A Bari ormai come a Gaza, pur senza morti, feriti e macerie

Giuseppe Conte sul posto

Già degradata da città a una voce del verbo barare in una delle vignette ispirate alla polemica scoppiata fra Giuseppe Conte e la segretaria del Pd Elly Schlein sull’intreccio fra cronache giudiziarie e politiche nel capoluogo pugliese, Bari sta diventando, per fortuna sinora senza morti e feriti, e con tutti gli edifici ancora al loro posto, una specie di Gaza italiana per la confusione, l’ambiguità e un po’ anche la ferocia delle parti che se la contendono. E che non sono solo politiche perché, come al solito, partecipano alla lotta anche i magistrati. Che non fanno sconti al loro collega in aspettativa Michele Emiliano, presidente della Regione dopo essere stato sindaco della città. Egli si vede indagare e arrestare assessori e simili, in carica o appena deposti, ad orologeria, proprio perché in procinto di arresto o di altre misure.

Dal manifesto

         Saltato come uno sciacallo -quale è stato definito, a torto o a ragione, da avversari o critici- sui guai del Pd reclamando pulizie, svolte e quant’altro prima per poter proseguire la partecipazione alla maggioranza nella regione e poi, una volta interrottala lo stesso, per negoziare l’eventuale rientro o, più, in generale per rimanere interlocutore del Nazareno sul terreno di una pur improbabile alternativa nazionale al centrodestra regnante con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, Conte si trova in concorrenza, anzi in conflitto con la Schlein sull’entità della scossa, anzi delle ulteriori scosse da dare all’amministrazione regionale.

Dalla Stampa

         In particolare, ad un Conte che sembra disposto, dopo un incontro avuto con un Emiliano in persona mostratosi poi fiducioso e ottimista con i giornalisti, ad un sostanziale rimpasto della giunta regionale per sostituire gli assessori rimossi e aggiungerne uno significativamente preposto alla legalità, onestà, trasparenza e simili, tutte compromesse con il mercato dei voti, delle assunzioni e degli appalti emersi dalle indagini giudiziarie; ad un Conte, dicevo, disposto a una specie di restauro della giunta Emiliano si è opposta la Schlein reclamando in una furiosa telefonata allo stesso Emiliano un’operazione ben più consistente e traumatica, Alla quale il presidente della regione prima ha resistito e poi, nel suo stile, sembra abbia ceduto, come aveva già fatto con le richieste originarie di Conte, impegnandosi a salire sulla ruspa col pieno del carburante.

Salvatore Merlo sul Foglio

         L’obiettivo sarcasticamente immaginato o indicato da Salvatore Merlo sul Foglio è di “stagionare, verniciare, rendere bello, solido e aperto” il Pd “quasi come una cassa da morto”. Da sistemare -si presume- in quel “campo” di dimensioni e qualità indefinite alla cui costruzione, coltivazione e vigilanza dovrebbero provvedere piddini e grillini, uomini, donne e omosessuali del Nazareno e delle 5 Stelle. Non si sa se sia più una tragedia o una commedia, alla Shakespeare o alla Pirandello.

Quando Enzo Bettiza mi spiegò la scelta del voto per la Lega

Da Libero

Nel quarantesimo anniversario della fondazione di una Lega diventata il partito più anziano di quelli rappresentati in Parlamento, dove ci sono solo tracce più o memo sommerse della Dc, del Pci eccetera in altre formazioni politiche protagoniste o attrici di questa incerta edizione della Repubblica, fra la seconda nella quale molti credono di vivere e la quarta proposta ogni settimana da Nicola Porro su una rete del Biscione; nel quarantesimo anniversario, dicevo, della fondazione della Lega mi sovviene il ricordo di uno degli ultimi incontri da me avuti col fraterno amico, e maestro, Enzo Bettiza.

Giancarlo Pajetta

         Enzo, che sarebbe scomparso dopo qualche mese all’età di 90 anni, aveva appena rivelato di votare da qualche tempo per la Lega: lui che, profugo  in Italia da quella che oggi è la Croazia, era stato da giovane attivista del Pci, promosso all’esame -diciamo così- da Giancarlo Pajetta, poi liberale, nelle cui liste divenne senatore, poi ancora europarlamentare delle liste laiche unitarie, poi ancora socialista e teorico, con Ugo Intini in un celebre saggio, del famoso “Lib lab”. Da cui era nato praticamente il pentapartito comprensivo di socialisti e liberali, incompatibili invece nelle prime edizioni del centro-sinistra realizzate dalla Dc fra gli anni Sessanta e Ottanta.

Una spilla della Lega

         Perché voti la Lega?, gli chiesi pranzando insieme vicino casa sua, a Roma, in un ristorante al quale era affezionato. Glielo chiesi  ricordandogli, fra l’altro, i tempi in cui Umberto Bossi mi aveva trattato da “terrone” all’arrivo alla direzione del Giorno e mi aveva denunciato addirittura per associazione a delinquere con altri colleghi del quotidiano allora dell’Eni che ne avevano criticato anch’essi i comizi troppo eccitati, a dir poco, a Pontida e dintorni. Quei suoi insulti urbi et orbi sarebbero diventati carezze al confronto con quelli di Beppe Grillo, ma erano apparsi allora urla barbariche: un po’ come anche quei manifesti fatti affiggere sui muri di Milano attorno alla sede del Giorno per contestare l’archiviazione della sua denuncia  contro di me e i miei colleghi disposta da un magistrato, guarda caso, meridionale pure lui.

Gianfranco Miglio

         Bettiza, che pure in quelle occasioni mi era stato solidale come nel 1983 andandocene insieme dal Giornale  per l’ostilità di Indro Montanelli a Bettino Craxi, rispose opponendo a quei miei ricordi l’abitudine del professore leghista Gianfranco Miglio di contare in tedesco le galline del suo orto mentre lo attraversava con l’ospite di turno, che fu più volte lo stesso Bossi, prima che i due rompessero. E mi disse che ormai, destinati tutti noi europei -secondo lui- a stare sempre più insieme, avremmo avuto sempre meno da fare nei nostri orti nazionali, al di là di una semplice, o quasi, amministrazione degli affari correnti. In cui i leghisti, come dimostravano le amministrazioni locali che guidavano, sapevano fare meglio e più degli altri perché, consapevoli o no, eredi delle tradizioni che lui definiva “asburgiche”.

Ecco perché egli aveva dunque cominciato a votarli, chiudendo il suo lungo e variegato percorso politico legato solo dal filo della “devozione alla libertà”, concluse sorridendo, come per farsi scusare quell’illusione giovanile che gli aveva procurato la promozione -o la tolleranza, chissà- di uno come Giancarlo Pajetta. Che non era stato certamente un comunista all’acqua di rosa, un migliorista alla maniera di Giorgio Napolitano.

Umberto Bossi e Matteo Salvini d’archivio

  Grande, grandissimo Enzo. Quanto mi manchi a distanza di quasi sette anni dalla tua morte. E quanto forse avevi saputo interpretare o prevedere il futuro, nonostante la tua fede europeistica possa sembrare oggi in contrasto con certe intemperanze di Matteo Salvini. Al quale forse, dopo averlo cominciato a votare pure tu, essendo lui già diventato il capo della Lega, ripeteresti oggi quello che avevi detto da giovane alla tua figliola Michela.  Che a Mosca, dove tu lavoravi come corrispondente della Stampa, rispondeva orgogliosamente “italiana” ai coetanei dei giochi scolastici e condominiali che ne chiedevano la nazionalità. E tu, Enzo, dopo averla personalmente sentita, le consigliasti  una volta di dichiararsi europea, più semplicemente o completamente europea. Come europarlamentare saresti poi diventato nel 1979 e rimasto sino al 1994, eletto prima nell’Italia nord-occidentale e poi in quella nord-orientale.

Pubblicato su Libero

Tutte le guance del Pd schiaffeggiate da Giuseppe Conte

La titolazione comune del Corriere della Sera e di Repubblica

         Ma di quante guance è fatta la faccia del Pd di Elly Schlein, visti gli schiaffi -o “strappi”, secondo il Corriere della Sera e la Repubblica in comunanza insolita di titoli- che riesce a prendere da Giuseppe Conte incassandoli senza sottrarvisi? Una faccia ben rappresentata dal presidente della regione pugliese Michele Emiliano dopo l’incontro nel quale l’ex premier gli aveva personalmente comunicato e spiegato il ritiro del suo assessore e mezzo dalla giunta, e la rinuncia ad ogni altro spuntino istituzionale per ragioni di moralità. Cioè per rivendicare quella che Enrico Berlinguer chiamava “la diversità” dei comunisti imprudentemente offertisi con la proposta del “compromesso storico” ai democristiani e poi ancora più imprudentemente accontentatisi di sostenerne dall’esterno i governi monocolori.

Il titolo dell’Unità

         Più che dolersi della decisione di Conte, peraltro non determinante per la sopravvivenza in regione, Emiliano si è mostrato soddisfatto con i giornalisti, fiducioso, ottimista, grato dei “consigli” ricevuti da chi ormai lavora alla luce del sole, senza eclissi né totali né parziali, contro il partito dello stesso Emiliano, oltre che della Schlein. Del quale partito il presidente del Movimento 5 Stelle insegue “la demolizione”, secondo l’Unità di Piero Sansonetti”, o più semplicemente il sorpasso già nelle elezioni europee del 9 giugno per meglio aspirare al ritorno a Palazzo Chigi, se e quando ne uscirà Gorgia Meloni.

   In attesa di questo improbabile avvicendamento, Conte si tiene ben stretta sul capo la corona, senza spine,  di capo dei progressisti italiani infilatagli con generosità autolesionistica a suo tempo dallo stesso Pd con le mani dell’allora segretario Nicola Zingaretti e di quella specie di allevatore di cavalli della sua scuderia che era e un po’ ancora si sente, sostenendo la Schlein, l’ingombrante Goffredo Bettini. Ingombrante in tutti i sensi.

Michele Emiliano dopo l’incontro con Conte

         In quelle due immagini fotografiche di Conte schierato con i suoi come il presidente di una mezza corte marziale e di Emiliano che, fiducioso, si allontana in auto dal palazzo della Regione dopo un incontro con lui c’è tutto il dramma di un Pd che lo vive come una divertente o addirittura tonificante commedia. Un partito che non entra ma esce, ristabilito, da un reparto di rianimazione, vista anche la centralità del tema dell’assistenza sanitaria avvertita dai grillini nell’inseguimento fra gli aspiranti al primato nell’alternativa coltivata nei salotti televisivi, fra le sue parabole, da un altro che si fida di Conte:  l’ex segretario del Pd e mancato presidente del Consiglio Pier Luigi Bersani, trattenuto a stento nel 2013 dall’allora presidente della Repubblica e compagno di partito Giorgio Napolitano sulla strada avventurosa di un governo “di minoranza e combattimento” appeso agli umori, o risate, di un Beppe Grillo che peraltro non aveva ancora scoperto la risorsa di un Conte sottraendolo alle professioni di avvocato d’affari e docente pugliese  di diritto a Firenze.

Ripreso da http://www.startmag.it

Giuliano Ferrara fa barba e capelli agli inquilini della Repubblica di carta

Dalla prima pagina del Foglio

Fra il comitato di redazione della Repubblica, quella di carta e non del Quirinale presidiato dall’inquilino di turno eletto dal Parlamento secondo le modalità della Costituzione, e il fondatore del Foglio firmatosi con none e cognome, Giuliano Ferrara, scendendo dell’elefantino rosso che resiste da anni al suo peso, si è appena svolta una polemica che vale la pena raccontare perché smentisce come meglio non si potrebbe una doppia leggenda. Una è quella dell’editore puro, che lavora e guadagna solo del giornale di cui è proprietario, contrapposto all’editore impuro, che usa il proprio giornale per aumentare il suo potere contrattuale su altri mercati: dalla finanza alla manifattura.  L’altra leggenda, variante dell’editore puro, è quella del giornale che, vivendo solo delle copie che vende, sempre meno purtroppo da parecchio tempo, ha come suo editore questa volta purissimo semplicemente il suo lettore, in una unità immaginaria, neppure scomodatasi a costituirsi in condominio.

L’imponente testata fondata da Eugenio Scalfari

         La scintilla della polemica è stata la decisione del direttore di Repubblica, condivisa dal fondatore del Foglio, di mandare al macero centomila copie di un supplemento contenente un articolo sugli affari cui partecipa anche il suo editore non gradito, non utile, forse persino dannoso agli occhi e alla tasca all’interessato. Il comitato di redazione di Repubblica, reduce dalla sfiducia negata a larga maggioranza al direttore, ha degradato ad “anonimo”, inteso anche per vigliacco e derivati, un commento non firmato tra i vari che Il Foglio pubblica dal primo numero alla maniera inglese, ma anche americana. E ha cercato imprudentemente di dare una lezione direttamente a Ferrara, che ha risposto dandone a sua volta un’altra, nel nome del realismo, che è servita anche a smascherare il mito della cosiddetta questione morale generalmente attribuita come merito ad un incontro estivo del 1981 fra il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari e l’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer. Una questione che da allora ricorre come una bandiera con la quale si combattono partiti avversari, e persino alleati ma pur sempre concorrenti. Essa domina le prime pagine dei quotidiani proprio in questi giorni.

Giuliano Ferrara sul Foglio di oggi

         Ebbene, Giuliano Ferrara ha ricordato agli smemorati critici del suo realismo “la tronfia libido scalfariana dell’editore puro, contro tutti gli altri impuri” che “finì notoriamente con la vendita di Repubblica al finanziere Carlo De Benedetti allo scopo di assicurare una dote alle figlie del Fondatore”, con la maiuscola. “Poi -ha raccontato ancora l’impertinente Tacito del nostro caso- è venuta la famiglia Elkann,  gli eredi Agnelli. Repubblica, cambiata tanto, è purtuttavia sempre la stessa con il passare degli anni, Puro o impuro, ha un editore” di cui non può fare a meno, in attesa del prossimo. Così è se vi pare, pirandellianamente.  

Il salto acrobatico da Enrico Berlinguer addirittura a Giuseppe Conte

Dalla prima pagina di Libero

Per onestà verso il pubblico, secondo la scuola di Indro Montanelli che lo considerava il suo unico editore, pur in una visione utopistica uguale a quella di Papa Francesco nella immaginazione di un Inferno vuoto, debbo riferire di un simpatico avvertimento fattomi dal direttore nell’accogliere la mia proposta di intervento sulla storia immorale della questione morale. Che molti fanno risalire, a torto o a ragione, al 1981 per via di un’intervista a Eugenio Scalfari in cui Enrico Berlinguer rivendicò la diversità, superiorità e quant’altro del suo partito per giustificarne il ritiro sia dall’originario progetto del compromesso storico con la Dc sia dalla variante della politica di solidarietà nazionale. Che gli era stata concessa nel 1976 dall’ancor vivo Aldo Moro per ammetterlo solo all’appoggio esterno a governi monocolori democristiani guidati da Giulio Andreotti.

Elly Schlein

         “I voti comperati vanno puniti”, mi ha all’incirca detto Mario Sechi. Certo, pur non tagliando le mani a chi li ha dati, e neppure a chi li ha presi, ma applicando le leggi che vigono nella nostra civile, anche se non civilissima Italia. Sono d’accordo, ho risposto al direttore che per età, frequentazione e comunanza di simpatie e antipatie considero più un figlio che un collega. Ma vorrei che si aspettasse di vedere provate le accuse con regolari processi e sentenze, naturalmente definitive come prescrive la nostra Costituzione, prima di trarne le conseguenze più o meno politiche. Quali sono quelle che avverto per aria, e letto pure da qualche parte, non solo e non tanto sulla lotta a cacicchi, capibastone e simili, reclamata da Giuseppe Conte per poter riprendere i suoi alterni rapporti col Pd di Elly Schlein, ma sulla opportunità di eliminare i voti di preferenza anche a livello locale.

         Una immorale gestione della questione morale sollevata nel 1981 da Berlinguer portò dopo una decina d’anni al referendum contro le preferenze alla Camera, dove ora si arriva nell’ordine in cui i segretari dei partiti mettono in fila davanti a Montecitorio i loro candidati, scrivendone direttamente o facendone scrivere i nomi dai sottoposti nelle liste.  Si è visto e si vede con quali risultati, non foss’altro in terminì di affluenza alle urne, se non vogliamo parlare della qualità del personale selezionato dai partiti e non più dagli elettori.

Mario Segni

So che a leggermi, se gli capiterà, il mio amico Mariotto Segni, protagonista di quel referendum, resisterà a fatica alla tentazione di darmi un appuntamento al ristorante solo per togliersi la soddisfazione di rovesciarmi addosso le pietanze per protesta. Ma resto convinto della insensatezza di quella riforma, alla quale altre non meno insensate sono seguite, come la riduzione dei parlamentari fine a se stessa, per il gusto delle forbici, non nel contesto di ulteriori innovazioni pur promesse, e rimaste nei cassetti, o finte nel cestino.

         Le questioni morali – sia quella già citata del 1981, sia quella gestita nel 1992 e anni successivi dalla Procura di Milano e appendici, sia quella rispolverata nella cosiddetta seconda Repubblica contro Silvio Berlusconi, sia quella in corso fra Bari e Torino, e chissà  quali e quante altre città prima che finisca di scrivere questo articolo e di vederlo pubblicato- stanno ormai alla politica italiana come il formaggio ai topi che si vogliono intrappolare.

Giuseppe Conte e l’ex pm Roberto Scarpinato

         Nel nostro caso temo, per lei, che si tratti principalmente di una topa, intesa come femmina del topo: la segretaria del Pd Elly Schlein. Della quale vogliono forse liberarsi sia parecchi amici di partito  -si fa per dire, come ai tempi della Dc-insoddisfatti della sua gestione, sia il suo concorrete esterno più diretto. Che è naturalmente  Giuseppe Conte, non a caso insorto per primo contro il presunto voto di scambio a Bari e dintorni per complicarle la vita.

Giuseppe Conte e l’ex pm Federico Cafiero De Rhao

         Debole di suo, e dichiaratamente, nel cosiddetto territorio, dove ormai un sindaco o presidente di regione può conquistarlo solo imponendo il proprio candidato ad un Pd rassegnato o intimidito, l’avvocato di Volturara Appula pensa forse di potere finalmente attecchire senza l’incomodo del voto di preferenza, in combinazioni fatte tutte a tavolino, in una riproduzione del gioco di Monopoli. Che casualmente è anche il nome di una popolosa cittadina della nostra Puglia.

Pubblicato su Libero

La gestione alquanto immorale della questione presuntivamente morale

Dalla prima pagina del Dubbio

Ci voleva -scusate il compiacimento- il nostro vascello garantista in un mare affollato di squali e di sommergibili armati al limite della sicurezza, e dell’auto-affondamento, per rompere il sinistro incantesimo dell’ennesima campagna contro la politica, e tutto ciò che può assomigliarle. E denunciare con un ben documentato e ragionato articolo di Errico Novi, sistemato al posto che meritava, cioè in apertura del Dubbio, l’abuso che ancora una volta si sta facendo della cosiddetta questione morale.

E’ un abuso peggiore di quello immediato di 43 anni fa, quando una famosa intervista estiva di Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari servì a vestire di un abito nobile che non meritava la ritirata, la fuga, la sconfessione -chiamatela come volete- dell’allora segretario del Pci dalla politica di cosiddetta solidarietà nazionale intrapresa nel 1976 con l’ancora vivo Aldo Moro come  surrogato del “compromesso storico” ancora più impegnativo, e inclusivo della partecipazione al governo con la Dc, che era stato teorizzato alle Botteghe Oscure dopo il fallimento dell’alternativa cilena di Allende, finita in un colpo di Stato e nel sangue.

Ridotto nei voti, autolesionisticamente privatosi di Moro, abbandonato dopo il sequestro alla ferocia delle brigate rosse, e intimidito dalla prospettiva di potere o dovere accettare, nella serie degli “strappi” da Mosca, anche il riarmo missilistico di una Nato superata dal Patto di Varsavia per via degli SS 20 puntati contro le capitali europee, il Pci di Berlinguer si arroccò nella sua “diversità” all’opposizione. E diede praticamente degli immorali a tutti gli altri, avversari o solo concorrenti, come aveva osato considerarsi il Psi di Bettino Craxi dopo la subordinazione teorizzata e per un po’ gestita da Francesco De Martino con la formula, o linea del “mai più al governo” con la Dc  “senza i comunisti” d’accordo.

Magliette di una trentina d’anni fa

Seguì l’abuso del biennio 1992-93, peraltro parallelo a quello delle stragi mafiose, quando tutto diventò o fu scoperto Tangentopoli, con tanto di cortei per le strade e di magliette inneggianti alle manette. Ma prima le gogne mediatiche e poi le condanne giudiziarie furono ben politicamente selezionate. E il “Craxi? Dunque colpevole” del libro del suo amico e avvocato Nicolò Amato divenne realtà certificata.

Il libro di Nicolò Amato sui processi a Craxi

Anche un viaggio regolare, con tanto di passaporto valido e legittimamente posseduto, verso la sua casa estiva in Tunisia, senza rubinetti d’oro o pezzi trafugati dalla fontana del Castello Sforzesco a Milano, divenne per Craxi evasione e latitanza. E le piaghe da diabete al piede al suo piede furono declassate in tribunale dall’allora sostituito procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro a banali e pretestuosi “foruncoli”, o foruncoloni, esibiti o fotografati per sottrarre l’imputato alle udienze processuali e chiederne il rinvio.

Seguì ancora l’abuso della questione morale con Silvio Berlusconi, il cui esorbitante numero di processi tentati o avviati e condotti contro di lui era il segno più evidente e, direi, anche scandaloso di un’amministrazione della giustizia a carattere se non unicamente, almeno parzialmente persecutorio nei suoi riguardi.

Antonio Bassolino

Quello in corso è l’abuso così minuziosamente e onestamente descritto, come dicevo all’’inizio, da Errico Novi ieri sul nostro Dubbio, fra Bari e Torino, con tutti i richiami di storia e di cronaca messi al loro posto giusto, compresa la storia dei 17 processi condotti contro il supercacicco prodotto dalla fantasia dei magistrati Antonio Bassolino, casualmente inviso -diciamo così- allora a Massimo D’Alema.

All’ombra dei primi abusi della questione morale montò, fra l’altro, la campagna alla fine anche referendaria, e riuscita, contro i voti di preferenza per l’elezione dei deputati. Che ora arrivano alla Camera nell’odine in cui i loro partiti li candidano nelle liste bloccate. Non vorrei che all’ombra dell’ultimo abuso, quello in corso, si arrivasse all’eliminazione delle preferenze dove sono rimaste, a livello locale, in modo da uniformare il deserto della politica, anche in termini disastrosi di fuga dalle urne.

Già quello dell’astensione, e delle schede bianche e nulle, è diventato del resto il primo partito italiano: uno scenario nel quale riuscirà magari a Giuseppe Conte di superare il Pd, che mi sembra essere il suo obiettivo principale, almeno per il momento.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 13 aprile

Tutti a misurare la temperatura dei rapporti fra la Schlein e Conte

Dai giornali sulla sciagura idroelettrica nel Bolognese

Per e in quel che resta della politica interna, fra le tragedie ormai ordinarie delle guerre estere e la “trappola  mortale”, come l’hanno definita alcuni giornali, della parte sommersa della centrale idroelettrica nel Bolognese, dove i morti dell’esplosione sono finora 3 i feriti 5 e i dispersi 4, abbiamo dovuto occuparsi delle foto scattate in un convegno a Elly Schlein e a Giuseppe Conte per misurare il grado dei loro rapporti, o temperature. E le prospettive che si aprono o si chiudono ulteriormente a quello che doveva essere il loro campo largo ma ormai diventato  ancora più piccolo di quelli del calcetto frequentati dai nostri figli o nipoti.

Da Libero

         “Stretta di mano giacchiata”, ha commentato Libero il saluto scambiatosi dalla segretaria del Pd e dal presidente del Movimento 5 Stelle dopo essersene dette e metaforicamente date di tutti i colori per le vicende giudiziarie baresi, cavalcate dal secondo per fare saltare le primarie comuni, e tutto il resto, in vista delle elezioni comunali di giugno nel capoluogo pugliese, con tutti i possibili riflessi anche altrove.

Dall’ Unità

         In verità, a me è capitato di vedere foto dello stesso evento ad altro effetto. In cui, per esempio, la Schlein è abbastanza sorridente, o ipocrita agli occhi di altri,  per niente gelida come invece il solo Conte. Che non a torto, secondo me, Piero Sansonetti ha definito, in apertura dell’Unità “il macigno che blocca la sinistra”. Anzi, cerca di spingerla sempre più indietro verso la demonizzazione e il discredito della politica: quella degli altri, che poi si ritorce puntualmente anche contro se stessi perché nelle cronache giudiziarie ce n’è ormai abitualmente per tutti. Il problema è solo il cappio al quale potere appendere l’avversario, o farlo immaginare appeso in attesa delle indagini e delle sentenze che poi ne decreteranno magari l’assoluzione. O, come preferisce ancora il pur imputato Pier Camillo Davigo, la fortuna del colpevole che la fa franca.

Dal Foglio

         In questo spettacolo nuovamente o eternamente desolante -come preferite- della politica affollata di polli che si beccano come quelli di Matteo Renzi nei Promessi Sposi in attesa di finire nella mensa dell’avvocato, che per fortuna non si chiamava ancora Conte, ma semplicemente e più appropriatamente Azzeccacarbugli, viene la voglia di riconoscersi nel   ragionamento, tutto sommato, per niente paradossale, di Giuliano Ferrara sul Foglio così titolato: “Avercene di cacicchi”, così tanto invece bistrattati, insieme, dalla Schlein e da Conte : l’una promettendo ancora di farli fuori e l’altro rimproverandole di tenerseli tanto stretti da farsene soffocare.

         “Cacicchi, capibastone, ras: il disprezzo per la gente di partito, che organizza un sistema di voti e di consenso anche mediante lo scambio di interessi popolari legalmente rappresentati, è al suo culmine nell’Italia di questi anni”, ha scritto Giuliano senza timore di nuotare controcorrente in questa primavera climaticamente variabile.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Le carceri peggiori dell’Inferno, sgomberato da Papa Francesco

Dal Dubbio

Recidivo probabilmente nella “bestemmia” attribuitami di recente da un navigante internettiano per avere io dissentito da una delle ormai frequenti interviste del Papa, sono rimasto meno felicemente sorpreso o compiaciuto del suo interlocutore Fabio Fazio, sulla 9, o Nove in lettere, sentendolo riproporre l’Inferno “vuoto”. Anche se questa volta, in verità, dichiaratamente “immaginato”, e non garantito.

Papa Francesco intervistato da Fazio

         Con tutto quello che accade nel mondo, e che tanto addolora primo fra tutti lo stesso Papa, rimasto senza parole durate l’ultima messa di Pasqua, preferendo il silenzio all’omelia assegnatagli dalla liturgia, Francesco ha voluto essere più misericordioso dello stesso Cristo, o Dio, misericordissimo al quale si ispira come rappresentante in terra. Una terra, sempre al minuscolo per come l’abbiamo ridotta noi che l’abitiamo, sulla quale alcuni malvagi arrivati finalmente alla morte potrebbero farla fatta all’aldilà -direbbe Pier Camillo Davigo ripetendo la rappresentazione ch’egli solitamente fa degli assolti- e altri che tardano a lasciarla continuando le guerre che hanno cominciato, o aggravandole, o cominciandone di nuove, potrebbero o dovrebbero cavarsela con un perdòno liberatorio.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio

         Potrei paragonare il Papa ad un utopistico ministro della Giustizia -una volta anche di Grazia, oltre che di Giustizia- che non vede l’ora di svuotare le carceri, visto anche che sono sovraffollate, o di chiuderle, o di abbatterle senza neppure farne dei musei a memoria della cattiveria di chi vi era finito dentro o ve li aveva mandati persino da innocenti. Ma riconosco, per quel pò di fede che ancora rivendico da bestemmiatore occasionale, che sarebbe riduttivo per un Pontefice essere assimilato ad un Guardasigilli, anche se di nostro Signore, e non della nostra premier, signora Giorgia Meloni, com’è più modestamente Carlo Nordio. Che a carceri, non avendone a sufficienza per sistemarvi meno scomodamente quelli che vi mandano i giudici per scontare le condanne definitive, o vi spingono i pubblici ministeri già durante le indagini, in attesa anche solo di un rinvio a giudizio, cerca di trasformare un po’ di caserme abbandonate.

Dal Foglio di ieri

         E pensare che, nonostante questo gran daffare di Nordio e della sua premier, l’uno e l’altra tuttavia abbinati al vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, si sono appena guadagnati sul Foglio una strigliata dell’esigentissimo direttore Claudio Cerasa con un editoriale dal titolo che potrebbe bastare ed avanzare per darvi un’idea del contenuto: “I messaggi sbagliati di questa destra law and disorder”.

Claudio Cerasa sul Foglio

 Ma io voglio anche offrirvene testualmente la parte conclusiva, comprensiva della ciliegia con la quale Cerasa si firma come il fondatore Giuliano Ferrara con l’elefantino rosso: “Da quando si è insediato, il governo Meloni ha scelto di correggersi su molti fronti ma non su uno: la volontà di mostrarsi agli elettori come una destra che si trova all’opposto del famoso modello law and order. Law and order sapete cosa vuol dire: avere a cuore le leggi e fare di tutto per applicare quelle leggi per mantenere un ordine nel paese. La destra modello Meloni (e Salvini) ha scelto invece d modificare questo approccio e si è riscoperta ancora una volta lontana dal modello law and order e vicina al modello law and disorder”.

E questo magari, almeno a sentire gli ultimi strepiti delle opposizioni non tutte e non sempre affini agli umori del Foglio, per quei modesti abusi, o disordini, edilizi -tra soppalchi e terrazzini chiusi- che Salvini vorrebbe sanare, neppure gratuitamente, per restituire le relative abitazioni al mercato. Dove i notai non possono redigere contratti né di vendita nè di acquisto. Che esagerazione. Qui siano oltre l’utopia dalla quale è cominciato tutto il mio ragionamento.

La falsa, o illusoria, retromarcia dei magistrati sulla strada dello sciopero contro i test

         Contrariamente a certe rappresentazioni giornalistiche delle decisioni e valutazioni espresse dall’associazione nazionale dei magistrati sui test psicoattitudinali contemplati in un decreto legislativo del governo, firmato dal presidente della Repubblica e pubblicato sabato sulla Gazzetta Ufficiale, lo sciopero di protesta delle toghe non è scomparso dall’orizzonte. Non vi è stata eclissi su questo fronte.

Giuseppe Santalucia

         Il documento approvato all’unanimità dal comitato direttivo dell’associazione sindacale presieduta da Giuseppe Santalucia ha tenuto a preannunciare “ulteriori iniziative di protesta, nessuna esclusa”, quindi neppure lo sciopero. Che è già stato indicato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, anche a costo di aumentare la sua impopolarità fra gli ex colleghi, come un’occasione eventuale di ulteriore discredito di una categoria che da anni è in costante perdita di fiducia popolare nei sondaggi.

Sergio Mattarella

         A trattenere quanto meno i vertici associativi sulla strada dello sciopero immediato, che forse si aspettavano i settori più radicali del sindacato, sono state solo considerazioni o valutazioni tattiche. Fra le quali è probabilmente prevalso il timore di tradurre una iniziativa del genere, vista la non imminente applicabilità del decreto, contemplata solo fra due anni, in uno sgarbo verso il capo dello Stato, e presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Sergio Mattarella. Il quale ha controfirmato rapidamente il provvedimento, forse non considerandolo soltanto un atto dovuto. E nella consapevolezza che la sua promulgazione non pregiudica, come per qualsiasi legge o atto equivalente, giudizi e interventi di altri organi di garanzia previsti dalla Costituzione.

Francesco Cossiga e Bettino Craxi

         E’ vero che sono stati in passato anche scioperi proclamati direttamente ed esplicitamente contro lo stesso presidente della Repubblica, in particolare all’epoca di Francesco Cossiga. Che una volta aveva minacciato di mandare i Carabinieri al Consiglio Superiore della Magistratura se, in deroga ai suoi moniti, avesse deciso di mettere nella sua agenda di lavoro una specie di processo al presidente del Consiglio Bettino Craxi, come se il Csm potesse revocare la fiducia accordatagli costituzionalmente dalle Camere. Ma erano, anzi furono appunto altri tempi. A meno che qualcuna, fra le anime -diciamo così- della magistratura sindacalizzata, se non vogliamo dire anche politicizzata, non abbia intenzione di ripercorrere vecchie strade al limite dell’eversione, magari incoraggiate anche dal degrado che continua a interessare pure la politica. Che è alle prese con edizioni sempre rinnovate della cosiddetta questione morale evocata negli anni Ottanta dalla buonanima di Enrico Berlinguer una svolta sganciatosi, o proprio per sganciarsi  dall’esperienza della cosiddetta solidarietà nazionale, scioltasi nel sangue del sequestro di Aldo Moro.  

Il Papa Francesco “umano, troppo umano” del monaco Enzo Bianchi

Enzo Bianchi su Repubblica

         “Troppo buono, anzi bonaccione Giovanni XXIII, troppo aristocratico Paolo VI, troppo intellettuale Benedetto XVI, e umano, troppo umano, Papa Francesco”, ha scritto Enzo Bianchi, il monaco fondatore e priore della Comunità di Bose sino al 2017, su Repubblica di ieri in un commento pubblicato a pagina 22, senza alcun richiamo in prima. Dove pure ci sarebbe stato bene. Esso avrebbe in qualche modo compensato l’assenza della notizia -che tale almeno avrebbe dovuto essere considerata- della nuova intervista televisiva concessa da Papa Francesco a Fabio Fazio, gratificato così dal Pontefice anche sulla nona rete, come l’altra volta sulla Rai. Le simpatie di Francesco non cambiano per fortuna con le postazioni di lavoro, chiamiamole così, della persona che ha saputo guadagnarsene la fiducia. E anche questo forse ne fa un papa “umano”, direbbe o scriverebbe Enzo Bianchi.

Il Papa intervistato da Fabio Fazio

         Il giudizio del monaco famosissimo anche per le sue vicissitudini, praticamente rimosso da priore a Bose dopo una specie di ispezione apostolica, destinato ad una filiale toscana del monastero piemontese e sistematosi invece a Torino in un appartamento messogli a disposizione da un amico, è stato espresso su Repubblica  a prescindere dalla seconda intervista a Fazio, ma a commento di precedenti esternazioni del Pontefice. Non posso quindi né sostenere né solo sospettare che di umano, anzi “troppo umano”, come lo stesso Bianchi ha scritto, debba intendersi anche lo sgombero dell’Inferno praticamente eseguito da Papa Francesco immaginandolo “vuoto”. Evidentemente grazie alla grandissima, inesauribile misericordia di Dio, per quanto continuino a morire e ad arrivare all’aldilà fior di delinquenti seriali, o stiano per raggiungerli dei peggiori, responsabili per esempio delle tante guerre in corso.

Enzo Bianchi su Repubblica

         “Non si può chiedere a un Papa -ha scritto Bianchi- di non essere umanamemte se stesso: a lui si deve chiedere di confermare i fratelli nella fede, di non contraddire il Vangelo e di ricordarlo sine glossa, nella sua radicalità, a coloro che lo ascoltano, di usare sempre misericordia. Questo Francesco lo fa e nessuno, salvo i folli che lo giudicano eretico, lo nega”.

Enzo Bianchi su Repubblica

         “Scrissi a suo tempo- ha concluso Bianchi- che con Papa Giovanni un cristiano diventava Papa, scrivo oggi che con Francesco un uomo è il nostro Papa, con limiti umani precisi, ma con una radicale obbedienza al Vangelo”.

Il Papa con Enzo Bianchi il 16 dicembre scorso

         A me che non considero -non ne avrei peraltro i titoli- “eretico” Papa Francesco ma solo un po’, o un po’ troppo utopista nella immaginazione di un Inferno vuoto di tutti quelli a suo tempo vi sistemò Dante Alighieri nel suo viaggio con Virgilio piace o preme ricordare -come preferite- l’udienza in qualche modo riparatrice concessa dal Pontefice felicemente regnante a Bianchi il 16 dicembre scorso.  Un incontro davvero felice, si può desumere. Anzi, si deve riconoscere. Un incontro anch’esso umano, evidentemente. 

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