Una guerra tira l’altra tra le presunte “corbellerie” di Mattarella

Avevo messo da parte ieri un editoriale di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano contro “le corbellerie di Mattarella sulla guerra”, in Ucraina e dintorni, per la curiosità di verificare le reazioni. Curiosità superiore non allo stupore -perché ormai tutto è possibile vedere stampato da quelle parti- ma alla voglia di un commento negativo che sicuramente meritava ma poteva anche seguire il giorno dopo, come sto facendo col dizionario della lingua italiana di Giacomo Devoto e Giancarlo Oli pubblicato nel 1990 da Le Monnier e aperto a pagina 474. Dove per corbelleria si intende “grosso sproposito, sciocchezza, stupidaggine”. Sciocchezza e stupidaggine, naturalmente, da sciocco e stupido.

         Poiché esiste ancora nel codice penale il reato di oltraggio e vilipendio  al capo dello Stato, punibile da uno a cinque anni di carcere applicando l’articolo 278 al termine di un processo cui si può accedere solo con l’autorizzazione del Ministro della Giustizia, Travaglio potrebbe trovarsi nella condizione di doverne rispondere. Ma sconsiglierei Carlo Nordio dal fargli questo regalo pubblicitario  semmai un procuratore della Repubblica dovesse chiederglielo. Sarei paradossalmente costretto a difenderlo persino per la libertà di stampa pur così scriteriatamente esercitata. Cinque anni di carcere, del resto, sarebbero pochi per punire la corbelleria -essa sì- di Travaglio commessa contestando le ottime ragioni politiche e storiche del richiamo di Mattarella alla paragonabilità dell’aggressione russa all’Ucraina alle avventure permesse a Hitler fra il 1938 e il 1939, propedeutiche allo scoppio della seconda guerra mondiale. Ragion per cui -ha detto Mattarella parlando in Portogallo- conviene continuare a difendere l’Ucraina e non darla vinta a Putin, che non si sa francamente se possa o debba essere paragonato più a Stalin che a Hitler, non per niente alleati nell’aggressione e spartizione della Polonia 84 anni fa.

         “Con quali truppe” -ha chiesto Travaglio- Putin potrebbe fare quello che teme Mattarella, “visto che mantiene appena le posizioni nelle 5 regioni ucraine occupate?”. Eppure lo stesso Travaglio scrive ogni volta che gli capita del carattere velleitario, a dir poco, della resistenza degli ucraini, e degli occidentali che lo aiutano, alla soverchiante superiorità delle truppe russe. Alle quali sarebbe stato persino più umano arrendersi subito, piuttosto che subire tante perdite fisiche e materiali. Ah, la coerenza!

         Ma la notizia, a questo punto, non è più l’attacco di Travaglio a Mattarella. E’ la sostanziale assenza di reazioni critiche, salvo un inciso polemico della rassegna stampa radicale di ieri. Un’assenza che, pur derivante anche dalla sopraggiunta guerra in Israele scatenata dai terroristi palestinesi di Hamas, raggela quanto hanno probabilmente raggelato Mattarella certi segnali di stanchezza o persino di paura che anche lui deve avere avvertito nel fronte euro-atlantico, tanto da  lanciare un monito per niente sciocco e stupido.

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La sfigata sfida rossa di piazza a Roma contro il governo Meloni

Per ironia della sorte quella che il manifesto chiama “una giornata a lezione di opposizione” -a proposito dei due cortei organizzati a Roma contro il governo al grido di “Eccoci”, in rosso, stampato dall’Unità-  coincide col massimo del consenso registrato nei sondaggi dalla premier e dai suoi alleati. E con altro ancora di sorprendente, come vedremo..

         Come riferisce Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera, il partito della Meloni salta dal 26 per cento dei voti delle elezioni politiche dell’anno scorso a quasi il 30 per cento, cui manca solo lo 0,2. La Lega di Matteo Salvini sale dall’8,8 al 10 per cento. E, pensate un po’, “risulta in crescita anche Forza Italia” dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi. Immagino la delusione dell’ ormai concorrente diretto Matteo Renzi, l’ex “royal baby” sognato pacificamente sul Foglio e altrove da Giuliano Ferrara. Ma il senatore di Rignano può consolarsi con gli altri 80 mila euro appena strappati per diffamazione in tribunale a Marco Travaglio.

  Il sondaggio Ipsos di Pagnoncelli, come accennavo, non è la sola rivincita della Meloni su chi protesta in piazza contro di lei e il suo governo. La premier è anche reduce dal vertice europeo di Granada dove si è chiarita col cancelliere tedesco Sholz e ha fatto adottare sul tema dell’immigrazione una linea tanto diversa da quella che lo stesso Sholz avrebbe desiderato da spingere non Libero dell’ex portavoce di Palazzo Chigi Mario Sechi, che l’ha citata, ma la Frankfurter Allgemeine, il più autorevole giornale teutonico, a scrivere che “Berlino è andata contro il muro di granito di Roma”. Che la Meloni ha saputo costruire d’accordo con la Francia e la presidente (tedesca) della Commissione europea Ursula von der Leyen. E’ il muro del contenimento dell’immigrazione più dalla partenza che all’arrivo.

         Con sorprendente e fallosa  sintonia sia Il Foglio sia la Repubblica hanno rappresentato il successo della Meloni a Granada rovinato dal no dei polacchi e degli ungheresi, solidali nella resistenza alla distribuzione solidaristica dei migranti approdati sulle coste italiane fra i paesi dell’Unione. “Meloni ricuce con Sholz. Polonia e Ungheria le guastano la festa”, ha titolato, in particolare, Il Foglio. “Orban si oppone e imbarazza Meloni”, ha gridato  la Repubblica.

         Eppure “le botte da Orban” alla Meloni valorizzate anche da Stefano Rolli nella vignetta del Secolo XIX hanno finalmente liberato la premier italiana dalla rappresentazione un po’ vecchiotta e semplicistica, diciamo così, di una leader sovranista a rimorchio di amici ancora più sovranisti di lei come i polacchi e gli ungheresi. Infatti Flavia Perina sulla Stampa si diverte a chiedersi e chiedere “se Giorgia lascia Matteo”, cioè Salvini, “da solo con i sovranisti”.

         In questa situazione, per non parlare dei 17 miliardi e più di euro raccolti in pochi giorni con i BPT Valori, non è tanto ironica quella raccomandaziome fatta dal manifesto ai dimostranti di oggi a Roma a non tenere i cartelli dalla parte sbagliata del Viva, anziché dell’abbasso al governo.

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L’assordante silenzio della Corte Costituzionale sulla giudice spazzadecreto

         Eppure nella polemica assordante scoppiata sul caso della giudice Iolanda Apostolico – che si è rifiutata di applicare una legge sui migranti, liberandone quattro irregolari, perché presuntivamente in contrasto con l’articolo 10 della Costituzione- quello che trovo ancora più assordante è il silenzio sul colle del Quirinale. Ma non sto scrivendo o alludendo al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che sul quel colle lavora, bensì alla Corte Costituzionale, anch’essa operante da quelle parti, in un palazzo dirimpettaio agli uffici del capo dello Stato.

         Dei 15 giudici costituzionali, a cominciare dalla loro presidente Silvana Sciarra, ma anche dei loro predecessori emeriti ancora in vita, nessuno -ma proprio nessuno, almeno sino al momento in cui scrivo- ha fatto sentire la sua voce per rivendicare la competenza loro assegnata da un articolo della Costituzione che segue di parecchio quello a suo modo applicato dalla giudice Apostolico ma è abbastanza preciso, direi drastico. “La Corte Costituzionale -dice l’articolo 134- giudica sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni”.

         La “controversia” avvertita da Iolanda Apostolico a Catania è stata invece da lei stessa risolta in senso negativo per la legge che doveva applicare, senza neppure pensare di dovere investire della questione la Corte Costituzionale. E ciò mi sembra francamente molto più grave della pur grave, anch’essa, condotta della giudice emersa dal video che la riprese cinque anni fa tra i manifestanti in piazza a favore dei migranti e contro la Polizia “assassina” -si gridava- che applicava la legge a carico di quelli irregolari.

         A quel video è capitata subito la sorte del famoso dito notato più della luna che esso indica. La giudice è scomparsa dall’attenzione, attratta invece dal misterioso operatore che l’aveva ritratta. E lo scandalo, o l’anomalia, come preferite, dalla  presenza dell’Apostolico in piazza -non in una casa privata, in un club, in un bar- è diventato la provenienza del video. O, e ancor più, la sua destinazione dopo cinque anni, essendo finito nella disponibilità dell’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, ora alle Infrastrutture ma sempre vice presidente del Consiglio. Che si è procurato, per averlo diffuso con tanto di proteste contro la parzialità di una giudice che dovrebbe essere invece imparziale, l’accusa di essere “la bestia” di ritorno gridata su Repubblica da Stefano Cappellini. Per non parlare della “puzza di dossieraggio” avvertita dal Fatto Quotidiano.

         Persino Il Foglio, spintosi qualche giorno fa a difendere in qualche modo la decisione della giudice Apostolico dai “travisamenti” di una Meloni dichiaratamente “basita”, ha dovuto correggersi. O subire la correzione del suo fondatore Giuliano Ferrara, dichiaratamente “spiacente” oggi di dovere dare ragione alle proteste non della presunta dossierata ma di Salvini. Miracolo…apostolico.

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Le lacrime di coccodrillo sulla clausura impostasi da Marta Fascina

Beh, diciamo la verità, se la sono un po’ cercata e meritata dentro Forza Italia e dintorni la sostanziale accusa di “vile ipocrisia” lanciata da Mattia Feltri sulla Stampa, fra le ultime righe del suo “Buongiorno”, a commento degli auspici, inviti e simili che vengono rivolti a Marta Fascina a smetterla di piangere, o di piangere soltanto, per la morte del suo quasi marito Silvio Berlusconi, e di tornare alla Camera. Dove    si avvertirebbe il peso della sua assenza in aula e in commissione, visto che capita anche ad una maggioranza ampia, sulla carta, come quella di centrodestra, ora anzi di destra-centro, andare sotto per negligenza. O addirittura per calcolo, come ha qualche volta prospettato l’opposizione immaginando complotti, facendone magari scrivere sui grandi giornali da amici e simili e poi accreditandoli con le reazioni nervose della premier Giorgia Meloni e familiari.

         Si è chiesto giustamente il figlio di Vittorio Feltri, ereditandone la franchezza, perché con Berlusconi in vita, quando la Fascina preferiva assisterlo, oltre che amarlo, piuttosto che correre a votare a Montecitorio, “non erompeva l’urgenza democratica che di colpo erompe adesso”. Perché gli elettori di Marsala, in Sicilia che l’hanno rimandata alla Camera l’anno scorso -anche se sul Fatto Quotidiano Daniela Ranieri continua ad occuparsene come di una deputata eletta in Campania al pari di quattro anni prima- dovrebbero reclamare oggi ciò che non hanno fatto sino a giugno scorso, cioè una presenza assidua  della loro rappresentante a Montecitorio? “Era forse nel programma elettorale di Fascina -chiede Mattia Feltri con altra impertinenza- l’assistenza domiciliare del Leader?”, con la maiuscola pretesa dal dittatore di turno in Corea e simili.

         Solo “Il buon gusto -ha sempre calcato la mano Mattia Feltri in un altro passaggio della sua impietosa protesta- ha trattenuto i colleghi smaniosi di rivedere la Fascina alla Camera “dal ricordare all’ereditiera da cento milioni di euro che non è il caso di intascarsi a sbafo pure un lauto stipendio corrisposto con denari pubblici”. Qualcuno, in verità, si è avvicinato, quanto meno, ad una simile protesta prospettando l’opportunità di una rinuncia della Fascina al seggio parlamentare per fare subentrare il primo dei non eletti. Ma è stata soprattutto Mariarosaria Rossi, ex potente segretaria di Silvio Berlusconi ed ex senatrice forzista, non mi sembra rientrata a casa dopo essere stata attratta nella scorsa legislatura dalla missione dei “responsabili” cercati dall’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte per evitare la caduta del suo secondo governo. E l’arrivo a Palazzo Chigi di quella specie di usurpatore che ancora qualcuno, sotto le cinque stelle, considera Mario Draghi più di un anno dopo la fine della sua esperienza di premier tecnico. Egli mise in piedi tuttavia un governo politico di larghe, direi anzi di larghissime intese, almeno sino quando proprio i grillini decisero di sfilarsi con tanta poca grazia o tanto avventurismo politico da indignare il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, mica quello dello Spettacolo, e fargli abbandonare il movimento che aveva a suo tempo addirittura guidato.

         Quante cose -è vero- sono accadute in così pochi anni, in fondo, fra il 2021 e questo 2023 ormai calante. E’ persino successo che Di Maio, non rieletto fra la soddisfazione di un Conte pur dimezzato nei voti del movimento affidatogli da Beppe Grillo fra un po’ di mal di pancia, navighi ora nel Golfo Persico come rappresentante dell’Unione Europea grazie al credito guadagnatosi a suo tempo a Bruxelles proprio come ministro degli Esteri di Draghi.

         Ma torniamo alla Fascina chiamata dai genitori col nome della protettrice di casalinghe e domestiche ed entrata improvvisamente nel mirino persino domestico della lotta all’assenteismo parlamentare. E’ chiaro che anche questa vicenda -immagino quanto la stia angustiando- ha aspetti più politici che moralistici, o semplicemente affettivi per chi sostiene che gli inviti al ritorno alla Camera derivino solo dalla preoccupazione di vedere l’onorevole stremata dal dolore e dalla clausura vedovile che si è imposta. Qualcuno forse in Foza Italia non ha ancora ben capito se e come essa vorrà impegnarsi, quale tela ha da tessere, a favore davvero  o contro la momentanea leadership, al minuscolo, di Antonio Tajani. Di cui mi ha sorpreso non so se più l’urticante o sfottente commento del Foglio alla sua figura di “complottista moderato”, non “truce” come da tempo viene liquidato su quel giornale Matteo Salvini, l’altro vice presidente del Consiglio e capo della Lega.

“L’esito” della presenza e dell’azione di un complottista moderato -hanno scritto al Foglio- “è quel che è: un po’ comico, o meglio umoristico, nel senso che dell’umoristico dava Pirandello, includendovi insomma un che di commovente”.  E’ tutta acqua -temo per Tajani- utile alla concorrenza elettorale che Matteo Renzi ha deciso di fare., col suo più o meo fantomatico “Centro”, al successore di Berlusconi che l’ex premier toscano nei suoi articoli e discorsi attacca senza neppure nominarlo, tanto lo ritiene irrilevante: un giudizio, d’altronde, ricambiato.

Pubblicato sul Dubbio

I pretoriani di Sholz nel salotto televisivo di Lilly Gruber

Chi ha avuto la possibilità di seguire ieri sera la puntata salottiera di Lilli Gruber su la 7  ha assistito ad un altro spettacolo del tafazzismo nazionale. Quando il direttore di Libero Mario Sechi si è permesso di sottolineare, in vista del vertice europeo a Granada, la rinuncia della Germania alla proposta di una risoluzione contenente un passaggio a favore delle navi del volontariato – comprese o a cominciare da quelle battenti bandiera tedesca che soccorrono i migranti mandati a morire in mare dagli scafisti e pretendono di scaricarli praticamente tutti sulle coste italiane, perché le più vicine e le meno onerose per gli armatori-  è scattata nel salotto, fra ospiti seduti e ospiti collegati, una gara a contestare la rappresentazione di un successo del governo italiano. Di cui è arcinota la protesta, levatasi personalmente dalla Meloni, contro le abitudini, chiamiamole così, delle navi delle organizzazioni non governative, particolarmente di quelle tedesche, alcune delle quali finanziate e non solo protette da Berlino con la sua bandiera.

         Non contenta di avere condotto il dibattito con la solita formula di quattro contro uno, comprendendo fra i quattro lei stessa tra parole e smorfie, la Gruber ha voluto trafiggere il direttore di Libero con una freccia avvelenata della Meloni, costituita da un’ammissione fresca di agenzie di “errori di comunicazione” imputabili al suo governo in questo primo anno di vita, per una parte del quale proprio Sechi è stato il responsabile. L’ospite ha cercato persino di scherzarci sopra ma la Gruber ha infierito mimicamente.

         Alla Gruber e ai suoi ospiti che, quasi come pretoriani di Scholz, hanno contestato il successo sul cancelliere attribuito alla Meloni saranno probabilmente apparse oggi come le solite baggianate i titoli del Giornale e della Verità, di area di centrodestra. Che hanno annunciato, rispettivamente, “Berlino si arrende all’Italia” e “La Germania si arrende” e basta, come nel 1945, senza bisogno questa volta del suicidio del cancelliere.

         Ma, ahimè, anche il manifesto ancora dichiaratamente e orgogliosamente comunista ha trasformato il prudente “stralcio” della proposta tedesca al vertice di Granata annunciato dal Corriere della Sera in una “marcia indietro di Berlino”. Non parliamo poi del soccorso involontariamente prestato a Sechi, e alla premier, da Piero Sansonetti in persona sull’Unità.

         Sotto un titolo nerissimo sulla Germania che “si arrende su ong”, cioè sulle navi di soccorso del volontariato alla merce umana degli scafisti, Sansonetti ha personalizzato il successo della Meloni, peraltro moltiplicato dalla “smentita” della ministra degli Esteri tedesca da parte di Sholz. E, desolato, ha aggiunto: “Ha vinto la spinta xenofoba che dilaga in tutto il continente e contagia i partiti, terrorizzati ben oltre l’estrema destra. Travolta anche la mitica socialdemocrazia tedesca (povero Brandt!). E’ un giorno abbastanza buio per la nostra civiltà”. E forse anche per la Gruber.

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Attenta Schlein, la Meloni non c’entra con la tragedia stradale di Mestre

Calma, signora Schlein e ospiti del salotto mediatico mobilitato contro la caccia di Giorgia Meloni al nemico di turno di cui il governo avrebbe bisogno per sentirsi tonico e, insieme, distrarre l’attenzione dai problemi che lo starebbero travolgendo. Alla guida del pullman precipitato dal cavalcavia di Mestre con un bilancio da tragedia, strage, apocalisse, secondo i vari titoli dei giornali giustamente colpiti dai 21 morti sinora accertati e 15 feriti, dei quali 5 in gravissime condizioni, era un italiano sì, Alberto Rizzotto, del Trevigiano, ma non un parente, neppure alla lontana, della premier e, più in generale, dei suoi fratelli e sorelle d’Italia.

Il poveretto, fra i primi a morire, aveva perso il controllo del suo mezzo, che trasportava turisti tedeschi, ucraini, francesi e croati diretti a un campeggio, perché colto da malore. Non per una spericolata manovra nell’inseguimento del nemico del giorno della Meloni segnalatogli dal presunto, apposito ufficio di Palazzo Chigi. Cui oggi il solito Fatto Quotidiano dedica un articolo di Alessandro Robecchi doverosamente richiamato in prima pagina.

A proposito della deploratissima caccia giornaliera di Meloni al nemico, vorrei segnalare sempre alla signora Schlein e ospiti del salotto antigovernativo che al Consiglio Superiore della Magistratura, dove di solito non si nega a nessuno una cosiddetta “pratica a tutela” del giudice o del pubblico ministero caduto nelle critiche o negli attacchi di uomini e donne del governo e della maggioranza, questa volta si è avvertita qualche difficoltà a proteggere all’istante, o a prescindere, la toga e la persona di Iolanda Apostolico. Che nel tribunale di Catania, lasciando “basita” la premier, si è sostituita ai giudici del palazzo della Consulta contestando una norma del cosiddetto decreto Curto, e liberando non si sa ancora di preciso se tre o quattro migranti tunisini a dir poco irregolari, perché in contrasto, fra l’altro, con l’articolo 10 della Costituzione. Non è per niente scontato che la pratica a tutela della giudice in servizio a Catania dopo il percorso in commissione riesca a passare nel plenum, cioè nell’aula, del Consiglio Superiore.

Sempre a proposito della caccia di Meloni al nemico del giorno, segnalo infine alla Schlein e amici o compagni che qualcosa da ridire al cancelliere Sholz -come ha fatto appunto la Meloni-  sui rapporti economici e d’altro tipo con le navi del cosiddetto volontariato battenti bandiera tedesca, e use a scaricare sempre sulle coste italiane i migranti soccorsi in mare e sottratti alla morte messa nel conto dagli scafisti, hanno avuto anche a Berlino e a Bruxelles. A Berlino, in particolare, l’ex presidente del Bundestang Wolfang Schauble, già potente ministro del Partito Popolare e cancelliere,, e a Bruxelles il presidente  del Consiglio Charles Michel, intervistato oggi dal Corriere della Sera.  

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La politica divisa fra il nemico fisso della Schlein e quello giornaliero della Meloni

Fiera evidentemente di avere scelto un nemico fisso, che è naturalmente il governo in carica, peraltro non accorgendosi che a insidiare l’elettorato del suo Pd più di Giorgia Meloni è Giuseppe Conte, col quale mezzo Nazareno vorrebbe tornare ad allearsi, la segretaria Elly Schlein ha contestato alla premier di cercarsi “un nemico al giorno”. L’altro ieri, diciamo così, il cancelliere tedesco Olaf Sholz, col quale tuttavia “si tratta a Berlino” secondo il titolo di apertura del Corriere della Sera, e ieri la giudice che a Catania, sostituendosi alla Corte Costituzionale, ha trovato illegittimo una norma in vigore, adottata dal governo con procedura d’urgenza  e controfirmata dal presidente della Repubblica. E ha perciò liberato tre o quattro tunisini clandestini dal trattenimento disposto dalle autorità competenti.

         Era naturalmente scontato che Schlein fosse spalleggiata nella sua protesta contro la protesta, a sua volta, della Meloni da Repubblica, corsa a scomodare Montesquieu con Carlo Galli, e da Domani, il giornale che Carlo De Benedetti ha fondato dopo che i figli gli hanno fatto perdere il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. “Il governo fallisce e cerca nemici”, ha titolato  appunto Domani in concorrenza col Fatto Quotidiano che ha gridato: “Lapidano la giudice perché fa il suo dovere”. Come  se -ripeto- toccasse a una giudice ordinaria lapidare un decreto legge e non alle Camere, bocciandolo, o ai giudici costituzionali trovandolo in contrasto con l’articolo 10 della Costituzione imprudentemente citato dalla magistrata che ha sorpreso, anzi “basito” la premier.

         Meno scontati ho trovato “il fallo di reazione” avvertito e denunciato da Avvenire, il giornale dei vescovi italiani che dovrebbe almeno astenersi da dispute di questo genere, e Il Foglio. Che sotto un titolo falsamente neutro come “Il governo e la giudice” ha scritto che “sui migranti Meloni attacca il tribunale di Catania travisando la sentenza”. Ma quale travisamento di una sentenza nella quale si accoglie il ricorso dei migranti clandestini, e passibili di estradizione, sostituendosi alla Consulta nel dichiarato violato un articolo della Costituzione ?

         In attesa di assistere all’epilogo di questa vicenda nella sede propria, che è quella giudiziaria essendo stato preannunciato il ricorso del Ministero dell’Interno alla Cassazione, non ha forse avuto torto il mio amico Mattia Feltri a scrivere sulla Stampa, pur dello stesso gruppo editoriale di Repubblica, che i magistrati, insorti con il loro sindacato contro la Meloni “basita”, “hanno perso la fiducia dei cittadini perché il loro enorme potere è, o quantomeno appare, un abuso di potere”. E non ha avuto torto neppure Claudio Velardi a scrivere sul Riformista che la sinistra una volta si riconosceva negli avvocati davvero del popolo -qual era, per esempio, Filippo Turati- e ora in magistrati impegnati nella “resistenza solo per tutelare i loro eterni privilegi corporativi e di casta”.  

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Giuliano Amato si è ormai specializzato nelle sorprese e nei sorpassi

A 85 anni belli che compiuti, per quanto molto ben portati e quindi non ostativi a qualche nuovo incarico, Giuliano Amato ha avuto facile gioco a tirarsi fuori dalla gara alla quale altri lo hanno iscritto per la guida di un nuovo, pur improbabile governo tecnico, dopo quelli di Lamberto Dini, di Mario Monti e di Mario Draghi succedutisi durante la cosiddetta seconda Repubblica. Che pure era nata nel 1994 con la vittoria elettorale di un Silvio Berlusconi spinto a Palazzo Chigi direttamente da chi ne aveva votato la candidatura nelle urne, ma nominato un po’ controvoglia dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

  Ciò contribuì non poco a far cadere il nuovo presidente del Consiglio in circa nove mesi ad opera di un ancora imprevedibile alleato come Umberto Bossi. Il quale raccontò poi personalmente delle feste, o quasi, che Scalfaro gli faceva al Quirinale quando egli cominciò a manifestare insofferenza e voglia di crisi, trattenuto solo dal timore di elezioni anticipate di cui il capo dello Stato lo liberò promettendogli di non ricorrervi se Berlusconi fosse stato costretto alle dimissioni. E in effetti a succedere al Cavaliere fu chiamato come tecnico il ministro del Tesoro Dini, durato ben più dei quattro o cinque mesi che Berlusconi si aspettava dicendo che tanti gli erano stati promessi al Quirinale. Dini durò più di un anno, sino a quando si andò alle elezioni anticipate nelle condizioni in cui la sinistra riteneva di essersi attrezzata candidando con successo Romano Prodi.

Ma torniamo a Giuliano Amato e alla sua scarsa o nessuna voglia di tornare come tecnico a Palazzo Chigi dopo esservi già andato come politico nel 1992 e nel 2000. Ipotizzarlo “non so se sia più penoso o più comico” alla sua età pur “in un Paese di anziani”, ha detto Amato rispondendo all’ultima domanda di un’altra intervista fattagli da Repubblica: meno clamorosa di quella sulla strage aerea di Ustica del 1980 ma politicamente più pregnante e attuale, non a caso titolata sul tema scottantissimo dell’immigrazione così malamente affrontato e gestito un po’ da tutti in Europa. Dove Amato non si dà pace che “oggi si accolga”, almeno sulla carta, “chi è perseguitato da un regime e si respinga chi è perseguitato dalla fame”. “Questo -ha detto- è inammissibile sul piano dei diritti umani. L’Europa deve riconoscere lo status di rifugiato economico”.

La premier Meloni, proiettatasi un pò troppo in avanti col suo cosiddetto “piano Mattei” per combattere la miseria in Africa, non avrà molto gradito. Ma a me il ragionamento dell’ex presidente del Consiglio e ora presidente emerito della Corte Costituzionale sembra a dir poco ragionevole, anzi dovuto sul piano morale, anche se Maurizio Belpietro ha titolato sulla sua Verità contro “l’invasione dei rifugiati economici” e accusato Amato di volerci “impoverire” già dal lontano 1992, quando il suo primo governo prelevò nottetempo il 6 per mille dai conti correnti bancari degli italiani.

Poiché col passare degli anni mi sembra che egli abbia preso il gusto di spiazzare l’interlocutore di turno, nella sua nuova intervista a Repubblica Amato ha voluto in qualche modo tornare al discorso celebrativo su Giorgio Napolitano, nel giorno dei funerali di Stato a Montecitorio, per aggiungere ciò che non aveva detto, non so se per ragioni di tempo o di opportunità, dopo che un figlio in persona dello stesso Napolitano ne aveva riconosciuto “cause sbagliate” e non solo giuste. Cause sbagliate -avevano tutti opportunamente pensato- come quella del 1956 per la repressione sovietica della rivoluzione ungherese, quando il segretario del Pci Palmiro Togliatti si compiaceva sorseggiando vino rosso e l’Unità usciva su tutta la prima pagina con questo titolo raccapricciante: “Le bande controrivoluzionarie vengono costrette alla resa dopo i loro sanguinosi attacchi contro il potere socialista”.

Ebbene, pur iscrittosi al Psi piuttosto che al Pci proprio dopo i fatti d’Ungheria, un sorprendente Amato ha voluto chiedersi  “quasi settant’anni dopo” se, rimanendo nel partito comunista senza dissentire uomini come Giorgio Napolitano, “ebbero davvero torto coloro che pensarono che far disperdere quel patrimonio umano sarebbe stato un errore”. “Io escludo -ha aggiunto o spiegato Amato, come per giustificare il compianto presidente emerito della Repubblica- che Giorgio fosse personalmente sensibile al mito di Mosca, che aveva anche aspetti  grotteschi, ma è un fatto che fosse una componente identitaria a lungo essenziale per preservare l’unità” del Pci, preferita in effetti anche da Giorgio Amendola ad ogni altra esigenza o evenienza.

“Oggi ripenso -ha insistito Amato- alla scelta difficile di chi rimase come Giorgio (Napolitano). Io resto ma farò tutto quello di cui sono capace -ha detto come ventriloquo dell’amico in quell’orribile 1956- per radicare il mio partito nel sistema democratico italiano. Un’impresa ardua e coraggiosa”. Che Amato ritiene evidentemente svolta a dovere da Napolitano, senza il quale in effetti  il Pci difficilmente avrebbe rinunciato a vedere l’Europa solo come il continente dei monopoli e del capitalismo. E quindi ad opporvisi. 

Ma le sorprese del bis di Amato a Repubblica non finiscono qui. Si spingono sino a sottrarsi da parte dell’intervistato al tentativo di strappargli una critica ad una destra, secondo l’intervistatrice Simonetta Fiori, anche visivamente fredda, se non ostile a Napolitano morto. “Questa delle due Italie -ha detto Amato- è un’immagine ricorrente nelle cronache dei funerali. Posso solo prenderne atto, non avendo potuto scorgere i volti di chi ascoltava. E comunque bisogna apprezzare che quasi tutto il governo abbia presenziato. Certo è che queste due Italie devono dialogare tra di loro”. Volenti o nolenti, specie nel luogo etimologicamente preposto al dialogo che è il Parlamento. Come dargli torto?

Pubblicato sul Dubbio

La corsa vignettistica, più che politica, al governo dei tecnici

Mentre la Repubblica, quella di carta, mobilita il suo ex direttore Ezio Mauro per trattare “gli spettri tecnici” che tormenterebbero Giorgia Meloni, ma forse anche la sua principale rivale Elly Schlein al Nazareno, sul Corriere della Sera il buon Emilio Giannelli, occupando meno spazio di un editoriale di media lunghezza, la butta in barzelletta, o quasi. E sorprende la Meloni che grida al suo ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti alle prese con una perdita d’acqua, o d’altro, dietro una parete: “Non voglio sentir dire che ci vuole un tecnico!!”.

         Ma oltre che farci ridere Giannelli fa ripetere alla Meloni l’errore commesso qualche giorno fa a Malta, quando la premier cadde nella trappola tesale dai giornaloni che fantastificavano di un governo tecnico. Vi cadde sfidando i presunti complottardi a provarci, cioè prendendo sul serio la questione. E mettendo una volta tanto d’accordo suo cognato Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura eccetera eccetera, e il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio: entrambi convinti che, nel pur improbabile caso di una crisi simile a quella che investì nel 2011 l’ultimo governo di Silvio Berlusconi, la soluzione debba trovarsi nelle elezioni anticipate, non in un altro, a questo punto l’ennesimo governo tecnico, come quelli di Lamberto Dini, di Mario Monti e di Mario Draghi succedutisi fra il 1994 e il 2022, cioè l’anno scorso, sotto l’usbergo di tre presidenti della Repubblica: Oscar Luigi Scalfaro, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella.

         Sarebbero -date le condizioni delle opposizioni, divise fra di loro e all’interno di ciascuna di esse- elezioni destinate, ad occhio e croce, a risolversi nella conferma della maggioranza di destra-centro uscita dalle urne poco più di un anno fa. Magari -penserà forse non a torto la Meloni- con un allungamento delle distanze tra i fratelli e sorelle d’Italia e le altre componenti dell’alleanza, cioè la Lega di Matteo Salvini, per quanti sforzi stia facendo quest’ultimo di risalire la china, e la Forza Italia che il povero Antonio Tajani ha giocoforza ereditato da Silvio Berlusconi con la benedizione, nelle ultime ore, dell’ex direttore del Sole-24 Ore Roberto Napoletano, ora alla guida del Quotidiano del Sud. Che ha promosso il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, reduce dalle celebrazioni di Paestum,  a erede non solo o non tanto di Berlusconi quanto di Ugo La Malfa per serietà di programmi, visioni, comportamenti e altro ancora.

Il compianto Ugo La Malfa, come ricorderà anche il figlio Giorgio, veleggiava col suo Pri -Partito Repubblicano Italiano- fra il 2 e il 3 per cento dei voti, pur sapendoli gestire alla grande, per carità, ma in un sistema elettorale proporzionale che non c’è più. Era, persino più di quanto poi sarebbe stato il più corposo Psi di Bettino Craxi, l’ago della bilancia nei rapporti fra la Dc e gli alleati all’epoca del centrismo e del primo centro-sinistra, quello col trattino.

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Alle prese con i migranti il governo fa i conti senza l’oste in toga

Tempo di miracoli per i giornali. Che fantasticano di governi tecnici tra retroscena e interpretazioni di qualche evento all’interno di un partito di opposizione, come ha fatto di recente La Stampa, e si compiacciono di essere presi sul serio, o quasi, dalla premier Giorgia Meloni irridendo al “complotto” da lei avvertito o denunciato. Di questo compiacimento è intriso l’editoriale dedicato oggi dal direttore di quel quotidiano, Massimo Giannini col titolo enfatico “La minaccia dei tecnici e l’autunno del rating”. Un autunno già minacciato caldo dalle opposizioni e dalla Cgil pensando alle piazze e che gli speculatori, sempre all’erta nei mercati finanziari, vorrebbero rovente.

         Derisa più o meno dai giornaloni che le hanno teso la trappola fantasticando -ripeto- su un nuovo governo tecnico dietro l’angolo, Marco Travaglio a sorpresa ha preso le difese della premier sul Fatto Quotidiano concludendo così il suo commento di giornata: “Anche il governo Meloni è pessimo”, come gli altri che l’hanno preceduto, fatta eccezione per il solito, presunto cavouriano Conte 2, “ma un anno fa ha avuto dagli elettori votanti la maggioranza in Parlamento. Se crolla, sono gli elettori che devono fare mea culpa e decidere chi mettere al posto. Il peggior governo politico è sempre meno peggio del miglior governo tecnico”.

         A dimostrazione della cattiva qualità del governo il direttore del Fatto nel  fotomontaggio di copertina ha travestito da magistrati il guardasigilli Carlo Nordio, il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, da sinistra a destra, titolando che “scrivono le leggi coi piedi e danno la colpa ai giudici” che, anziché applicarle, le disattendono. Infatti una giudice a Catania, Iolanda Apostolico, ha liberato 3 migranti tunisini  dal campo di raccolta da dove avrebbero rischiato l’estradizione senza pagare una cauzione. “Scafisti in toga”, ha titolato Mario Sechi su Libero vedendo nella sentenza una “sfida dei giudici al governo”. “I magistrati ci riprovano”, ha titolato Alessandro Sallusti sul Giornale.

         L’Unità, una volta tanto in sintonia col Fatto Quotidiano, si è compiaciuta dei “decreti spazza-profughi illegali” finiti sotto la ghigliottina giudiziaria, pur con l’annuncio del governo di fare ricorso. Il direttore Piero Sansonetti si è travestito da ingenuo, sorpreso e altro ancora scrivendo: “Ma vedi un po’ se tocca proprio a noi- cioè all’unico giornale totalmente garantista che ci sia in circolazione- difendere i magistrati! Però alle volte le cose sono troppo evidenti per chiudere gli occhi”. E ha condiviso, in particolare, la valutazione della norma disattesa dalla giudice come contrastante con l’articolo 10 della Costituzione.

         Eppure, caro Piero, l’organo preposto a giudicare della legittimità di una norma è la Corte Costituzionale, alla quale la magistrata di Catania avrebbe potuto rimettere la questione senza sostituirsi ai suoi “superiori”, chiamiamoli così, ed agire e comportarsi guadagnandosi il plauso solo dell’opposizione politica.

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