Il favore preterintenzionale della magistratura alla premier Giorgia Meloni

Di preterintenzionale non c’è solo l’omicidio, punito dall’articolo 584 del codice penale col carcere dai 10 ai 18 anni. C’è anche un favore o persino un miracolo. Come quello o quelli compiuti involontariamente dalla magistratura archiviando un  procedimento contro la premier Giorgia Meloni e lasciandolo aperto a carico dei ministri della Giustizia Carlo Nordio e dell’Interno Matteo Piantedosi, nonché del sottosegretario alla Presidenza dl Consiglio Alfredo Mantovano, delegato ai servizi segreti. Un procedimento per favoreggiamento, peculato, omissione a causa del rimpatrio del generale Almasri in Libia con volo di Stato dopo essere stato arrestato in Italia per reati contro l’umanità, contestatigli dalla Corte penale internazionale dell’Aja, ma rilasciato dalla Corte d’Appello per irregolarità nella documentazione rilevate, nella sua competenza, dal ministro della Giustizia.

         La separazione delle responsabilità fra quelle escluse dalle indagini a carico della premier e quelle invece ancora attribuite agli altri tre esponenti del governo, giudicabili dal cosiddetto tribunale dei ministri su autorizzazione parlamentare, ha fornito a Giorgia Meloni l’occasione, che l’interessata non si è lasciata giustamente scappare, di ripristinare un costume politico e morale alquanto travolto, a dir poco, da anni di confusione. Se non vogliamo dire di più.

         La Meloni non ha accettato di essere scambiata per quella che lei stessa ha definito “Alice nel paese delle meraviglie”, o un presidente del Consiglio al suo posto in modo inconsapevole.

         Ogni allusione -resa poi esplicita dal vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini con pubbliche dichiarazioni- era naturalmente voluta, anch’essa, a Giuseppe Conte. Che da presidente del Consiglio nel 2019, diversamente da un’analoga vicenda precedente, volle dissociarsi dallo stesso Salvini, anche allora vice presidente del Consiglio ma pure ministro dell’Interno, nella gestione dello sbarco di immigrati clandestini soccorsi dalla nave spagnola Open arms decisa a scaricarli solo in un porto italiano.  Ne derivò un lunghissimo processo, autorizzato in Parlamento col voto determinante delle 5 Stelle di Conte, non vinto ma stravinto da Salvini in primo grado con formula piena di assoluzione. 

         La difesa che la premier ha voluto fare del suo ruolo sul piano istituzionale e politico schierandosi a favore dei due ministri e del sottosegretario -che la magistratura ha voluto separare da lei, forse nella consapevolezza dell’impatto autolesionistico di un processo anche a carico del presidente del Consiglio- può segnare un punto di svolta nei rapporti fra magistratura e politica in senso lato, e fra magistratura e governo nel contesto dell’attuale quadro politico. Anzi, deve segnare un punto di svolta. E credo che la premier abbia voluto, giustamente, puntare soprattutto su questo con la sua vigorosa protesta.

         E’ ora che non solo la magistratura si assegni un limite, o si contenga, come diceva la buonanima di Silvio Berlusconi. E’ ora anche che la politica finisca di giocare da sponda in una partita cominciata sotto traccia una quarantina d’anni fa ma esplosa nel 1992 con le “mani pulite” assunte come slogan dalla Procura di Milano. Una partita diventata talmente perversa che ad un certo punto è stata la stessa politica a indurre in tentazione la magistratura. Non solo da sinistra, usandone le iniziative contro chi stava vincendo un’altra grande partita che era quella contro il comunismo. Ma paradossalmente anche da destra.

         Penso, per esempio, al Berlusconi che di fronte alle proteste da pronunciamento della Procura di Milano nel 1994 rinunciò alla conversione di un decreto legge contro le manette facili. O al vanto fattosi in questi giorni da Gabriele Abertini, che pure stimo molto, di avere governato il Comune di Milano in un rapporto “simbiotico” con la procura della Repubblica.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 9 agosto

Giorgia Meloni riscatta orgogliosamente il ruolo di presidente del Consiglio

         E’ capitato a Giorgia Meloni, fortunata anche in questo, di potere riscattare il ruolo di presidente del Consiglio dopo il colpo infertogli da Giuseppe Conte. Che a suo tempo scaricò il suo ministro dell’Interno Matteo Salvini, contribuendo anzi a mandarlo sotto processo, quando la magistratura gli contestò la vicenda della nave Open arms. Processo poi vinto da Salvini in primo grado con una sentenza di assoluzione piena dalle accuse cervellotiche di sequestro di migranti e altro e impugnata con la solita ostinazione dalla magistratura scommettendo direttamente sulla Cassazione, saltando cioè il secondo grado di giudizio in appello.

         Informata giudiziariamente dell’archiviazione praticamente disposta della parte che la riguarda delle indagini sul rimpatrio del generale libico Almasri dopo un breve arresto in Italia disposto dalla Corte penale internazionale, e della ormai scontata richiesta invece di processare i ministri dell’Interno e della Giustizia e il sottosegretario Alfredo Mantovano, principale collaboratore della premier con la delicatissima delega dei servizi segreti, la Meloni ha duramente,  pubblicamente protestato. Ha rifiutato l’immagine di “Alice nel Paese delle meraviglie”, praticamente confezionatale dalla magistratura, o di un presidente del Consiglio, rigorosamente al maschile come lei preferisce leggere e sentire, “a sua insaputa”. Ed ha reclamato di condividere la sorte dei due ministri e del sottosegretario, sia pure in un processo che non si farà perché la maggioranza ha i numeri e la volontà di impedirlo nel preliminare passaggio parlamentare. In occasione del quale la Meloni sarà anche fisicamente partecipe, accanto ai suoi ministri, ripeto, e al suo sottosegretario.

         E’ una lezione, non solo di stile, che meritavano tanto la politica quanto la magistratura. Gli attacchi che la premier ha già ricevuto e quelli che sicuramente seguiranno sono stati e saranno utili ad evidenziarne maggiormente il coraggio.

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I figli di Berlusconi (non) ringraziano il cardinale Ruini amico del padre…

Ho saputo o capito da buona fonte che i figli del compianto Silvio Berlusconi, ma soprattutto Pier Silvio, non hanno gradito una lunga intervista-confessione del cardinale Camillo Ruini alla Stampa per il passaggio che li riguarda. E, in effetti, non appare incoraggiante per le tentazioni che essi avvertono ricorrentemente, o si lasciano attribuire da cronisti e retroscenisti, di seguire il padre anche nell’avventura politica.  Il  loro cognome del resto è rimasto e rimarrà sempre -ha assicurato il segretario, vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani- nel simbolo di Forza Italia. Un nome anch’esso, come un marchio, d’improbabile rimozione. E ciò per quanta concorrenza possano procurare partiti che si rifanno anch’essi all’Italia, a cominciare dai Fratelli d’Italia, appunto, di Giorgia Meloni.

Proprio con questo nome il partito della premier è riuscito a dare alla destra le dimensioni neppure immaginate da Gianfranco Fini con la sua Alleanza Nazionale subentrata al Movimento Sociale, tanto modesta di voti da confluire nel partito più largo offertole proprio da Berlusconi. Salvo uscirne quando a Fini scivolò il piede sul pedale della insofferenza. O ne fu “cacciato”, come lo stesso Fini sostenne dopo avere pubblicamente sfidato l’allora presidente del Consiglio a farlo.

Il cardinale Ruini, che di Silvio Berlusconi vincitore delle elezioni politiche del 1994 divenne dichiaratamente amico, e non solo estimatore, ha detto a proposito dei figli, testualmente, non vedendone “la prospettiva” della discesa in campo, come diceva il padre: “Come leader politico Silvio Berlusconi aveva delle doti di carisma. Ma si tratta di talenti personali nella vita pubblica che difficilmente passano da padre in figlio”. Come nel modesto ma prestigioso partito repubblicano accadde a Giorgio La Malfa non succedendo al padre perché preceduto da Giovanni Spadolini, arrivato da presidente a Palazzo Chigi, dove Ugo La Malfa si era affacciato come vice di Aldo Moro tra novembre 1974 e febbraio 1976.

Nel richiamo quindi del cardinale Ruini alla improbabilità di una successione dinastica nella politica peraltro di una Repubblica si può anche ritenere che non ci sia stato nulla di veramente personale contro i figli di Berlusconi. Marina, poi, si è spinta pubblicamente di suo sul terreno dei cosiddetti “diritti civili”, dove è facile trovare problemi seri con la Chiesa.

Sospetto piuttosto – con tutte le riserve che meritano i sospetti, anche quelli di tendenza o tradizione andreottiana basati sulla convinzione di “indovinare”- che ai figli di Berlusconi, ma anche al buon Tajani, abbia potuto dare fastidio il riconoscimento del cardinale Ruini al partito della “davvero molto brava” Giorgia Meloni di avere fatto entrare l’Italia in una “certa stabilità”. Garantita dal fatto che “un partito come Fratelli d’Italia può contare all’incirca sul volume di consensi che aveva Forza Italia nel periodo più favorevole”. E non ha più.

Pubblicato sul Dubbio

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Mario Monti, il senatore a vita e conte europeo degli ossimori

         Ok, abbiamo capito leggendone il lungo editoriale di oggi sul Corriere dellaSera, pur dichiaratamente “telegrafico”. Il senatore a vita Mario Monti, ex presidente del Consiglio, ex commissario europeo designato in Italia sia dalla destra sia dalla sinistra, ha una bella cultura e memoria storica.

  Il professore -è stato anche questo- è tornato indietro addirittura di 500 anni per rovesciare addosso alla presidente della Commissione di Bruxelles, Ursula von der Leyen, e complici di ogni colore o paese, alla rovescia il “tutto è perduto fuorchè l’onore” di Francesco primo di Francia dopo la battaglia di Pavia. Un onore che l’Europa rappresentata da Ursula -chiamiamola pure col solo nome- avrebbe perduto già scegliendo, o lasciando scegliere dal presidente americano Donald Trump la sede per l’accordo sui dazi: una sua proprietà in terra scozzese.

Poi Monti, dismettendo i panni del disfattista e cercando di mettersi in testa ai patrioti d’Europa, non certo intesi per quelli di destra che si chiamano così a Strasburgo, è risalito al presidente americano Delano Roosevelt e allo statista francese Jean Monnet per raccomandare di osare nella riscossa. Cioè di non avere paura, proprio quella che lui ha contribuito e contribuisce a seminare dando dell’accordo di Scozia la rappresentazione peggiore.

Più che l’onore del “riscatto” da lui auspicaro e messo dagli amici del Corriere della Sera anche nel titolo del suo editoriale in prima pagina, Mario Monti mi sembra il conte degli ossimori: un conte con la minuscola anche per non confonderlo col Giuseppe Conte,  anche lui catastrofista, già presidente del Consiglio pure lui, presidente di ciò che resta del Movimento 5 Stelle e smanioso di tornare a Palazzo Chigi scavalcando nella corsa la segretaria del Pd Elly Schlein. E dando per scontata quella che non è l’alternativa al centrodestra della Meloni.

Paura e gelosia a sinistra per la fiducia del cardinale Ruini alla Meloni

Pazienza per l’amicizia con il compianto Silvio Berlusconi ricordata dal cardinale Camillo Ruini nella lunga intervista-confessione alla Stampa. Un’amicizia d’altronde nota e fotografata, diciamo così, più volte col cardinale che scambiava con l’allora presidente del Consiglio sguardi compiaciuti ben oltre i convenevoli di un incontro fra il capo dei vescovi italiani e il capo del governo. Ma quella “esplicita simpatia” espressa da Ruini per Giorgia Meloni e quel contributo, quanto meno, alla stabilità del quadro politico riconosciuto al suo partito sono andati davvero di traverso a Pier Luigi Castagnetti. Che l’intervistatore, sempre della Stampa, Fabio Martini ha presentato ai lettori  come “l’ultimo decano, assieme a Sergio Mattarella e Romano Prodi, di una cultura politica, quella cattolico-democratica, influentissima nella storia della Repubblica”.

La presentazione è così proseguita: “Classe 1945, emiliano di Reggio, già collaboratore di Giuseppe Dossetti, Benigno Zaccagnini e Mino Martinazzoli, amico di lunga data del presidente Mattarella, Pierluigi Castagnetti è stato l’ultimo segretario del Ppi”, inteso come Partito popolare italiano succeduto brevemente alla disciolta Democrazia Cristiana, “e da anni punto di riferimento per il mondo politico e culturale ex dc che ha scelto il centro-sinistra”. Ancora col trattino delle prime edizioni dell’alleanza fra democristiani e socialisti guidate a Palazzo Chigi da Aldo Moro, prima che il trattino fosse tolto per le edizioni “più incisive e coraggiose” promosse e attuate da Mariano Rumor e da Emilio Colombo sino a sfasciare la formula.

Dopo un intermezzo centrista e un altro di cosiddetta “solidarietà nazionale” condizionata dall’appoggio esterno dei comunisti a due governi monocolori di Giulio Andreotti, il centrosinistra senza più trattino fu prudentemente allargato ai liberali con la formula del “pentapartito”: l’ultima della cosiddetta prima Repubblica.  Una storia che ho ricordato per spiegarvi l’orticaria che mi procura il “centrosinistra” raccontato oggi come attualità dal mio pur amico Fabio Martini.

Castagnetti, per tornare a lui, pur avendo “personalmente avuto la possibilità -ha detto- di collaborare con Meloni quando eravamo vicepresidenti della Camera e, in effetti è molto cresciuta  politicamente”, visto che è arrivata alla Presidenza del Consiglio spintavi dagli elettori, non si sente per nulla tranquillo per una premier ora “troppo generosamente” promossa dal cardinale Ruini. E ciò per quanto egli stesso riconosca che “oggi in Italia esistono vincoli interni ed esterni in virtù dei quali è difficile per una qualsiasi presidente del Consiglio commettere clamorosi errori”.

Tra i vincoli interni dai quali si sente protetto e persino garantito Castagnetti ha messo, riferendosi all’amico di una vita Sergio Mattarella, ”un Capo dello Stato che ti legittima presso tutte le Cancellerie sul piano della tenuta democratica del Paese”. Figuriamoci che cosa prova il mio amico Castagnetti- pure lui come l’intervistatore della Stampa– leggendo da qualche tempo cronache, retroscena e simili sulla possibilità che a Mattarella al Quirinale succeda alla scadenza del suo secondo mandato, nel 2029, proprio la Meloni ormai in età -almeno 50 anni- costituzionalmente richiesta per il vertice dello Stato.

Ma oltre all’età occorre alla Meloni la sua tenuta politica ed elettorale. Alla quale Castagnetti non si rende conto di contribuire, con tutti i suoi amici d’area nel Pd, più ancora di quanto abbia potuto con la sua “troppa generosità”, ripeto, il cardinale Ruini. Vi contribuisce accettando l’emarginazione praticata dalla segretaria Schlein inseguendo i famosi, prioritari diritti civili. E subordinandosi per il resto a Giuseppe Conte. Nelle acque culturali ed elettorali che furono della Dc pesca da tempo la destra della Meloni, per quanto orbace le attribuiscano gli avversari .

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Il ragionamento del… cappio della coppia Conte-Travaglio sul Pd della Schlein

         Lui, Giuseppe Conte, esordì da presidente del Consiglio nel 2018 mettendo la sua esperienza di avvocato al servizio del popolo. E ancora di più pensa di farlo adesso che è all’opposizione. L’altro è Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, che gli fa a tempo pieno l’avvocato. Pieno e si vedrà anche se perso alle prossime elezioni politiche, quando tutto lascia oggi pensare che l’alternativa al governo di centrodestra, per quanto larga sino a comprendere Matteo Renzi e lo stesso Conte, non riuscirà a vincere sulla Meloni, che a metà legislatura sta tenendo e anche migliorando la sua posizione elettorale.

         Nel campo largo, diciamo pure larghissimo, del presunto centrosinistra c’è posto sia per una maggioranza, rappresentata all’incirca sul piano virtuale dal Pd della Schlein e dai moderati, riformisti e quant’altri sistemati da Goffredo Bettini sotto una tenda, sia per un’opposizione esercitata dal Conte delle 5 Stelle con l’assistenza della sinistra cosiddetta radicale di Bonelli e Fratoianni, in ordine alfabetico.

         Succede, a dire il vero, anche nel campo largo del centrodestra che vi sia una maggioranza costituita dai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e dai forzisti di Antonio Tajani, assistiti e finanziati dai figli e dal fratello di Silvio Berlusconi, e una specie di opposizione, quanto meno, rappresentata dai legisti di Matteo Salvini, e ora persino del generale Roberto Vannacci vicegretario ad personam. Ma essendo al governo il centrodestra riesce a sopravvivere sia perché, come diceva la buonanima di Giulio Andreotti, il governo logora chi non ce l’ha, sia perché al momento giusto o necessario la premier Meloni riesce a mettere in riga almeno Salvini, se non anche Vannacci.

         Dall’altra parte, che chiamiamo troppo generosamente centrosinistra non assomigliando minimamente alla formula realizzata nella cosiddetta prima Repubblica dai democristiani e socialisti, sembra improbabile francamente che una Schlein a Palazzo Chigi potrà mettere in riga Conte. E’ più probabile il contrario. Ne sono convinti, mi pare, anche nel Pd, dove crescono malumori e preoccupazioni, per quanti sforzi faccia Goffredo Bettini di sedarli.

         La forza di Conte nel campo largo di Bettini sta in questo ragionamento fatto oggi sul Fatto Quotidiano da Marco Travaglio concludendo una rassegna sarcastica di tutte le voci mediatiche e politiche critiche verso il Conte collegato alla magistratura, come una volta il Pci, nel giudicare gli indagati piddini di turno “Se non vogliono che il leader dei 5Stelle dia giudizi su Ricci&Giani non gli chiedano di appoggiarli. Anzi, meglio, facciano come Erico Letta: non gli chiedano proprio di allearsi. Sennò, con un alleato che vuole voti anziché perderli, rischiano persino di vincere”. E’ il ragionamento del…cappio.

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Quel cardinale di Santa Romana Chiesa che veste di rosso ma preferisce l’azzurro

Di rosso il cardinale Ruini – Camillo come il prete emiliano, e perciò conterraneo, passato dalla fantasia di Giovannino Guareschi allo storico film del 1955 recitato da Fernandel, contrapposto al comunista sindaco Peppone- ha soltanto, diciamo così, il sangue che gli scorre nelle vene da 94 anni e mezzo e i paramenti sacri e abiti d’ordinanza. Ma i suoi colori politicamente preferiti sono stati e sono altri.

Prima è stato il bianco del giglio metaforicamente applicato da Amintore Fanfani alla giacca della Democrazia Cristiana, il cui scioglimento da parte dell’ultimo segretario Mino Martinazzoli il cardinale Ruini sconsigliò inutilmente, parlandone con tutti quelli che bussarono alla sua porta in quei giorni non per confessarsi, o non solo, ma proprio per sondarne umori e raccoglierne pareri.

Poi il colore politicamente preferito da Ruini è stato ed è rimasto l’azzurro. L’azzurro prima del suo amico e devoto Silvio Berlusconi, che preferiva proprio l’azzurro al forzista che i giornalisti gli applicavano dal nome del partito che egli aveva fondato scendendo in politica per candidarsi direttamente alla guida del governo. E vincendo clamorosamente sulla “gioiosa machina da guerra” allestita con spavalderia goliardica dall’ultimo segretario del Pd e primo del Pds Achille Occhetto. Dopo, consumatasi la guida berlusconiana del centrodestra col criterio del peso elettorale di ciascuno dei partiti della coalizione, è subentrato l’azzurro della destra di Giorgia Meloni. Ai cui “fratelli d’Italia” Ruini ha appena riconosciuto il merito, in una lunga “confessione” con la Stampa, di avere stabilizzato una politica dagli equilibri incerti o confusi.

Nella cosiddetta prima Repubblica -ha ricordato Ruini- “per 40 anni il voto era consolidato” fra “il grosso che votava Dc o Pci” e “il resto Psi e partici laici”. “Poi -ha detto ancora il cardinale -“c’è stata una fase in cui i voti hanno cominciato a spostarsi rapidamente con leadership che passavano in poco tempo dal 3 al 30 per cento”, come nel caso delle 5 Stelle di Beppe Grillo. “O viceversa”, ha aggiunto Ruini. Ma “adesso siamo entrati in un’epoca differente e, più o meno, c’è una certa stabilità con un partito come Fratelli d’Italia che può contare all’incirca sul volume di consensi che aveva Forza Italia nel periodo più favorevole”. E iniziale, che sorprese e spaventò a tal punto, fra l’estate e l’autunno del 1994, l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro da chiamare al Quirinale anche il cardinale Ruini per chiedergli aiuto nel piano di crisi del primo governo di Berlusconi. E vederselo rifiutare con grande sorpresa, oltre che rammarico, non essendo evidentemente informato, pur con tutti gli apparati comunicativi di cui disponeva al Quirinale, della simpatia, se non ancora dell’”amicizia” fra il Cavaliere di Arcore e il presidente della Conferenza episcopale italiana. Amicizia ora dichiarata da Ruini senza infingimenti.

Al riconoscimento del ruolo “stabilizzatore” del partito della premier il cardinale ha voluto aggiungerne uno personale per lei. “Giorgia Meloni è davvero brava e ha saputo circondarsi di collaboratori di riconosciuto valore”, ha detto il cardinale soffermandosi sul “sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano, giurista cattolico di indubbio spessore che ha dimostrato capacità e senso di responsabilità anche alla guida della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre”. “Figura di garanzia”, ha aggiunto il cardinale.

Di riflesso, come a Forza Italia capitò nella congiuntura eccezionale e sotto ceti aspetti drammatica del passaggio dalla prima alla seconda Repubblica di ereditare spazi elettorali e ruoli che erano stati della Dc e dei suoi alleati socialisti e laici, adesso -sembra di capire dal ragionamento e dalla ricostruzione storica di Ruini- quegli spazi e ruoli sono condivi dalla destra meloniana. A dirlo, soffermandosi in particolare sulla Dc, non è solo ricorrentemente l’ex ministro Gianfranco Rotondi.

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La benedizione, e anche di più, di Ruini alla premier Meloni

E’ tornato con i suoi ricordi e giudizi il cardinale Camillo Ruini, 94 anni e mezzo. Sempre netto nelle posizioni, tanto da essersi procurato non poche critiche a sinistra e nella stessa Chiesa quando da presidente dei vescovi italiani si schierò con Silvio Berlusconi appena arrivato a Palazzo Chigi. E rifiuto l’invito dell’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, fra l’estate e l’autunno del 1994, a concorrere alla sua prima caduta. Un invito ricordato dallo stesso Ruini l’anno scorso confessandosi, diciamo così, col Corriere della Sera.

         Questa volta il cardinale si è confessato con La Stampa. E parlando della politica italiana, oltre che del nuovo Papa e delle guerre, non solo ha confermato un’”amicizia” dichiarata col compianto Berlusconi e un certo scetticismo sulla prospettiva dei figli, anch’essi tentati dalla cosiddetta discesa in campo, ma ha fornito un deciso sostegno a Giorgia Meloni. Quasi un’adesione onoraria non dico direttamente ai fratelli d’Italia della premier in carica, ma almeno ai cugini.

         Proprio per spiegare, mi pare, il suo scetticismo su una replica dell’amico Berlusconi attraverso i figli il cardinale Ruini ha detto, testualmente: “E poi in Italia noi abbiamo Giorgia Meloni, che è davvero molto brava e che ha saputo circondarsi di collaboratori di riconosciuto valore come il sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano, giurista cattolico di indubbio spessore che ha dimostrato capacità e senso di responsabilità anche alla guida della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa chesoffre. Figura di garanzia”.

         Scettico, se non contrario anche a un nuovo partito cattolico come fu la Dc nella cosiddetta prima Repubblica, il cardinale ha apprezzato “una certa stabilità” assicurata da “un partito come fratelli d’Italia che può contare all’incirca sul volume di consensi che aveva Forza Italia nel periodo più favorevole”. E ancora: “Gli schieramenti destra-sinistra rimarranno questi sulla traccia di quanto avviene in Europa. Il fatto che la premier Meloni richiami nella sua azione di governo le radici cristiane costituisce un fattore estremamente positivo per l’Italia e per il cattolicesimo politico”.

         “Finite la Dc e l’unità politica dei cattolici- ha detto e incoraggiato Ruini- si può impegnarsi in qualunque partito e testimoniare la propria identità cristiana. L’albero si riconosce dai frutti e adesso lo si vedrà sulla difesa dei valori”. A cominciare da quello della vita, sulla cui fine sarebbe meglio non legiferare, secondo Ruini, che legiferare male, visto “il quadro non rassicurante” in cui, secondo il cardinale, si starebbe svolgendo “la discussione”. Non rassicurante per chi ritiene, come Ruini appunto, che “sopprimere un’esistenza non sarà mai eticamente accettabile”.

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Tutte le scommesse di Goffredo Bettini su Giuseppe Conte

         Dichiaratamente “fiero” di essere amico di Matteo Ricci, che conosce “fin da ragazzo”, cresciuto fra il ricordo “nel cuore del nonno minatore”, “sobrio e totalmente dedito al lavoro”, ”un compagno che sa stare tra i compagni e un sindaco che sa stare tra cittadini”, anche se adesso è solo, o ancora più, un europarlamentare aspirante alla presidenza delle Marche, il sempre presente e vigile Goffredo Bettini si è quasi commosso a vederlo risparmiato, graziato e quant’altro da Giuseppe Conte. Che gli ha confermato, pur dopo qualche esitazione e resistenza interna fra gli ormai ex o post grillini, l’appoggio nella corsa al vertice della regione.

         Nella conferma di questo appoggio a Ricci, pur indagato nella vicenda giudiziaria pesarese chiamata “Affidopoli”, per la quale è stato interrogato per circa cinque ore dall’inquirente, Bettini ha avvertito, felice come una Pasqua, la conferma di un Conte completamente evoluto nel garantismo dopo la fase iniziale e goiustizialista del Movimento 5 Stelle. Un movimento del quale il Pd potrebbe fidarsi anche nelle altre regioni dove si voterà in autunno, a cominciare dalla Campania ambita dal pentastellato ex presidente della Camera Roberto Fico. E forse persino in Toscana, dove lo stesso Conte ha confessato “sofferenza” all’idea di accettare la conferma di un presidente come Eugenio Giani, che i pentastellati hanno osteggiato dicendone e pensandone di tutti i colori. “Stimo Giani. Spero personalmente -ha detto Bettini- che alla fine si potrà arrivare a lui”. Magari. Si spenderà anche per Giani, come ha fatto per Ricci, in telefonate, consigli, informazioni.

         Bene, anzi benissimo per il sogno bettiniano del cosiddetto campo largo a diffusione crescente, dalla periferia a livello nazionale, con la partita finale fra la segretaria del Pd Elly Schlein e lo stesso Conte su chi dovrò guidarlo fra due anni, quando si voterà per il rinnovo delle Camere e l’eventuale, molto eventuale successione a Gorgia Meloni, visto il consenso del quale la premier ancora gode. Bene, benissimo, ripeto. Ma dopo avere letto l’intervista di Bettini al Foglio mi è capitato ieri di leggere il mattinale-editoriale di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

         Informato, a dir poco, degli umori e delle posizioni dei pentastellati, che a volte amticipa o addirittura produce, Travaglio ha scritto che “Conte sostiene Ricci come la corda sostiene l’impiccato: appoggio condizionato e a tempo”. E ha spiegato che “la partita si riaprirà con la richiesta di rinvio a giudizio, quando non sarà più nulla da fare: se sarà prima delle elezioni i 5Stelle inviteranno a non votare Ricci. Se sarà dopo usciranno dalla giunta (come in Puglia da quella di Emiliano neppure indagato). Oppure il Pd si ricorderà di avere un codice etico che impone le dimissioni ai rinviati a giudizio”.

         In questo scenario l’ottimismo e le scommesse di Bettini appaiono a dir poco eccessive, se non avventate. E non solo per la partita di Ricci. Dal Pd Lorenzo Guerini ha appena avvertito, o ribadito, che Conte cerca solo “vantaggi dalle inchieste”.

Lettera d’autore alla grande, grandissima Adriana Asti

         “Cara Adriana”, ha scritto sul Foglio Giuliano Ferrara in prima pagina alla cognata -la grande, grandissima Adriana Asti- appena morta  per ritrovare il marito Giorgio, il fratello di Giuliano scomparso due anni fa.

         “Avevi due occhi unici al mondo- le ha scritto Giuliano- che parlavano per te, un sorriso di un’amabilità maliziosa, mai invadente, un caratteraccio temperato dall’affettazione artistica del buonumore, una voce di stoffa pregiata, mai invecchiata anche tra i Novanta e i Cento anni. Non ti si poteva nemmeno consolare per la morte, la malattia e la vecchiaia: Non ti lamentavi mai, consideravi lamentevole il lamentarsi….” , e via giù per più di mezza colonna delle sei del  giornale fondato peraltro d’all’autore della lettera.

         E’ bello morire a 94 anni anche per meritarsi una così familiare, toccante lettera d’autore, appunto.

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