Quando Berlusconi si divideva nelle urne fra la Dc e Craxi

         Come votava Silvio Berlusconi prima di fondare e votare, naturalmente, Forza Italia arrivando in poche settimane a Palazzo Chigi?  Inutilmente contrastato da quella “gioiosa macchina da guerra” contro di lui guidata dall’ultimo segretario del Pci e primo del Pds Achille Occhetto? “Entrambi eravamo per la Democrazia Cristiana”, ha risposto il senatore Adriano Galliani in una intervista al Corriere della Sera nel secondo anniversario, che ricorre oggi, della morte dell’amico, socio, dipendente quale gli è stato dal 1979, quando fu chiamato ad Arcore e cominciò una loro comune avventura, anzi cavalcata, durata ininterrottamente sino alla morte del “dottore”, “cavaliere” e poi “presidente”, come via via Berlusconi venne chiamato nelle sue scalate al successo.

         “In quegli anni non c’erano troppe correnti. Si era per l’America oppure per la Russia”, ha aggiunto Galliani alludendo non tanto alle correnti della Dc, che in verità erano parecchie, quanto alle aree politiche in generale. Che in effetti potevano essere ricondotte a due, filo-americana e filo -russa, con tutte le sfaccettature prodotte dalla evoluzione della politica interna, e anche internazionale. Nel 1976, tre anni prima che Galliani entrasse nel cerchio magico di Berlusconi e diciotto prima della fondazione di Forza Italia già il segretario del Pci Enrico Berlinguer, sostenitore dall’esterno di governi monocolori democristiani guidati da Giulio Andreotti diceva pubblicamente di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della Nato.

         Galliani, per carità, avrà avuto i suoi motivi per parlare al plurale del voto alla Dc, insieme con Berlusconi, prima della fondazione di Forza Italia. Ma io ho ricordi o cognizioni diverse. Pur con un’infanzia e un’adolescenza familiarmente democristiane, sino a rischiare le botte affliggendo sui muri di Milano nel 1948, a soli dodici anni, i manifesti elettorali della Dc, Berlusconi aveva interrotto già da qualche tempo, prima di vitare per se stesso, di votare per lo scudo crociato. O di votare solo per lo scudo crociato.

A me personalmente, dopo la svolta autonomista del Psi e l’arrivo dell’ormai amico Bettino Craxi a Palazzo Chigi, nel 1983, Berlusconi confidò di sdoppiarsi nelle urne, diciamo così. Al Senato, col sistema uninominale, egli continuò a votare per la Dc, sperando che il candidato nel suo collegio fosse magari un simpatizzante di Arnaldo Forlani piuttosto che di Ciriaco De Mita, ma alla Camera votava per i socialisti grazie anche alla fortuna di poter dare la preferenza a Craxi in persona.

         Caduta la cosiddetta prima Repubblica sotto la ghigliottina giudiziaria, che poi gli avversari avrebbero tentato di montare anche contro di lui, Berlusconi non a caso fu in grado di dirottare verso la sua Forza Italia una parte significativa dell’elettorato socialista, oltre a quello personale di Craxi. Perché nascondere o solo minimizzare questa parte del lavoro, dell’esperienza, della genialità, diciamo pure, di Berlusconi?, chiedo al mio amico Adriano.

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La giornata particolare di Pierluigi Castagnetti sbottato contro la Schlein

Lunedì scorso 9 giugno è stata una giornata particolare, molto particolare, particolarissima, eccezionale per Pierluigi Castagnetti, il più democristiano del Pd per origini e convinzioni, da qualche tempo in sofferenza per la marginalità crescente, o qualcosa di simile, della sua area nel partito sempre più movimentista guidato da Elly Schlein. Dalla quale si aspetta, non so ancora quanto fiduciosa, di sapere quale sarà l’anno in cui deciderà di stampare sulla tessera d’iscrizione al Pd il volto o, più in particolare, gli occhi di Alcide De Gasperi, come ha fatto l’ultima volta con Enrico Berlinguer.

         Lunedì scorso 9 giugno, dicevo, il buon Castagnetti ha festeggiato il compimento dei suoi 80 anni: esattamente il doppio della Schlein, che il 4 maggio ne aveva fatti 40. Fra gli auguri ho motivo di ritenere che gli saranno arrivati anche quelli del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, col quale è così nota l’amicizia che Castagnetti spesso, quasi di solito, si contiene nelle sue esternazioni per non vederle arbitrariamente e soprattutto scomodamente attribuire ai reconditi pensieri, umori e quant’altro del Capo dello Stato. Che tiene particolarmente, e giustamente, a gestire da solo la propria riservatezza.

         Lunedì scorso 9 giugno, dicevo, il buon Castagnetti ha seguito con la solita curiosità, a dir poco, del politico le notizie provenienti dai seggi elettorali dove si era finito di  votare per i cinque referendum abrogativi promossi, sostenuti eccetera eccetera anche dalla Schlein col dichiarato proposito di sapere e volere dimostrare la capacità del Pd di riconoscere l’errore, per esempio, del cosiddetto jobs act voluto a suo tempo dall’allora  presidente del Consiglio e contemporaneamente segretario del partito Matteo Renzi.

         Più ancora, temo, dei risultati dei referendum, preferiti dalla Schlein ad un congresso per segnare su un tema così delicato la discontinuità, la svolta e quant’altro del suo partito rispetto a dieci anni fa, Castagnetti dev’essere rimasto colpito dalla soddisfazione espressa dalla segretaria del Pd per il loro pur clamoroso fallimento da quorum. Che aveva trasformato in coriandoli i sì e i no che uscivano dai conteggi degli scrutatori. I sì, peraltro, contrapposti cervelloticamente dalla Schlein ed emuli ai voti raccolti dal centrodestra nelle elezioni politiche del 2022 per gridare vittoria.

         Dopo essersi un po’ trattenuto per la solita preoccupazione, già ricordata, di vedere coinvolgere ingiustamente l’amico presidente della Repubblica, che aveva tenuto peraltro a partecipare al voto referendario, ripreso al suo arrivo e alla sua uscita dal seggio elettorale della sua Palermo, il buon o povero Castagnetti, come preferite o immaginate, è sbottato. E ha affidato questo suo messaggio a facebook: “Qualcuno dica a Schlein, anche solo privatamente, che così si va a sbattere. Posto che da quelle parti, dove sembra prevalere l’arroganza, ci sia ancora qualcuno interessato a tornare a vincere, per il bene del Paese e delle sue più giovani generazioni”.

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I guai dell’anima che il Pd avrebbe ritrovato con la Schlein

         Ho la sensazione che si mettano davvero male le cose per la segretaria del Pd Elly Schlein dopo la sconfitta nei referendum abrogativi da lei sostenuti, anzi promossi. E naufragati nella indifferenza, se non nella protesta del più del 70 per cento degli elettori che hanno disertato le urne vanificandone i risultati.  

         A mettere nei guai la segretaria del Nazareno, oltre e forse ancora più della sconfitta referendaria da lei scambiata per il decollo del suo testardo progetto “unitario” dell’alternativa al governo di centrodestra, è la medaglia sul petto che le ha applicato il sempre incontenibile Goffredo Bettini, scrivendone sull’Unità di Piero Sansonetti, per avere “ridato l’anima al Pd”. Che evidentemente l’aveva perduta nel 2014 con Matteo Renzi contemporaneamente segretario del partito e presidente del Consiglio, grazie al quale il Pd era arrivato al 40 per cento dei voti. Ora è a poco più della metà.

         Adesso la Schlein dovrebbe “allargare”, ha aggiunto, consigliato, intimato e quant’altro Bettini contraddicendosi clamorosamente perché anche lui riconosce così che il Pd avrà pure ritrovato un’anima, come dice lui pensando a sinistra, ma insufficiente alla vittoria del progetto di alternativa. L’allargamento tuttavia, essendosi lo schieramento referendario spinto a sinistra comprendendola tutta, dovrebbe avvenire al centro e a destra. Cioè spostandosi verso quel Renzi, fra gli altri, che aveva fatto perdere “l’anima” al Pd.

         E’ evidente la contorsione, la contraddittorietà, la velleità di questo ragionamento. Proposto peraltro mentre cronache e retroscena si dividono fra  “l’avviso di sfratto” che l’ala riformista, cioè moderata, del Pd vorrebbe dare alla Schlein e il proposito  attribuito alla segretaria di prendere di contropiede i critici, persino sfidandoli a quel congresso anticipato o straordinario che vaga come un fantasma al Nazareno da mesi, pur su temi estranei a quelli dei referendum perduti su lavoro e cittadinanza. Sono i problemi  della politica estera in mezzo a guerre che non sono cessate neppure su ordine di Trump dalla Casa Bianca.

         Grande, come si vede, è la confusione nella terra del Pd. E Bettini non ì certamente il Mao di turno nel Cielo.  

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Le piazze piene e le urne vuote dei referendum abrogativi

Pur in assenza nominale dei comunisti e socialisti, il fronte popolare realizzato dal terzetto Conte-Landini-Schlein, in ordine rigorosamente alfabetico, attorno ai cinque referendum abrogativi su lavoro e cittadinanza, appena annegati nelle acque di un astensionismo per niente casuale, è tornata alle origini. Cioè al 1948, quando Pietro Nenni commentò i risultati delle elezioni politiche contrapponendo le “urne vuote” di voti per la sinistra  alle “piazze piene” che gli avevano un po’ fatto perdere la testa. Sino a fargli chiedere a Sandro Pertini, peraltro contrario ai modi e ai tempi con i quali era stata concordata l’alleanza col Pci di Palmiro Togliatti: “Avremo uomini abbastanza per coprire tutti i posti che ci spetteranno al governo?”. Uomini e anche donne, naturalmente.

         Accasciato su una sedia sudato, stanco e deluso, Nenni dovette subire nel suo ufficio di segretario socialista il sarcasmo di Pertini, che lo consolò dicendogli che non avrebbe dovuto più preoccuparsi di dovere trovare così tanti compagni per occupare così tanti posti. Fra l’altro, anche i compagni socialisti erano stati politicamente falcidiati con l’uso delle preferenze da parte dei comunisti, risultati fra gli eletti alla Camera più numerosi e rimastivi sino alla fine dei due partiti. Nonostante i tentativi di Bettino Craxi negli anni Ottanta, da presidente del Consiglio, di riequilibrare i rapporti di forza.

         Le urne questa volta, con i referendum ancora scambiati senza ironia dalla segretaria del Pd Elly Schlein per un promettente decollo del progetto di alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni, sono state avare più ancora di schede che di voti. Di tante schede da invalidare i referendum per disposizione costituzionale. E da trasformare i risultati dei conteggi i coriandoli in un Carnevale preso però tanto sul serio dalla Schlein e amici o compagni da contrapporre -udite, udite- i 14 milioni di votanti di domenica e lunedì scorsi ai 12 milioni di voti ottenuti dalla Meloni e dagli alleati nelle elezioni politiche di tre anni fa. E poiché 14 sono più di 12, la Meloni sarebbe adesso la sconfitta e la Schlein la vincitrice. Parola anche di Goffredo Bettini, spintosi su facebook a contestare persino “l’intelligenza” dei suoi contestatori. Qui evidentemente siamo ai piani non alti, ma sotterranei dell’intelligenza artificiale.

         L’ironia mancata alla Schlein, consiglieri, estimatori eccetera eccetera l’ho invece trovata nel racconto della sua domenica elettorale fatto alla Stampa da Luciana Castellina, 96 anni da compiere in agosto, icona di una sinistra passionaria e indisciplinata, sino a rimediare nel 1970 la radiazione dal Pci di Luigi Longo ed Enrico Berlinguer con i compagni del manifesto.

         “Ho trovato la fila al seggio”, si è consolata Luciana Castellina. Che ha però onestamente aggiunto e precisato di “abitare in una zona della sinistra Ztl”, il centro città a traffico limitato, in ogni senso lontano dalle periferie che erano una volta le praterie della sinistra orgogliosa di rappresentare e difendere i più deboli, i più bisognosi, i meno fortunati.

         Pure la Castellina, tuttavia, si è lasciata prendere un po’ dalla nostalgia e dall’illusione, accomunando la fila trovata nel suo seggio elettorale alla piazza del giorno prima a Roma per Gaza e dintorni. E al titolo “c’era una volta” assegnatole dal suo manifesto. “E’ importante ovunque che ci siano dei segnali che indicano un ritorno a una forma di democrazia diretta, in cui non si delega a qualcuno la decisione ma si interviene in prima persona”, ha detto la Castellina. Democrazia “diretta”, ma a bassa intensità. Amplificata solo dai sogni, dalla propaganda, dai social. Piazze piene e urne vote, per tornare al 1948, a Nenni e a tutto il resto della sinistra. Punto e daccapo.

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L’intelligenza…artificiale applicata ai referendum appena falliti

         Spalleggiata dall’ormai solito Goffredo Bettini, che ha definito “neppure tanto intelligenti”, cioè stupidi, quanti hanno visto una sconfitta della sinistra promotrice nel naufragio referendario su lavoro e cittadinanza per mancanza di quorum, al quale sono mancati una ventina di punti sui 50 necessari, la segretaria del Pd Elly Schlein ha festeggiato lo stesso. E con l’aiuto di altri ha disinvoltamente mescolato pere mele, direbbero al mercato, per annunciare addirittura l’ennesimo decollo della famosa, tenacemente perseguita alternativa al centrodestra. La temeraria non sarebbe lei a cantare vittoria ma la premier Giorgia Meloni a rivendicarla non accorgendosi che i 12 milioni di voti guadagnati dal centrodestra nelle elezioni politiche del 2022 sono inferiori ai 14 milioni di partecipanti ai cinque referendum ancora freschi di risultati. Cioè, di fallimento.

Pere e mele, dicevo. Le pere dei voti presi concretamente dalla Meloni quasi tre anni fa andando a Palazzo Chigi. Le mele dei voti virtuali contro la premier che la segretaria del Pd ha attribuito ai partecipanti ai referendum, insufficienti a convalidare i risultati. Se questa è intelligenza, come sostiene Bettini, vuol dire che anch’essa, come ormai l’istituto stesso del referendum abrogativo, soffre di scompenso. Grave scompenso.

La stessa Schlein, d’altronde, nonostante la soddisfazione ostentata come l’intelligenza di Bettini, dovrà fare i conti nel suo partito con quanti reclamano il dibattito mancato prima di liquidare come “un errore”, fra i tanti, il jobs act adottato da Matteo Renzi negli anni di presidente del Consiglio e segretario del partito, insieme. E sopravvissuto al referendum che lo doveva abolire o modificare tagliandone una parte.   

Il segretario della Cgil Maurizio Landini, appresso al quale si sono mossi la Schlein, Giuseppe Conte e gli altri aspiranti all’alternativa di governo, ha già detto che rimarrà tranquillamente al suo posto rispondendo a chi gli chiedeva se non sentisse il dovere di dimettersi. Il Pd è, o dovrebbe essere, qualcosa di diverso dalla Cgil. Avremo tutti l’occasione di verificarlo, a dir poco.

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Lo scompenso cardiaco di cui soffre il referendum abrogativo in Italia

Si può ben chiamare scompenso, come quello cardiaco, la malattia di cui soffre il referendum abrogativo, anche per il batticuore che procura ai promotori di turno. Costretti, mancando il cosiddetto quorum del 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto richiesto per renderne valido il risultato, a misurare la distanza dall’obbiettivo per ritenersi in qualche modo soddisfatti lo stesso. E contestare la disfatta – scusate il pasticcio delle parole- attribuita loro dagli avversari. Sono mancati questa volta una ventina di punti.

Questo è chiaramente un esercizio dialettico e politico alquanto arbitrario, a dir poco, perché appeso solo agli interessi o convenienze degli sconfitti. Più da asilo infantile che da accademia.

La causa dello scompenso referendario sta non nella perfidia o nella indifferenza dell’elettorato, o nella spregiudicatezza del governo di turno nel boicottare l’affluenza alle urne, giocando sulle date o sul controllo, reale o presunto, dell’informazione, ma nell’abuso che si fa della possibilità elettorale di abrogazione totale o parziale di leggi in vigore, vecchie o nuove che siano.  Persino l’immagine ormai consueta dei grappoli referendari, a titolo di semplificazione o risparmio, è negativa.

Il referendum abrogativo scritto nella Costituzione è di opposizione alle norme che si vogliono abolire o modificare tagliandone una parte, non di opposizione al governo di turno. O, peggio ancora, di giochi interni all’opposizione. Composta di partiti dove una nuova maggioranza vuole ribaltare le scelte legislative della vecchia. Com’è accaduto nel Pd sul cosiddetto jobs act  introdotto  a suo tempo col governo del segretario del partito e insieme presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Mi è accaduto personalmente di seguire in televisione nei giorni scorsi  due confronti fra lo stesso Renzi, che difendeva la sua legge pur avendo partecipato alla raccolta delle firme di contestazione, e il segretario generale della Cgil Maurizio Landini. Quando ho sentito quest’ultimo, incalzato dall’ex premier, impegnarsi per ristabilire l’obbligo, se abrogato, del reintegro a favore  dei dipendenti dei sindacati licenziati ingiustamente, mi sono convinto definitivamente della speciosità e aleatorietà dello scontro. I sindacati d’altronde si sono tirati fuori volontariamente dal Parlamento, dove una volta venivano rappresentati con i candidati ospitati nelle liste dei partiti. Di quali mezzi avrebbe disposto Landini per mantenere il suo impegno se non ricorrendo ad un altro referendum di segno opposto e contrario? Si può legiferare referendariamente sostituendosi a questo punto al Parlamento? Via, siamo seri.

E’ stato allora, sentendo Landini,  che ho deciso di preferire non il mare, non la montagna, né la collina ma semplicemente casa mia al grappolo referendario, tutto intero come offertomi. E mi ritrovo vittorioso nel mio piccolo, anzi piccolissimo.  

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Le ultime ore del batticuore referendario, anche dell’avvocato Li Gotti

         E ora l’allertatissimo avvocato Luigi Li Gotti, calabrese, 78 anni compiuti da poco, due dei quali trascorsi al governo fra il 2006 e il 2008 come sottosegretario alla Giustizia, che cosa farà davanti alle foto che hanno ripreso nei loro seggi elettorali la premier Giorgia Meloni, l’ex premier Giuseppe Conte, la segretaria del Pd Elly Schlein e altri noti politici nel momento di non votare, avendo rifiutato le schede referendarie, o di votare. Scegliendo cioè una delle due opzioni fornite dall’articolo 75 della Costituzione e formulate più dettagliatamente nelle istruzioni del Viminale destinate al personale delle sezioni elettorali.

         L’avvocato Li Gotti, alla cui attenzione il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha forse voluto sottrarsi lasciandosi ritrarre dalle telecamere mentre entrava a passo spedito nel suo seggio elettorale a Palermo, senza altri dettagli, presenterà l’ormai abituale esposto contro la Meloni alla locale Procura della Repubblica per avere fatto indebita propaganda per l’astensione durante il silenzio derivante dalla fine della campagna eletorale? E così realizzando, sempre Li Gotti, l’ipotesi prospettata, minacciata o quant’altro parlandone giovedì scorso in diretta televisiva con Corrado Formigli nella trasmissione Piazza pulita? O, per par condicio, diciamo così, e presumibilmente malvolentieri, contesterà come reato di abuso di propaganda elettorale anche l’ostentazione della segretaria del Pd ed altri esponenti della politica dell’esercizio del diritto di votare, preferendolo a quello di non votare?

         “Qui cascherà l’asino”, come si direbbe comunemente. Ma come vorrei evitare di ripetere davvero, con convinzione, per non offendere l’avvocato Li Gotti e non dargli l’occasione di una denuncia. Anche se l’asino, detto anche somaro, è in realtà un animale quasi proverbiale per la sua saggezza e bontà.

         In questo ragionamento sulle scelte che incombono o potrebbero incombere sull’avvocato Li Gotti c’è forse tutto il dramma pur surreale del batticuore dei referendari dopo che è risultato partecipe dei cinque referendum abrogativi, alla fine della prima giornata intera e all’inizio della mezza seconda giornata, nonché ultima, solo il 22 per cento degli aventi diritto al voto. Contro l’oggettivamente lontano 50 per cento più uno necessario alla chiusura delle urne per rendere validi i conteggi dei si e no ai singoli, cinque quesiti del gruppo di referendum di questa primavera 2025.

L’affare politico di Conte in piazza e per le strade in nome di Gaza

         La foto più significativa, emblematica, plastica del corteo sfilato per le strade di Roma a favore di Gaza, e contro il governo “codardo” -ha detto la segretaria del Pd parlando poi sul palco di piazza San Giovanni- è quella in cui l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è collocato, o addirittura è stato collocato al centro dello striscione maggiore portato dai leader dei partiti rappresentati e da altri partecipanti alla manifestazione.

         Per effetto di quella collocazione e del gioco cromatico, di cui pure la segretaria del Pd Elly Schlein si considera o è considerata particolarmente esperta da quando lei stessa ha raccontata di avere una consulente per gli abiti che indossa, Giuseppe Conte in quella foto è la persona che si vede di più e meglio. La  Schlein si vede meno, stretta fra Nicola Fratojanni e Angelo Bonelli. Poi la segretaria del Nazareno ha cercato di rifarsi sul palco degli oratori primeggiando negli attacchi al governo per un appoggio ai palestinesi di Gaza contraddetto da un rapporto ambiguo con Israele, senza  rompere le relazioni, col ritiro dell’ambasciatore, e riconoscere lo Stato della Palestina. Che peraltro dovrebbe estendersi -nelle grida dei suoi sostenitori- dal fiume Giordano al mare, spazzando via gli ebrei. Di cui è contestato il diritto persino di vivere, come hanno fatto i terroristi di Hamas col pogrom del 7 ottobre 2023. Non servirebbe più ricordarlo, tanto evidentemente lo si considera ordinario, diciamo pure scaduto come certi prodotti lasciati per sbaglio o per truffa sugli scaffali dei negozi.

         Essere orgogliosi di una manifestazione del genere solo perché non si sono verificati disordini fra i trecentomila convenuti,  non sono state bruciate bandiere o fotografie, pupazzi e quant’altro della premier Giorgia Meloni e di qualche ministro, mi sembra francamente esagerato. Se fossi non dico un dirigente cosiddetto riformista del Pd ma solo un suo elettore, mi sentirei imbarazzato da quella foto che non poteva mostrare meglio il ruolo di Conte prevalente su quello della segretaria del Nazareno. Dove peraltro nessuno ha avuto il coraggio, il buon senso, l’onestà, la decenza di proporre e organizzare, sempre in nome della pace, a favore dell’Ucraina.  Eppure da più di tre anni muoiono anche lì civili, bambini, donne, e non solo militari, per una guerra scatenata da Putin per “denazificare” un paese che ha il solo torto di confinare con la Russia dello zar di turno. Scaduti come i tempi della campagna referendaria alla quale si è partecipato in Piazza San Giovanni, in pieno “silenzio elettorale”, incitando al voto pur essendo pienamente legittima l’astensione.  Anche questa evidentemente è mercanzia, diciamo così, scaduta. Sono tutti  stracci da buttare. Argomenti desueti. 

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La piazza esonerata dal silenzio elettorale e dall’antisemitismo…..

         Pur in un percorso accorciato per rischiare di meno inconvenienti, incidenti e quant’altro temuti dalla stessa sinistra promotrice, il corteo che si è data oggi la destinazione di Piazza San Giovanni, a Rona, è inzuppato come un biscotto in una mistura di sì espliciti e impliciti.

Espliciti come i sì a Gaza, alla Palestina dal fiume al mare, a una certa  comprensione del pogrom del 7 ottobre 2023, da cui pure è nata la guerra in corso in Medio Oriente che Israele non è intenzionato a perdere, per quanto una vasta letteratura mediatica e politica, diciamo così, ne abbia già annunciata e certificata la sconfitta. Impliciti come i sì che non possono essere pronunciati nel silenzio imposto dalla vigilia elettorale per i cinque referendum su lavoro e cittadinanza di domani e lunedì. Sono, in particolare, i sì all’abrogazione delle norme praticamente contestate al governo in carica, anche se approvate a suo tempo, per esempio il cosiddetto jobs act, dal governo di Matteo Renzi, presidente del Consiglio e contemporaneamente segretario del Pd. E soprattutto i sì alla partecipazione, dipendendo la validità dei referendum dall’affluenza alle urne della maggioranza degli elettori aventi diritto al voto e decisi ad esercitarlo sino in fondo. Cioè a votare davvero. Non come ha annunciato di voler fare con “furbizia, spregiudicatezza, vergogna” ed altri anatemi delle opposizioni la premier Giorgia Meloni.  Pizzicata da un avvocato, Luigi Li Gotti, pronto a denunciarla per il rifiuto delle schede al seggio con un esposto alla Procura della Repubblica di Roma, come già fece nei mesi scorsi per il rimpatrio in Libia del generale Almasri.

La miscela di sì espliciti e impliciti produce una piazza politicamente tossica. E un “sabato nero”, come ha titolato impietosamente Il Riformista di Claudio Velardi e, a suo tempo, di Emanuele Macaluso. Un sabato in cui “Pd, M5S e Avis sfilano tra ambiguità su Hamas e pro-Pal violenti”, che “ripeteranno gli stessi slogan che hanno scatenato il 7 ottobre” 2023 una mattanza di ebrei competitiva con la Shoah.  

Doppio batticuore referendario per Meloni, ora a rischio anche di esposto

Fresco di compiacimento per la libertà restituita a Giovanni Brusca legittimamente, per carità, dopo venticinque anni soltanto di pena detentiva, di cuiquattro in libertà vigilata, per avere azionato, fra l’altro, l’esplosione nella strage di Capaci del 1992, in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e tre dei quattro uomini della scorta, l’avvocato Luigi Li Gotti si è proposto un’altra delle sue iniziative clamorose. Ha segnalato il rischio che la premier Giorgia Meloni ha deciso di correre, con aria da sfida, annunciando il rifiuto astensionistico delle schede dei cinque referendum di domani e lunedì su lavoro e diritto cittadinanza. Un rifiuto che, per la visibilità dell’interessata e per i tempi del silenzio elettorale ancora in corso, potrebbe tradursi in un reato di propaganda.

         Tallonato dal conduttore della trasmissione televisiva con la quale era collegato, la Piazza pulita di Corrado Formigli, su La 7, l’avvocato Ligotti ha sorriso della possibilità di ripetere contro la Meloni l’esperienza dell’esposto alla Procura della Repubblica di Roma, qualche mese fa, per il caso del rimpatrio in Libia del generale Almasri, brevemente trattenuto in Italia per un arresto chiesto per crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja.

         Derivò da quell’esposto di Li Gotti, girato dal capo della Procura di Roma in persona Francesco Lo Voi al tribunale dei ministri, un procedimento ancora in corso. Che potrebbe pertanto ripetersi questa volta, a meno che la premier non rinunci al suo percorso referendario, come Formigli le ha praticamente suggerito interloquendo con Li Gotti. 

         E’ facile slittare nelle polemiche su questo tipo di eventi, reali o presunti. E’ facile perdere il controllo della frizione e finire intrappolato in una vertenza giudiziaria. Cerco pertanto di tenermene alla larga per prudenza, anche a rischio di farla scambiare per vigliaccheria. Ma, considerando che quella dell’esposto alla Procura della Repubblica di turno è anche una pratica di politici ancora in attività, e non ex come il sottosegretario alla Giustizia del secondo governo di Romano Prodi, fra il 2006 e il 2008, non mi sembra improprio, esagerato e quant’altro, persino penalmente rilevabile, parlare di una certa tendenza all’opposizione per via giudiziaria. Con i magistrati a volte contenti, a volte per niente, ma portati spesso a spiegare, motivare, giustificare la loro partecipazione come atto dovuto.

         Non mi sembra, francamente, un bel dire o un bel fare, specie nei tempi ormai abituali di conflitto fra giustizia e politica e di tentativi di venirne a capo con riforme di natura perfino costituzionale, come quella pendente in Parlamento e ormai intestata al ministro della Giustizia. Che si chiama Carlo Nordio. Non Carletto Mezzolitro Nordio, come all’anagrafe gestita col solito sarcasmo da Marco Travaglio sul suo giornale e nei salotti mediatici che frequenta.

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