Lilli Gruber assegna a Travaglio nel suo salotto televisivo la difesa della Meloni

Ieri sera a Otto e mezzo

         Bentornata naturalmente a Lilli Gruber a otto e mezzo, sulla 7 di Urbano Cairo, dopo le meritate vacanze estive, per parlare ieri sera di Giorgia Meloni “tra fantasmi e dura realtà”, con un titolo abbastanza chiaro, e trasparentemente critico verso la premier, incombente ogni tanto sullo studio con una foto di repertorio.  Una premier priva di parola, e di un difensore più o meno convinto e orgoglioso, cui dovrebbe prestarsi per ragioni di buon gusto una conduttrice dichiaratamente ostile alla Meloni, anche in una intervista al Corriere della Sera fresca di stampa, fattale per promuoverne la ripresa stagionale.

Sempre ieri sera a Otto e mezzo

         A questa omissione, in mancanza cioè di un Italo Bocchino di turno, direttore editoriale del Secolo d’Italia già organo ufficiale del Movimento Sociale,  l’altoatesina più celebre d’Italia, forse più ancora del campione ormai mondiale di tennis Jannik Sinner, ha ritenuto di mettere una pezza peggiore però del buco. Come capita sempre in queste occasioni ispirate a troppa furbizia. La Gruber ha assegnato alla Meloni un difensore d’ufficio davvero curioso: nientemeno che il direttore di giornale fra i più frequenti del suo studio televisivo in collegamento dalla redazione del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio. Che a domanda di servizio, diciamo così, della conduttrice ha confermato di essersi lasciato scappare di recente il riconoscimento di una certa intelligenza e scaltrezza alla premier. Paragonata al suo -di Travaglio- amico più stimato che è Giuseppe Conte, a torto scambiato e trattato a Palazzo Chigi dagli avversari come “un intruso”, un abusivo da ridimensionare e allontanare al più presto, nonostante si fosse rapidamente dimostrato addirittura il migliore capo del governo nella storia d’Italia dopo Camillo Benso di Cavour.

Dal Fatto Quotidiano di oggi

         Ma non per questo Travaglio -se è per questo, difensore anche questa mattina sul suo giornale del diritto della Meloni di avere per l’Italia una vice presidenza esecutiva nella nuova Commissione europea di Ursula von der Leyen, contestata invece da socialisti e verdi- si è spinto a dire in televisione che la Meloni merita il terzo posto dopo Cavour e Conte nella graduatoria dei presidenti nazionali del Consiglio. Le ha invece rimproverato  l’abitudine di piegarsi ai soliti poteri forti, interni e internazionali, ai quali vorrebbe piacere più che ai suoi elettori.

Il pollice di Travaglio con la Meloni alla fine si è piegato in giù come quello della Gruber e degli altri due ospiti fisicamente presenti ieri nel suo salotto: l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani, una volta tanto rigorosamente in cravatta, e la giornalista di 24 Ore Lina Palmerini.

         Per l’assente Meloni, pur generosamente risparmiata all’immagine della latitante consona al repertorio giudiziario di Travaglio, non c’è stato insomma nulla da  fare.

La coppia Renzi-Schlein che impensierisce anche il Nazareno

Dal Dubbio

In apparenza -ma solo in apparenza, come vedremo- Matteo Renzi non lascia mai senza risposta Giuseppe Conte, che ne contrasta la partecipazione al campo largo, larghissimo, minato, asciutto, bagnato dell’alternativa alla maggioranza e al governo di Giorgia Meloni. E sempre più contrasterà e porrà veti ora che il presidente del MoVimento 5 Stelle è in aperto conflitto col fondatore, garante, elevato, “sopraelevato” Beppe Grillo, come lui ha cominciato a chiamarlo sfottendolo e sfidandolo in una partita che potrebbe sfociare in una scissione, per giunta con le carte bollate. Conte deve allontanare da sé l’accusa ormai esplicita lanciatagli dal comico genovese di “abbracci mortali”. Che sarebbero già quelli col Pd di Elly Schlein, figuriamoci se allargati a Renzi, appunto. 

         Nelle sue reazioni apparentemente puntuali -ripeto- il senatore di Scandicci ha persino sfidato Conte a scegliere una sede di scontro diretto: in televisione, dove già ci sono conduttori prenotatisi ad organizzarne uno, o “in tribunale”. Cui Renzi ha fatto capire di potere rivolgersi per essere stato accusato dal suo antagonista di mischiare troppo politica e affari, anzi di privilegiare i secondi alla prima, che verrebbe usata per alimentarli.

         Ma, ripeto, tutta questa polemica è più apparente che reale. Renzi la svolge abitualmente in contesti più generali, nei quali prevalgono gli attacchi al governo Meloni, che pure in alcuni passaggi parlamentari non certo secondari del suo percorso ha potuto godere dell’appoggio dei renziani. E proprio per questo forse esso è oggi più esposto anche alle feroci ironie di un Renzi interessato a farsi vedere, sentire e apprezzare come un oppositore senza uguali.

Giuseppe Conte

         Non ho mai visto e letto, almeno sino al momento in cui scrivo, un intervento dell’ex segretario del Pd, ed ex presidente del Consiglio, diretto solo, interamente, esasperatamente contro Conte, per quanto questi cerchi in tutti i modi di provocarlo, avendo l’interesse politico a farlo anche per fronteggiare meglio, ripeto, l’ormai opposizione interna al movimento che conduce Grillo mescolando italiano e latino, oltre che italiano e dialetto genovese.  “Repetita iuvant”,  ha scritto e titolato di recente il comico sul suo blog personale finanziato anche con la consulenza che gli pagano le 5 Stelle.

         Vedrete che prima o dopo Renzi smetterà anche di rispondere a Conte nel contesto di polemiche più ampie. O lascerà per questo scontro la parola al giro dei suoi fedelissimi. L’interesse di Renzi sarà sempre più quello di una risposta a Conte, in sua difesa, da parte di Elly Schlein. Che lo stesso Renzi, rimediando per questo una strigliata di Goffredo Bettini, ha raccomandato al Pd fra i banchi, le salsicce, palchi e palchetti delle feste dell’Unità a tenersi ben stretta come leader, e come tale anche candidata -quando sarà il momento- a Palazzo Chigi. Non fatele -ha detto Renzi, in particolare, a Pesaro- quello che avete fatto a me, penalizzandolo con una scissione e spingendolo alla sconfitta elettorale nel 2018 dopo quella referendaria del 2016 sulla riforma costituzionale.

Renzi e Schlein

         Non è stato solo Bettini a cogliere in questa difesa della Schlein da parte di Renzi, intrufolandosi come ospite negli affari e umori interni del Pd, da lui pur abbandonato a freddo nel 2019, una cosa a dir poco antipatica o sospetta. Anticipatrice, forse, di un’ulteriore sorpresa del “penultimo” Renzi, come io lo chiamo. Che potrebbe essere addirittura un suo ritorno al Nazareno. Nulla si può francamente escludere scrivendo, parlando o pensando al senatore toscano.

         Dopo la reazione infastidita di Bettini sono arrivate le battute che non mancano mai a Pier Luigi Bersani, già segretario del Pd, uscitone in odio politico a Renzi e rientrato dopo qualche tempo, quando l’altro sembrava accasato nello spazio pur accidentato del cosiddetto terzopolismo, prima che ne scoprisse l’impraticabilità elettorale toccata con mano nei risultati delle elezioni europee. Bersani, aggravando in qualche modo una lamentela nascosta nell’auspicio che la pur apprezzabile e stimata segretaria apra o allarghi una discussione all’interno del partito, le ha posto una domanda, diciamo così, non so quanto più retorica o perfida. Che è quella sulla uscita davvero del renzismo dal partito del Nazareno. A intenditor poche parole, dice un vecchio proverbio.

Pubblicato sul Dubbio

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L’occasione mancata di Draghi per rianimare l’Unione Europea

Dal Corriere della Sera

Ormai i giochi sono stati fatti, anche se la nuova Commissione esecutiva dell’Unione Europea dev’essere ancora formata e formalizzata dalla presidente Ursula von der Leyen, confermata su designazione del Consiglio europeo dopo le elezioni di giugno ratificata dal Parlamento di Strasburgo. Una Commissione peraltro nella quale l’Italia sarà probabilmente rappresentata da un vice presidente provvisto di sostanziose deleghe, nonostante l’isolamento profetizzato, se non addirittura auspicato, dalle opposizioni per il voto contrario alla pur amica presidente fatto esprimere dalla premier Giorgia Meloni agli europarlamentari conservatori del proprio partito.

Da Repubblica

         I giochi, dicevo, sono fatti. Eppure nel vedere le immagini televisive e fotografiche della presentazione del suo rapporto sulla competitività di cui l’Unione Europea avrebbe bisogno per stare al passo dei tempi e non entrare in agonia, nell’ascoltarne alcuni passaggi e nel leggerne le sintesi giornalistiche non si poteva non rimpiangere l’occasione mancata di una presidenza eccezionale della Commissione come sarebbe stata quella di Mario Draghi. Che fu prospettata prima delle elezioni di giugno ma rapidamente scartata dalle cosiddette cancellerie considerandola troppo tecnica, politicamente non commestibile, diciamo così.  Bisognava rispettare i partiti, i voti che avrebbero conseguito e i rapporti che ne sarebbero derivati.

Dalla Stampa

Ad una soluzione eccezionale per tempi e problemi eccezionali, da investimenti per 800 miliardi di euro l’anno, si è insomma preferita una soluzione ordinaria, direi politichese, con tutto il rispetto personale e istituzionale che merita, per carità, la presidente tedesca confermata per il Partito Popolare che rappresenta, che ha conseguito il maggior numero di voti e di seggi e che l’ha sostenuta replicando praticamente lo scenario precedente alle elezioni.  Uno scenario preferito ad ogni altro soprattutto dal presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron e dal cancelliere della Germania Olaf Scholz.

Emmanuel Macron

Eppure Macron è alle prese con una situazione politica nel suo Paese che è, a dir poco, confusa e incerta, per quanto allo scopo di renderla chiara e stabile egli abbia sciolto anticipatamente il Parlamento, aperto a sinistra per impedire alla destra di vincere e nominare presidente del Consiglio un uomo al quale solo la destra può praticamente consentire di rimanere in carica nell’anno che dovrà passare prima che il presidente possa ricorrere ad altre elezioni anticipate.

Olaf Scholz

Sholz, dal canto suo, è appena uscito da elezioni locali peggio ancora che dalle elezioni europee di giugno, sorpassato e umiliato da una destra nibelungica di fronte alla quale potrebbe sembrare di sinistra la destra italiana vista con pubblico fastidio dal cancelliere, pur avendo nello scorso anno sottoscritto con la Meloni un patto di amicizia e cooperazione tra i due paesi già partecipi e cofondatori dell’Unione Europea. 

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Il risveglio amaro delle opposizioni dopo il sogno della crisi di governo

Da Libero

Con ottimismo di gramsciana memoria, cui notoriamente andrebbe accompagnato o contrapposto il pessimismo della ragione, la segretaria del Pd Elly Schlein si prepara addirittura a “governare”, pur essendole mancata l’occasione della crisi sognata dalle sue parti per la vicenda chiusasi con le dimissioni del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e la nomina del successore Alessandro Giuli.

La Schlein ha contato con le dita affusolate di una sola mano, mostrate al pubblico della tradizionale festa nazionale dell’Unità chiusa a Reggio Emilia, i punti del suo programma. Che di chissà quanto inchiostro avrà però bisogno per entrare nei dettagli, secondo le tradizioni della sinistra costate, per esempio, una volta a Romano Prodi, in versione Unione, un volume di più di trecento pagine e un governo di non più di 20 mesi.

Meloni e Zelensky a Cernobbio

         Lavoro, istruzione, diritti, sanità, industria e clima  insieme sono i temi o titoli della “piattaforma” elencati dalla segretaria piddina. Che per pudore -spero- ha omesso la politica estera, comunque titolabile, dove la confusione, le incertezze, le ambiguità del Pd e dei suoi potenziali alleati meriterebbero un editoriale del mio amico Paolo Mieli sul Corriere della Sera ancora più lungo e dolente di quello che ha ieri dedicato alla maggioranza di centrodestra e al governo Meloni scrivendo, in particolare, della guerra in Ucraina. A proposito della quale tuttavia l’insospettabile -credo- presidente Volodymir Zelensky, ospite del forum Ambrosetti a Cernobbio nella sua solita tenuta quasi militare, ha detto di non avere nulla da rimproverare all’Italia, nulla di cui dolersi col suo governo.  Ciò vorrà pur dire qualcosa, preceduto e seguito al suo incontro con la premier Meloni.

Giuseppe Conte

         Dubito che lo stesso potrebbe dire il presidente ucraino se a Palazzo Chigi ci fosse la Schlein e un suo governo miracolosamente cresciuto in quel pantano che è diventato, in linea con gli effetti dei temporali di questo epilogo d’estate, il “campo largo” dell’alternativa, o “giusto”, come preferisce chiamarlo Giuseppe Conte, preferendone uno di dimensioni minori ma da lui più controllabile o condizionabile. Magari tornando nel palazzo dal quale egli fu sostanzialmente rimosso da Matteo Renzi per lasciare il posto a Mario Draghi. Cosa che l’ormai ex anche “avvocato del popolo”, vista la percentuale ad una sola cifra cui, volente o nolente, ha ridotto il suo movimento fra i lamenti e le proteste del fondatore e “garante” Beppe Grillo, non gli ha ancora perdonato. E credo non gli potrà mai perdonare nell’estremizzazione o nell’arroccamento cui lo costringono i suoi rapporti proprio con Grillo: il “sopraelevato” pronto alla scissione anche per via giudiziaria se il sottoelevato -ha scritto di recente il comico sul suo blog personale sotto il titolo latino Repetita iuvant- dovesse abbandonarsi ad “abbracci mortali”, presumo, con la Schlein, ancor peggio anche con Renzi, appunto. Il quale, furbo come al solito, non ha degnato Grillo di una reazione. Ma in fondo neppure Conte per il suo veto ribadito contro di lui, aspettando che a difenderlo sia la Schlein, pena l’implicita ammissione della sua subalternità al presidente delle 5 Stelle.

Pier Luigi Bersani

         Più mi avventuro, con l’acqua metaforicamente alle ginocchia nel campo dell’alternativa allagato dalle intemperie politiche e più fatico a proseguire. E’ appena arrivato, d’altronde, da un Pier Luigi Bersani pur sorridente nelle battute e nelle metafore che produce in abbondanza un monito o lamento da non sottovalutare nel Pd da parte di chi ne conosce la cronaca e la pur breve storia, in fondo di soli 18 anni, lasciando in archivio le edizioni precedenti del Pci e sigle successive. In particolare, Bersani ha chiesto alla Schlein che il partito venga aperto di più, o semplicemente aperto, ad una vera discussione interna. Se non ricordo male, fu così che cominciò a suo tempo l’offensiva contro Renzi da parte di Bersani. Che non a caso ha anche chiesto alla segretaria del Nazareno se è proprio sicura che il Pd sia “derenzizzato” davvero, visto forse il favore col quale il senatore toscano ha potuto partecipare di recente alla festa pesarese del suo ex partito, moltiplicandone gli incassi e chiedendone ironicamente una parte.

Pubblicato su Libero

Il ritorno della politica con i piedi per terra, e l’acqua alle ginocchia….

         Finita l’emergenza del caso Sangiuliano, che non sarà chiuso, come ha avvertito la Repubblica di carta, ma di sicuro non ha più il potenziale critico della decina di giorni trascorsi fra la sua esplosione e la sostituzione del ministro della Cultura, la politica torna – anch’essa con l’acqua alle ginocchia- ai suoi problemi di contenuto e di schieramento, come li chiamava ai suoi tempi la buonanima di Ugo La Malfa. Che privilegiava peraltro i primi ai secondi, sino a ottenere, pur con i modesti numeri del suo partito dell’edera, che gli uni prevalessero sui secondi producendo formule non ordinarie di governi e alleanze.

         Fu in pratica anche l’effetto della prevalenza dei contenuti, peraltro emergenziali, sugli schieramenti anche il passaggio, a metà degli anni Settanta, della cosiddetta solidarietà nazionale, realizzata con due governi monocolori democristiani di Giulio Andreotti sostenuti dall’esterno dal Pci, il partito maggiormente antagonista della Dc sul piano elettorale. Solidarietà nazionale che ancora oggi persino storici di un certo nome confondono col compromesso storico teorizzato e proposto da Enrico Berlinguer per evitare che l’Italia finisse come il Cile, conquistato nel 1973 dai generali. Ma essa fu solo una variante, una deviazione di quella proposta del segretario comunista. Che infatti non riuscì ad entrare nel governo né direttamente né tramite qualche indipendente di sinistra eletto nelle liste del suo partito. E, lasciato uccidere dalle brigate rosse anche il suo maggiore interlocutore che era stato Aldo Moro, finì per ritirarsi dalla maggioranza spontaneamente e tornare all’opposizione.

Giorgia Meloni a Cernobbio

         Ma torniamo ai nostri giorni. Il centrodestra è tornato a doversi occupare principalmente della preparazione del bilancio, con annessi e connessi, in una situazione in cui la premier a Cernobbio ha giustamente avvertito che non possono essere consentiti sprechi, neppure quelli che vorrebbero alcune parti della sua maggioranza.

Dal Fatto Quotidiano

         Quello che una volta, ai tempi dell’Ulivo o dell’Unione di Romano Prodi si chiamava centrosinistra, senza trattino, alla maniera della pur tanto diversa prima Repubblica, ed ora si chiama “campo largo” in modo ottimistico, o “campo giusto” nella dimensione più contenuta e controllabile da chi preferisce questa dizione, che è Giuseppe Conte, mi sembra francamente messo peggio di quanto non fosse già all’esplosione del caso Sangiuliano, Che aveva fatto sperare ai campolarghisti, chiamiamoli così, di assistere all’harakiri della maggioranza. Adesso invece è proprio Conte, celebrato dal Fatto Quotidiano nella sua versione di guerriero dentro e fuori il movimento delle 5 stelle, a parlare di harakiri se dello schieramento “progressista” dovesse fare parte davvero anche Matteo Renzi. Che si può difendere dal veto solo chiedendo la protezione della segretaria del Pd Elly Schlein e sfidandola in pratica a scontarsi lei con Conte per conto suo.

Non vi sono chiavi per chiudere il caso dell’ex ministro Sangiuliano

         “Il caso non è chiuso” , annunciava ieri la Repubblica, nonostante Gennaro Sangiuliano si fosse dimesso e fosse stato già sostituito dal nuovo ministro della Cultura Alessandro Giuli. “Il caso non deve essere chiuso”, voleva in realtà titolare il giornale dell’opposizione, rinunciandovi solo per non aumentare le parole e ridurne il corpo.

La vicenda continua a occupare i giornali e la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Che ha dovuto parlarne a Cernobbio, rispondendo al direttore del Corriere delle Sera fra segni di disapprovazione del pubblico qualificato dello storico forum Ambrosetti non per quello che diceva, confermando la chiusura appunto dell’incidente, ma per il fatto stesso di doverne sentire parlare, ritenendo l’argomento non chiuso ma sepolto.

Maria Rosaria Boccia

         A volere tenere aperto il caso, prima ancora della magistratura che dovrà occuparsene per gli esposti già arrivati e in arrivo, fra i quali quello dello stesso ex ministro, sono le opposizioni fidando sulla stessa magistratura e sulla ex o mancata consigliera, assistente, amante di Sangiuliano, Maria Rosaria Boccia. Che non molla la presa delle sue vittime, in un elenco che ormai comincia non più con l’ex ministro da lei ritenuto bugiardo, reticente e quant’altro, e neppure con la moglie “capricciosa” che gli avrebbe imposto, prima ancora degli uffici del Ministero della Cultura, la rinuncia alla nomina già firmata a consigliera per i grandi eventi, ma con la presidente del Consiglio. Alla quale, per quanto appena dichiaratamente votata nelle ultime elezioni, apprezzandola politicamente, ha infilato ”i guantoni” per criticarli. Guantoni con i quali la premier l’avrebbe metaforicamente colpita denunciandone i modi, diciamo così, di scalare la notorietà e di perseguire il successo, diciamo così, di genere.

         La difesa della Boccia da parte delle opposizioni politiche e mediatiche, che pure avrebbero dovuto attaccare quella nomina da lei rivendicata avendo contestato l’ex ministro per averla solo tentata, è arrivata a punti, a dir poco, paradossali in un salotto televisivo. Dove per ragioni di cosiddetta privacy o addirittura buon gusto, cavalleria e dintorni è stato letteralmente impedito a più di un ospite di parlare del matrimonio sfortunato della signora. Il cui ex marito, ancora in attesa di registrazione del divorzio  per una firma che la signora non trova mai il tempo da apporre nei competenti uffici, ne ha provate tante da esprimere tutta la sua solidarietà umana all’ormai ex ministro Sangiuliano, esortandolo ad aspettarsi ben più di quanto non gli sia già capitato. Finirà, poveretto, per scambiarsi pure lui per Giuliano Sangennaro, come giocano gli spiritosi col suo nome.

La sensibilità politica di Facebook

         Che cosa non darei per parlare con qualche responsabile di Facebook e sapere come e perché ne abbia violato sensibilità, algoritmi e quant’altro, sino alla rimozione del mio post, scrivendo delle dimissioni di Gennaro Sangiuliano da ministro della Cultura e della sua sostituzione immediata con Alessandro Giuli come di un intervento di Giorgia Meloni al novantesimo minuto di una partita politica. Un intervento peraltro da me condiviso, non foss’altro per il merito di avere ripristinato il primato della politica in una vicenda avviatasi verso la solita deviazione giudiziaria. Cui è prontamente ricorsa l’opposizione con un esposto del deputato Angelo Bonelli alla Procura della Repubblica di Roma e lo stesso ormai ex ministro per difendersi dall’accusa di “ricattabilità” lanciatagli da Maria Rosaria Boccia in una delle sue tante reazioni pubbliche alla mancata nomina a consigliera per i grandi eventi dell’allora titolare del dicastero del Collegio Romano.

Che cosa non darei, ripeto, visto che in occasione di analoghe rimozioni di articoli nei mesi scorsi su altri temi, non sono riuscito a ottenere risposte alle richieste di chiarimenti e simili consentite per via telematica.

Meloni ha segnato al 90.mo minuto nella partita su Sangiuliano

L’ex ministro Gennaro Sangiuliano

         Meglio tardi che mai. Incoraggiata forse dietro le quinte da un presidente della Repubblica sfinito anche lui dalle cronache imbarazzanti dalle quali aveva cercato di tenersi fuori con qualche prevedibile fatica, la premier Giorgia Meloni  ha tagliato il nodo del suo ancora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano chiedendogli le dimissioni “irrevocabili”, dopo quelle che aveva respinto, ottenendole all’istante e sostituendolo con un altro comune amico e giornalista: Alessandro Giuli. Che, nominato a suo tempo proprio da Sangiuliano alla presidenza del Maxxi, l’acronimo del museo nazionale delle arti del ventunesimo secolo, si era già affacciato qualche sera fa al Ministero del Collegio Romano in visita non si sa se più di cortesia, di solidarietà, di esplorazione.  

Maria Rosaria Boccia

         Meglio tardi che mai, dicevo. Meloni ha segnato al classico novantesimo minuto il gol di questa partitaccia dalla quale non poteva uscire né con una sconfitta né con un pareggio. Ne è uscita con una soluzione politica, prima che sulla vicenda potessero prevalere le cronache giudiziarie innescate dalle opposizioni e dallo stesso Sangiuliano annunciando esposti e denunce contro quella che lui stesso aveva confessato ex amante, Maria Rosaria Boccia. Ma che era diventata -dopo la predisposta e poi  mancata nomina a consigliera per i grandi eventi- una spietata accusatrice di debolezze, bugie, ricattabilità.

Da Repubblica

         E’ una donna, questa Maria Rosaria Boccia, fisicamente immobile nelle sue interviste ma mobilissima negli argomenti e nelle sorprese, nelle rivelazioni e nelle allusioni. Sulle quali le opposizioni mostrano di volere ancora scommettere per tenere aperto un caso che invece la Meloni ha voluto o quanto meno cercato di chiudere. “Il caso non è chiuso”, ha titolato perentoriamente Repubblica, la nave ammiraglia della flotta di carta antigovernativa.  

Dal Corriere della Sera

         Sangiuliano ha lasciato il Ministero della Cultura portandosi via sulle spalle le sue gaffe, come lo ha immaginato o sorpreso sulla prima pagina del Corriere della Sera il vignettista Emilio Giannelli. Che però potrebbe rimpiangerlo come ha già fatto sulla Gazzetta del Mezzogiorno il suo collega Nico Pillinini. Che, temendo di perdere una buona fonte di ispirazione, ha disperatamente esortato l’ormai ex ministro a ripensarci.  

Dal Riformista

         Non sono solo i vignettisti in angoscia. Lo sono anche i titolisti. Che giocando sulla sequenza dei nomi avevano già anticipato la Meloni che “Boccia Sangiuliano”. Un cognome, quest’ultimo, che contiene, giocando con le minuscole e le maiuscole, come ha fatto il Riformista, anche quello dell’amico e successore dell’ex ministro.  

         Con la sua uscita dal governo Sangiuliano ha voluto restituirsi alla moglie, come ha scritto nella lettera di dimissioni seguendo il filo di una sua intervista al Tg1 commossa e pentita dei dispiaceri procurati anche a lei. Ma lo aspetta anche qualche nuovo incarico professionale alla Rai, dove aveva lasciato la direzione del Tg2 per andare a fare il ministro.

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Più di 70 anni di cronache politiche e giudiziarie sovrapposte velenosamente

Da Libero

La cosa che mi fa più rabbia, a dir poco, della vicenda che porta i nomi di Gennaro Sangiuliano e di Maria Rosaria Boccia, ed è esplosa alla fine di un’estate tanto calda quanto pazza, è che ancora una volta la politica italiana debba finire appesa ad una specie di cappio giudiziario.

         Sì, lo so.  La memoria, anche diretta per i meno giovani, vi riporta a una trentina d’anni fa, cioè alle “Mani pulite” del 1992 e seguenti. Quando dopo una banale udienza di separazione fra l’allora presidente del Pio Istituto Trivulzio di Milano, Mario Chiesa, e la moglie che protestava per il denaro che il coniuge le lesinava nonostante tutti i ricchissimi conti bancari all’estero, scattò nella Procura della Repubblica di Milano, e si diffuse ad altre in Italia, la vicenda di Tangentopoli. Costata la vita alla cosiddetta prima Repubblica.

         Eppure vi sbagliate, e di grosso. Questa maledizione della cronaca politica che incrocia quella giudiziaria e ne viene inghiottita, sopra e ancor più dietro le quinte, risale ad ancor prima: a più di 70 anni fa, quanti ne sono appena trascorsi -celebrati da tutti, anche da quelli che ne furono i più accaniti avversari- dalla morte di Alcide De Gasperi.

Alcide De Gasperi

         Nel 1953, dopo il suo ultimo governo dimessosi il 28 luglio, lo statista democristiano già seguiva con tristezza e apprensione la lotta nella Dc alla sua vera, non formale o provvisoria successione, che andò meno di un mese dopo a Giuseppe Pella su iniziativa personale dell’allora presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Al quale Attilio Piccioni, da molto tempo considerato l’esponente democristiano più affine a De Gasperi, aveva dovuto quasi misteriosamente rimettere l’incarico di presidente del Consiglio che aveva ricevuto.

         Tre mesi prima di quella rinuncia, esattamente il 9 aprile 1953, era stata trovata morta sulla spiaggia romana di Tor Vajanica, Wilma Montesi. Ed erano scattate indagini su feste, frequentazioni e altro avessero potuto avere a che fare con la sua tragica fine. Si diffusero voci di Polizia e dintorni sulla partecipazione di un figlio di Piccioni, il musicista Piero, a quel giro. Figlio che venne arrestato il 21 settembre 1954 e assolto nel 1957.

Attilio Piccioni

Attilio Piccioni ne sarebbe rimasto ugualmente segnato, per quanto fosse tornato ad avere incarichi di governo: vice presidente del Consiglio e per un po’ anche ministro degli Esteri fra il 1960 e il 1963 con Amintore Fanfani e Giovanni Leone presidenti. Mi onoro di essere stato, giovanissimo cronista parlamentare, fra i suoi ultimi, abituali frequentatori nei corridoi e sui divani di Montecitorio, dove lui andava quasi ogni giorno e, masticando qualcuna delle caramelle acquistata alla buvette, si lasciava di rado strappare qualche monosillabo alle domande sulle vicende del suo partito e del governo di turno.

         Erano, ripeto, non più di monosillabi. Dei quali tuttavia egli presto si pentiva e preoccupava al tempo stesso, sino a inseguire l’interlocutore appena allontanatosi per precisargli di non avergli detto “nulla”, ma proprio nulla. E l’interlocutore non aveva difficoltà a garantirgli la massima discrezione.

Giorgia Meloni e Carlo Nordio

         I tempi sono cambiati, gli uomini e le donne pure, persino le Repubbliche, essendovene una quarta almeno nel titolo di una trasmissione televisiva di un certo e meritato successo, nessuno dei cui ospiti ne ha mai contestato il nome. Ma questa maledizione, ripeto, della cronaca politica che incontra o produce la cronaca giudiziaria e ne viene travolta non è finita. E non so neppure, non riesco a immaginare se e quando finirà, per quanto meno di due anni fa sia nato un governo, per la prima volta a guida femminile, lodevolmente propostosi di restituire alla politica il primato assegnatole dalla Costituzione. E con un ministro della Giustizia come Carlo Nordio, che pur provenendo dalla magistratura, o forse proprio per questo, con l’esperienza fattasi con la pubblica accusa, è ben convinto del proposito e del programma datosi dal governo di cui fu parte.

Forza ministro, forza signora presidente del Consiglio, datevi da fare e non deludeteci, per quanti problemi o contrattempi possiate incontrare sul vostro percorso. E per quanti insulti possiate rimediare dai vostri avversari, largo o stretto, arido o limaccioso possa essere il loro campo.  E complimenti, signora premier, per avere sciolto alla fine il nodo Sangiuliano prima che si aggrovigliasse ancora di più.

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Quando è la politica ad abdicare e a consegnarsi al potere giudiziario

Dal Dubbio

Fra gli aspetti più paradossali, e tristi, di questa benedetta -si fa per dire- vicenda dell’ormai ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano c’è la necessità in cu egli ha finito di trovarsi di imboccare la strada giudiziaria per difendersi dalla “ricattabilità” contestagli dalla sua ex di tante cose Maria Rosaria Boccia.

         L’ex ministro cioè è stato praticamente costretto a seguire lo stesso percorso imboccato contro di lui dal deputato dell’opposizione Angelo Bonelli. Che ha depositato nel posto di Polizia della Camera un esposto alla Procura della Repubblica di Roma con undici allegati per presunto peculato e violazione del segreto d’ufficio in cui Sangiuliano sarebbe incorso intrattenendo rapporti con la Boccia.  

         Così i magistrati -o “il Soviet delle toghe rosse” sarcasticamente evocato da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano– non hanno dovuto alzare neppure un sopracciglio. La politica è finita spontaneamente fra i loro piedi e le loro mani. E temo che vi rimarrà a lungo anche in o per questa vicenda esplosa come un gossip e sviluppatasi come un dramma che non si sa, francamente, se più umano che persino istituzionale, dato che prima o dopo essa dovrà finire -temo anche questo- sulla scrivania del presidente della Repubblica, che ha cercato sinora di tenersene fuori. O ne è stato tenuto fuori da chi forse avrebbe potuto e dovuto chiedergli quanto meno qualche consiglio, risalendo la nomina di San Giuliano a ministro a un decreto del Capo dello Stato adottato a suo tempo “su proposta del presidente del Consiglio”, come dice l’articolo 92 della Costituzione.

Giorgio Napolitano

         Insomma, per farla corta e breve, ancora una volta il “primato della politica” -vi dice nulla questa espressione?- è stato piegato da quello della giustizia, secondo il “forte squilibrio” fra i poteri creatosi a favore della seconda una trentina d’anni fa e denunciato con nettezza dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrivendone pubblicamente alla vedova Craxi nel decimo anniversario della morte del marito Bettino. Che aveva ricevuto nelle sue vicende giudiziarie per il diffuso finanziamento illegale dei partiti, e più in generale della politica, un trattamento di una “severità senza uguali”. Trattato cioè come un capro espiatorio, e costretto ad andarsene a morire, con la malattia che aveva, in terra straniera per non rischiare di morire in un carcere italiano. O in una stanza d’ospedale piantonato da Carabinieri, come si era predisposto a disporre l’allora capo della Procura di Milano quando gli si profilò l’ipotesi di un rientro dell’ex presidente del Consiglio per farsi operare di tumore al rene in condizioni di migliore sicurezza sanitaria che a Tunisi.

         Il “primato della politica”, dicevo. Condiviso e sbandierato anche dalla destra ex o post-giustizialista dopo il suo arrivo al governo e ancor più alla guida di esso. Ne scrisse la premier in persona firmando il registro delle presenze dopo avere visitato a Testaccio una mostra in memoria di Enrico Berlinguer. Ma quale primato della politica “che è tutto”, come scrisse appunto la Meloni, e dove scorrendo le cronache della vicenda Sangiuliano nelle pieghe che hanno preso negli ultimi giorni?  

Beppe Grillo

         Verso un percorso giudiziario- non importa se solo civile e non penale, sempre giudiziario è- si avvia ormai anche la vicenda del MoVimento 5 Stelle per lo scontro in corso fra il fondatore e garante Beppe Grillo e il presidente Giuseppe Conte, deciso a discutere in una Costituente autunnale anche l’indiscutibile costituito secondo Grillo dal nome, dal simbolo e dal limite dei due mandati elettivi.

Dal blog di Beppe Grillo

Se finirà tutto in una causa, Conte da avvocato e professore di diritto è sicuro di vincerla. Altrettanto però Grillo e i suoi avvocati. Che nell’ultima sortita sul blog personale, sotto il titolo latino “Repetita iuvant”, per niente trattenuto dalle sue funzioni anche di consulente praticamente di Conte a contratto per la comunicazione, ha rivelato tutta la natura profondamente politica dello scontro. Egli ha scritto, in particolare, contro gli “abbracci mortali” del suo MoVimento col Pd e gli altri aspiranti al cosiddetto “campo largo” -o solo “giusto”, come Conte preferisce chiamarlo- dell’alternativa al governo Meloni. Del quale non vorrei che alla fine, per dispetto, Grillo dovesse comicamente prendere le difese proprio nel momento in cui esso appare più indebolito.

Pubblicato sul Dubbio

                          

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