolli cadranno addosso ai sognatori dell’alternativa sfogliando man mano l’agenda politica di questa ormai lunga fine di legislatura. Man mano che il governo continuerà a fare il suo lavoro, nella stabilità politica che lo ha già imposto all’attenzione internazionale, e le opposizioni il loro. Che è un lavoro di velleità e confusione insieme, a passo anche di lumaca per i tempi che si sono dati con la scusa, addotta in particolare dalla Schlein, di “ascoltare” il Paese. Magari, sempre per la Schlein, anche gli iscritti al suo partito messi in minoranza nelle primarie che gli esterni, anche avversari, le fecero vincere su Stefano Bonaccini, ancora stordito da quella botta.

       I tempi che si sono presi  i sognatori dell’alternativa sono quelli di una decina di mesi per stendere ciascuno un programma di governo e di altri due o tre per confrontarli fa loro e cercare di combinarli in qualche centinaia di pagine. Come già faceva Romano Prodi per i suoi governi che duravano meno di un terzo della legislatura, a volte portandosela appressa nella caduta.

       Oltre a questi problemi – i soliti- questa volta i sognatori dell’alternativa hanno anche l’inconveniente, procurato loro proprio dal generale su cui hanno sprovvedutamente scommesso, di  non potere affibbiare l’etichetta di estrema destra alla Meloni e al suo partito, essendovene una, all’opposizione, da loro stessi certificata perdendo la ricotta che volevano portare al mercato elettorale.

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