Quei 50 anni, non ben portati, della Repubblica italiana di carta

       Il direttore Mario Orfeo, 60 anni da compiere fra due mesi, si è concesso ai lettori della sua Repubblica di carta, come raramente fa preferendo di solito restare in sala regìa piuttosto che in campo, per festeggiare i 50 anni che compie il giornale fondato da Eugenio Scalfari. Che con un quotidiano  fondò anche un partito orgogliosamente contrapposto ad uno analogo fondato due anni prima, a destra anziché a sinistra, da Indro Montanelli.

       Ma, diversamente da quello di Montanelli, il giornale di Scalfari ebbe subito problemi, diciamo così, nelle edicole vendendo meno copie di quelle necessarie a sostenerne le spese. A salvarlo fu involontariamente due anni dopo Aldo Moro col sequestro che subì la mattina del 16 marzo 1978 in via Fani, a Roma, a poca distanza da casa e fra il sangue della scorta decimata come in una mattanza, e con l’assassinio che ne seguì dopo 55 giorni di penosa prigionia in un covo promosso a sede di un fantomatico “tribunale del popolo” gestito dalle brigate rosse.

       A contribuire all’epilogo fatale di quel sequestro, che aveva -forse anche nella inconsapevolezza dei suoi autori-  colpito il personaggio davvero chiave di quella stagione politica, prossimo ad una elezione a Capo dello Stato che sembrava scontata alla fine del mandato di Giovanni Leone, fu anche la Repubblica di Scalfari. Che sostenne con astuzia pure imprenditoriale, pensando alle edicole più ancora che ai palazzi della politica, la cosiddetta “linea della fermezza” imposta alla Dc e al governo monocolore presieduto da Giulio Andreotti da un Pci -quello di Enrico Berlinguer- che si giocava nella partita la credibilità di forza aspirante al governo. Una forza che non doveva essere intimidita da una sinistra armata che ne contestava l’imborghesimento, il tradimento e quant’altro per l’ostinata ricerca di un compromesso più o meno storico col partito elettoralmente alternativo com’era lo scudo crociato.

       Moro perse la vita e il giornale di Scalfari salvò la propria. Sembra sconveniente scriverlo, ma questo fu ciò che accadde. La Repubblica di carta quasi si impadronì di quella turrita dei francobolli e delle mura quirinalizie e condusse, neppure tanto dietro le quinte, il gioco politico incoraggiando il Pci, accreditandolo e poi aiutandolo a ritirarsi anche dal pre-compromesso storico della cosiddetta “solidarietà nazionale”, troppo pesante elettoralmente per Berlinguer, raccogliendone e rilanciandone la campagna moralistica dall’opposizione. Alla quale il Pci fu costretto, dietro il pretesto di una “questione morale”, dal riarmo della Nato adottato dall’Occidente, Italia compresa, per riequilibrare i rapporti di forza militare col blocco sovietico. Producendone alla fine il collasso, prima ancora della storica caduta dell’antistorico muro di Berlino.

       Ora la Repubblica di Mario Orfeo ha altri problemi di sopravvivenza, procurati dall’imminente passaggio di proprietà ad un armatore greco dai molteplici interessi. Al quale magari interessano molto meno che ad Orfeo e ai lettori abituali del suo giornale la difesa referendaria  del potere acquistato dai magistrati in Italia con la loro discrezionalità travestita da indipendenza e autonomia, rimaste  intatte nell’articolo 104 della Costituzione modificato dalla riforma Nordio, chiamiamola così, per  aggiungervi  la divisione delle carriere togate fra giudici e pubblici ministeri. E altro ancora altamente nocivo alle abitudini dell’associazione nazionale dei magistrati e delle sue  correnti, riuscite ad avvolgere con i loro tentacoli l’omonimo, unico Consiglio Superiore, augurabilmente ancora per poco.     

Il no delegittimato della Schlein alla riforma della magistratura

La segretaria Elly Schlein ha un bel ripetere, ogni volta che qualche microfono o telecamera gliene dà l’occasione, il no del Pd alla riforma costituzionale della magistratura, più che della giustizia, sotto procedura referendaria. E’ un no contraddetto, smentito, delegittimato, come si preferisce, da esponenti del suo partito alquanto autorevoli che diffondono interviste, dichiarazioni e incontri, come quello appena svoltosi a Firenze,  per annunciare il loro sì. Più coerente, peraltro, del no della Schlein alla cronaca e alla storia del Pd e versioni precedenti.

       Il più illustre, e alto in grado sul piano istituzionale perché presidente emerito della Corte Costituzionale è Augusto Barbera. Il più significativo, diciamo così, sul piano politico è il quasi onnipresente Goffredo Bettini perché si tratta del più convinto, generoso, paziente sostenitore dell’alleanza con le 5 Stelle di Giuseppe Conte sulla strada dell’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni.   Sono le stesse stelle del medesimo Conte nel cui inseguimento la Schlein ha schierato il Pd sul fronte referendario del no, anche a costo di contraddirne il passato e metà nomenclatura.

       Il cosiddetto cerchio magico della segreteria piddina, di cui il più loquace è il capogruppo al Senato Francesco Boccia, che ne sembra il corazziere senza divisa nelle foto e nelle riprese televisive, accarezza la prospettiva della vittoria referendaria del no per godersi l’indebolimento, se non addirittura la caduta del governo, che dovrebbe o poterne seguire, nonostante la Meloni abbia già avvertito che non si sentirebbe per niente obbligata a fermarsi, rallentare o dimettersi per un successo del no. Piuttosto, ci sarebbe da interrogarsi sugli effetti possibili di una vittoria referendaria del sì sulla segretaria del Pd. Che potrebbe esserne chiamata a rispondere, non penso facendola franca come l’anno scorso col fallimento del referendum abrogativo del jobs act, dei tempi del governo di Matteo Renzi, contestato dalla Cgil di Maurizio Landini.

       Non aiuta la Schlein e dintorni neppure la smentita apparentemente a lei favorevole opposta dal presidente della Repubblica al sì attribuitogli dall’ex senatore forzista Andrea Cangini. In e con questa smentita il Capo dello Stato ha sottolineato con forza il ruolo neutrale, fra il sì e il no, che gli impone il suo ruolo. Insomma il suo è stato un no al si non traducibile in un sì al no. Non siamo mica ai tempi quirinalizi del compianto Oscar Luigi Scalfaro, che accorreva deferente alle assemblee più o meno congressuali dell’associazione nazionale dei magistrati assicurando i suoi peraltro ex colleghi che mai e poi mai avrebbe controfirmato una legge che ne separasse le carriere.

       Sveglia, ragazzi, signore e signori del no, in toga e senza, molt’acqua è passata da allora sotto i ponti della giustizia, ma anche della politica, entrambe ad un minuscolo prudenziale. Che potrebbe tornare al maiuscolo proprio se dal referendum appena fissato per il 22 e il 23 marzo uscisse confermata la riforma in attesa di giudizio popolare.

Pubblicato sul Dubbio

I regolamenti referendari di conti nella storia della Repubblica

Nata quasi 80 anni fa dal referendum giustamente celebrato dal Capo dello Stato nel messaggio di Capodanno come uno spartiacque, La Repubblica si è sviluppata ed è destinata a svilupparsi ancora politicamente, culturalmente, direi anche moralmente attraverso altri referendum. In particolare, da quello abrogativo del 1974 contro il divorzio, perduto dalla parte più integralista del cattolicesimo politico promosso nel 1948 alla maggioranza elettoralmente assoluta. Poi dal referendum, anch’esso abrogativo, del 1985 contro i tagli alla scala mobile dei salari apportati dal governo di Bettino Craxi per salvare il valore reale dei salari dall’inflazione che galoppava a due cifre. Ora sta arrivando il referendum, non abrogativo ma confermativo, della riforma costituzionale troppo pomposamente chiamata, forse, della giustizia ma non per questo meno importante della riforma della magistratura, come giustamente preferisce chiamarla uno del mestiere come Antonio Di Pietro. Che è passato per i tribunali d’Italia, dopo una carriera in polizia, in tutti i ruoli possibili fuorchè quello di usciere: sostituto procuratore, imputato, avvocato. Neanche giudice è mai stato, ma lo chiamavano così lo stesso i soliti ignoranti che davano, e un po’ danno ancora dei giudici anche ai pubblici ministeri. E che anche per questo non gradiscono culturalmente, diciamo così, la separazione delle carriere fra gli uni e gli altri.

       Con la conferma, cioè la vittoria 52 anni fa del divorzio, strappato dai laici ai cattolici con i quali erano alleati di governo, ci fu un regolamento di conti nel Paese, più ancora che in Parlamento, fra la modernità di quella legge antesignana di tutti i diritti civili dei quali si riempiono la bocca ancora i progressisti, e l’arretratezza di una Dc non ancora secolarizzata. Che non seppe resistere -salvo la buonanima di Arnaldo Forlani, che alla guida della Dc volle evitare il referendum facendolo rinviare di due anni- alle pressioni, a dir poco, delle gerarchie d’oltre Tevere. Un Tevere troppo stretto, per dirla alla maniera del compianto Giovanni Spadolini, che ne prendeva continuamente le misure osservando da storico laicissimo gli avvenimenti politici dei suoi tempi.

       I conti furono regolati persino con spietatezza, anche con  quell’Amintore Fanfani segretario della Dc, subentrato all’ex delfino Forlani, che Giorgio Forattini fece saltare in una sua celebre vignetta dalla bottiglia di champagne del referendum vinto dai laici.

       Da quella sconfitta derivarono alla Dc la perdita dell’invincibilità, il rischio di un sorpasso del Pci evitato grazie al soccorso montanelliano dei voti laici a naso turato , e la ripresa dell’alleanza di governo con i socialisti, dopo il disimpegno del Psi di Francesco De Martino, al costo della presidenza del Consiglio, passata prima al già ricordato Spadolini e poi a Bettino Craxi.

       Col referendum sui tagli alla scala mobile arrivò il regolamento dei conti fra i comunisti che ritenevano di poter presidiare con un diritto di veto il fronte sociale e una sinistra che, pur ancora minoritaria in Parlamento, riteneva di potere presidiare meglio quel fronte su posizioni dichiaratamente, orgogliosamente riformiste. Nulla dopo quel regolamento di conti tornò più come prima, per quanti sforzi ogni tanto avessero fatto gli ancora dichiaratamente comunisti o post di fare rivivere una stagione tramontata

       Il referendum sulla riforma della magistratura potrà finalmente liberare gli italiani dalla gabbia nella quale, volenti o nolenti, da soli o con la complicità suicida di una parte consistente della politica, le toghe li hanno rinchiusi pretendendo di potere governare il paese applicando o facendo finta di applicare, con la loro discrezionalità travestita da autonomia e indipendenza, al posto delle maggioranze e degli esecutivi prodotti dalle elezioni.

       Forza, ci siamo. L’Italia evoluta ha già il vantaggio di vedere i magistrati associati e mobilitati sul fronte del no costretti ad erigere barricate di bugie e falsi per difendere le proprie postazioni di potere, come alcuni di loro segretamente ammettono scambiandosi messaggi di fumo che non riescono neppure a nascondere.  

Pubblicato su Libero

Cronache…di guerra dalla prima linea del fronte antimeloniano

         Basta. Vi prometto, doverosamente al futuro, che non tornerò più sulla conferenza stampa d’inizio d’anno di Giorgia Meloni dopo questa cronaca di guerra, diciamo così, che contesto al solito Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Che ha contato, scoperto, denunciato, deriso e quant’altro otto inviati “embedded” al seguito della Meloni in quella specie di guerra, appunto, che sarebbe stata la conferenza stampa della premier: contro la democrazia, la verità, i magistrati. Otto su quaranta che, per quanto fortunatamente in minoranza, avrebbero ricambiato la protezione della premier, diciamo così, facendole domande di comodo, funzionali al suo racconto del governo, del Paese, del mondo. Otto giornalisti di cui sono stati fatti i nomi, e quelli delle testate.

       Magari, proprio a qualcuno di questi otto “embedded” è capitato di fare autorete dando alla Meloni l’occasione di quelle “due sole condivisibili” riferite da Travaglio in persona, in un editoriale di commento, “tra decine di frasi inaccettabili e omissioni indecenti”.

Sarebbero, quelle due sole cose condivise dall’esigentissimo e attentissimo direttore del Fatto, il rifiuto di mandare truppe italiane in Ucraina e la necessità riconosciuta di trattare la pace con Putin “dopo quattro anni e centinaia di migliaia di morti”, forse anche milioni direi. Ai quali comunque si potrebbe arrivare con quelli che proprio Putin contribuisce a far salire ogni giorno dalla sua parte e dall’altra sottraendosi ad una trattativa vera, non alle sole condizioni di cosiddetta pace da lui concordate più o meno dietro le quinte col presidente americano Donald Trump.

       Per queste trattative che sarebbero state finalmente ritenute necessarie dalla premier Travaglio ha omesso di riferire la figura proposta di un “inviato dell’Unione europea”, che sappia, voglia e possa rappresentarla tutta, non potendo essere evidentemente la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, liquidata sullo stesso Fatto dal sempre presente, vigilante e stimolante Goffredo Bettini come troppo guerrafondaia per rappresentare l’Europa.

       Travaglio non si è addentrato nell’argomento dell’inviato, negoziatore e quant’altro forse perché, leggendo soprattutto gli altri giornali da lui considerati troppo meloniani, ha avuto il sospetto che la premier pensi di proporre e riesca a far passare un altro italiano molto indigesto al Fatto e dintorni, specie pentastellari: il predecessore della stessa Meloni a Palazzo Chigi e già presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi.  Una sciagura forse non per gli ucraini, non per i russi, neppure per il Trump dei giorni pari o dispari, ma sicuramente per i costanti, fermissimi umori, anzi malumori -e dintorni anche stavolta- di Travaglio.

Il processo continuo a Giorgia Meloni, silente o loquace che sia…..

Man mano che passavano i 180 minuti della conferenza stampa di inizio d’anno e la premier rispondeva alla quarantina di domande dei giornalisti parlamentari mi chiedevo giù scetticamente se e quanto sarebbe durata una pausa nel solito assalto mediatico e politico a Giorgia Meloni per i suoi rapporti con l’informazione. Dalla quale è solitamente descritta in fuga, o quasi. Non ho dovuto aspettare molto per avere conferma di quanto avessi sospettato.

       Dalle parti di Repubblica, quella di carta naturalmente, dove già si lavora in stato di agitazione per la vendita del giornale non in edicola ma dal notaio, diciamo così, non è stata gradita neppure la Meloni “fluviale”, come è stata definita con una certa insofferenza. Fluviale e anche svogliata, costretta a parlare dalla “liturgia” degli incontri una volta di fine anno e ora di inizio fra il capo del governo di turno e la stampa. Un turno che sta durando da parecchio per la Meloni e che già per questo crea, diciamo così, problemi di approccio da parte non della premier ma dei suoi interlocutori, abituati generalmente in passato a chiedersi se a Palazzo Chigi si sarebbe potuto mangiare il panettone, o la successiva colomba pasquale.

La Meloni, per gusti e abitudini, ripeto, di cronisti, retroscenisti, analisti eccetera eccetera sta facendo scorpacciate di panettoni, pandoro, colombe e simili. Quando riuscirà a saziarsi?, si staranno chiedendo i nostalgici delle crisi che non facevano a tempo a chiudersi con i decreti e i bolli del Quirinale e già si avvertivano le correnti della successiva.

       L’immagine                                     della Meloni “fluviale”, forse di cortesia rispetto ad una Meloni logorroica per poco non uscita dal salotto televisivo di Lilli Gruber discutendone più a caldo, sembra scelta piuttosto per la vicinanza fra il fiume e il suo straripamento. Come quello contestato alla premier duramente da critici ed avversari per essersi lamentata della “vanificazione” dell’azione insieme “del governo e del Parlamento” prodotta dalla magistratura nell’esercizio della sua notoriamente larga, anzi larghissima discrezionalità, più enfaticamente chiamata “autonomia e indipendenza da ogni altro potere”. Così sta scritto anche nel testo dell’articolo 104 della Costituzione modificato dalla riforma della giustizia sotto procedura referendaria solo per precisare che l’una e l’altra -autonomia e indipendenza- valgono per i magistrati anche a carriere separate, quindi giudici e pubblici ministeri.

       Invece, com’è noto, i signornò alle carriere separate stanno facendo la loro campagna referendaria chiedendo il no all’assoggettamento dei giudici “alla politica”. Un fiume davvero in piena, quello però dei magistrati associati e non. Altro che il fiume della Meloni. Alla quale si nega il diritto di quello che la buonanima di Sandro Pertini anche al Quirinale diceva, scherzando ma non troppo, di rispondere “a brigante, brigante e mezzo”.  

       Una Meloni da straripamento, da fiume troppo pericolosamente in piena, è stata avvertita da critici e avversari anche nei rapporti dichiaratamente e orgogliosamente “ottimi” col presidente della Repubblica Sergio Mattarella, puntuale -ha precisato la premier- nella difesa degli “interessi nazionali” ogni volta che ne sono o solo sembrano minacciati. Il fatto che la Meloni abbia voluto anche parlare, per rispetto del suo ruolo e di quello di Mattarella, delle “divergenze” di opinioni che ci sono state e potrebbero tornare ad esserci ha fornito ai soliti guardoni dal buco della serratura il pretesto per proporre e rappresentare lo spettacolo, per essi di comodo, di un Presidente contro l’altro. E questo sarebbe giornalismo politico. Un pettegolezzo diffuso, direi, travestito da giornalismo.

Pubblicato su Libero

Se non sono bastate neppure 40 domande e risposte in 180 minuti di conferenza stampa

       Mi chiedo se e quanto, poco, basteranno a soddisfare il pubblico ostile alla Meloni, rappresentata come in fuga continua dai giornalisti, le quasi tre ore, 180 minuti, da lei impiegate per rispondere alla quarantina di domande nella conferenza stampa ormai d’inizio d’anno.  Dopo quelle di fine d’anno cui eravamo abituati quando i calendari -signora mia- si rispettavano di più, in qualsiasi condizione climatica o solo umorale.

Mi chiedo anche se e quanto, poco, critici, rosiconi, avversari e nemici irriducibili della premier abitualmente rappresentata come una mezza squadrista, torva nelle parole, nei gesti e nelle vene del collo quando sule su un palco per un comizio, o replica in Parlamento nelle discussioni che non può evitare, si siano accorti di quanta ironia, quasi da spettacolo di varietà, la premier sia stata capace parlando della voglia di lavorare, non gratis, col Fiorello televisivo. O del disinteresse opposto alle paure di vederla fra quattro anni al Quirinale, al posto di un Mattarella scaduto anche nel secondo mandato, dicendo: “So farmi “bastare il livello mio”.  Che istituzionalmente è quello di Palazzo Chigi, ora o anche dopo le elezioni se le vincerà al rinnovo delle Camere. Fisicamente invece, e allegramente lo stesso, il livello d’altezza della Meloni è notoriamente di 163 centimetri, o un metro e 63 come di dice comunemente conversando sia nei salotti sia per strada nelle borgate. Un’altezza che non le procura nessun complesso.

       Mi chiedo ancora se e quanto, sempre poco, gli “ottimi rapporti”        vantati dalla Meloni con Mattarella, pure quando all’una o all’altra non capita di pensarla alla stessa maniera nella gestione di grandi o piccoli problemi, faranno desistere retroscenisti e simili, di opposizione mediatica o politica, dall’ immaginare e raccontare liti e crisi furibonde, quasi all’arma bianca, a rischio di tenuta degli stessi stucchi del Quirinale, o di questo o quell’articolo della Costituzione, materiale o reale che sia quella invocata dai facili allo sconforto o alla paura.

       Mi chiedo se e quanto, sempre poco, varrà l’orgogliosa rivendicazione degli ottimi rapporti vantati dalla Meloni anche con i suoi due vice presidenti del Consiglio, il forzista Antonio Tajani e persino il leghista Matteo Salvini, a fare sospendere gli spettacoli, e o solo ridurne il pubblico, della premier che insegue entrambi come una gatta coi topi.

       Vi risparmio tutti i passaggi di politica estera della conferenza stampa d’inizio d’anno per non allungare ancora di più l’elenco delle domande del mio scetticismo. O della mia diffidenza per come si pratica ormai il giornalismo politico in Italia, nella rincorsa -debbo riconoscerlo- di una politica di non altissimo livello: anche nella maggioranza, certo, ma ancor di più all’opposizione generosamente al singolare, alla quale la Befana non ha avuto abbastanza carbone da distribuire. Neppure ai magistrati sempre pronti a offendersi, rivoltarsi e minacciare quando la presidente del Consiglio ne lamenta gli ostacoli che, volenti o nolenti, con la loro larga discrezionalità negli interventi,  diciamo così, frappongono all’azione sia del governo, con la minuscola preferita dalle opposizioni, sia del Parlamento, con la maiuscola dovutagli da tutti.  

Quella indigesta postura di statista della premier Giorgia Meloni

C’è un nesso, scomodo per molti ma nitido per chi ha onestà di osservazione e di analisi, fra il messaggio di Capodanno del  presidente della Repubblica, privo di ogni riferimento al fascismo e all’antifascismo, il totale apprezzamento espresso immediatamente dalla premier Giorgia Meloni e il richiamo alla necessità di una “vera pacificazione nazionale”  fatto dalla stessa Meloni appena appresa la notizia dell’aggressione subìta, per fortuna senza morti come invece nello stesso posto romano 48 anni fa, da giovani di destra che volevano ricordare quella tragedia incollando qualche manifesto. Un’aggressione a freddo come quello stagionale, diciamo così, dettata dalla solita convinzione che tutto sia e debba rimanere come prima. Che anche la memoria sia una colpa, e non debba essere coniugata con la “responsabilità” ricordata dalla Meloni, credo, ai suoi ragazzi ma anche ai suoi coetanei e anziani.

       Questa reazione della Meloni, cari signornò della sinistra disordinatamente sparsa nel campo a larghezza variabile dell’alternativa, ne conferma il ruolo di statista che ha saputo darsi già dai primi passi a Palazzo Chigi. E che gli avversari in fuori gioco permanente, credendo di segnare gol a porta vuota, finiscono per alimentare con le prove che riescono a dare di sé stessi ogni giorno, ogni ora, su ogni piano, compreso quello internazionale, dove finiscono sempre per ritrovarsi col dittatore di turno. Non riescono a distaccarsene neppure un attimo dopo la caduta. Anzi, lo rimpiangono e ne auspicano il ritorno. Ogni riferimento al Venezuela e a Maduro non è naturalmente casuale. E’, al contrario, voluto.

 Dittatore? Ma lo è Trump, rispondono i signornò italiani dimenticando nella loro astronomica disinvoltura le libere elezioni che hanno riportato il presidente americano alla Casa Bianca, contrastato da una sinistra d’otre Atlantico in caduta libera, anche nei conti elettorali ripassati a casa, qui in Italia, da uno come Massimo D’Alema.   Che la sinistra la conosce certamente più di tanti altri che pensano di rappresentarla adesso anche meglio di lui. E mostrano di invidiargli solo il vino che produce.

       La dimensione di statista della Meloni è diventata l’ossessione dei suoi avversari. Come a sinistra era diventato, nei quasi quattro anni trascorsi a Palazzo Chigi, Bettino Craxi col suo “socialismo tricolore”. Ricordate? Se n’è dimenticato qualche giorno  fa persino il vecchio quasi centenario Rino Formica, sorpreso dalle assonanze di Capodanno fra Mattarella e Meloni, e incantato dal fascismo e dall’antifascismo invece archiviato al Quirinale. Come già fece Craxi nel 1985 a Palazzo Chigi  cercando il segretario del Movimento Sociale Giorgio Almirante, che già per conto suo una decina d’anni prima si incontrava riservatamente col segretario comunista Enrico Berlinguer per proteggersi entrambi dal terrorismo nero e rosso che li minacciava.

       Ad Almirante l’allora premier Craxi chiese l’appoggio ad una candidatura, poi non decollata nella Dc, di Arnaldo Forlani al Quirinale, dove invece arrivò Francesco Cossiga per sostituire Sandro Pertini. Sette anni dopo, nel 1992, la candidatura di Forlani decollò invece anche nella Dc, sostenuta coerentemente da Craxi ma apertamente osteggiata, con successo, nel Psi proprio da Formica, ostinato già allora nella visione del mondo diviso sempre e solo tra fascisti e antifascisti.

       Il mondo, appunto, cambia. E come cambia, fra guerre che non finiscono e altre che si affacciano. Fra despoti che cadono, alcuni fuggendo e altri finendo in manette, protagonisti che tramontano e comparse che aspirano a sostituirli. Fra Pontefici che si avvicendano col sapiente coraggio di correggersi, come Leone XIV quando parla dell’Ucraina distinguendosi dal predecessore Francesco. Ma la politica italiana vista e raccontata dal “collettivo nazionale”, diciamo così, rimane sempre la stessa.  Uno spettacolo avvilente.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 10 gennaio

Lo stile mattarelliano di Giorgia Meloni dopo le aggressioni di Acca Larentia

         Credo o spero incoraggiata dal messaggio di Capodanno nel quale al suo undicesimo appuntamento augurale il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha archiviato la stagione del fascismo e dell’antifascismo, ignorandone le parole e indicando lo spartiacque costituito dalla Repubblica prossima agli 80 anni, la premier Giorgia Meloni ha reagito più da statista che da leader di partito, peraltro di maggioranza ormai in Italia, all’aggressione appena subita dai suoi “ragazzi” in via Acca Larentia, a Roma, al Tuscolano.  Che sono stati aggrediti, puntando a feriti ma col solito rischio di arrivare ai morti, da incappucciati di sinistra che non gradivano i loro manifesti di  preparazione celebrativa dei 48 anni trascorsi da una strage. Quella compiuta, sempre da estremisti di sinistra, assaltando una sezione del Movimento Sociale. Morirono in due, a destra, più un terzo caduto nei disordini seguiti all’assalto e all’intervento della forza pubblica.   

         “La memoria” sì, ha commentato e ricordato Giorgia Meloni condividendo emozioni, lezioni e quant’altro della strage del 7 gennaio 1978. Ma anche “responsabilità”, ha aggiunto reclamandola con uguale vigore e facendo dire, come ho letto in qualche cronaca, a qualcuno uscito indenne dall’aggressione del 7 gennaio 2026: “Noi continuiamo a prendere bastonate”. Una reazione che manifesta e conferma da sola la statura della premier, decisamente superiore a quella degli avversari che continuano a osteggiarla scambiandola per una Ducia.

Le “carte truccate” contestate ai magistrati da Antonio Di Pietro

Antonio Di Pietro, 75 anni abbastanza ben portati, ancora Tonino per gli amici, almeno per quelli che gli sono rimasti, in magistratura e fuori, dopo avere sposato la causa referendaria del sì alla riforma sulla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e tutto il resto, deve avere spesso giocato a carte nella sua vita. E imparato a conoscere, avvertire e smascherare i bari. Quelli cioè che le carte le truccano, oltre o prima ancora di giocarle. Ne ha denunciato la presenza anche al tavolo del referendum puntando dito, parola e quant’altro contro l’associazione nazionale dei magistrati. Dalla quale, del resto, egli dissentiva anche quando da sostituto procuratore a Milano ostentava sulla porta del suo ufficio il rifiuto di partecipare allo sciopero dei colleghi contro l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

       “Spiace -ha detto Di Pietro- che a truccare le carte siano proprio quelli a cui affidiamo ogni giorno il nostro destino convinti che non barino mai”.  Soprattutto, direi, quando maneggiano la Costituzione e le fanno dire bugie. Come in quello spot pubblicitario del  no ai “giudici che dipendono dalla politica”, come avverrebbe con il nuovo testo dell’articolo 104 della Costituzione sotto procedura referendaria, appunto. Eppure esso dice, testualmente, che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e dalla carriera requirente”. Il vecchio testo ancora in vigore dice invece che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, a cominciare da quello politico, in ciascuna delle due carriere ancora uniche. Il trucco, l’imbroglio e quant’altro è evidente. Non c’azzecca nulla, dipietrescamente parlando, con la Costituzione del vecchio e del nuovo testo. 

         Temo, per loro, che Di Pietro, passato per i tribunali in tutti i ruoli possibili e immaginabili, fuorchè quello di usciere, sia il giocatore della partita referendaria più pericoloso per i magistrati che si sono proposti di vincerla allungandone la durata. Che potrebbe peraltro rivelarsi il primo e più grave degli errori perché le bugie per vincere hanno bisogno delle gambe corte, anzi cortissime.  Di lungo esse hanno solo il naso, come quello di Pinocchio.

       Già in questo scenario internazionale da brividi, fra vecchie guerre che non finiscono e nuove che irrompono, le cronache del referendum sentano sempre di più a raggiungere o  rimanere nelle prime pagine. C’è altro di più urgente, di più immanente che distrae l’attenzione dalle opinioni e dalla paura dei magistrati di casa nostra di perdere la loro autonomia e indipendenza. E ciò al netto, come dice Di Pietro, sempre lui, di quelli che già hanno rinunciato spontaneamente all’indipendenza mettendosi al servizio delle inchieste cosiddette a strascico. Nelle quali non si punta ai fatti ma all’uomo di turno o di comodo. “I dipietrini -ha scherzato, diciamo così, Tonino- non sono più partiti dal fatto per individuare il colpevole, ma dalla persona per capire se aveva commesso qualcosa. Quindi ci siamo ritrovati nel caso come quello del sottoscritto che ha avuto 37 avvisi di garanzia”. Da cacciatore a preda.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

La complicità dei giornali di cui hanno bisogno le bugie dei magistrati

Siamo tutti inorriditi, e giustamente, della tragedia di Capodanno a Crans Montana. Di quel fuoco che ha incenerito anche sette ragazzi italiani per vendicare i quali è mancato che qualcuno sul fronte delle opposizioni mettesse da parte il pacifismo e reclamasse la guerra alla Svizzera. Vedrete che prima o dopo ci arriveranno, magari anche per distrarsi dalla fuga dalle responsabilità e dalla ragionevolezza che stanno praticando di fronte alla guerra, vera, in Ucraina. Dove Putin viene scambiato per l’aggredito e Giorgia Meloni, la premier italiana, per una complice per la fiducia riposta nel tentativo del presidente americano Trump di porvi fine.

       Non c’era davvero bisogno che in Italia si mettesse a scriverlo e gridarlo, per le strade e le piazze l’ornai eterno, quasi emerito generale Roberto Vannacci per renderci conto del mondo alla rovescia, o al contrario, in cui viviamo.   Alla rovescia o al contrario come si sta facendo e gridando, per esempio, contro la cattura di Maduro e il processo che subirà in un regolare tribunale americano paragonandolo ad Aldo Moro sequestrato in Italia 50 anni fa quasi esatti dalle brigate rosse. Robe da pazzi, come mi diceva lo stesso Moro  in vita di certe ostilità che alla guida del governo doveva subire dal suo stesso partito, la Dc, considerandolo troppo debole con gli scomodi alleati socialisti. Ma offrendo poi loro con Mariano Rumor e amici un centro-sinistra, ancora col trattino, “più incisivo e coraggioso”. Anche al costo di sfasciarlo, come puntualmente finì.

       Inorridiamo -giustamente, ripeto- per il fuoco di Crans Montana e ci sfugge quello che su Libero abbiamo appena documentato, in cui i signornò hanno appiccato, con l’aiuto e l’avallo dei magistrati, alla campagna referendaria sulla riforma costituzionale della giustizia O della magistratura.

       Quella domanda tanto breve e ingannevole sbandierata  per ottenere una risposta negativa, se vogliamo o no “giudici che dipendono dalla politica”, testuale, come se queto fosse o dovesse essere il quesito referendario, è semplicemente una bugia. Anzi, una truffa.

       L’indipendenza dei giudici, e anche dei pubblici ministeri, a carriere separate e non più unica, rimane intatta nell’articolo 104 della Costituzione modificato formalmente dalla riforma Nordio, chiamiamola così. “La magistratura- dice l’articolo ancora in vigore- costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. “La magistratura -ripete  l’articolo nel  nuovo testo sottoposto a verifica referendaria- costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e dalla carriers requirente”. Queste sono le parole, questi i testi. Tutto il resto è fuffa, che si pretende di vendere al mercato elettorale con la vidimazione di un sindacato -niente di più e niente di meno- qual è l’associazione nazionale dei magistrati.

       E’ come se la buonanima di Amintore Fanfani nell’affrontare  nel 1974 il referendum contro il divorzio, saggiamente evitato dal suo predecessore ed ex delfino  Arnaldo Forlani anche a costo di rinviarlo non di uno ma due anni  ricorrendo alle elezioni  anticipate nel 1972, avesse preteso di trasformare in un quesito mediatico, stampato sui giornali e su manifesti di carta non essendo ancora l’epoca elettronica che viviamo,  il sospetto da lui gridato sulle piazze che il divorzio dovesse o potesse favorire le tresche fra mariti e cameriere ,o -in  versione più ricca o aristocratica, diciamo così- fra mogli altolocate e camerieri inguaribilmente villani  o proletari.  

       Se Fanfani avesse avuto questa pretesa, simile alla logica dei magistrati del no, avrebbe perduto quel referendum ancora peggio di quel non gli capitò. La bottiglia di champagne dalla quale Giorgio Forattini lo lasciò schizzare via come un tappo nella vignetta forse più famosa del suo repertorio, si sarebbe dissolta.

       L’associazione dei magistrati con le sue imprudenze, con le sue guerre ibride, diciamo così, senza timore francamente di esagerare, rischia di uscire dal referendum di questo 2026 peggio della Dc dal referendum di 52 anni fa. E meritatamente, di certo.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it l’11 gennaio

Blog su WordPress.com.

Su ↑