Le due facce della medaglia orribile dell’odio verso gli ebrei

         Fra gli effetti, e anche le cause, come vedremo, dell’agguato mortale negli Stati Uniti a una coppia di ebrei -Varon Lischinsky e Sarah Milgrim-  dipendenti per giunta dell’ambasciata israeliana c’è la riproposizione, spuntata fra salotti televisivi, giornali e internet e aule parlamentari, della distinzione fra l’antisionismo e l’antisemitismo. Con la tendenza, la finalità e quant’altro di comprendere il primo, sino a giustificarlo attribuendone per giunta la colpa al capo del governo israeliano che lo starebbe alimentando a Gaza e nel mondo con la conduzione della guerra seguita al podrom del 7 ottobre 2023, e di deplorare senza riserve solo il secondo.

         Per antisionismo si intende l’ostilità allo Stato ebraico -deciso, ammesso e quant’altro dalle Nazioni Unite- e per antisemitismo l’ostilità agli ebrei in quanto tali. Che si meriterebbero la morte con tutte le sue premesse e dimensioni, persino di carattere universale come la Shoah.   

         E’ orribilmente sofistica e criminale questa rappresentazione dei fatti.  Per cui basterebbe peraltro gridare alla libertà della Palestina – come ha fatto l’uomo fermato negli Stati Uniti dopo l’uccisione della coppia diplomatica- per comprendere e persino giustificare ogni nefandezza. Anche il sequestro dei palestinesi effettuato dai terroristi di Hamas installando sotto le loro case, le loro, scuole, i loro ospedali, le loro strade arsenali e postazioni della loro guerra allo Stato “sionista” di Israele. E uccidendo  chi, fra i palestinesi, trovasse il coraggio di protestare non solo in privato ma anche in pubblico, mettendosi in corteo tra le macerie della loro terra e lasciandosi riprendere da qualche telecamera.

         Antisionismo e antisemtismo dopo la nascita di uno Stato con tutti i bolli delle Nazioni Unite, sono semplicemente e criminalmente le due facce della stessa medaglia. Che è quella dell’odio per gli ebrei.

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Il penultimo Matteo Renzi riabilita la memoria di Bettino Craxi

“Craxi è stato il miglior presidente del Consiglio per visione e modernizzazione, come De Gasperi e Fanfani…Quel suo non tirare a campare mi rappresenta…Chi vuol essere troppo riformista ne paga le conseguenze….Ha sentito sulle spalle il peso di una responsabilità storica e di non essere riuscito a restituirla…In sedicesimo ci ho provato anch’io”. Parole di Matteo Renzi appena pronunciate nel teatro Rossini di Roma partecipando alla presentazione del libro dello storico Andrea Spiri sulle “lettere di fine Repubblica”, selezionate fra le tante del leader socialista morto più di 25 anni fa in terra tunisina. Dove aveva dovuto rifugiarsi, nella casa delle sue vacanze, arrivandovi con regolare e valido passaporto, per non perdere in qualche carcere italiano, accusato di finanziamento illegale dei partiti e reati più o meno connessi, quella libertà che “equivale alla mia vita”, come volle che si incidesse sulla tomba che lo custodisce nel cimitero cattolico di Hammamet affacciato sul mare.

         Dovrei compiacermi dei giudizi di Renzi sul Craxi tutto politico, oltre che su quello   della finale vicenda giudiziaria già citato dal senatore di Scandicci di recente a Palazzo Madama parlando dei problemi propri, di familiari e amici con la giustizia. Dovrei compiacermene non foss’altro per avergli a suo tempo chiesto personalmente di richiamarsi anche politicamente a Craxi, rispondendo come destinatario ad una delle sue lettere elettroniche. E ottenendo come risposta una cortese promessa di rifletterci sopra e un altrettanto cortese ringraziamento.

         In fondo Renzi non ci ha impiegato molto da quello scambio di messaggi. Ma moltissimo, forse troppo rispetto ai tempi della politica italiana, dopo avere contribuito alla demonizzazione di Craxi dicendo da segretario del Pd e, se non ricordo male, anche da presidente del Consiglio di preferire al ricordo del suo “opportunismo” quello della “generosità”, onestà e quant’altro di Enrico Berlinguer. Che, non facendo in tempo a vederne la crisi per l’intreccio fra politica e giustizia, anzi per il prevalere della seconda sulla prima, aveva cercato ancora in vita di procurargliela      sfidandolo per interposta Cgil di Luciano Lama in un referendum abrogativo di alcuni pur modesti tagli o rallentamenti anti-inflazionistici della scala mobile dei salari. Una sfida che si concluse l’anno dopo, nel 1985, col 54,3 per cento dei contrari all’abrogazione e il 45,7 per cento dei sì. E un’affluenza alle urne del 77,9 per cento degli elettori aventi diritto al voto. Cifre da capogiro nei tempi referendari che corrono, e che il segretario della Cgil Maurizio Landini ha voluto sfidare l’8 e il 9 giugno prossimo su un terreno analogo, quello del lavoro, con l’aiuto promozionale, nella raccolta di firme e altro, della segretaria del Pd Elly Schlein, del presidente del Movimento 5 Stelle ed ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e di altri aspiranti all’alternativa al governo in carica di centrodestra. Compreso Renzi, pur deciso nelle parole a difendere acrobaticamente  dall’assalto il suo jobs act. Diavolo di un uomo.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 25 maggio

Trump battuto sulle prime pagine italiane dal delitto di Garlasco

         Da quando è stato rieletto, prima ancora di tornare fisicamente alla Casa Bianca, il presidente americano Donald Trump ha quasi permanentemente occupato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, compresi quelli italiani. Persino nei giorni della morte, dei funerali e della successione a Papa Francesco, lasciandosi travestire da Pontefice, che è poi diventato il connazionale Robert Francis Prevost chiamandosi Leone XIV.

         Sottoposto in televisione, particolarmente nel salotto di Lilli Gruber, a visite e consulti di natura psicologica, anzi psichiatrica, pur a distanza, Trump è scampato per un pelo alla definizione di “matto del mondo”, Dal quale forse il mio amico Mattia Feltri sulla Stampa si è trattenuto solo perché sta rischiando il processo in qualche tribunale italiano, dove notoriamente può accadere di tutto, più che altrove, per avere dato del “matto del Paese” al vice presidente del Consiglio, ministro delle Infrastrutture e segretario della Lega Matteo Salvini. Che non è evidentemente un uomo spiritoso, per quanto ogni tanto si  finga.

         Ebbene, dopo una così lunga, ostinata esposizione mediatica, fra guerre che voleva far chiudere e che invece si sono ulteriormente inferocite, come in Ucraina, pur tra apparenze, cenni e simili di trattative, Trump ha trovato almeno sulla stampa italiana qualche concorrente. Sono i magistrati di Pavia e i carabinieri di Milano che hanno scalato in pochi giorni le prime pagine per le indagini rumorosamente riaperte su un delitto di 18 anni fa a Garlasco. Dove fu uccisa la giovane Chiara Poggi finendo condannato il fidanzato Alberto Stasi per avere la Cassazione bocciato l’assoluzione in appello, dopo quella in primo grado.

         A contendergli adesso la responsabilità è, suo malgrado, Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara che è invece convinto della sua estraneità  nonostante le impronte esibite a mezzo stampa e televisione dagli inquirenti. Ed anche reperti di diari o simili in cui dopo il delitto di Garlasco egli si dichiarava autore di “cose orribili, inimmaginabili”.

         La solita guerra in corso tra innocentisti e colpevolisti, tanto di Stasi quanto di Sempio, durerà presumibilmente parecchio, visti i tempi e anche i metodi della giustizia italiana. Una guerra anch’essa orribile, come le “cose” genericamente attribuitesi da Sempio. Che, se dovessero essere, rivelarsi, confermarsi vere non comprendono solo la morte della povera Chiara ma il carcere di Stasi.  Risarcibile -secondo i calcoli effettuati dagli esperti e finiti anch’essi sulle prime pagine dei giornali- con 4 milioni di euro. Quasi otto miliardi delle vecchie lire. Ma miliardi, appunto, fasulli. Di conio estinto. Che neppure la fantasia di Trump riuscirebbe a rianimare, pur nell’intenzione del presidente americano di mettere sottosopra il mondo.

I prosciutti appesi nella salumeria politica di Matteo Renzi

         Cinquant’anni (soltanto) compiuti l’11 gennaio scorso, sbrigativo nella carriera politica come pochi diventando, rispettivamente, presidente della provincia, sindaco di Firenze e presidente del Consiglio senza passare prima per un assessorato o un sottosegretariato, o un ministero. O segretario del Pd senza essere mai stato il vice di un altro, come in genere accade in un partito, a meno che uno non se lo crei apposta, come gli è poi toccato col suo di oggi. Il senatore Matteo Renzi è anche di una produttività comunicativa  da primato. Fra libri, interviste, dichiarazioni, discorsi al Senato, lettere elettroniche agli amici e simpatizzanti -tutte con “un bacio” conclusivo- arrivate ieri al numero 1036, conferenze gratuite, credo, di presentazione dei suoi scritti e conferenze retribuite in ogni parte del mondo, per non parlare dei suoi prodotti televisivi, che non sono mancati, l’ex premier davvero non conosce, ripeto,  rivali o semplici concorrenti.

         Di parole Renzi ne ha prodotte, produce e produrrà -ci scommetto- di insuperabili per quantità e anche brillantezza, gli va riconosciuto. Esse si prestano a tutti i gusti, come le parti di quell’animale di cui non mi piace il nome, né al maschile né al femminile. Ma di cui si dice comunemente che non si butta niente: dai prosciutti agli zampetti, persino al sangue.

         Il repertorio di Renzi è ultimamente molto duro contro la prima donna che ne ha preso il posto a Palazzo Chigi. Alla quale ha recentemente concesso, parlandone al Corriere della Sera, di essere “fotogenica”. Per tutto il resto respingente, a cominciare dalla capacità sinistra -opposta alla destra che pure lei rappresenta- di influenzare le redazioni dei giornali che se ne occupano senza insultarla, come fa lui.

         Ma se questo è il repertorio contro la Meloni, l’ex premier non ha rinunciato ad altri. Di Giuseppe Conte, per esempio, col quale pure vorrebbe allearsi per mandare a Palazzo Chigi Elly Schlein, almeno in prima battuta, si vanta ancora di averlo prima salvato e poi abbattuto come premier per sostituirlo, a suo tempo, con Mario Draghi. Che era stato improvvidamente scambiato dal pentastellato ancora di adozione per un uomo stanco degli anni trascorsi alla guida della Banca Centrale Europea.

         Di Maurizio Landini, il segretario generale della Cgil con aspirazioni politiche neppure nascoste, ma della stessa Schlein che cerca dall’esterno del Pd di sostenere, Renzi condivide anche il comune impegno referendario dell’8 e 9 giugno, con tanto di delegati della sua Italia Viva agli appuntamenti fotografici di opportunità o convenienza. Ma facendo propaganda per il no all’abrogazione del suo famoso jobs act.

         Questo Renzi insomma è tutto e il suo contrario. Tutto prosciutto e tutto zampino. Ottiene  pochi voti ma si muove e parla come se li avesse raccolti tutti lui, lasciando le briciole agli altri che governano al suo posto per inconvenienti di aritmetica elettorale. Un fenomeno, davvero.

Ripreso da http://www.startmag.it il 25 maggio

Scherzi a parte, ecco i rischi degli astensionisti referendari

Convinto della legittimità, almeno logica, dell’astensione chiesta, consigliata e quant’altro nell’esercizio del diritto di voto referendario, specie dopo la motivazione datane a suo tempo da Giorgio Napolitano, sia pure come presidente emerito e non più effettivo della Repubblica, confesso di essere stato sorpreso da una rilevazione- se non vogliamo chiamarla scoperta- di quel rabdomante di leggi, decreti e pandette che è il simpatico, brillante costituzionalista Michele Ainis.  

         “Chiunque investito da un pubblico potere o funzione civile o militare, abusando delle proprie attribuzioni e nell’esercizio di esse” …si adopera a “costringere” gli elettori in favore di questa o quella lista o “indurli all’astensione” è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni, ha riportato Ainis su Repubblica di qualche giorno fa dall’articolo 98 della legge elettorale in vigore dal 1948. Il testo è stato introdotto nel 1970 anche nella legge che disciplina il referendum abrogativo. Tutti quindi fuori legge gli auspici astensionistici espressi da investiti di “pubblico potere o funzione civile”, a cominciare dal presidente in carica del Senato, seconda carica dello Stato eccetera eccetera Ignazio La Russa. E per fortuna che Napolitano morendo l’ha fatta franca.

         Lo stesso Ainis tuttavia ha riconosciuto a conclusione della sua epifania legislativa, chiamiamola così, che “sarebbe una richiesta becera”  quella delle “manette per La Russa e i suoi colleghi” anche perché “le carceri sono già fin troppe affollate”, oltre che perché “quelle norme punitive sono figlie di un tempo ormai trascorso, quando il dovere del voto era preso sul serio, quando la Costituzione stessa era una cosa seria”, come se adesso non lo fosse più, pur se ancora ritenuta da qualche nostalgico, evidentemente,  come la più bella del mondo. Quelle norme quindi sono diventate “anacronistiche” ed andrebbero abolite “come accadde nel 1993- ha scritto sempre Ainis- rispetto alle sanzioni dettate per i cittadini non votanti”. “I legislatori siete voi, non noi”, ha scritto sempre Ainis rivolgendosi beffardamente  agli onorevoli deputati e senatori in carica. Ma in fondo anche a se stesso e ai noi tutti perché, pur abituati come siamo in tanti ormai a disertare le urne, anche senza che nessuno ce lo imponga, suggerisca, consiglia e quant’altro, potremmo metterci insieme in cinquecentomila, con la facilità consentita da internet e dintorni, per promuovere un referendum abrogativo e liberarcene.

         Ridiamoci sopra, non potendo piangerci addosso anche per questo, oltre che per tante altre cose più strane e drammatiche che ci tocca vedere e persino vivere, in Italia e fuori. Magari consolati dal Papa ancora fresco di elezione e intronizzazione.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.staetmag.it il 24 maggio

Lo sgambetto di Donald Trump agli oppositori di Giorgia Meloni

         Quel diavolo del presidente americano ne ha combinato un’altra delle sue, volendo sentirlo o vederlo con le orecchie o con gli occhi della cosiddetta sinistra italiana. Cosiddetta perché stento a considerarla tale davvero al livello emotivo e logico al quale è scesa.

         Dopo due ore trascorse al telefono con Putin per cercare di convincerlo a trattare seriamente per la fine della guerra in Ucraina, cominciata con l’invasione russa più di tre anni fa, Trump ha voluto riferirne di persona, sempre per telefono, al presidente ucraino Volodimyr Zelensky, al presidente francese Emmanuel Macron, al premier inglese Keir Starmer, al cancelliere tedesco Friedrich Merz, al presidente finlandese Alexander Stubb, alla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen  e alla premier italiana Giorgia Meloni. Cosa, quest’ultima, che ha spiazzato, indispettito, insospettito le opposizioni in Italia. Che avevano deciso, annunciato e deriso l’isolamento della Meloni e dell’Italia in Europa per via della mancata o rifiutata partecipazione all’ultima riunione dei “volenterosi” datisi appuntamento in Albania per discutere dell’Ucraina, appunto. Dopo averne discusso più volte nei mesi scorsi puntando anche su un invio protettivo di truppe europee in Ucraina senza un mandato dell’Onu, d’altronde improbabile per il veto di cui dispone la Russia nel Consiglio di Sicurezza.

         Piuttosto che riconoscere alla Meloni l’attenzione, il riguardo eccetera guadagnatisi a livello internazionale dopo due anni e mezzo di governo, le opposizioni hanno praticamente accusato Trump di averla voluta tanto temerariamente quanto amichevolmente tirarla fuori dall’isolamento. E la Meloni di essersi aggrappata alla fune del presidente americano come un’acrobata nel grande circo equestre della politica internazionale, senza rete di sicurezza. O con una rete immeritata.

         Se le opposizioni parlamentari, mediatiche, diciamo pure culturali si sono ridotte, e ridotto la politica interna italiana a questi livelli, ripeto, la Meloni non avrà neppure bisogno di fare campagna elettorale, quando ne sarà arrivato il momento, per rimanere dov’è. E magari anche per salire più in alto, sempre quando ne sarà arrivato il momento.

Ripreso da http://www.startmag.it

La partecipazione di Gentiloni al congresso sotterraneo del Pd

Già ministro degli Esteri, presidente del Consiglio e commissario europeo, in ordine rigorosamente cronologico che serve anche a volergli attribuire una certa competenza quando lo si sente parlare o lo si legge occupandosi della politica estera italiana, Paolo Gentiloni ha scritto un curioso articolo su questo argomento. Curioso e neppure improvvisato nella cornice verde assegnatagli dalla Repubblica per sottolinearne anche graficamente, almeno a noi del mestiere, l’aggiornamento eseguito dall’autore fra la prima e l’ultima edizione. Magari, nel nostro caso, dopo avere assistito, con l’altro ex eccellente che è Romano Prodi, alla cerimonia di intronizzazione di Papa Leone XIV ed essersi informato della successiva attività di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.

         “La debolezza sul palcoscenico internazionale” è il titolo assegnato al commento di Gentiloni, dove tuttavia la debolezza, appunto, è solo un “rischio” che correrebbe la presidente del Consiglio dopo che, pur ignorata o sottovalutata o fraintesa dalla segretaria del Pd Elly Schlein, cui lo stesso Gentiloni appartiene, “la postura di politica estera fin qui era stata un suo punto di forza, capace di rassicurare il tradizionale sistema di alleanze del nostro Paese”.

         Ora invece, sempre secondo Gentiloni, sorpreso, contrariato e quant’altro dalle distanze non prese ma ribadite dalla Meloni rispetto alla tentazione, quanto meno, dei cosiddetti “volenterosi” d’Europa di inviare truppe on Ucraina anche senza una copertura dell’Onu, “il governo farebbe bene a dichiarare la nostra chiara volontà di contribuire all’impegno comune per l’Ucraina nelle sedi più adeguate”. Anche perché “in ballo, oltre al nostro interesse nazionale, c’è il profilo geopolitico dell’Europa che verrà”, ha avvertito il pluri-ex.

         Quale possa o debba essere “l’impegno comune per l’Ucraina” e in quali “sedi più adeguate” è rimasto tuttavia nella penna o nel computer di Gentiloni, prima e dopo l’aggiornamento della ribattuta di Repubblica. E non è un inconveniente da poco per un uomo dell’esperienza dell’ex premier e tutto il resto. O è la furbata, chiamiamola così, del Gentiloni raccontato nelle cronache e nei retroscena dei giornali come un possibile successore della Schlein alla segreteria del Pd, se e quando verrà il momento di sostituirla. In certe corse, si sa, specie in un partito complesso, a dir poco, come quello al Nazareno, che ha preso il meglio o il peggio, come preferite, della sinistra democristiana e del Pci; in certe corse, dicevo, la chiarezza o compiutezza delle analisi e delle prospettive politiche non è un obbligo.

         Ecco, l’intervento di Gentiloni su Repubblica mi è apparso personalmente funzionale più al congresso sotterraneo e continuo che si sta svolgendo nel Pd, anche a livello referendario, da quando l’autorevole ex senatore e capogruppo Luigi Zanda ne ha chiesto inutilmente uno palese e anticipato, che ad una comprensione di ciò che sta accadendo non solo in Italia, non solo in Europa ma nel mondo. Anche con l’elezione dello statunitense Robert Francis Prevost a Papa.

         Nel suo racconto del “rischio” di una “debolezza” della Meloni in politica estera, dopo la “forza” riconosciutale nei primi due anni e mezzo di governo, Gentiloni ha anche sospettato che l’assenza della premier italiana dal recente vertice albanese dei “volenterosi” d’Europa non sia stata voluta ma imposta col rifiuto di invitarla per inaffidabilità.  

         Ma, chiarito bene o male l’equivoco su una permanente disponibilità di Francia, Germania, Gran Bretagna, Polonia, in ordine alfabetico, di mandare truppe in Ucraina anche senza un mandato dell’Onu, improbabile col veto di cui dispone Mosca, mi chiedo perché debba essere il governo italiano a cambiare posizione, chiarire e via dicendo e non invece la presunta controparte in questo che ormai non è più un racconto. E non so neppure cos’altro, se non si vuole scendere al livello del turpiloquio.

Pubblicato su Libero

Il ponte della Meloni a Palazzo Chigi fra Usa e Unione Europea

         Nel giorno dell’abbraccio del nuovo Papa col mondo in Eurovisione dal sagrato della Basilica di San Pietro, e della sua scelta -di grande significato politico in questa congiuntura internazionale- di dedicare al presidente ucraino Zelensky la prima udienza da intronizzato, la premier italiana Giorgia Meloni ha voluto e saputo concretizzare materialmente a Palazzo Chigi il ruolo impostosi -e anch’esso di rilievo in questa congiuntura internazionale- di ponte fra gli Stati Uniti di Donald Trump e l’Unione Europea di Ursula von der Leyen.

         Con quest’ultima e con Vance, il vice di Trump venuto a Roma per rappresentare il suo paese alla cerimonia di intronizzazione del connazionale Leone XIV, la premier italiana ha presieduto un vertice dedicato non solo alle questioni bilaterali di Europa e Stati Uniti ma anche alle altre, comprese le guerre che continuano pur tra accenni o parvenze di trattative.

         Ciò non è bastato naturalmente alle opposizioni per rinunciare alle “parole armate”, lamentate a livello ancora più ampio dal Papa, e proseguire nella demonizzazione del governo italiano. La segretaria del Pd Elly Schlein è corsa nel salotto televisivo di Luca Fazio per continuare ad accusare la Meloni di avere isolato il Paese. Matteo Renzi sul Foglio ha annunciato che “l’’incantesimo è finito” e che le cancellerie di tutto il mondo, a cominciare evidentemente  dalla Casa Bianca per finire al Cremlino e forse anche a Pechino, hanno scoperto che “Giorgia Meloni non è stabile ma immobile”.

         L’ex presidente del Consiglio ed ex commissario europeo Paolo Gentiloni, che qualcuno sogna prima o poi al Nazareno al posto della Schlein, si è adeguato a suo modo all’”asse anti Meloni” sparato dalla Stampa nel titolo di prima pagina. Egli ha riconosciuto su Repubblica, testualmente e diversamente dai suoi compagni di parte o di area, che “la postura di politica estera fin qui era stata un punto di forza della presidente del Consiglio, capace di rassicurare il tradizionale sistema di alleanze del nostro Paese”. “Ma ora, come d’improvviso, rischia di essere un  suo serio punto di debolezza”, ha aggiunto Gentiloni, non so se riuscendo a farsi perdonare dalla Schlein, Pier Luigi Bersani, Renzi, Conte, Fratoianni, Bonelli e “campisti” vari, di maggiore o minore larghezza, l’immagine di un rischi temuto al posto di una realtà o catastrofe certa, assoluta. Anche quell’”improvviso”, al posto di continuo e simili, potrebbe non rispondere ai canoni dei soprannominati campisti, ripeto. Chissà.

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Torna, anzi continua il rapporto “strategico” fra Germania e Italia

Preceduto da una smentita opposta dal vice cancelliere socialdemocratico Lars Klingbeil al giornale Die Welt, che aveva attribuito alla sua parte politica una esclusione dell’Italia, negli accordi sul nuovo governo di Berlino, dalla rosa degli alleati “strategici” della Germania, l’incontro del cancelliere Friederich Merz con la premier Giorgia Meloni a Palazzo Chigi ha chiuso del tutto la questione.

         “L’Italia è per noi un partner strategico irrinunciabile nella politica europea ed estera”, ha dichiarato il cancelliere tedesco. Dell’incontro la premier italiana ha detto che “è stato molto operativo, la smentita più efficace alla presunta assenza di interesse del governo tedesco a un rapporto con l’Italia”.

         Resta da chiarire in quale trappola sia caduto nei giorni scorsi il giornale tedesco autore del falso scoop. Se in una trappola di dissidenti socialdemocratici o di dissidenti del partito popolare, interessati entrambi a creare difficoltà al governo. Ma più in particolare a Merz, non a caso eletto dal Parlamento a cancelliere nella seconda votazione, dopo la maggioranza mancata nella prima.

         Nell’incontro fra la Meloni e Merz, favorito come altri avvenuti ieri a Palazzo Chigi, dall’arrivo di capi di Stato e di governo a Roma per la Messa odierna di intronizzazione di Papa Leone XIV, si è avuta anche la conferma -ma non nella chiave polemica usata nei riguardi della Meloni dal presidente francese Emmanuel Macron- che i cosiddetti “volenterosi” dell’Europa non pensino più di mandare un contingente militare in Ucraina a sostegno di Zelensky. Ipotesi dalla quale la premier italiana si è sempre dissociata, ritenendo che la competenza di un simile intervento possa essere solo dell’Onu ed evitando quindi di partecipare al recente vertice dei “volenterosi” in Albania. Peraltro mentre in Turchia si avviavano incontri diretti, pur in un clima di confusione e ambiguità, fra russi e ucraini.

         Se, come hanno precisato insieme Macron e Mez, sia pure con spirito diverso verso la premier italiana, in Albania i “volenterosi” di Francia, Germania, Polonia e Gran Bretagna non hanno più parlato di invio di truppe in Ucraina significa che evidentemente vi hanno rinunciato. Dopo che in questa direzione si era ripetutamente pronunciato proprio Macron.

         Si vedrà ora se le opposizioni al governo Meloni continueranno o rinunceranno anch’esse alle polemiche sull’isolamento che la premier avrebbe procurato all’Italia non unendosi ai “volenterosi” in Albania, o non procurandosi l’invito a partecipare all’incontro. Una rinuncia, quella delle opposizioni, improbabile visto anche l’attacco nuovamente sferrato alla Meloni oggi da Giuseppe Conte sul Corriere della Sera. Eppure il Papa ha recentemente raccomandato, parlandone più in generale, di “disarmare le parole”.

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Bettino Craxi nelle analisi e nei ricordi di Spenser Di Scala

Con Spenser Di Scala, morto a 84 anni, di origini italiane ravvivate da frequenti ritorni nel nostro Paese, è scomparso negli Stati Uniti lo storico americano che ha saputo conoscere, analizzare e raccontare meglio oltre Oceano i 18 anni, all’incirca, del potere di Bettino Craxi in Italia, fra il 1976, quando assunse la segreteria del partito socialista al minimo storico cui l’aveva portato Francesco De Martino, al 1994. Governando nel frattempo direttamente l’Italia da Palazzo Chigi fra il 1983 e il 1987. E vincendo, fra l’altro, lo storico referendum contro i tagli anti-inflazionistici alla scala mobile dei salari promosso dalla Cgil su commissione del Pci di Enrico Berlinguer, morto in tempo per non viverne personalmente la sconfitta.

Quella sconfitta della Cgil a trazione comunista segnò, prima ancora del successo di Craxi, la ripresa del primato della politica nei rapporti col sindacato. Esattamente l’opposto di quello che vorrebbe ora la sinistra, e più in particolare la Cgil, sempre quella, con i referendum dell’8 e 9 giugno prossimo su lavoro e cittadinanza.  

Giuseppe Scanni ha voluto ricordare su Facebook l’amico riproponendo una bella intervista concessa da Spenser Di Scala a Fabio Ranucci nel decimo anniversario della morte di Bettino Craxi in terra tunisina. Che fu anche l’occasione colta dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per testimoniare alla vedova i meriti politici del marito e “la durezza senza uguali”, e perciò ingiusta, subita nelle indagini e nei processi giudiziari e mediatici per la cosiddetta Tangentopoli. Frequentata da tutti come città e pratica delle tangenti illegalmente usate dai partiti per il loro finanziamento ma alla fine identificata soprattutto nel partito socialista craxiano. Il tutto -avvertì onestamente Napolitano- in un rapporto fra la giustizia e la politica improvvisamente e “bruscamente cambiato”.

Quel riconoscimento e monito di Napolitano, a lungo leader dell’ala riformista del Pci, cadde purtroppo nel vuoto a sinistra. Neppure ai tempi della segreteria di Matteo Renzi, che preferì esplicitamente la memoria di Enrico Berlinguer a quella di Bettino Craxi, il Pd è riuscito a rileggere con la decenza di una chiara autocritica gli anni della demonizzazione suicida del Psi autonomista e anticomunista.

Un solo o principale “errore” fu contestato a Craxi, a dieci anni dalla morte, da Spencer Di Scala. “Aver personalizzato -disse- eccessivamente la politica del partito più vecchio e glorioso d’Italia. Fino ad arrivare alla implosione. Ciò a prescindere dalle inchieste di Tangentopoli. In questo Paese, tra l’altro, c’è il problema che non si riesce a scindere la politica e le istituzioni dal personaggio”. Solo in Italia? Ci sarebbe da chiedere a Spenser Di Scala se fosse ancora vivo, pensando a presidenti americani di segno politico opposto come Obama e ancor più Trump. Che si spera contenibile anche con la felicemente imprevista elezione del papa americano Robert Prevost.

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