Quell’Inferno vuoto immaginato o preferito dal Papa, pur fra tante mostruosità in terra

Francesco

         In una intervista curiosamente ignorata dalle prime pagine dei giornali, che ormai arrivano nelle edicole scampate alle chiusure non per vendere copie ma per passarvi prima delle rese e del riciclo della carta, Papa Francesco è tornato a parlare dell’Inferno, con la maiuscola di Dante Alighieri nella sua Divina Commedia illustrata nei secoli da fior di artisti ispirati dalle descrizioni dei dannati alle prese con le loro condanne.

Francesco

Fra il compiacimento, i sorrisi e i ringraziamenti di Fabio Fazio, giustamente orgoglioso -per carità- dell’abitudine conquistata nei rapporti televisivi e professionali, forse anche di fede ormai, nel Pontefice regnante dalla Casa di Santa Marta, Francesco ex Giorgio ha confermato la sua preferenza, se non certezza di un Inferno “vuoto”. Non affollato o solo abitato, neppure da quell’unico cristiano da lui confessato nei cinquant’anni e più di sacerdozio e non perdonato. Un cristiano, o una cristiana, di cui magari io da intervistatore avrei cercato di farmi indicare non solo il genere ma all’incirca anche la colpa commessa, tanto grave da incorrere nell’eccezionale rifiuto del perdono da parte di un Papa propostosi come rappresentante in terra di un Dio che perdona sempre e tutto, e tutti, senza mai stancarsi e pentirsene.

Fabio Fazio

         Nei panni di Fazio, anche a costo di farmi mandare a quel paese, con la minuscola, e di precludermi ogni altra intervista, in collegamento col Vaticano o direttamente col Papa nello studio televisivo della Nove, avrei interrotto l’augusto ospite per chiedergli non solo qualche particolare -ripeto- sull’unico perdono negato nella sua funzione di confessore, ma anche se non ritenesse di esagerare in carità, generosità eccetera eccetera di fronte a tutto quello che accade nel mondo. E che fa disperare pure lui, tanto da averlo ammutolito nella recente messa pasquale al momento dell’omelia, preferendo il silenzio del dolore e dello sconcerto in una Terra affollata -diversamente dall’Inferno “vuoto” che lui immagina e preferisce- di criminali che hanno appena tirato le cuoia, o ai quali manca poco per tirarle pure loro. Ma nel frattempo disseminano di morti e atrocità quasi ogni angolo di questo pianeta.  Magari, tanto per fare qualche nome, dal Putin che sta facendo rovesciare sugli ucraini più bombe di sempre a quel regista, ben nascosto in qualche albergo di lusso nel Medio Oriente, del terrorismo palestinese che ha cinicamente  fatto della popolazione di Gaza il proprio scudo.

Giovanni Paolo II nel 1993 in Sicilia

         Santità, non se l’abbia  a male per la mia sincerità forse da infedele, non più fedele, ma preferisco modestamente il ricordo di quel Suo, in fondo, non lontano o lontanissimo predecessore Giovanni Paolo II. Che una volta parlando in Sicilia e intimando ai mafiosi la resa li mandò in largo anticipo all’Inferno.  Dove credo, a dispetto del vuoto immaginato e preferito da Francesco, che qualcuno di loro stia scontando quello che si è meritato.

Dalla mucca all’elefante nell’angusta sede del Pd al Nazareno

Goffredo Buccini sul Corriere della Sera

Per quanto ristretta in un vecchio palazzo del centro a Roma dove, a furia di ristrutturazioni gli spazi si sono più ridotti che allargati, ricavando per esempio più stanze da un salone, la sede nazionale del Partito Democratico è affollata di animali alquanto ingombranti. Alla destra travestita da mucca, e resa famosa dall’ex segretario Pier Luigi Bersani parlandone nei salotti televisivi ben prima della vittoria di Giorgia Meloni nelle elezioni politiche anticipate del 2022, possiamo aggiungere una presunta sinistra travestita da elefante in cui si è riconosciuto con un certo compiacimento il governatore della regione pugliese Michele Emiliano in una intervista al Corriere della Sera. E pazienza se Goffredo Buccini, l’ìntervistatore, lo ha visto e descritto, in dimensioni più modeste, come “un grosso gatto dal pelo arruffato”. Quale in effetti sembra vedendolo, per esempio, in una foto recente che lo ha ripreso su un palco a Bari col sindaco della città e compagno di partito Antonio Decaro, da lui messo in imbarazzo descrivendolo come una specie di figlioccio politico raccomandato a suo tempo alla benevolenza e protezione della malavita imperante nella città vecchia e sfidata dal giovane assessore ai trasporti con una forte limitazione al traffico. Una rappresentazione che Emiliano ha riconosciuto nell’intervista come infelice, ma che ha politicamente arricchito di un’altra rappresentazione scomoda, diciamo così: di un sostanziale profugo del Psi, ai tempi del dissolvimento di quel partito sotto l’incalcare delle Procure della Repubblica, da lui soccorso e portato in alto nell’amministrazione comunale e nel partito.

         Ma non solo dell’adozione di socialisti sbandati o impauriti negli anni, chiamiamoli cosi, del terrorismo giudiziario, quando ne venivano arrestati all’alba davanti a truppe televisive tempestivamente allertate, può vantarsi Emiliano. Egli ha raccontato alll’intervistatore del Corriere della Sera  di avere portato dalla sua parte, prima da sindaco e poi da presidente della regione, gente di destra attratta semplicemente da “passione politica”, compresa quell’assessora quasi primatista di preferenze appena dimessasi dopo l’arresto del marito, e il suo coinvolgimento personale nelle indagini, per mercato di voti al prezzo di 50 euro ciascuno.

Conte e la segretaria del Pd

         Con questa specie di autobiografia politica Emiliano non si è forse accorto di poter essere scambiato per uno dei tanti “cacicchi” e “capibastone” dei quali Giuseppe Conte ha appena invitato Elly Schlein a liberarsi nel Pd per poter continuare ad aspirare ad un’alleanza con i grillini. Che Emiliano sostiene e non ritiene irrimediabilmente compromessa dai pasticci baresi. E neppure da quelli emersi in Piemonte, o in arrivo da altre parti d’Italia.

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Il cappio suicida della questione morale non risparmia nessuno….

Da Libero

“Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”, scrisse Aldo Moro alla moglie -la “dolcissima Noretta”- nella sua ultima lettera, incompiuta, prima che gli aguzzini lo ammazzassero dopo 55 lunghi, penosi giorni di prigionia. Chissà se in quel desiderio di “vedere dopo” ci fossero solo le immagini struggenti dei familiari e non anche quelle meno o per niente struggenti dei cosiddetti amici di partito per rilevare di cosa sarebbero stati capaci di fare senza di lui, dopo averlo abbandonato ai brigatisti rossi in nome della cosiddetta linea della fermezza.

Il Moro restituito dalle brigate rosse

Certo, quegli “amici” non furono capaci di molto se non riuscirono a fare sopravvivere il partito più di 15 anni, quasi tutti solo grazie alla ritrovata alleanza politica con i socialisti di Bettino Craxi. Altrimenti la Dc, abbandonata a sua volta dopo la morte di Moro dai comunisti pur avendone ottenuto la fine nella vicenda del sequestro, sarebbe morta anche prima.

Elly Schlein e Giuseppe Conte

         I comunisti e i loro eredi, con tutti gli aggiornamenti anagrafici, sono sopravvissuti soprattutto nel Pd. Ma a che prezzo? Assai alto, penso, vista anche la nemesi della cosiddetta questione morale -evocata ieri da Mario Sechi combinando il ricordo di Eugenio Scalfari e quello di Enrico Berlinguer- che si è ritorta contro di loro per mano dell’ultimo Conte della politica: quello che non ha voluto condividere le primarie a Bari, per le comunali di giugno, col Pd compromesso nel cosiddetto voto di scambio. E la Schlein, questa specie di Giovanna d’Arco del Nazareno, non ha potuto neppure lamentarne la “slealtà” senza rimediare dall’ex premier l’invito perentorio alla ritrattazione per lasciare aperto lo spiraglio a qualche accordo futuro in sede locale attorno al candidato grillino di turno, e a livello nazionale attorno alla sua personale, arcinota aspirazione a tornare a Palazzo Chigi.  

Pietro Nenni

         Eppure Pietro Nenni non ebbe bisogno di assistere alla Tangentopoli ferale della prima Repubblica per ammonire, alla sua alba, sui rischi di certe rincorse. C’è sempre uno più puro che ti epura, avvertì inutilmente il leader socialista.

         Craxi, l’erede di Nenni nel Psi , si starà godendo dall’aldilà lo spettacolo riparatore dei suoi avversari- compagni di un tempo, come fratelli-coltelli, che stanno subendo il trattamento riservatogli più di trent’anni fa. Quando dopo le elezioni del 1992 cavalcarono la campagna giudiziaria e mediatica di “Mani pulite”, come vennero chiamate le indagini giudiziarie sul pur generalizzato fenomeno del finanziamento illegale dei partiti, per liberarsi di lui come capro espiatorio di quella vecchia pratica.  

Bettino Craxi e Achille Occhetto

         Eppure “il cinghialone”, come il segretario socialista veniva chiamato anche negli uffici della Procura di Milano, aveva offerto al Pds-ex Pci guidato da Achille Occhetto alle Botteghe Oscure, e da Massimo D’Alema al gruppo della Camera, una svolta sorprendente per parecchi suoi amici: l’offerta di memoria demartiniana di andare insieme al governo o insieme all’opposizione. Ma Occhetto pose la cosiddetta questione morale contro i socialisti per la vicenda di Tangentopoli, che pure aveva coinvolto anche Botteghe Oscure. Dove Raul Gardini era entrato con una borsa piena di soldi svuotata non si riuscì, o non si volle mai capire e scoprire in quale ufficio esattamente, di quale dirigente.  Per Craxi invece venne adottata la formula del “non poteva non sapere”. “Craxi, dunque colpevole”, fu il titolo scelto dall’amico e avvocato Nicolò Amato per un celebre libro pubblicato nel 2013 sui suoi processi.

Silvio Berlusconi

         Non deve passarsela male, nell’aldilà, neppure Silvio Berlusconi di fronte allo spettacolo terreno, e tutto italico, dei magistrati a rischio più che concreto, dopo un decreto legislativo varato dal Consiglio dei Ministri e firmato dal presidente della Repubblica, delle prove psicoattitudinali all’inizio della carriera. Ma -spero- anche nel proseguimento, man mano che crescono le loro funzioni, e la disponibilità che hanno della libertà e altro ancora dei cittadini. Berlusconi per avere sospettato pubblicamente che fossero matti i magistrati che l’avevano scambiato per un delinquente seriale dovette moltiplicare le spese per i legali, allungandosi ulteriormente l’elenco delle sue… pendenze giudiziarie.

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La povera Bari -si fa per dire- retrocessa da città a voce del verbo barare…

         Vale in tutti i sensi il gioco di parole che Vauro Senesi fa oggi tra Bari città e voce del verbo barare nella vignetta del Fatto Quotidiano, senza scadere per fortuna nella volgarità di certi suoi colleghi sul giornale di Marco Travaglio.

Dalla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno

Da una parte c’è Giuseppe Conte che rinfaccia a Elly Schlein la Bari amministrata dal Pd, e centro ormai di un ginepraio forse peggiore della Tangentopoli nazionale di una trentina d’anni fa. Dall’altra c’è la Schlein che accusa l’ex premier di barare nella partita che ha spregiudicatamente aperto approfittando del voto di scambio emerso da una delle tante inchieste giudiziarie pugliesi per fare saltare le primarie di domenica sul candidato del cosiddetto o presunto campo largo a sindaco della città. E alzare così la posta del concorrente grillino Michele Laforgia, cercando di aumentarne l’attrazione elettorale senza passare per una competizione interna regolare col piddino Vito Leccese. A favore del quale la segretaria del Pd ha voluto accorrere in piazza da Roma per tenerlo comunque in gara, anche o soprattutto dopo la mossa “sleale” di un Conte che, offeso, ha a sua volta rilanciato intimando alla Schlein di ritirare l’insulto per lasciare ancora qualche prospettiva ad un campo che ormai non è più né largo, né stretto, né lungo né corto, né giusto, secondo gli aggettivi usati sino a ieri, ma semplicemente “rotto”. Così grida il titolo di apertura scelto felicemente dalla Gazzetta del Mezzogiorno oggi per rappresentare la situazione creatasi a sinistra in vista delle amministrative baresi di giugno.

Dalla prima pagina del Foglio

A quella prova il centrodestra, pur privo di un candidato, come gli ha rimproverato a torto o a ragione Il Foglio, può arrivare vincendo senza combattere sui “più fessi dei fessi” che sono diventati i suoi avversari. Esso vincerebbe grazie alla rottura creata nel campo opposto da Conte, secondo l’altra accusa lanciatagli dalla Schlein costretta ad una polemica evitata, o lasciata sotto tono, in tante altre occasioni, persino parlamentari, di frizione e spietata concorrenza fra un Pd leggermente avanti nei sondaggi elettorali e un Movimento 5 Stelle leggermente indietro.

La vignetta del Corriere della Sera

Quello dei consensi che si contendono i due partiti maggiori del campo “alternativo” al centrodestra, come lo chiama Pier Luigi Bersani preferendo questo ad ogni altro aggettivo, non sarà il mercato del “voto di scambio” messo in bocca ad una signora sulla panchina di un giardinetto da Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera, ma è sicuramente il terreno inclinato su cui ormai si muove lo schieramento presumibilmente, o presuntuosamente, progressista. A capo del quale qualche anno fa Nicola Zingaretti e Goffredo Bettini, del Pd, misero imprudentemente l’ancora presidente del Consiglio Conte. Che si è affezionato al ruolo e non intende rinunciarvi, a nessun costo.

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Il discredito della politica si ripercuote anche sul mercato dei voti

Dalla prima pagina del Dubbio

Anche al netto, diciamo così, del livello locale del mercato dei voti su cui è esplosa l’ennesima bomba giudiziaria pugliese- in una regione di 4 milioni di abitanti o in un Comune di 25 mila come Triggiano, della città metropolitana di Bari- è avvilente scoprire o solo sospettare, volendo essere garantisti, che un elettore si deprezzi ormai anche a meno di 50 euro l’uno. I vecchi, anzi noi vecchi, abituati ancora dopo più di vent’anni a rimisurare tutto con la vecchia moneta nazionale, potremmo magari consolarci dicendo che in fondo si tratta di quasi 100 mila lire.

La motonave Achille Lauro

         Con queste tariffe avremmo fatto le nostre fortune a Napoli e dintorni ai tempi di Achille Lauro, anche se il “comandante” preferiva pagare i suoi elettori in merci, specie di abbigliamento, preferibilmente scarpe, potendone dare in anticipo una e poi, dopo il voto, consegnare l’altra del paio concordato al mercato nero. O azzurro, che era il colore preferito dell’armatore monarchico già prima che lo adottasse Silvio Berlusconi: azzurre come le sue navi, a partire da quella che assunse il suo nome. E diventò celebre per finire sequestrata con i suoi passeggeri e l’equipaggio nel 1985 da un commando di palestinesi nel Mediterraneo. Ci scappò pure un morto: un invalido ebreo di passaporto americano che il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, scontrandosi con l’allora premier Bettino Craxi, voleva vendicare in territorio italiano facendo sequestrare a sua volta dai marines nella base siciliana di Sigonella alcuni dei sequestratori in fuga verso Tunisi, su un aereo egiziano, dopo avere abbandonato la nave.

         Ma torniamo ai nostri giorni e al miserabile mercato dei voti emerso in una regione ormai senza quiete come la Puglia. Dove il governatore Michele Emiliano e il sindaco uscente di Bari Antonio Decaro, nonché presidente dell’associazione nazionale dei Comuni, sono finiti sui palchi e sui giornali, col racconto delle loro avventure alle prese con la malavita locale, come nel secolo scorso al cinema Stanlio e Ollio.

Giuseppe Conte

         Già avvilenti di loro, le cronache giudiziarie hanno dato un altro colpo rovinoso a quelle politiche per l’uso che l’ex premier Giuseppe Conte ha voluto fare delle prime ritirando il suo partito dalle primarie -che aveva malvolentieri concordato per domenica prossima col Pd di Elly Schlein ed altre componenti del presunto campo largo alternativo al centrodestra- per la scelta del candidato alla successione a Decaro come sindaco d Bari.

Elly Schlein

         La Schlein non ha potuto fingere di non vedere e non sentire il suo partito declassato moralmente, come già i grillini del resto avevamo fatto in passato per la vicenda di Bibbiano. La segretaria del Nazareno ha quindi reagito con stizza questa volta alla reazione del presidente del Movimento 5 Stelle. E il cosiddetto campo largo è tornato a svanire in quello che il Conte di Volturara Appula sembra ormai ritenere solo il campo pentastellato. Dove sarebbe possibile far crescere, o lasciare deperire, qualche cespuglio, non di più.

Per l‘alternativa al centrodestra c’è tempo evidentemente, nonostante l’ottimismo e la fretta coltivati da Pier Luigi Bersani nei salotti televisivi dove ormai trascorre le sue serate e in qualche piazza dove la Schlein lo convince a parlare nei turni elettorali di cui è disseminato un sempre più scomodo calendario politico.

Pubblicato sul Dubbio

La Santanchè sorpassa Salvini nella corsa alla Camera contro la sfiducia

         Per quanto di due voti soltanto -213 contro 211- in una partita giocata peraltro fuori casa, essendo non deputata ma senatrice, la ministra del Turismo Daniela Santanchè ha sorpassato alla Camera il vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini nei voti contro la sfiducia personale proposta dalle opposizioni.

         Anche nei voti a favore della sfiducia la Santanchè è andata meglio di Salvini: 121 i voti contro di lei, e favorevoli alla sfiducia, e 129 quelli contro il leader leghista.

         Il sorpasso era previsto anche sulla carta, essendosi i renziani schierati a  favore della Santanchè per ragioni di garantismo, non essendo stata ancora rinviata neppure a giudizio per truffa contro l’Inps. Ragioni negate invece a Salvini per le motivazioni tutte politiche dell’assalto al leader leghista. Cui i deputati di Renzi hanno continuato a rimproverare l’intesa del 2017 di cooperazione col partito russo di Putin anche dopo che il vice presidente del Consiglio, prima del voto, ne ha fatto annunciare ufficialmente il superamento, cioè la cessazione, per l’intervenuta invasione dell’Ucraina ordinata nel 2022 dal Cremlino e tuttora in corso. Aggravata anzi da una selezione ancora più feroce degli obiettivi civili, e infrastrutturali, dei missili e dei droni. E persino da ripetute minacce di ricorso ad armi nucleari, risparmiate all’inizio della cosiddetta “operaziome speciale” di denazificazione dell’Ucraina.

         Mentre Salvini ha evitato commenti alla sua “assoluzione”, come l’ha chiamata ieri Il Giornale in un titolo di prima pagina, la Santanchè in occhialoni da sole e abbronzatura rafforzata dal trucco, ha tenuto a compiacersi dell’allontanamento, quanto meno, di altri assalti parlamentari prima delle elezioni europee del 9 giugno, e magari dopo un rinvio a giudizio formalizzato, o altri intoppi giudiziari sulla strada dei suoi affari da “visibilia”, come si chiama la società che le ha procurato tanti soldi quanti guai.

La ministra del Turismo intervistata dopo la mancata sfiducia a Monteciorio

         Rivolta più ai giornalisti che l’assediavano fuori dalla Camera che ai parlamentari dell’opposizione, la Santanchè li ha esortati a lasciarla in pace, a “farsene una ragione”, letteralmente. Che è un po’ la stessa espressione usata contro la buonanima di Silvio Berlusconi, alla quale una volta lei si contrappose letteralmente, da destra, alludendo anche a corteggiamenti o desideri fisici del Cavalieri, che l’avrebbe preferita  “orizzontale” piuttosto che verticale. Era il 2008. Sostenuta da Francesco Storace, la Santanchè trovava “sbiadita” la destra anche di Gianfranco Fini confluita nel Pdl , figuriamoci quella di Berlusconi.  Ma la sua destra più lucente o illuminata dalla fiamma tricolore raccolse solo un misero 2,4 per cento dei voti alla Camera e 2,1 al Senato, rimanendo fuori dall’una e dall’altro. Dove avrebbe poi provveduto a farla entrare con i fratelli d’Italia di Giorgia Meloni nel 2018, e tornare nel 2022, l’attuale presidente del Senato Ignazio La Russa.

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Imbrattato di viola Indro Montanelli a 50 anni dalla fondazione del suo Giornale

Dalla prima pagina di Libero

Non credo che sia stato il ricordo dei 23 anni dalla morte, avvenuta il 22 luglio del 2001 nella clinica milanese della Madonnina, né quello dei due anni soltanto trascorsi dall’ultima incursione, chiamiamola così, contro la statua che lo raffigura nei giardini a lui intestati a pochi passi da quella che fu la prima sede del suo Giornale, in Piazza Cavour, a ispirare i vandali che gli hanno rovesciato ieri addosso la vernice di un viola quaresimale. Peraltro fuori stagione, essendo la Quaresima bella che finita con la Pasqua di Risurrezione. Che Montanelli onorò andando a messa fino a che visse la mamma, Maddalena, per farla contenta, più che per fede o convinzione. Ad una di esse lo accompagnai io a Piazza del Popolo 50 anni fa, col comune amico Mario Castiello D’Antonio, mentre fervevano i preparativi del Giornale che aveva messo in cantiere lasciando il Corriere della Sera e portandogli via la migliore argenteria professionale per ammissione dello stesso direttore di allora Piero Ostellino.

         Poi, a messa finita, Mario e io lo accompagnavamo a casa a piedi, dalla mamma che ci aspettava a pranzo, attraversando il ponte sul Tevere più vicino che portava al quartiere Prati, dove di Montanelli è rimasta la strada dedicatagli dal Comune: la stessa dove la madre di Indro viveva.

Dalla prima pagina del primo numero del Giornale, il 25 giugno 1974

         Cinquant’anni sono tanti. Ed è stato forse questo anniversario- chissà- ad alimentare la fantasia e la vigliaccheria dei vandali a corto, stavolta, di vernice rossa. Cinquant’anni dalla rivolta del giornalista già allora più famoso d’Italia contro il conformismo politico e un po’ anche mediatico che attendeva, forse più rassegnato che davvero soddisfatto, la vittoria della sinistra. Non però su una Dc da abbattere, che aveva accompagnato con Alcide De Gasperi e i suoi successori la ricostruzione dell’Italia sulle macerie della seconda guerra mondiale, ma con una Dc sfiancata dall’ultima, sfortunata battaglia contro il divorzio, condotta da un segretario d’antan come il “rieccolo” di montanelliana memoria Amintore Fanfani. Al quale Montanelli, pur divorzista nel suo laicismo che gli aveva fatto votare sino ad allora il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, decise a suo modo di dare una mano nella resistenza alla vittoria della sinistra destinata ad apparire ancora più scontata dopo quel referendum. Alla cui campagna con un misto di pudore e di opportunità -o opportunismo, direbbe qualcuno- Montanelli decise di tenere fuori il suo Giornale facendolo uscire ad urne ormai svuotate e a sconfitta democristiana avvenuta. Uscì, anzi uscimmo il 25 giugno 1974, proprio nel giorno in cui in una riunione della direzione nazionale della Dc Fanfani doveva cominciare a “contare amici e nemici” -come Montanelli in persona titolò una mia corrispondenza da Roma in apertura del quotidiano- nella lunga battaglia interna che lo aspettava dopo lo smacco. Che Giorgio Forattini aveva immortalato in quella vignetta dove Fanfani era il tappo saltato dalla bottiglia di champagne stappata dai divorzisti.

La vignetta di Giorgio Forattini su Fanfani nel 1974

         La Dc avrebbe resistito ancora a lungo, oltre la stessa segreteria Fanfani, cercando di impantanare il Pci di Enrico Berlinguer nella cosiddetta politica di solidarietà nazionale, con l’aiuto di Montanelli. Che s’inventò, fra le timide doglianze telefoniche di  Giulio Andreotti, la formula non della solidarietà nazionale ma del “voto alla Dc col naso turato” per evitarne il sorpasso elettorale da parte dei comunisti. Un voto rimproveratogli per niente timidamente dagli amici liberali, repubblicani e socialdemocratici, che fecero le spese di quella pesca elettorale dello scudo crociato per forza maggiore.

         Ah, che anni. Quando si rischiava anche ad acquistare una copia del Giornale alle edicole. E noi alla redazione romana, in Piazza di Pietra, la sera delle elezioni regionali del 1975, che segnarono una forte avanzata del Pci, fummo raggiunti dai reduci da comizio di festa di Berlinguer, in via delle Botteghe Oscure, che ci sfidavano sarcasticamente al citofono a scendere in piazza a festeggiare anche noi. Anni apparentemente tanto diversi da quelli attuali per uomini, circostanze e partiti in campo.

Mattarella in Africa

         Ma apparentemente, appunto. In fondo sono anni o tempi di conformismo pure questi. Di un conformismo che all’insegna dell’antifascismo, a fascismo sepolto da un’ottantina d’anni, vorrebbe fare della Meloni -la prima donna, e di destra, alla guida di un governo- il pericolo da eliminare. Contro il quale cronisti e opinionisti dalla disinvolta, a dir poco, fantasia arruolano un giorno si e l’altro pure il presidente della Repubblica Sergio Mattarella dando in chiave antigovernativa interpretazioni a parole e gesti che lo stesso capo dello Stato smentisce nei fatti. Gli è accaduto in questi giorni in missione in Africa facendosi in qualche modo ambasciatore del cosiddetto “piano Mattei” in versione Meloni.

Joe Biden con Giorgia Meloni

         Mi sono chiesto più volte che cosa avrebbe fatto quel diavolo di Montanelli di fronte alla Meloni a Palazzo Chigi. E me lo sono sognato di recente chino, su quelle due lunghe gambe anch’esse sottili ed incerte, sul capo della premier a baciarne i capelli come un Joe Biden qualsiasi. E domani, chissà, anche come un Trump qualsiasi.

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Ripreso da http://www.startmag.it il 6 aprile

Le opposizioni regalano a Matteo Salvini la conferma della fiducia della Camera

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

         Il “teatro” della politica, come l’ha chiamato Roberto Gressi sul Corriere della Sera raccontando “la giornata in aula” di ieri alla Camera, dove una mozione di sfiducia contro il vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini è stata bocciata con 211 voti della maggioranza compatta contro i 129 delle opposizioni, ha prodotto l’ennesima eterogenesi dei fini. Così la filosofia definisce il risultato di un’azione diverso e persino opposto ai suoi fini dichiarati.

Dalla prima pagina del Foglio

         Grazie ad una mozione “di cartone”, come l’ha generosamente chiamata Il Foglio, essendo forse sufficiente e più appropriato parlare solo di carta intestata della Camera sottoscritta per primo dal calendiano Matteo Richetti, il leader leghista rimane al suo posto di governo più forte -o meno debole, se preferite- di prima. La discussione gli ha fornito, senza neppure intervenire e non assistendo neppure alla votazione, di far cestinare dal suo partito, con tanto di comunicato ufficiale, un accordo col partito russo  di Putin risalente al 2017, decaduto nel 2022 con la decisione del Cremlino di invadere l’Ucraina. Alla cui difesa politica, economica e militare l’Italia ha contribuito e contribuisce con deliberazioni parlamentari sempre approvate dai leghisti.

Dalla prima pagina dell’Unità

         “Salvini si pente e si salva”, ha titolato l’Unità forzando un po’ la rappresentazione dei fatti perché se si è trattato di un pentimento nei rapporti con Putin, a questo Salvini ha partecipato in buona compagnia: da Romano Prodi a Matteo Renzi, da Paolo Gentiloni ad Enrico Letta, e persino a Giuseppe Conte, tutti a lungo attivatisi a favore del pur autocrate di Mosca. Il pentimento in politica è solo l’aggiornamento di una linea a fatti e situazioni sopraggiunte.

Berlusconi fra Putin e Bush jr a Pratica di Mare nel 2002

         Ora è stato politicamente vanificato dunque anche il ricordo di quell’accordo politico contestato nella mozione di sfiducia. Così come vanificò l’anno scorso nell’urna che ne contiene le ceneri nel mausoleo di casa, ad Arcore, l’amicizia di un altro leader del centrodestra, addirittura il fondatore Silvio Berlusconi, per Putin. Che l’ex premier anche dopo l’invasione dell’Ucraina mostrò ripetutamente di preferire a “quel signore” a capo del governo a Kiev, visitato, omaggiato, sostenuto da troppi occidentali in fila, o quasi, da lui singolarmente o in delegazioni europee. La buonanima del Cavaliere era rimasto quasi fermo all’illusione di avere portato Puti praticamente dentro la Nato  in una località italiana dal nome appropriato: Pratica di Mare.

Daniela Santanchè

         Lo spettacolo comunque alla Camera non è finito. Oggi si replica con la bocciatura di un’altra mozione di sfiducia delle opposizioni:  questa volta alla ministra del Turismo e sorella d’Italia Daniela Santanchè per tutt’altri affari, più personali che politici, che rischiano di mandarla sotto processo a Milano, se ne basterà uno.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

In viaggio un pò surreale fra i vari cantieri di Matteo Salvini

Dalla prima pagina del Foglio

Oltre a lavorare al suo Ministero per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina -di cui è convinto di poter aprire il cantiere in quest’anno alla faccia delle opposizioni, che per complicargli la vita si sono rivolte anche alla magistratura, già indaffarata con lui per sequestro di persone- Matteo Salvini ha confessato alla “belva” Francesca Fagnani, nella quasi omonima trasmissione di Rai 2, di “stare costruendo un’amicizia” con Giorgia Meloni. Della quale è uno dei due vice presidenti del Consiglio, decisamente più irrequieto e imprevedibile dell’altro, che è il forzista Antonio Tajani. Ma le ha appena fatto il piacere di chiudere pubblicamente lo scomodo rapporto con Putin, guadagnandosi dal Foglio la qualifica di “Matteo l’apostata”.

Salvini con la fidanzata Francesca Verdini

         Nelle condizioni politiche in cui si trova oggettivamente-  al di là persino delle sue intenzioni- di alleato e insieme concorrente in difficoltà, essendo forse salito troppo presto e troppo in alto con quel 34 per cento delle elezioni europee del 2019, contro l’8 per cento attorno al quale navigano i leghisti nei sondaggi di questa primavera appena cominciata, non so se sia diventato più difficile a Salvini costruire il ponte di Messina o mantenere, consolidare e quant’altro l’amicizia con la premier. E non so neppure se e fino a che punto potrà riuscirgli utile il rapporto ch’egli stesso ha raccontato fra la stessa premier e la sua fidanzata Francesca Verdini. Che sono “due faine” al tavolo da gioco del burraco- il loro preferito evidentemente- accomunate dall’odio di “perdere”.  Un odio al quale Salvini cerca di sottrarsi non partecipando alle partite, che pure si potrebbero giocare in tre. E sono più divertenti che in due o in quattro.

Dall’archivio della coppia…da belve

         Peccato che, volenti o nolenti gli interessati a quest’amicizia in costruzione, e quindi non ancora ben definita, non a caso ritratta nelle foto e pose più diverse, da quelle del sospetto a quelle dell attrazione quasi travolgente da film hollywoodiano, il cantiere melonian-salviniano finisca per essere scambiato, nelle sue incertezze, ambiguità e via dicendo, per il cantiere del governo. E quindi del Paese, come preferiscono dire i critici che contestano alla premier l’abuso che farebbe della Nazione nei suoi discorsi.  Un Paese che allo stato, e chissà ancora per quanto, non ha nemmeno un’ombra, corta o lunga che sia, stretta o larga, di alternativa all’attuale governo e relativa maggioranza. Quella offerta dall’altro versante è un’amicizia ancora più problematica, come tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, o tra la stessa Schlein e i suoi compagni del Nazareno. Per non parlare naturalmente dei soliti Carlo Calenda e Matteo Renzi, che d’altronde hanno smesso anche di chiamarsi o fingersi amici. E’ la politica, bellezza, forse neppure italiana soltanto, come la stampa di Humphrey Bogart nella storica Casablanca.  

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Le proteste dei magistrati contro i test fra ironie -qualcuna ben riuscita- e autogol

Da Libero

Ogni tanto qualche magistrato, in servizio o in pensione che sia, ma sempre attivo nella polemica, si avventura sulla strada dell’ironia e riesce ad essere davvero spiritoso. Non è il caso, certo, di Pier Camillo Davigo, su cui è inutile infierire dopo la condanna in appello a Brescia che, per quanto non definitiva, ha un po’ ammaccato quella corazza d’inviolabilità a torto o a ragione attribuitagli dagli ammiratori, anche in occasione delle sparate più clamorose. Come quella dell’innocente che l’ha semplicemente fatta franca con l’assoluzione. 

Da Libero

Felicemente spiritoso è stato Armando Spataro qualche giorno fa proponendo ai protestatari di mettere in testa ai loro documenti il test “ipotizzato” da Giacomo Eber, giudice del tribunale civile di Roma, che dice: “Solo uno che non è sano di mente trova tutto questo lavoro il più bello del mondo (vero o falso?)”.

Armando Spataro a Repubblica

         Un test breve, quasi fulminante. Di quelli che la buonanima di Indro Montanelli avrebbe trasformato nel controcorrente di giornata dopo averne cestinati tanti altri venutigli spontaneamente, o suggeriti dai collaboratori che, su sua richiesta, ne sfornavano a decine. E lui si limitava a perfezionare, magari solo con una virgola, quando decideva di ammetterli alla selezione finale. Bei tempi, quelli del Giornale con i corsivi di prima pagina che creavano i maggiori problemi all’editore di turno: Eugenio Cefis prima, nella sostanza, e Silvio Berlusconi poi.

         Si capisce dallo spreco di aggettivi che non c’è stato lo zampino di Spataro nel documento firmato e spedito al Csm da 108 magistrati contro la misura contenuta in un decreto legislativo già firmato dal presidente della Repubblica. Che non deve averlo poi trovato così scandaloso perché -conoscendolo- non avrebbe apposto la sua firma pur considerandola dovuta, non preclusiva comunque di contestazioni nelle sedi consentite, a cominciare dalla Corte Costituzionale, dove arrivano leggi tutte promulgate grazie al consenso del capo dello Stato.

         Definire il test tanto sgradito a tante toghe, come si fa in quella lettera, “inutile, dannoso, incoerente, insidioso, pericoloso, preoccupante, offensivo” è almeno prolisso, converrebbe probabilmente il pur contrario Spataro. Sette aggettivi -Dio mio- quanti sono i vizi o peccati capitali. Che sono notoriamente la superbia, l’avarizia, l’ira, l’invidia, la lussuria, la gola e l’accidia. Chi di noi non vi è incorso, almeno parzialmente, qualche volta nella vita, con o senza la toga addosso?

         Tanto sono comunque ammirato dell’ironia di Spataro quanto meravigliato della “convinzione” da lui espressa, o ribadita, della legittimità di un ricorso allo sciopero “come in occasione -ha detto in una intervista a Repubblica- di vari altri “assalti” alla Costituzione per difenderla con le unghie e i con i denti”.

Francesco Cossiga

         Sono lontani purtroppo gli anni di Giuseppe Saragat e di Giovanni Leone. Che in veste di presidenti della Repubblica e dei Consigli Superiori della Magistratura di turno concordarono, rispettivamente nel 1967 e nel 1974, sulla “inammissibilità giuridica” dello sciopero dei magistrati considerando le loro particolari prerogative e condizioni. Poi, si sa, con altri presidenti che praticamente tollerarono, pur essendo anche feroci nelle loro polemiche persino con i magistrati, come la buonanima di Francesco Cossiga, le toghe finirono per comportarsi come altre componenti del mondo del lavoro subordinato.  Scioperarono una volta addirittura contro lo stesso Cossiga, al quale manifestò pubblica solidarietà, e dissenso dai colleghi, con tanto di cartello affisso sulla porta del suo ufficio, un sostituto della Procura della Repubblica di Milano di nome Antonio Di Pietro, Tonino per gli amici.

         I magistrati hanno ampliato anche con lo sciopero la loro forza contrattuale, chiamiamola così, nei rapporti con gli altri poteri o ordini dello Stato. Ma a scapito, a mio avviso, della loro credibilità e autorevolezza. Che non a caso -basta consultare i sondaggi- erano molto più alti prima che cominciassero a scioperare. Tanto che  Guido Calogero, commentando nel 1974 il no allo sciopero delle toghe ribadito da Leone, si chiedeva allibito su Panorama: “Potranno scioperare per analogia anche i giudici della Corte Costituzionale? Perché allora non anche il presidente della Repubblica?”. E perché non anche -aggiungo io- i deputati e i senatori e via via sino ai consiglieri comunali e circoscrizionali? Giù, giù, sempre più giù, in tutti i sensi.

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