La caduta di Grillo e Conte dalle cinque stelle ai materassi

Dal Corriere della Sera

Sopraffatti da eventi obiettivamente più importanti delle loro liti, ma anche graziati da chi forse si è reso conto di aver dato loro troppo credito per troppo tempo, Giuseppe Conte e Beppe Grillo, in ordine rigorosamente alfabetico, sono sfuggiti alle prime pagine di molti giornali nelle stalle o sui materassi su cui sono finiti dalle cinque stelle del loro movimento politico. O di ciò che n’è rimasto negli ultimi appuntamenti elettorali. Li hanno graziati infilandoli al loro interno, fra gli altri, Il Messaggero, Il Secolo XIX, Il Mattino, Il Gazzettino, Avvenire, il manifesto, Domani, l’Unità, il Quotidiano del Sud, la Gazzetta del Mezzogiorno, la Ragione (di nome e di fatto, nomen omen).

Sempre dal Corriere della Sera

         Lo scambio di minacce e scomuniche in posta elettronica certificata fra il presidente del movimento pentastellato e il fondatore, garante, elevato, sopraelevato e quant’altro è stato rappresentato impietosamente nelle prime pagine che hanno trovato uno spazio da dedicargli. “Totale” è stato definito questo scontro dal Corriere della Sera, che gli ha offerto pure il solito caffè di Massimo Gramellini, amaro per entrambi ma alla fine liquidatorio con quello che ha chiamato nel titolo “Il Conte del Grillo”.

Il caffè di Massimo Gramellini

         “Non ci sono dubbi su chi vincerà: lui”, ha scritto Gramellini di Conte, appunto. Aggiungendo: “Ma, dopo essersi sbarazzato in serie di Casaleggio junior, Gigino Di Maio e Beppe Grillo adesso rischia di imitare la regina Daenerys: la madre dei draghi (con la minuscola), eliminati tutti i rivali per arrivare a sedersi sul Trono di Spade, in una delle ultime scene della serie si ritrova a passeggiare tra cumuli di macerie”.

         La scena non dispiacerà alla segretaria del Pd Elly Schlein, un’altra “regina” a suo modo, che vuole Conte nel suo famoso “campo largo” dell’alternativa ma nelle minori dimensioni elettorali possibili, poco sopra magari quelle di Matteo Renzi, cui ha aperto per ultimo le porte di un’alleanza contro la Meloni.  

         Le macerie di quello che era riuscito a diventare addirittura, in un passaggio elettorale, il più giovane e insieme il più votato dei partiti italiani, saranno un po’ meno gloriose, e suggestive, delle rovine che Grillo e Conte insieme hanno chissà quante volte ammirato dall’albergo romano sui fori preferito dal comico genovese nelle sue gite più o meno ispettive nella Capitale.

Dal Giornale

Ora Grillo rischia anche non dico la povertà ma di sicuro la perdita di quello che Il Giornale ha sarcasticamente definito il suo “reddito di cittadinanza”. Che è di 300 mila euro annui: quanti gliene ha concessi Conte a suo tempo come consulente della comunicazione. Uno strano consulente e un’ancora più strana comunicazione, visto che fra carte piò o meno bollate il percorso imboccato da Grillo porta ad una scissione. Il movimento che doveva aprire il Parlamento come una scatola di tonno vi è finito dentro.   

Il centrodestra ligure di Marco Bucci soffre adesso di totite

Dal Dubbio

Mai dire mai, ha detto l’ex governatore della Liguria Giovanni Toti a Bruno Vespa che, dopo l’annuncio del patteggiamento con la Procura di Genova sul residuo ed evanescente reato di corruzione impropria, gli chiedeva nei suoi cinque minuti televisivi del 13 settembre se sarebbe tornato in politica al termine dei due anni e un mese di interdizione dai pubblici uffici. Che fa parte del pacchetto di pene -con le 1500 ore di lavori di pubblica utilità e la confisca di 84 mila euro- concordato con l’accusa per chiudere la vicenda esplosa il 7 maggio con l’arresto dell’allora governatore, sia pure ai domiciliari, per corruzione ed altro, dopo quattro anni di indagini e intercettazioni. Una durata a dir poco sproporzionata rispetto alla quale era già un mezzo miracolo che la maggiore accusa a Toti fosse risultata quella di corruzione.

Giovanni Toti e Marco Bucci

         Mai dire mai, ripeto. In effetti l’ex governatore potrebbe candidarsi alle prossime elezioni politiche nel 2027, successive alla fine dell’interdizione procuratasi col patteggiamento. Ma con chi potrebbe candidarsi Toti nello scenario bipolare del centrodestra e del “campo” dell’alternativa in cui forse vorrebbero entrare in troppi -da Matteo Renzi a Nicola Fratoianni attraverso il Pd e ciò che eventualmente rimarrà delle 5 Stelle- per rivederlo tornare davvero ? In questo campo, appunto, è improbabile immaginare l’ex governatore. Ma è diventato difficile immaginarlo anche nel centrodestra, specie se il suo patteggiamento, cadutogli addosso come una tegola, dovesse contribuire alla sconfitta di Marco Bucci, convinto personalmente dalla premier Giorgia Meloni ad accettare la candidatura alla regione dopo i primi e ripetuti rifiuti. Motivati anche per ragioni di salute nel frattempo non superate, essendo il sindaco di Genova in immunoterapia dopo un intervento oncologico.

         Ho scritto di tegola, ma si potrebbe anche scrivere di più per la sorpresa, diciamo pure lo sgomento avvertito nel centrodestra ligure e nazionale all’annuncio del  patteggiamento di Toti, al di là dei suoi aspetti strettamente giudiziari, politicamente e mediaticamente sfruttabile dal campo avverso, affrettatosi infatti anche a deridere l’ex governatore per la volontà precedente espressa di resistere fino in fondo a tutte le accuse della magistratura inquirente, sentendosi colpevole solo di avere governato bene la regione affidatagli dagli elettori. Ed è proprio la “confessione” orgogliosa di avere governato il titolo al quale Toti ha pensato, prima di patteggiare, per un libro in uscita, finito di scrivere proprio in questi giorni fra un editoriale e l’altro del Giornale delle famiglie Angelucci e Berlusconi che lo ha arruolato.

Giovanni Toti al Corriere della Sera

         L’ex governatore non può non avere messo nel conto del patteggiamento che ha preferito al processo i possibili danni al centrodestra ora affetto da totite, diciamo. “Spero di no”, si è limitato lui a rispondere al Corriere della Sera che dopo l’annuncio gli ha chiesto se la sua scelta difensiva non “influenzerà la campagna elettorale” per il rinnovo anticipato del Consiglio regionale, sciolto dopo le sue dimissioni presentate per uscire dagli arresti domiciliari. “Spero che la politica capisca”, ha aggiunto Toti.

La vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX

         Non mi è parsa conciliante col centrodestra, e le sue esigenze elettorali, la risposta dell’ex governatore all’ultima domanda di quell’intervista al Corriere della Sera così formulata: “Forse un Toti martire sarebbe stato più utile di un Toti che patteggia?”. “Non ho visto -ha risposto Toti- un lungo corteo accompagnarmi verso il Golgota. In tutta franchezza, girandomi con la croce sulle spalle. Tranne qualche eccezione, dietro c’era un imbarazzante vuoto”. Ed è proprio sullo “sfogo” sul Golgota da cui l’ex governatore ha voluto scendere che ha deciso di titolare, forse non a torto, il Corriere in prima pagina. Uno sfogo che ha fatto di Toti un mezzo pubblico ministero nei riguardi del centrodestra. Da cui in fondo è sceso come da una croce, pur rimandovi appeso in qualche vignetta come uno dei due ladroni del racconto evangelico del supplizio di Gesù. Ma, ripeto, il giornalista prestato alla politica dal suo compianto editore Silvio Berlusconi, poi sorprendendolo per certe iniziative troppo autonome, è convinto di non dover mai dire mai. E’ rimasto, tutto sommato, ottimista. Forse troppo. 

Pubblicato sul Dubbio

La rincorsa nei guai fra il governo e gli aspiranti all’alternativa

La “confessione” di Salvini

Non dico che si stia incartando, visti i sondaggi che lo premiano, ma sicuramente il governo ha problemi crescenti sul piano mediatico. Adesso c’è anche il conflitto esploso, anzi riesploso, con la magistratura per l’attacco di Giorgia Meloni al processo contro Matteo Salvini per il presunto sequestro di cinque anni dei migranti sulla nave Open Arms.  La premier si è fermata alla richiesta “incredibile” dell’accusa di  sei anni di carcere all’imputato, senza attendere la sentenza. E rendendola probabilmente più vicina alla condanna per la paura che potrebbero avvertire i giudici di essere condizionati dalla protesta della presidente del Consiglio. L’associazione nazionale dei magistrati ha subito intinto il cucchiaio in questa minestra.

Dal Foglio

         Tuttavia le opposizioni rincorrono il governo nei guai e finiscono per superarlo perché i loro guai, appunto, sono l’antidoto migliore ai malanni del governo. Non a caso si sono appena levate contro la crisi delle opposizioni due voci che nel Pd non potrebbero essere più lontane per temperamento e contenuti: quelle di Romano Prodi in un “colloquio” con Fabio Martini, della Stampa, e del governatore della Campania Vincenzo De Luca in una intervista al direttore del Foglio Claudio Cerasa, ammirato della melodia scatenata del suo interlocutore, facendone il titolo in inglese: unchained.   

Dalla Stampa

         Prodi ha ricordato a distanza  alla sua amica Elly Schlein -che esordì politicamente promuovendo l’occupazione delle sedi del Pd quando l’ex premier mancò l’obiettivo del Quirinale per i “franchi tiratori” del Nazareno nella votazione parlamentare- chiedendole: “Ma l’alternativa dov’è?”. “Nel governo -ha detto Prodi- sono emersi fenomeni di scollamento e di tensione ma poi, quando abbiamo letto gli opionion polls, abbiamo scoperto che la maggioranza tiene”, al contrario della Schlein che nei sondaggi è risultata penalizzata.

Vincenzo De Luca al Foglio

         Vincenzo De Luca, dal canto suo, anche lui critico col governo, sostenendone comunque il designato alla nuova Commissione europea, ha contestato già nel nome il progetto di alternativa coltivato dalla Schlein. “Il campo largo, che brutta espressione”, ha detto. E quando Cerasa gli ha ricordato i nomi anch’essi campestri di altre alleanze a sinistra, come l’Ulivo dei primi tempi di Prodi, lui lo ha interrotto dicendo: “Tutti ottimi simboli. Ma di sconfitte elettorali”, o di successi effimeri, con governi di breve durata e/o scioglimenti anticipati delle Camere.

Ancora De Luca al Foglio

         “Quando terminiamo  di ragionare -ha detto ancora De Luca riferendo dei rapporti con gli elettori- la domanda che ci fanno è sempre la stessa: l’alternativa a questo governo qual è?” “L’alternativa non c’è”, ha risposto da solo aggiungendo che “questo è il problema”. Appunto.

Dal Fatto Quotidiano

         Fra le opposizioni c’è comunque qualcuno messo peggio della Schlein: l’aspirante campista Matteo Renzi e, all’altro estremo,  Giuseppe Conte, vaffanculato dal garante del suo movimento Beppe Grillo, direbbe lo stesso Grillo con il suo linguaggio.

I sei anni “incredibili” di carcere -parola di Meloni- chiesti per Salvini

Da Repubblica

         Per quanto siano meno della metà dei 15 anni che lo stesso imputato si era ripetutamente vantato di rischiare solo per avere fatto il suo dovere governativo di “difendere i confini” nazionali minacciati dall’immigrazione clandestina, sembrano francamente un’enormità i sei anni di carcere – “incredibili”, ha commentato la premier Giorgia Meloni- chiesti dall’accusa contro Matteo Salvini nel processo noto come “Open Arms”. Che è il nome della nave del volontariato battente bandiera spagnola dalla quale nell’estate di cinque anni fa l’allora ministro dell’Interno ordinò di ritardare lo sbarco di 147 immigrati sequestrandoli -secondo l’accusa- in attesa che a livello europeo se ne concordasse la distribuzione.

La nave Open Arms

         Già indicato non a torto come il prodotto di una “ritorsione” politica dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte – il cui partito pentastellato aveva concorso alle scelte del ministro dell’Interno  prima che questi uscisse dalla maggioranza per tentare la strada delle elezioni anticipate sull’onda del successo conseguito nelle elezioni europee del 2019, arrivando addirittura al 34 per cento dei voti-  il processo autorizzato dalla maggioranza giallorossa contro Salvini per la vicenda dell’Open Arms è apparso in tutti i suoi limiti logici nella stessa requisitoria.  Che ha cercato di supplire con la fluviale lunghezza di sette ore alla scarsità di buon senso. Ancora una volta accantonato manzonianamente -come avrà forse pensato anche il capo dello Stato, cultore già in altre occasioni del grande scrittore e dei suoi Promessi sposi- per correre dietro al “senso comune”: quello di una certa impostazione del problema dell’immigrazione clandestina prevalente a sinistra. Dove è nato, prima ancora che negli uffici di una Procura, lo scambio di uno sbarco ritardato, e peraltro protetto da misure di sicurezza, per un sequestro di persone.

         Per sostenere questo scambio e smentire la rappresentazione di un processo alla politica perseguita legittimamente da un governo altrettanto legittimo, qual era quello di cui Matteo Salvini faceva parte come ministro dell’Interno, l’accusa ha distinto fra atto politico e atto amministrativo, negando il primo e attribuendo solo il secondo a Salvini.

         Non siamo ancora alla sentenza. E siamo ancora al primo grado di un processo che chissà di quanti anni avrà ancora bisogno per finire davvero, dopo i cinque trascorsi dai fatti. Che sono già  emblematici di un sistema giudiziario a dir poco anomalo. A dispetto del pessimismo gramsciano della ragione voglio esprimere l’ottimismo della volontà per un epilogo opposto a quello chiesto dall’accusa. 

         Anche un terrorista, certo, va salvato da un rischio di annegamento, ha ricordato a Salvini l’accusa. Come se qualche terrorista fosse annegato nel 2019 per soccorso negato dall’allora ministro dell’Interno. Ma di che cosa stiamo parlando in un’aula di Giustizia, con la maiuscola d’obbligo? Solo d’obbligo.

La Schlein al rovescio di sondaggio in sondaggio, di giorno in giorno…..

          Elly Schlein rischia di essere sempre più imprevista, come si definisce anche nel suo libro autobiografico appena pubblicato, ma al contrario, come il mondo descritto e temuto dal generale in aspettativa Roberto Vannacci, europarlamentare di assalto non si capisce bene se più nella o alla Lega, per quanto Matteo Salvini si fidi o mostri ancora di fidarsi di lui.  Ve lo ha portato, del resto, come indipendente fra il malumore e le preoccupazioni neppure nascoste di generali e colonnelli del Carroccio.

         Data da Renato Mannheimer in un sondaggio per Piazzapulita – che la Schlein ha seguito dallo studio di Carlo Formigli sorseggiando un bicchiere d’acqua- di circa un punto e mezzo sotto il 24,1 per cento delle elezioni europee di giugno, la segretaria del Pd si è vista oggi sul Corriere della Sera sotto di circa il doppio, scesa al 21,6 nel sondaggio di Ipsos condotto da Nando Pagnoncelli.

Nando Pagnoncelli

         Non è un bel scendere, bisogna ammetterlo, specie considerando le difficoltà quanto meno mediatiche in cui si è trovato il governo nelle ultime settimane.  Roba, per la segretaria del Nazareno, da farsi andare storta l’acqua in gola. Tanto più che con Pagnoncelli è andato ancor meglio che con Mannheimer quel diavolaccio di Giuseppe Conte, per quanto messo sulla graticola nel MoVimento 5 Stelle dal fondatore, garante, elevato, sopraelevato Beppe Grillo.

L’ex premier risulta salito nel sondaggio dell’Ipsos dal quasi 10 per cento di giugno al 13 per cento, e non al 12 di Mannheimer. Ciò potrebbe naturalmente portarlo a muoversi nel cosiddetto campo largo, come lo chiama la Schlein, o giusto, come preferisce lui, con minore rassegnazione alla leadership della segreteria del Pd eretta a monumento da Matteo Renzi nella sua rivoluzione d’estate. 

Ripreso da http://www.startmag.it il 15 settembre

L’imprevista segretaria del Pd perde voti ma non se ne accorge

Da Libero

Il buon Federico Geremicca, che conosce bene la sinistra per esservi nato e cresciuto familiarmente, trova Elly Schlein troppo “prudente”. E le ha chiesto sulla Stampa più coraggio, e chiarezza riformistica, anche a costo di sfasciare il campo dell’alternativa che cerca di costruire il più largo possibile, esteso da Matteo Renzi a Giuseppe Conte. Che ne sono i punti più distanti sotto ogni profilo.

Dalla Stampa di ieri

“Ci si può proporre per il governo del Paese -ha chiesto Federico- se non si è tutti d’accordo sul sostegno all’Ucraina? Si può stare assieme avendo idee così diverse in materia di giustizia e, talvolta, persino di Costituzione? Si può essere indifferenti di fronte alla crescente polarizzazione del mondo (Harris e Trump uguali non sono) e alla crisi montante del sistema Europa? “. Specie dopo la sveglia, mi permetterei di aggiungere- che ha cercato di dare Mario Draghi con il suo rapporto sulla competitività dell’Unione che ha incuriosito Giorgia Meloni, sino a chiedergli un appuntamento per parlarne a Palazzo Chigi, e lo ha reso ancora più ostico a Conte. Che non gli ha ancora perdonato di essergli succeduto proprio a Palazzo Chigi prima che vi arrivasse la premier in carica da quasi due anni.

Paolo Flores d’Arcais, un altro che conosce bene la sinistra ma di un tipo diverso da quello familiare a Geremicca, avendo preteso a suo tempo di ispirarla nella forma più estremistica e girotondina possibile, ha dato alla Schlein della “dadaista” in una recente intervista al Foglio. Dadaista, al di là del richiamo all’omonimo movimento di protesta sorto dopo la prima guerra mondiale, dal balbettio d’esordio -dada, appunto- emesso dai bambini come espressione vocale, senza significato.

Il sondaggio diffuso da Piazzapulita

E’ un po’ come ha fatto la segretaria del Pd nel salotto televisivo di Corrado Formigli rispondendo alle domande sul programma alternativo al centrodestra e ricorrendo ogni tanto nella insofferenza del conduttore, come una volta le capitò nel salotto adiacente di una Lilli Gruber che, pur con tutta la sua esperienza professionale, non riusciva a comprendere le sue risposte e le chiedeva come potesse immaginare di essere compresa dagli elettori. E infatti gli elettori dopo averla premiata nel voto europeo di giugno, spingendola al 24 per cento e facendole sorpassare di ben 14 punti il movimento grillino che la incalzava, mostrano segni di stanchezza e delusione, a dir poco.

Proprio nella Piazzapulita di Formigli, “l’imprevista”, come la segretaria del Pd si è compiaciuta di chiamarsi anche nel titolo del suo libro fresco di stampa, si è sentita e vista raccontare da Renato Mannheimer, con i dati di un sondaggio appena condotto di avere perso più di un punto e mezzo di “intenzioni di voto” rispetto ai risultati delle elezioni europee. Quasi quanto ha invece guadagnato il partito della Meloni pur con tutti gli accidenti, reali o presunti, del governo nelle ultime settimane, compresa naturalmente la vicenda intestata all’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e alla sua mancata consigliera, amica, amante e quant’altro Maria Rosaria Boccia. Che nella mancata -anch’essa- intervista a Bianca Berlinguer per la quarta rete berlusconiana ha voluto smentire o ridimensionare Sangiuliano pure nella relazione “sentimentale” da lui confessata in televisione, con tanto di scuse alla moglie. Se relazione vi è stata -ha avvertito la Boccia- non si è spinta sino al sesso. Povero Gennaro, mi è venuto spontaneo di dire con biasimevole spirito maschilista leggendo le parole riferite da Bianca e riportate fra virgolette sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Conte e Grillo

Mannheimer ha fatto alla Schlein la cortesia, cavalleresca e politica, di tradurre quel punto e mezzo perduto fra le elezioni di giugno e il suo sondaggio quasi autunnale in una “tenuta” del Pd. Una tenuta anch’essa dadaista, direi, perché si è trattato e si tratta, più realisticamente e semplicemente, di un arretramento. Paradossalmente opposto, peraltro, all’avanzamento di un Conte pur in difficoltà per le condizioni imbarazzanti, quasi comiche, in cui il MoVimento 5 Stelle si trova dopo l’offensiva aperta contro il suo presidente dal fondatore, garante, elevato, anzi “sopraelevato” Beppe Grillo, come lo stesso Conte lo ha ironicamente definito rifiutando di considerarsi sottostante.

Pubblicato su Libero

L’amaro Toti servito a sorpresa al banco elettorale della Liguria

Dal Corriere della Sera

L’amaro Toti non è servito al bar, né al ristorante alla fine del pasto per farlo digerire meglio. E’ solo il patteggiamento che l’omonimo governatore della Liguria ha servito a sorpresa prima delle elezioni regionali del mese prossimo per chiudere la vicenda che gli è costata 80 giorni di arresti domiciliari, oltre alla presidenza della regione. E per “scendere dal Golgota”, dove era stato “lasciato solo”, gli ha attribuito  il Corriere della Sera”.

Dal Fatto Quotidiano

         Di amarezza ha parlato lo stesso Toti per non poter “perseguire sino in fondo le ragioni d’innocenza”, dopo essere stato accusato di corruzione, concussione ed altro ancora. Un’amarezza mitigata dal “sollievo di vedere riconoscere” dagli inquirenti “una buona parte” di quelle ragioni col ripiegamento sul “reato evanescente di corruzione impropria”, da “atteggiamenti” più che da “atti”. Un reato tanto difficilmente dimostrabile dall’accusa quanto difficilmente contrastabile dalla difesa. Che ha ritenuto più vantaggioso patteggiare, appunto, due anni e un mese di carcere convertiti in due ore al giorno di lavori di pubblica utilità, l’interdizione temporanea dai pubblici uffici e la confisca di 84 mila euro ricevuti per finanziamento politico illegale da privati.

Dall’Unità

         Se l’amarezza debba prevalere sul sollievo o viceversa non è questione tuttavia di competenza del solo Toti e del suo legale. E’ questione che in qualche modo riguarda anche quanti, già elettori dello stesso Toti, o semplici cittadini e opinionisti schieratisi a sua difesa hanno condiviso una battaglia nella quale lui medesimo si era impegnato manifestando la volontà di resistere indefinitamente all’assalto giudiziario e mediatico cominciato il 7 maggio col suo improvviso arresto, sia pure ai domiciliari e non in una prigione vera e propria, dietro le sbarre di una cella. 

Da Repubblica

         Il patteggiamento, scontato nell’accettazione del giudice delle indagini preliminari, rischia di avere una ricaduta sulle elezioni regionali, presumibilmente più a favore del candidato della sinistra alla presidenza della Liguria, l’ex ministro Andrea Orlando, già esultante sui giornali, che di quello appena trovato dal centrodestra nella persona del sindaco di Genova Marco Bucci. Che è stato convinto personalmente dalla premier Giorgia Meloni ad una disponibilità che sembrava preclusa dalle sue condizioni di salute, oltre che dalla volontà originariamente espressa di portare a termine regolarmente il suo mandato di primo cittadino.

Marco Bucci e Giorgia Meloni

 L’immagine di debolezza che ogni patteggiamento, a torto o a ragione, si porta inevitabilmente appresso sul piano mediatico, potrebbe aumentare le difficoltà del centrodestra, per quanto allargato col generoso intervento di Bucci al consenso extrapartitico del cosiddetto localismo civico. “Non ne sapevo nulla”, ha detto lo stesso Bucci del patteggiamento di Toti.  

Ripreso da http://www.startmag.it

La molto curiosa “tenuta” elettorale attribuita al Pd di Elly Schlein

Renato Mannheimer

         Ospite di Carlo Formigli alla ripresa di Piazzapulita, rigorosamente in una sola parola,  la segretaria del Pd Elly Schlein si è preso dal sondaggista Renato Mannheimer un riconoscimento di “tenuta” sondaggistica che non merita, concessole contro i numeri che pure comparivano chiari nella tabella trasmessa dall’emittente di Urbano Cairo mentre il ricercatore li illustrava in collegamento dallo studio.

Schlein a Piazzapulita

         Rispetto ai risultati italiani delle elezioni europee di giugno Giorgia Meloni, nonostante i problemi quanto meno mediatici avuti tra la sorella, il quasi o ex cognato e l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, è salita col suo partito dal 28,7 per cento al 30:  di 1,3 punti quindi. La Schlein invece col suo Pd, nonostante i problemi- ripeto- della premier che avrebbero dovuto favorirla, è scesa di 1,6 punti dal 24.1, quindi sotto il 23 per cento delle intenzioni di voto.

Giuseppe Conte

         All’imprevista, come la Schlein ha voluto chiamarsi anche nel titolo del libro autobiografico che promuove tra piazze e salotti televisivi vantandosi di essere arrivata al vertice del Nazareno senza che nessuno se ne accorgesse, cogliendo cioè tutti alla sprovvista, è toccato non solo scendere nei sondaggi ma anche assistere al recupero di Giuseppe Conte, salito dal 9,9 a circa il 12 per cento. Eppure Beppe Grillo in persona sta cercando di mettere l’ex premier nelle classiche braghe di tela contestandone la leadership dalla “sopraelevata”, come lo sfotte lo stesso Conte, su cui viaggia nel MoVimento 5 Stelle in veste di garante, custode dei valori e simili. Un garante però che è anche a contratto come consulente della comunicazione a 300 mila euro l’anno, che secondo Luigi Di Maio dovrebbero essere altrettante “buone ragioni” per consigliargli di starsene buono e non rompere.

         Oltre che dal sondaggio di Mannheimer generosamente contraddetto dalla “tenuta” assegnatale a parole, la Schlein risulta in difficoltà anche per un certo malumore che va diffondendosi nel Pd per la sua riscoperta, diciamo così, di Matteo Renzi, non molto popolare nel partito da lui abbandonato nel 2019 dopo la sconfitta elettorale dell’anno precedente. Non parliamo poi dei dintorni del Nazareno.

Paolo Flores d’Arcais

         Senza volerla appendere al giudizio negativo appena espresso in una lunga intervista al Corriere della Sera da Ornella Vanoni, che potrebbe risultare sospetta per la nostalgia che ha manifestato dei compianti Bettino Craxi e Giulio Andreotti, conviene forse ricordare quanto ha detto qualche giorno fa della Schlein l’ormai ex direttore di Micromega Paolo Flores d’Arcais. Che di Craxi e Andreotti aveva scritto a suo tempo come di due filibustieri, non solo politici.

Dal Foglio

         “Qualche chiacchiera, ma nessuna azione politica. Non solo: spesso ascoltandola, si ha l’impressione di assistere a una performance dadaista. Di pessima qualità, sia chiaro. Aggira i problemi, i piedi in quattro scarpe”, ha detto testualmente Paolo Flores d’Arcais della Schlein parlandone al Foglio.  

Ripreso da http://www.startmag.it il 14 settembre

Tutte le ciambelle senza il buco sfornate dalle opposizioni

Le opposizioni stanno forse sfornando troppe ciambelle senza il buco, per quanto maggioranza e governo di centrodestra, o destra-centro, abbiano sicuramente i loro problemi.

Dalla Notizia

         Sul terreno, per esempio, dei diritti elencati dalla segretaria del Pd Elly Schlein fra le cinque priorità dell’alternativa, in un campo non importa quanto largo, è appena svanita nell’aula della Camera la scommessa sulla disponibilità di Forza Italia a votare diversamente o contro la maggioranza. Una modifica calendiana al disegno di legge sulla sicurezza per introdurvi il cosiddetto ius scholae, cioè la cittadinanza ai figli di immigrati dopo un corso decennale di studi, è stata liquidata come “un giochetto” dal pur favorevole segretario forzista Antonio Tajani, nonché vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, e bocciata dai parlamentari del suo partito. “Abbiamo scherzato”, gli ha fatto dire in un titolo intinto nell’inchiostro rosso il giornale grillino La Notizia.

Dalla Stampa

         Più o meno esultanti alla notizia del rinvio, pur breve, della formazione della nuova Commissione dell’Unione Europea dopo i veti annunciati dai socialisti e dai verdi contro una vice presidenza esecutiva al commissario italiano, le opposizioni politiche e mediatiche sono rimaste gelate fuori stagione dalla notizia, diffusa per esempio dalla Stampa, che la presidente tedesca Ursula von der Leyen, spalleggiata dal suo Partito Popolare, il maggiore nel Parlamento di Strasburgo, “su Fitto non arretra”.

Dal Secolo XIX

         In Liguria, dopo le dimissioni strappate al presidente della regione Giovanni Toti con lunghi e ribaditi arresti domiciliari, e una manifestazione di piazza a Genova a sostegno delle accuse giudiziarie di corruzione, concussione e simili, le opposizioni pensavano di avere già in tasca la Regione, in attesa  delle elezioni di ottobre con la candidatura dell’ex ministro piddino Andrea Orlando. Ma il centrodestra ha messo ieri ufficialmente in campo il popolare sindaco di Genova Marco Bucci con un intervento personale della premier Giorgia Meloni. Alla quale il vignettista Stefano Rolli sulla prima pagina del genovese Secolo XIX ha fatto dire romanescamente alle opposizioni: “Bucci vostri”.

         Per quanto largo, esteso fino ai renziani disposti a parteciparvi quasi in incognito per aggirare i veti grillini, il campo ligure dell’alternativa non è più la prateria immaginata dalle opposizioni, grate alla magistratura per avere fatto fuori l’ormai ex governatore.

Sangiuliano e Boccia

         Anche sulla vicenda dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano umanamente e politicamente travolto dalla storia dei suoi rapporti con Maria Rosaria Boccia, dichiaratamente “sentimentali”, almeno da parte di lui, ma sostanzialmente platonici nella versione di lei, alla fine le opposizioni stanno rischiando di essere travolte pure loro dal troppo credito fornito all rivelazioni, allusioni e quant’altro della mancata consigliera del Ministero della Cultura per i cosiddetti grandi eventi.

Il sesso mancato nell’avventura costata a Sangiuliano la carica di governo

Dal Dubbio

Bianca Berlinguer si è ben rifatta dell’appuntamento televisivo mancato sulla quarta rete berlusconiana con Maria Rosaria Boccia, tiratasi indietro all’ultimo momento, dopo che l’annuncio dell’intervista aveva già provocato trambusto. Compreso lo sbigottimento, a dir poco, attribuito alla premier Giorgia Meloni in persona.  I cui rapporti con i figli di Silvio Berlusconi quanto più sono dati ufficialmente per buoni, specie da Pier Silvio e Marina, e da Antonio Tajani, quanto più vengono raccontati tesi, o problematici, nei retroscena giornalistici.

Bianca Berlinguer

         Anche se mancata formalmente, poco importa a questo punto per quale motivo, compreso quello più negativo indicato nella paura attribuita alla Boccia di affrontare nello studio televisivo della Berlinguer domande improvvisate dei giornalisti, l’intervista della mancata consigliera di Gennaro Sangiuliano al Ministero della Cultura è stata più che compensata dal succinto racconto che Bianca Berlinguer ha fatto delle sue conversazioni con la “dama di Pompei”. Come viene spesso chiamata la protagonista della vicenda costata a Sangiuliano la carica di governo.

Dal Corriere della Sera di ieri

         “Mi ha detto -ha raccontato la Berlinguer della Boccia nel virgolettato attribuitole da Fulvio Fiano sul Corriere della Sera– che non ha avuto una relazione sessuale con il ministro e che questo si chiarirebbe dalla telefonata in cui aveva sentito la moglie dire di stracciare la nomina. La moglie sapeva che questa relazione non c’era”. Una conversazione fra i coniugi notoriamente registrata e conservata dalla Boccia grazie alla modalità della viva voce consentitole dall’ancora ministro nella vana speranza che potesse servire all’amica per capire le ragioni per le quali non poteva portare a termine le procedure della nomina a consigliera già avviate. “Un capriccio”, ha poi definito la reazione della signora Sangiuliano in una intervista alla 7 la Boccia, già sorpresa e infastidita dalla rivelazione che l’ancora ministro aveva fatto, anche lui in televisione, al Tg1, del rapporto “sentimentale” con la sua ormai ex collaboratrice, accompagnatrice e altro.

Sangiuliano con la moglie

         Insomma per dirla in termini brutali, come si fa parlando di queste cose e di queste situazioni, fuori e dentro le redazioni dei giornali, la Boccia a Sangiuliano non gliel’ha data. Di più, almeno per ora, la stessa Boccia non ha voluto dire o far capire: quante volte, per esempio, l’allora ministro ci abbia provato e quante si sia sentito eventualmente respingere. Speriamo, per entrambi, che anche questo non finisca nel contenzioso giudiziario annunciato dallo stesso Sangiuliano parlandone prima col suo avvocato e poi con i giornalisti.  Sono sempre cose che possono divertire, di certo, far salire di qualche punto gli ascolti televisivi o diminuire le rese dei giornali stampati che ancora arrivano nelle edicole, ma di solito si ritorcono contro le entrambe parti della commedia.

         Entrambe le parti, dicevo. Ma per un certo pubblico maschilista, come si ha l’abitudine di definirlo, e che penso abbondi nell’elettorato della destra che dovrebbe premere di più all’ex ministro, quest’ultimo è quello che rischia di uscire peggio dalla rappresentazione ultima -o penultima- della Boccia. Un amore ridotto allo stato platonico, poco o per niente ricambiato, riduce di molto o azzera, come in un colpo di grazia, le circostanze attenuanti che magari l’ex ministro si sarà guadagnato nel giudizio di certo pubblico. E che amici e colleghi gli hanno concesso scrivendone e parlandone, alcuni anche consigliandogli le dimissioni ancor prima che egli le maturasse e formalizzasse sia nella versione revocabile sia in quella irrevocabile del finale, spontanea o imposta che sia stata negli incontri e nelle telefonate con “Giorgia”. Come Sangiuliano ha tenuto a chiamare la premier nella lettera davvero conclusiva della sua avventura di governo. 

         Il re è nudo, si dice del sovrano e, più in generale, di chi subisce una caduta o un rovescio d’immagine. Direi, in questo caso, nudissimo se il dizionario lo potesse permettere. Neppure quello elettronico lo prevede, se non per riferirsi a qualche fondotinta.

Pubblicato sul Dubbio

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