Alla faccia dell’umorismo dopo i disordini di sabato a Torino

       Quest’ultimo ha scritto, anzi premesso, in apertura del suo editoriale odierno, dopo il sabato rosso di fuoco di Torino, che “quando un poliziotto viene picchiato da un manifestante noi siamo col poliziotto”, come -ha subito compensato- “col manifestante se picchiato dal poliziotto”.

       Ma sentite, anzi leggete quel che si è scritto nella “Cattiveria” di giornata – le virgolette del titolo sono mie- di quel poliziotto picchiato a martellate  dopo essere stato atterrato, prima di finire al pronto soccorso: “Torino: il poliziotto preso a martellate dimesso il giorno dopo. Un recupero talmente lampo che l’ha preso la Juve”. Che potrebbe magari allenarlo e tenerselo come riserva nel ruolo di portiere. Alla faccia dell’umorismo.

       Alla prossima “Cattiveria”, sempre tra le mie  virgolette, si scriverà magari che il poliziotto è stato trattenuto in ospedale per il tempo strettamente necessario alla visita che gli ha fatto, tra fotografi, telecamere e altro, la premier Giorgia Meloni, corsa a Torino dopo essersi contemplata e riconosciuta nella “faccia d’angelo” restaurata nella Chiesa di San Lorenzo in Lucina, a due passi da Palazzo Chigi.  

       Umorismo per umorismo, cronache e retroscena riferiscono di una Meloni -sempre lei- “incartata” nella questione della sicurezza col suo appello alle opposizioni a fare la loro parte in Parlamento con la maggioranza. Ma mi pare che ad incartarsi siano state le opposizioni reagendo al solito loro modo, cioè dividendosi e dettando condizioni di copertura alle loro già ricordate divisioni e, in più, ambiguità.

       Intanto quelli di Alkatasuna, il centro sociale  di Torino un po’ gemello del Leoncavallo di Milano, hanno esultato per il “successo” della manifestazione a loro sostegno. La prossima volta sapranno fare anche meglio, al loro modo. Cioè peggio.

Per la piazza violenta la magistratura se la prende con la borghesia

Non ho altri titoli se non quello di un giornalista doverosamente curioso per occuparmi della protesta, chiamiamola così, della procuratrice generale di Torino Lucia Musti contro gli ambienti benestanti e dintorni, diciamo pure la borghesia, come hanno tradotto in parecchi. Ambienti che hanno sottovalutato, sino a fiancheggiarli, volenti o nolenti, protagonisti, attori e comparse della criminalità di piazza. Che proprio a Torino si è appena fatta vedere e sentire devastando, secondo le indagini giudiziarie, e picchiando con martellate anche un agente di Polizia già atterrato negli scontri, e inerme.

       D’accordo, per carità, sulla borghesia distratta e pasticciona, sulla quale potette contare anche il terrorismo, rosso e nero, negli anni giustamente chiamati di piombo. La borghesia dei salotti nei quali si scambiavamo lucciole per lanterne, informata da un Corriere della Sera che omise nei titoli il nome di Indro Montanelli -licenziato qualche anno prima e presosi così sul serio da fondare un giornale concorrente portandosi appresso “l’argenteria” di via Solferino- quando riferì delle pallottole sparategli addosso da terroristi desiderosi di fare carriera. Come poi avrebbero fatto altri col mio collega e amico Walter Tobagi ammazzandolo sotto casa come un cane, sempre a Milano.

       Ma ai borghesi in salotto, magari anche televisivo, e per strada, non certamente cresciuti leggendo Leo Longanesi, che ne avrebbe avuto solo orrore, per quanto ne avesse viste anche lui di tutti i colori, bisognerebbe dare, almeno per onestà intellettuale , se non coraggio civile, una buona compagnia. Buona, naturalmente, per modo di dire. Penso ai magistrati -sì, anche loro- che occupandosi d’ufficio, diciamo così, dei malintenzionati che mettono a ferro e fuoco le città li liberano troppo facilmente o li indagano per reati di gran lunga minori rispetto alle azioni compiute e documentate in diretta o in differita.

       Vedrete che prima o dopo -se non è già avvenuto espressamente, e non solo allusivamente con le proteste a sinistra contro le “strumentlizzazioni” politiche degli avversari- sarà contestato alla premier Giorgia Meloni il “tentativo di omicidio” da lei avvertito e denunciato correndo a visitare gli agenti feriti a Torino. Come le fu contestato nelle settimane scorse di avere avvertito e denunciato l’opera di “vanificazione”, se non addirittura di boicottaggio, che subiscono il  governo e  il Parlamento che ne approva le iniziative quando intervengono decisioni giudiziarie della solita, assoluta discrezionalità.

       Anche di questa discrezionalità in fondo ai magistrati tocca rispondere, consapevoli o no che siano, nel referendum genericamente intestato alla giustizia, magari anche con la maiuscola che io invece mi e vi risparmio, nel referendum del 22 e 23 marzo. Che, in realtà, tocca solo loro, la separazione delle loro carriere, la composizione dei loro organi rappresentativi di carattere istituzionale e la loro disciplina, quel poco cioè di responsabilità di cui davvero possono rispondere, essendo quella cosiddetta “civile” qualcosa di molto improbabile o aleatorio dopo il tradimento del risultato del referendum del 1987. Cui seguì una legge ordinaria che lo vanificò appunto.

       La campagna referendaria del no condotta dall’associazione nazionale dei magistrati e partiti o correnti di sostegno, anche cambiando il quesito per tradurlo truffaldinamente nella domanda a favore o contro la “subordinazione dei giudici alla politica”, già si è scontrata con la cronaca nera di cui i disordini di Torino sono stati gli ultimi in ordine cronologico. Temo, sempre per i promotori del no, che altra ne seguirà a beneficio delle ragioni del sì ad una riforma che contiene sì praticamente la magistratura, ma solo nella onnipotenza che si è attribuita ben oltre limiti, confini e altro della Costituzione.

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