Trump come Amleto, con la sua guerra dei dazi, e la Gruber come la Schlein contro Meloni

Dal Giornale

Di Trump e della terza guerra mondiale che ha appena avviato dai prati della Casa Bianca, sia pure in una versione commerciale in cui sono usati come missili i dazi, che in un solo giorno hanno comunque bruciato nelle borse più di 2500 miliardi di dollari, William Shakespeare direbbe dalla tomba come del suo Amleto che “c’è del metodo in sua follia”. O nella sua “falsa partenza”, come ha titolato Il Giornale.

Essere o non essere? Questo è il problema”, dice Amleto nel testo teatrale fra i più famosi e recitati nel mondo. Ma, come tutte le tragedie, anche questa di Trump si è già prestata a giochi forse ancora più sporchi di una guerra. Cioè al suo uso strumentale per avviare e condurre altre guerre nella guerra, a fini politici interni dei paesi coinvolti.

Otto e mezzo, ieri sera

Un esempio è il titolo scelto da Lilli Gruber, su la 7, per la sua puntata di Otto e mezzo di ieri sera: “Meloni assolve Trump e attacca l’Europa”. Un titolo al quale per tutta la puntata la conduttrice  ha cercato, per quanto inutilmente, di strappare il consenso del suo ospite nello studi:  Roberto Cingolani, l’amministratore delegato di Leonardo. Che per avere resistito alle domande e pressioni della Gruber, condividendo la prudenza adottata nelle reazioni dalla premier italiana, peraltro in sintonia reciproca col presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si è sentito rinfacciare, diciamo così, i guadagni dell’azienda di Stato che lui amministra, producendo anche armamenti, con tutte le guerre in corso nel mondo.

Dal Foglio

Fra le pressioni oppositorie, diciamo così, della Gruber e la cautela della Meloni Cingolani ha preferito la seconda. Come ha fatto anche Il Foglio questa mattina titolando in rosso l’appello a “maneggiare i dazi senza isteria”.  Che sta notoriamente alla ragionevolezza come il diavolo all’acqua santa.

Le danze della destra e della sinistra italiane a Strasburgo

Al Parlamento europeo di Strasburgo si vota, anzi si balla, prevalentemente a tempo di valzer, più che a Vienna a Capodanno. Così almeno fanno le delegazioni italiane a coppie variabili.

Dal Dubbio

Sul tema non certo secondario della difesa e della scurezza europea, provate l’una e l’altra dalla guerra di più di tre anni in Ucraina e dai nuovi rapporti fra americani e russi- che vorrebbero riscrivere le carte geopolitiche disegnata 80 anni fa a Jalta concludendo la seconda guerra mondiale- le due più folte delegazioni italiane a Strasburgo, che sono i piddini di Elly Schlein e i fratelli di Giorgia Meloni, si sono scambiate le parti in meno di tre settimane. Quante ne sono trascorse fra la votazione del 12 marzo e quella dell’altro ieri, 2 aprile.

Il 12 marzo i fratelli e sorelle, diciamo così, di Elly Schlein si astennero criticamente su ordine telefonico della stessa Schlein, disatteo però da 10 su 21 che votarono a favore, a cominciare dal presidente del partito Stefano Bonaccini.

L’altro ieri, con pochissime eccezioni, i piddini hanno votato a favore, col consenso della Schlein, sempre via telefono perchè la segretaria del Nazareno non gradisce molto le scomode trasferte a Bruxelles o Strasburgo alla vigilia di eventi o scadenze importanti.

L’Europarlamento

I fratelli e sorelle di Giorgia Meloni il 12 marzo votarono a favore rispondendo appieno alle attese della presidente della Commissione Ursula von der Leyen. L’altro ieri invece si sono astenuti trovando la risoluzione troppo polemica, diciamo così, col presidente americano. Al quale in effetti la sicurezza europea non sembra stare molto a cuore, per quanto esista ancora la Nato a larga, anzi accresciuta partecipazione europea.

Forzisti, leghisti, pentastellati di Conte e sinistra radicale rossoverde sono rimasti sulle stesse posizioni: favorevoli i primi e contrari tutti gli altri, pur contrapposti fra loro -leghisti da una parte e contiani e simili dall’altra- nel Parlamento italiano rispetto al governo.

Dal Foglio di ieri

I leghisti tuttavia, sempre più in competizione interna con i forzisti, ai quali contendono fra voti locali e sondaggi il secondo posto nella coalizione governativa, hanno sfoderato questa volta un’altra arma ancora. Il vice segretario Andrea Crippa, non certo in disaccordo dal segretario, capitano e quant’altro Matteo Salvini, ha rivendicato al suo partito sul tema europeo l’eredità addirittura di Silvio Berlusconi. Al quale è succeduto il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani per ragioni naturali, col consenso più o meno costante e chiaro dei figli del defunto, ma del quale sono rimaste, diciamo così, negli archivi giornalistici le simpatie per Putin. E persino la condivisione, almeno iniziale, dei suoi giudizi negativi sul “signor” Zelensky, alla vigilia o ancora nei primi giorni dell’invasione russa dell’Ucraina. Quando il Cavaliere pensava che Putin potesse davvero liquidare la partita in pochi giorni rimuovendo Zelensky dal governo ucraino, vivo o morto, e mettendo “un altro” al suo posto.

Pubblicato sul Dubbio

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Nell’aula da ballo dell’Europarlamento, tra liscio, valzer e tango

Dal Corriere della Sera

Si sapeva, per carità, sin dalla nascita, anzi dal concepimento della seconda commissione europea di Ursula von der Leyen che sarebbe stata di maggioranze variabili. Giorgia Meloni aveva appena dissentito dal concepimento, appunto, avvenuto in un vertice a Parigi dopo le elezioni continentali dell’anno scorso e già trattava, neppure tanto dietro le quinte, con l’amica tedesca le nomine dell’allora ministro italiano Raffaele Fitto a commissario e vice presidente, ottenendo alla fine sia l’una che l’altra, a costo di parecchi mal di pancia tra Parigi, Madrid e Berlino.

Non si immaginava tuttavia che la variabilità sarebbe stata così frequente e su temi anche così importanti come la difesa dell’Europa nel nuovo contesto internazionale, fra guerre che continuano, tregue che non reggono e ricerche affannose ma ostinate,  da parte del presidente americano Donald Trump e di Putin al Cremlino, di nuovi equilibri e spartizioni di influenze e di territori 80 anni dopo gli accordi conclusivi della seconda guerra mondiale, a Jalta.

Non più tardi di ieri, a meno di un mese di distanza da un’altra analoga votazione, che il Corriere della Sera ha messo in evidenza all’interno con due rappresentazioni grafiche, un documento importante per la difesa e sicurezza europea è stato votato dal Pd e da Forza Italia, contrastato dalle 5 Stelle, dalla Lega e dalla sinistra radicale e un po’ meno, con l’astensione, dai fratelli e sorelle d’Italia di Giorgia Meloni. In tutto si sono avuti 399 voti favorevoli, 198 contrari e 71 astensioni.

La “copertina” del Fatto Quotidiano

“Il Pd unito sul sì”, ha voluto sottolineare nel suo titolo di copertina Il Fatto Quotidiano per chiudere a chiave, diciamo così, la delegazione del Nazareno, nonostante il dissenso di qualche esponente della delegazione, nel recinto dei guerrafondai utile alla propaganda di Giuseppe Conte in vista della manifestazione pacifista promossa dal suo partito per sabato a Roma. Pd “unito” e insieme, sempre a vantaggio delle posizioni politiche e polemiche di Conte, “contro Elly”. Cioè contro la segretaria del partito Schlein, che questa volta invece da Roma, diversamente dal 12 marzo scorso, ha accettato, disposto e quant’’altro il voto favorevole al documento e non l’astensione, disattesa il 12 marzo scorso da 10 dei 21 europarlamentari del Nazareno.

Se questo è accaduto sul tema della difesa e della sicurezza, chissà cosa potrà accadere, se e quando il tema arriverà in aula a Strasburgo, sulla guerra dei dazi che Trump ha ingaggiato praticamente contro tutto il mondo, compresa l’Europa. O addirittura soprattutto  contro un’Europa avvertita come parassitaria.  Che è divisa su come reagire e difendersi, appunto: unita o in ordine sparso, facendosi cioè dividere da Trump, risolutamente o mollemente, a breve o medio o lungo termine. A passo liscio, di valzer o di tango.

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Il soccorso di Antonio Di Pietro a madame Marine Le Pen

Dal Tempo di ieri

“Io sono stato parlamentare europeo ed è impossibile tracciare un confine sul lavoro che chiedi di fare ai tuoi collaboratori per il Parlamento di Bruxelles e quello per l’attività politica nel Paese di provenienza”. Sapete chi lo ha detto commentando e disapprovando la sentenza di condanna emessa a Parigi contro Marine Le Pen estromettendola, fra l’altro, dalla corsa all’Eliseo del 2025 per “ineleggibilità”? Che peraltro le impedirà sì la scalata alla Presidenza della Repubblica di Francia ma “farà vincere sicuramente uno dei suoi”, ha aggiunto e previsto l’ex eurodeputato italiano.

Romano Prodi e Antonio Di Pietro d’archivio

Ma chi è -ripeto- costui, le cui dichiarazioni sono state raccolte e diffuse da Augusto Minzolini sul Tempo? E’ nientemeno che Antonio Di Pietro, l’ex magistrato che conquistò le prime pagine dei giornali non solo italiani ma del mondo come il protagonista o il più emblematico attore delle indagini giudiziarie che decapitarono tra il 1992 e il 1993 la cosiddetta prima Repubblica, spianando involontariamente la strada alla seconda di un esordiente Silvio Berlusconi. Quello che, ormai insediato a Palazzo Chigi, lo stesso Di Pietro si propose al capo della Procura della Repubblica di Milano, Francesco Saverio Borrelli, di interrogare per “sfasciarlo”. Cioè per sfacciare anche lui, come aveva tentato di fare, un po’ riuscendovi, con Bettino Craxi e un po’ fallendo con Romano Prodi. Di cui peralto sarebbe diventato poi due volte ministro dei lavori pubblici: nel 1996 e dieci anni dopo, nel 2006. Ma già lo stesso Berlusconi nel 1994 aveva tentato di portarlo al governo, quando era ancora magistrato, trattenuto dal già ricordato Borrelli, contrario anche alla nomina a ministro di un altro della sua squadra: Camillo Davigo.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio

La testimonianza, a distanza,  a favore di Marine Le Pen è l’ultima sorpresa riservata da Di Pietro ai suoi ex colleghi ed estimatori, dopo la condivisione della riforma della giustizia targata Nordio -l’attuale ministro della Giustizia- per la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, il sorteggio dei rappresentanti dei magistrati nell’organo probabilmente doppio di autogestione e una corte speciale di giustizia per occuparsi delle loro vertenze.

Il tempo, come vedete, non passa sempre inutilmente. Riesce ad essere galantuomo, almeno ogni tanto.

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Cronache impietose da Politopoli, in particolare dai quartieri di opposizione….

Dal Corriere della Sera

La notizia non è, o non è solo, nell’assemblaggio, elenco e quant’altro dei “casini” che in tre settimane di intenso lavoro, diciamo così, le opposizioni sono riuscite a fare nell’impietoso, onesto e scanzonato racconto di Fabrizio Roncone. Che, pur avendone viste tante, producendo articoli di giornale e libri giustamente di successo, mi ha dato l’impressione -a leggerlo- di non averne visto di tanto “penoso” come in questi ultimi ventuno giorni -tre settimane, appunto- di “baruffe, contraddizioni, votazioni laceranti, viaggi strazianti (e un po’ comici), lacrime nell’aula di Montecitorio, sghinazzi, gravi gaffe di un ex premier, incerte ambizioni di un’aspirante premier, perfidie tra capi e capetti, certe volte anche meno di capetti, smarrimenti di leader dadaisti con partiti al 2% (o appena sopra)” eccetera eccetera. L’elenco infatti è ancora più lungo.

Fabrizio Roncone

La notizia sta piuttosto nel rilievo che certamente non per distrazione o capriccio il direttore del Corriere della Sera ha voluto dare al racconto del suo inviato, diciamo così, a Politopoli, questa volta in particolare nei quartieri, depositi, arsenali  officine -ve ne sono di esibite come uffici, per esempio quello di Dario Franceshini- delle opposizioni aspiranti all’alternativa al centrodestra al governo con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Dove -ha raccontato anche questo Roncone- c’è sempre qualche bottiglia di “bollicine” da stappare o comunque aprire per distrarsi, con le comiche delle opposizioni, dai problemi che sicuramente esistono anche nella maggioranza.

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

L’articolo di Roncone è stato sistemato all’interno del Corriere ma con un richiamo in prima pagina ben visibile, e più appetibile di un editoriale con quel titolo sulla “opposizione (a sé stessa)” che sarà stato invidiato, penso, dai giornali di area, diciamo così, di centrodestra. E perfino da quegli specialisti della titolazione sarcastica e sfottente che sono i colleghi del manifesto, frequentemente impietosi anche verso quell’aggettivo “comunista” della loro testata.

Il paradosso delle tentazioni eversive contro la stabilità politica

Da Libero

Protetti anche da una magistratura -la solita, direi-che fa loro sconti ogni volta che può, assolvendoli per esempio dal reato di associazione a delinquere quando vi incappano nei processi- i malintenzionati della sovversione permanente effettiva fanno sempre più i loro comodi in Italia. Essi attentano a cantieri, università, concessionarie d’auto e simili, per non parlare delle piazze nelle quali riescono a infilarsi, in nome magari del pacifismo, per mettere a ferro e fuoco ciò che non gradiscono o che cerca di resistere alla loro furia.

Anarchici, si dice con una certa genericità e persino romanticismo. Terroristi, piuttosto, che non a caso finiscono nei fascicoli, nelle indagini e nelle ricostruzioni di inquirenti e forze dell’ordine che si occupano appunto di antiterrorismo.

Matteo Salvini

Sfido lor signori delle opposizioni, sempre pronti ad accusare di mitomania gli allarmati o soltanto preoccupati, ad accusare il vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini di avere sconfinato nella politica estera, europea e dintorni quando ha gridato. Non più tardi ieri inseguendo la cronaca, contro “la vergogna che 300 donne e uomini in divisa debbano presidiare militarmente un cantiere ferroviario” a Torino, per proteggerli da “delinquenti” lasciando sguarniti in quella stessa città “quartieri popolari in termini di sicurezza”.

Lor signori delle opposizioni preferiscono piuttosto prendersela con e per le forze dell’ordine sottratte al territorio nazionale perché dislocate nei centri allestiti in Albania, fra l’interesse di tanti paesi d’Europa e oltre, appena sperimentato in un summit dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, per fronteggiare e disincentivare l’immigrazione clandestina. E i trafficanti di vite umane che vi prosperano sopra e attorno.

C’è un’aria in giro che non mi piace in questa Italia insolitamente stabile sul piano politico. E che forse anche o proprio per questo è entrata nel mirino non dico di un nuovo brigatismo armato -di quelli che la mia generazione ha vissuto sulla propria pelle negli anni cosiddetti di piombo, quando non si poteva uscire da casa tranquilli né affacciarsi a un ristorante, e bisognava affidarsi per certi mestieri o professioni a scorte pubbliche e private-  ma di una certa insofferenza per la normalità, di un certo avventurismo sociale che di solito anticipa il terrorismo, appunto. Ne rimasero vittime negli anni Settanta anche politici della proverbiale mitezza come Aldo Moro, come disse inutilmente di lui il Papa Paolo VI inginocchiandosi metaforicamente davanti alle brigate rosse che lo tenevano prigioniero e chiedendo di liberalo, inascoltato -gridò poi il Pontefice- in Chiesa- persino da Dio. E in qualche modo morendone anche lui dopo poco.

Giorgia Meloni

L’Italia politicamente stabile che dà tanto fastidio ai malintenzionati dei bastoni e delle penne, anche quelle che il mio amico Enrico Mentana chiamerebbe “internettiane”, è l’Italia del centrodestra. E, più in particolare, della premier Giorgia Meloni, che si è messa in testa -pensate un po’, benedetta donna- di governare per tutta la legislatura, e non solo per un terzo o una metà appena raggiunta collocandosi nei piani alti della graduatoria di durata delle compagini ministeriali. Una donna che si permette di pensare anche, come le è stato appena attribuito da cronache e retroscena politici, che potrebbe pure accettare una sfida di elezioni anticipate perché sicura di uscirne col 35 per cento dei voti contro il 5 di quelli che dovessero riuscire a realizzare il sogno di una crisi. Una crisi, per giunta, nel pieno di una congiuntura internazionale fra le più complesse e imprevedibili della storia della Repubblica. quando sono in gioco gli equilibri concordati 80 anni a Jalta, a conclusione della seconda guerra mondiale.

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La grazia improbabile dell’Eliseo a madame Marine Le Pen

Dal Dubbio

E se Emmanuel Macron, a soli 47 anni già al suo secondo e non ripetibile  mandato alla Presidenza della Repubblica, in scadenza a maggio del 2027, in un moto di galanteria politica e umana, ma anche astuzia, decidesse di usare l’articolo 17 della Costituzione francese per concedere la grazia alla sua avversaria di sempre Marine Le Pen, rimettendo la leader della destra in corsa per l’Eliseo? Dalla quale la magistratura l’ha appena esclusa condannandola a 4 anni per frode. Di cui l’imputata era stata accusata per avere praticamente fatto pagare dal Parlamento europeo dipendenti impegnati invece nel suo partito.  Cosa peraltro che sospetto -augurandomi naturalmente per primo di sbagliare- che non sia accaduto e non accada solo a madame Le Pen.

Marine Le Pen

Una tentazione del genere di quella che sto immaginando scrivendo di  Macron fu proposta dietro le quinte, ma non troppo, all’allora presidente della Repubblica in Italia Giorgio Napolitano da Gianni Letta nei riguardi di Silvio Berlusconi, condannato per frode fiscale nel 2013, e poi fatto decadere dal Senato con votazione addirittura palese nell’aula di Palazzo Madama. Quella era una condanna definitiva, come potrebbe diventare anche a madame Le Pen se disponesse ai suoi avvocati di non ricorrere in appello, come è stato invece annunciato. Una rinuncia potrebbe all’appello potrebbe peraltro spianare la strada anche emotivamente a un intervento dell’Eliseo.

Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi

Napolitano, a un cui appello ad una specie di solidarietà nazionale Berlusconi aveva risposto facendo partecipare il suo partito al governo delle larghe intese di Enrico Letta, fallito il tentativo di Pier Luigi Bersani di formane uno di “minoranza e combattimento”, appeso agli umori dei grillini debordati nelle elezioni di quell’anno; Napolitano, dicevo, pose come condizione per la grazia la richiesta ufficiale di Berlusconi e il suo sostanziale ritiro spontaneo dalla politica. Non se ne fece naturalmente nulla. Berlusconi scontò i suoi cosiddetti servizi sociali, tornò ad essere eletto al Senato e partecipò persino, al suo modo, cioè tra smentite e conferme, riunioni e incontri. Messaggi più o meno cifrati, ad un’altra edizione della corsa al Quirinale, alla scadenza del primo mondato di Sergio Mattarella. Cronaca, anzi storia della politica italiana di questo secolo, non del secolo scorso.

Dal Corriere della Sera di ieri

So che è improbabile una grazia di Macron a madame Le Pen, come fu impossibile quella di Napolitano a Berlusconi dodici anni fa. Eppure ci vorrebbe un segnale di inversione di tendenza, chiamiamola così, di fronte ad una crisi dei rapporti fra politica e giustizia che è ormai diventata un fenomeno senza frontiere, non so francamente se a discapito più della politica o della giustizia, perché anche quest’ultima ha da rimettere credibilità ed altro in un conflitto ormai globale. Un’altra guerra nelle guerre, senza pace e senza tregue, neppure a parole.

Pubblicato sul Dubbio

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Non è un pesce d’aprile il braccialetto elettronico al polso, o piede, di Marine Le Pen

Da Repubblica

Il braccialetto elettronico, non quello d’oro o di perle, al polso o al piede di Marine Le Pen non è un pesce d’aprile. E’ una notizia giudiziaria, arrivata una volta tanto non dall’Italia, dove abbiamo seri problemi, diciamo così, di rapporti fra la politica e la giustizia, o viceversa, ma dalla Francia. Dove -ha annunciato con un certo compiacimento la nostra Repubblica di carta-per la leader della destra è “arrivata la fine della corsa”: almeno quella fra due anni all’Eliseo. La ineleggibilità comminatale dal tribunale di Parigi nel contesto di una condanna a quattro anni per frode, avendo fatto mettere a carico del Parlamento europeo personale al servizio invece del suo partito in Francia, mette in effetti fuori “corsa” la candidata della destra all’Eliseo

Dall’Unità

“Le Pen fuori dai giochi”, ha titolato in rosso Piero Sansonetti sull’Unità aggiungendo in nero: “anche la Francia in mano ai giudici”. Come in Italia, ripeto. Ma pure negli Stati Uniti secondo il presidente Donald Trump, che pure è riuscito a tornare alla Casa Bianca nonostante l’attenzione, diciamo così, riservata ai suoi affari di ogni tipo, da quelli finanziari a quelli sessuali, dalla magistratura americana.

Abbiamo un po’ di globalizzazione giudiziaria, dopo o visto che quella economica non è andata molto bene.

Dal Messaggero

Scherzi a parte all’ombra del 1° aprile, in Francia abbiamo potuto comunque vedere e sentire, fra notiziari stampati e trasmessi, lo “stupore” del presidente del Consiglio in carica per la condanna di Marine Le Pen senza che si levassero proteste e simili contro di lui. Come invece temo che possa accadere alla premier italiana Giorgia Meloni per avere osservato che “nessuno può gioire” della condanna della leader della destra francese. Non parliamo poi del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che più e prima ancora della Meloni ha confermato la sua preferenza per politici battuti nelle elezioni, non in tribunale.

Peraltro ho personalmente il sospetto che nel Parlamento europeo non siano stati pagati o lo siano tuttora  solo francesi che si occupano dei loro partiti in patria ma anche altri, di nazionalità diversa. I magistrati italiani non sono ancora arrivati, spontaneamente o su denuncia, ad occuparsene. Potrebbero a questo punto esserne tentati.

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In gita sull’ambulanza della sinistra chiamata Partito Democratico

Da Libero

Non per sparare sulla Croce Rossa, come si usa dire, visto che il Pd è ormai come un’ambulanza di quella che fu la sinistra a vocazione o presunzione riformista, ma trovo imperdibile quello che ha raccontato o fatto capire del Nazareno in una intervista al Foglio il presidente del Copasir ed ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Che Matteo Renzi, ai suoi tempi, aveva arruolato d’ufficio tra i forlaniani, chiamandolo amichevolmente Arnaldo, ma in realtà nella Dc era stato andreottiano. E non si offenderebbe se qualcuno lo chiamasse Giulio.

Guerini, in un ufficio dove a suo tempo lavorò il tribunale dell’Inquisizione, ha così raccontato il voto recentemente espresso da solo alla Camera, pur dai banchi del Pd, a favore della mozione di Azione e +Europa per il cosiddetto riarmo europeo: “Se fossimo stati in diversi a votare sarebbe stato un problema”. Insomma egli ha votato con “deroga”, giustamente prospettata nella domanda dall’intervistatore, purché fosse solo, convincendo quindi gli amici, e le amiche, a starsene buoni. Cioè a non imitare i dieci eurodeputati su undici del Pd, compreso il presidente del partito Stefano Bonaccini, che precedentemente avevano votato a Strasburgo, sempre per il riarmo, rifiutando l’astensione critica ordinata da Roma personalmente dalla Schlein. E praticata da undici risultati in maggioranza, sia pure strettissima, nella delegazione grazie alla generosità raccontata da Lucia Annunziata. Che avrebbe voluto votare anche lei a favore rinunciandovi per non fare risultare in minoranza la posizione della segretaria. Alla quale pur deve, nonostante le tante preferenze raccolte sul piano personale, per carità, l’iscrizione come indipendente nelle liste del Pd, e quindi la sua elezione all’Europarlamento.

La segretaria del Pd Elly Schlein

Dobbiamo a Lorenzo Arnaldo Giulio Guerini anche il racconto, o la confessione, della cadenza almeno settimanale dei suoi confronti-non so se telefonici o anche fisici chissà dove, al riparo dalla curiosità altrui- con la Schlein. Che ha prestato sempre “attenzione” -ha avuto l’impressione Guerini- alle informazioni e alle opinioni che il suo collega -ancora- di partito le forniva di volta in volta per una certa, maggiore esperienza e dimestichezza con i problemi della politica estera, di difesa e di sicurezza. Guerini, d’altronde, proprio per le sue competenze è l’esponente obbligatoriamente d’opposizione al quale è stata conferita sin dall’inizio della legislatura la presidenza del “Comitato parlamentare -si chiama così- per la sicurezza della Repubblica”. Cui neppure i servizi segreti potrebbero o dovrebbero nascondere nulla.

Guerini, ripeto, ha ricavato la sensazione, quanto meno, dell’”attenzione” riservatagli dalla segretaria del partito. Che però non sembra essere bastata all’interessata per lasciarsi convincere a correggere, quanto meno, una linea la cui mancanza, contraddittorietà e quant’altro ha fatto avvertire all’ex senatore, ex capogruppo, ex tesoriere e tuttora tra i fondatori del partito Luigi Zanda la necessità di un congresso anticipato e straordinario. Al quale per statuto la segretaria dovrebbe arrivare dimissionaria, anzi sostituita con un segretario di cosiddetta garanzia.

Il compianto Giulio Andreotti

Probabilmente non se ne farà nulla e si deciderà fra due anni se fare il congresso, con tutte le sue regole e liturgie, alla scadenza ordinaria o persino posticipata, per lasciare alla segretaria la responsabilità del risultato sempre più incerto, a questo punto, delle elezioni politiche del 2027. Ma, volente o nolente, arroccata o no al Nazareno, per la Schlein e i suoi sostenitori, ma anche avversari, sarà nel Pd congresso continuo. Di quelli che di solito logorano, anche se il buon Andreotti era convinto -con la pratica fattasi guidando sette governi e non ricordo più esattamente quanti Ministeri, oltre alla Difesa e agli Esteri, i più noti- che il potere logora chi non lo ha. Alla fine, del resto, logorò anche lui, pur protetto dal laticlavio conferitogli da Francesco Cossiga.

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Scene di vita al Nazareno e dintorni raccontate da Lorenzo Guerini…

Dal Foglio

Scene di vita al Nazareno e dintorni, compresa la Camera, raccontate al Foglio in una lunga intervista dall’ex ministro della Difesa e ora presidente del Copasir Lorenzo Guerini, intitolata “Riarmare la sinistra”.  E non solo l’Europa, direi. Un titolo largamente autosufficiente, non proprio collimante con la linea adottata da Elly Schlein, la segretaria del Pd dove Guerini, sempre nell’intervista, si dichiara “in minoranza”.

Guerini al Foglio

Ne parla “spesso” con Elly Schlein?, ha chiesto l’intervistatore Simone Canettieri. “Certo, mi confronto con frequenza con lei. Almeno una volta a settimana. Anche per dirle, a volte, che non sono d’accordo. E trovo sempre un ascolto attento”, Per quanto infruttuoso, considerando la posizione che la segretaria del Pd continua a tenere sulla politica estera in questa straordinaria congiuntura internazionale.

Guerini sempre al Foglio

“Alla Camera -ha chiesto l’intervistatore ricordando un recente passaggio parlamentare- Lei è stato l’unico a votare la mozione di Azione e +Europa a sostegno del piano di von der Leyen: ha avuto una deroga in quanto dissidente con la linea Schlein?”. Una mozione, quella di Azione, che deve avere avuto un ruolo nella decisione della premier di intervenire al congresso del movimento di Carlo Calenda. “Se fossimo stati in diversi a votare a quella mozione sarebbe stato un problema”, ha risposto Guerini. Di cui pertanto -facendo peccato a pensar male ma indovinando, come diceva la buonanima di Giulio Andreotti, peraltro capocorrente di Guerini negli anni della Dc- si può supporre che abbia concordato con la Schlein il suo voto di dissenso da lei, purché solitario. Almeno in apparenza.

Dalla mia…postazione di lettura è tutto. E buona giornata.

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