Quel futuro di troppo nel lancio di Roberto Vannacci dalla Lega

       Vedo, avverto e quant’altro, francamente, una parola di troppo nel nome o titolo che il generale ed europarlamentare Roberto Vannacci ha voluto dare alla sua avventura abbandonando la Lega dopo esserne stato, nella breve permanenza, anche vice segretario per grazia ricevuta da Matteo Salvini. Il troppo è quel “futuro” già adottato a destra da Gianfranco Fini rompendo da presidente della Camera con Silvio Berlusconi, e risoltosi nel nulla per quanto gli fosse stata data ospitalità da Mario Monti nelle elezioni del 2013. E proprio a Fini ha voluto paragonare Vannacci, commentandone tradimento slealtà e simili, il deluso Salvini.

       Abituato ai tempi della Folgore, la brigata che ha persino comandato, Vannacci ha sempre fatto tutto in fretta nella sua esperienza politica procuratasi col famoso libro scritto contro il “mondo alla rovescia” che aveva dovuto evidentemente subire anche da generale. Fretta nel saltare sul Carroccio già di Umberto Bossi e fretta nel buttarsi fuori pensando -temo- di portarsi appresso quei 500 mila voti e più di preferenza ottenuti nelle elezioni europee di due anni fa. Che Salvini invece ritiene di avergli procurato: tutti, o quasi, della Lega più che del generale.

       Si vedrà come andrà a finire la partita aperta adesso da Vannacci col suo lancio, per ora, nel vuoto. Non credo che gli potrà portare fortuna a destra l’appaluso riservatogli da Matteo Renzi, che a destra è ormai avvertito quello che in realtà, peraltro, lui stesso si è sempre considerato, in tutte le direzioni in cui ha viaggiato: un rottamatore.

       Quel 2 o 3 per cento, la misura proprio di Renzi, che Vannacci potrà portare via al centrodestra l’anno prossimo, quando si voterà per il rinnovo delle Camere, potrebbe ben essere compensato, forse anche superato, dai voti moderati preclusi oggi alla destra di governo proprio dal generale del “me ne frego” appena opposto orgogliosamente a chi gli contesta nomi e simboli adottati nel lancio.

       Per una volta non condivido la vignetta di Stefano Rolli che sulla prima pagina del Secolo XIX fa dire oggi a Giorgia Meloni garbatellamente “Vannacci nostri”. Vannacci vostri, potrebbe piuttosto dire agli avversari ridotti a scommettere adesso persino sul generale, non essendo riusciti da soli a contrastarla davvero.  

La piazza mediatica indulgente con quelle della violenza

C’è un’altra piazza dove, pur senza le devastazioni, gli assalti, le “lesioni” agli agenti di polizia contestate nelle indagini giudiziarie al posto del “tentato omicidio” reclamato dalla premier Giorgia Meloni accorsa a Torino per visitare e confortare i feriti; c’è un’altra piazza, dicevo, in cui si fanno parecchi danni. Quanto meno alla sicurezza dell’informazione, che è il requisito essenziale per giudicare e magari anche votare, se non si è persa del tutto la voglia di farlo  alimentando quello che è ormai diventato, del resto e non a caso, il partito di maggioranza: quello dell’astensionismo. Dove tutti si propongono di pescare voti “la prossima volta” e invece ne portano sempre di più.

       La piazza alla quale alludo è quella mediatica, affollata dei titoli, degli articoli, delle formule, degli slogan, delle vignette, delle “cattiverie” distribuite in rubriche quotidiane, volendo raccontare i fatti che accadono e dileggiare frequentemente chi li compie o esprime parole equipollenti ai fatti medesimi.

       Mi ha colpito, per esempio, senza fare nomi di testate, direttori e quant’altro perché non vorrei fare loro una pubblicità francamente immeritata, lo slogan lanciato contro il governo- dopo i disordini di Torino ,dove è mancato poco che ci scappasse il morto e la magistratura fosse obbligata a indagare per omicidio, e non solo per devastazioni e lesioni- di “meno giudici e più criminali”. Giudici già troppo carichi di lavoro e criminali protetti dalla borghesia bacchettata dalla procuratrice generale di Torino.  

       Dei giudici, a carriere auspicabilmente separate, e a rappresentanza e disciplina anch’esse auspicabilmente  modificate se verrà confermata la riforma costituzionale sotto procedura referendaria, si occuperanno nelle loro competenze le Camere, il governo, i consigli superiori della magistratura giudicante e inquirente e l’alta corte di disciplina. Dei criminali si occuperanno i magistrati quando avranno la fortuna di vederseli portare davanti dalle forze dell’ordine senza lasciarli possibilmente liberi dopo qualche ora e consentire loro anche di uccidere di nuovo. Ma di certi criminali che probabilmente continueranno a farla ancora franca, o perché rimessi in libertà o soprattutto -nel nostro caso- per la loro capacità di rimanere nascosti a tirare i fili del disordine e dell’eversione, in una regia da anni di piombo, faremmo bene a occuparci noi nei giornali, nei salotti televisivi e dintorni, spesso in compagnia di politici e politicanti, un po’ meglio di quanto non abbiamo fatto sinora, spesso scambiandoli per eroi. Non c’è solo la borghesia, insomma, bacchettata dalla procuratrice di Torino.

       Personalmente non avrei voluto trovarmi la sera dei disordini a Torino nei panni del buon Fausto Bertinotti, che aveva appena esaltato in una intervista all’edizione torinese del Corriere della Sera “la piazza” rimasta, unica, a presidiare la democrazia. Presidiare o ucciderla del tutto?

Pubblicato sul Dubbio

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