Quell’ermo colle che fu il Quirinale per Giovanni Spadolini

Anche Fabrizio Tomada, che ne fu il consigliere e segretario nell’esperienza politica, ha voluto partecipare, scrivendone sul Messaggero, alle meritate celebrazioni di Giovanni Spadolini nel centenario della nascita. E a 31 anni dalla morte, a 44 dall’approdo a Palazzo Chigi come il primo presidente del Consiglio non democristiano nella storia della Repubblica italiana. Fu due anni dopo di lui, nel 1983, che vi arrivò il leader socialista Bettino Craxi, boccato quattro anni prima, per quanto incaricato dal  dal presidente della Repubblica e compagno di partito Sandro Pertini, dalla Dc. Dove, a parte Arnaldo Forlani che si astenne, la direzione democristiano non gradì. Poi Forlani ne sarebbe diventato il vice presidente a Palazzo Chigi, e Spadolini ministro della Difesa, quando un infelice risultato elettorale costrinse persino l’anticraxiano segretario della Dc Ciriaco De Mita ad accettare il segretario del Psi alla guida di un governo di coalizione. Ponendo una sola condizione compensativa: che i ministri scudocrociati fossero destinati alla metà dei posti complessivi di governo.

         “Ma questa è storia passata”, tornerebbe a scrivere Tomada, che ha usato queste parole per chiudere il clamoroso, impietoso inciso che ha voluto mettere nell’articolo in memoria di Spadolini per ricordarne  la mancata elezione al Quirinale nel 1992. Mentre peraltro lo stesso Spadolini svolgeva come presidente del Senato le funzioni di presidente supplente della Repubblica sostituendo Francesco Cossiga. Che si era dimesso con qualche settimana di anticipo rispetto alla scadenza del mandato, in quella che fu col solito compiacimento l’ultima “picconata” di Cossiga da capo dello Stato.

         In particolare, Tomada ha ricordato quando, nel 1992 appunto, Spadolini volle “financo volgere lo sguardo al più alto colle della Repubblica, ma -inutile negare i fatti o girarvi intorno con miseri arzigogoli- ci fu qualcuno nelle file di quel partito al quale fu sempre fedele che non lo appoggiò”. Quel partito era naturalmente il Pri, dove Spadolini era stato portato personalmente, dopo avere perduto la direzione del Corriere della Sera, da Ugo La Malfa. Morto nel 1979, senza poter vedere il suo amico ed estimatore arrivare a Palazzo Chigi e “volgere lo sguardo” -ripeto- al Quirinale.

         Pur partecipe del ristretto “ambito istituzionale” cui la successione a Cossiga era finita per il trauma della strage di Capaci, dove la mafia con metodi terroristici aveva sterminato Giovanni Falcone, la moglie e quasi tutta la scorta; pur partecipe, dicevo di quell’ambito ristretto, con Oscar Luigi Scalfaro presidente della Camera e Giulio Andreotti presidente del Consiglio, Spadolini non potette contare né sui democristiani, interessati alla candidatura di Scalfaro , né sui comunisti, che potevano ricavare dalla elezione di Scalfaro il ritorno alla presidenza della Camera, né -ahimè- sui suoi, o su tutti i suoi amici di partito, come ha rivelato, lamentato e quant’altro il suo segretario e consigliere Tomada. Che vorrei comunque consolare raccontandogli che, mentre le Camere e i delegati regionali si accingevano ad eleggere Scalfaro, lo stesso Spadolini rispondeva ad una mia telefonata di rammarico facendomi notare che dopo sette anni egli avrebbe avuto la stessa età di Scalfaro in quel momento.  Insomma già pensava alla volta successiva.

         Grandissimo Spadolini, che magari aveva già steso, come si vociferava nei corridoi parlamentari e anche altrove, il discorso di insediamento pensando di passare da presidente supplente a presidente effettivo. Uno Spadolini che penso di sapere con chi si sarebbe oggi schierato nel mezzo del disordine mondiale nel quale siamo entrati alla ricerca di un nuovo ordine. Si sarebbe schierato con Trump pur così lontano da lui sotto tanti aspetti, con Nethanyau, con Zelensky e, penso, anche con la Meloni. Sì, Gorgia Meloni. La prima donna arrivata alla guida del governo nella storia intera d’Italia, e non solo della Repubblica.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 29 giugno

Quella foto di Meloni e Trump insieme andata di traverso a qualcuno….

         Dev’essere andata molto di traverso al Fatto Quotidiano di rito sempre più contiano -da Giuseppe Conte, l’ex presidente del Consiglio italiano migliore dopo il compianto Camillo Benso Conte di Cavour, secondo Marco Travaglio- quella foto di Trump e Meloni insieme a tavola. “Il presidente Usa -si legge nel titolo del Fatto- tiene accanto a sé la premier al gala prima del vertice dell’Alleanza atlantica” in Olanda. Dove Conte, sempre lui, era corso per dimostrare contro il riarmo e l’economia di guerra che il rapporto con la Nato imporrebbe all’Europa, a scapito di sanità, pensioni, lotta alla povertà, sopravvissuta in Italia alla sconfitta vantata dai grillini al governo, e tutto il resto della solita propaganda. Un’economia di guerra, verbalmente, come quella effettiva, ma sfuggita a Conte, che Putin ha imposto alla Russia con la guerra ancora in corso all’Ucraina.

         Di questa guerra di Putin alla “martoriata Ucraina”, come diceva la buonanima di Papa Francesco pur lamentando “l’abbaiare della Nato” alla Russia, si dovrebbe ora attendere un ritorno almeno sulle prime pagine dei giornali, non solo italiani, ora che l’altra guerra che le aveva strappato la scena, fra Israele e Iran con la partecipazione degli Stati Uniti, sembra entrata in una tregua vera, dopo quella falsa o fallita delle prime ore dopo l’annuncio di Trump.

         Il presidente ucraino Zelensky è corso anche lui al vertice della Nato, accolto molto calorosamente dal segretario generale. Spero che se ne potranno vedere risultati tangibili, non solo verbali o fotografici.

Le guerre di carta prodotte dalle guerre vere sul campo

Le guerre e persino le tregue che ogni tanto si annunciano e si praticano dividono anche i giornali, fra dioro e al loro interno. Sta accadendo a Repubblica, per esempio, fra le analisi o i “punti” di Stefano Folli, ai quali mancano ormai solo i richiami al “parere diverso” che la buonanima di Eugenio Scalfari metteva sugli articoli di Alberto Ronchey nella stagione della loro collaborazione, e quelli di Massimo Giannini. Che sono maggiormente amplificati per i salotti televisivi dove l’altro non compare. O, se vi approda, ciò avviene in canali che sfuggono almeno al mio telecomando.

         Ma più ancora della Repubblica è il Corriere della Sera che sta soffrendo questa confusa congiuntura internazionale, fatta di disordine più che di ordine. Le sue grandi firme, pur col garbo di non citarsi e tanto meno attaccarsi fra di loro, hanno visioni assai diverse di ciò che accade.

         Il mio amico Paolo Mieli, per esempio, pizzicò subito e impietosamente  Trump in violazione del diritto internazionale con l’annuncio del suo intervento nella guerra di Israele all’Iran, rivelatosi peraltro decisivo per strappare in breve tempo a Nethanyau non solo i ringraziamenti ma anche la rinuncia a proseguire le sue operazioni sino al ventilato, auspicato rovesciamento del regime degli ayatollah.

         Subito sotto Mieli, in ordine tipografico e alfabetico, nello stesso giorno si poteva leggere sul Corriere Antonio Polito convinto, in parole povere, che gli Stati Uniti, anche quelli di Trump, non potessero e dovessero sottrarsi all’intervento. Ma convinto pure che il presidente, “altalenante e improvvisato” avesse, come al solito, sbagliato modalità e tempi. Che a volte, si sa, vanificano anche le migliori intenzioni.

         Ieri Ernesto Galli della Loggia si è a lungo soffermato ad analizzare il diritto internazionale evocato dall’ex direttore Mieli per arrivare alla conclusione ch’esso sia ormai qualcosa più di effimero che di concreto. Incerto persino negli organismi internazionali preposti alla sua difesa e applicazione: dalle Nazioni Unite, paralizzate insieme dal diritto -anche quello- di veto di cui dispongono i protagonisti del Consiglio di Sicurezza e dalla maggioranza di cui dispongono ormai nell’Assemblea generale i paesi più disinvolti, diciamo così, nella loro condotta interna e internazionale.

         “Gli oltre cinquanta Stati islamici sommati a Russia e a Cina e ai Paesi del cosiddetto “Sud globale”, genericamente “antisionisti” e ostili a tutto quanto sappia troppo di Occidente, hanno una prevalenza schiacciante”, ha scritto impietosamente Galli della Loggia chiedendosi poi “che immagine si possa o si debba avere del diritto internazionale se sono questi i criteri di valutazione che ispirano l’Onu”. Criteri per niente ispirati alla “’imparzialità”,  elemento “costitutivo per antonomasia di ogni diritto e di ogni etica”. Senza il quale lo stesso diritto internazionale può “diventare qualcosa d’altro”. Di incerto e indefinibile.

Pubblicato sul Dubbio

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Il masochismo parlamentare delle opposizioni nel solito ordine sparso

         Poi dicono, protestano, sproloquiano in politichese e persino in giuridichese sul Parlamento ormai svuotato dal governo. Ma dove le opposizioni un po’ autolesionisticamente reclamano ad ogni stormir di foglie, e tanto più ad ogni guerra,  il solito dibattito. Per uscirne però peggio di come vi fossero entrate confermando le loro divisioni, più chiare ed evidenti di quelle che esse intravedono, denunciano e quant’altro nella maggioranza e nella stessa compagine ministeriale: fra i soliti vice presidenti del Consiglio Matteo Salvini e Antonio Tajani, in ordine alfabetico, o  fra il ministro della Difesa Guido Crosetto e la premier  Giorgia Meloni, che pure l’ha adottato come padre da quando si lasciò sollevare da lui su un palco e dondolare come una figlia.

         Alla Camera la maggioranza è tornata a votare compatta dopo la partecipazione degli Stati Uniti alla guerra di Israele all’Iran a vocazione nucleare e gli effetti che ne potrebbero derivare.  Le opposizioni sono tornate a votare divise rendendo non di cartone o di carta ma di polvere la loro aspirazione a costituirsi in alternativa al governo di centrodestra.

Più in particolare, la segretaria del Pd Elly Schlein e il presidente del Movimento ancora chiamato 5 Stelle, Giuseppe Conte, hanno votato ciascuno un proprio documento. Ma soprattutto si sono preparati al dibattito, fra lanci di agenzie e di missili, l’una telefonando alla premier e l’altro scaricando come “criminale” il presidente americano Donald Trump. Che pure nel suo primo passaggio alla Casa Bianca lo aveva gratificato di un Giuseppi, al plurale, scambiato per concessione di amicizia e simpatia. Ma forse oggi interpretabile come preveggenza di Trump di fronte alla capacità appena dimostrata allora da Conte di cambiare maggioranza, dal giorno alla notte, pur di restare a Palazzo Chigi. Dove l’ex premier, allontanato da Mario Draghi nel 2021, vorrebbe notoriamente tornare.   

Quelle Schlein e Meloni cartonate insieme in piazza, ma non solo

Quel diavolo di Tramp, con la a ineguagliabilmente applicatagli da Federico Rampini parlandone al di là e al di qua dell’Atlantico, è riuscito con i tempi scelti per l’intervento americano nella guerra di Israele all’Iran a sorpassare anche le piazze di sabato scorso a Roma.  Dove da quella “insalata russa” ricavata polemicamente dal deputato del Pd Emanuele Fiano osservando da casa le immagini combinate dei dimostranti contro il riarmo europeo e di quelli a favore della Palestina libera dal fiume al mare erano emerse incartonate in tenute militari insanguinate, da sinistra a destra, la segretaria del Nazareno Elly Schlein, la presidente tedesca della Commissione europea Ursula von der Leyen e la premier italiana Giorgia Meloni.

         Sembrava una riedizione ristretta, a livello europeo, del fantomatico Stato imperialista mondiale immaginato negli anni Settanta dalle brigate rosse coinvolgendovi anche il “pacifico e mite” Aldo Moro, nella famosa definizione del Papa e amico Paolo VI, sequestrandolo fra il sangue della scorta e infine uccidendolo. Quei fantasiosi terroristi avrebbero dovuto fare altrettanto anche col segretario del Pci Enrico Berlinguer, imborghesitosi secondo loro nel perseguimento del famoso “compromesso storico” con la Dc, ma lo risparmiarono per lasciargli un’occasione di riscatto. Che a suo modo l’interessato colse ritirandosi spontaneamente dopo la morte di Moro, appunto, dalla maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale a sostegno esterno di due governi monocolori democristiani di Giulio Andreotti.

         Il governo immaginario e guerrafondaio delle incartonate Schlein, von der Leyen e Meloni, funzionale all’ambizione di Giuseppe Conte di tornare a Palazzo Chigi cavalcando pacifismo, qualunquismo, antiamericanismo e altri ismi  che si espliciteranno strada facendo, è sembrato prendere corpo quando la segretaria del Pd, peraltro tenutasi già prudentemente lontana dalle strade e piazze romane di sabato scorso ha preferito chiamare la Meloni e conversare con lei per una ventina di minuti sugli sviluppi della situazione internazionale. Piuttosto che accodarsi al “criminale” gridato da Conte al Tramp edizione 2025, così diverso da quello che gli aveva dato amichevolmente del “Giuseppi”, al plurale, nella sua prima esperienza alla Casa Bianca. Quando Conte era appena rimasto a Palazzo Chigi cambiando maggioranza alla fine della crisi del suo primo governo gialloverde.

         Le piazze, a pensarci bene, sono una brutta bestia a cavalcarle. Possono produrre di tutto. Quelle italiane degli anni Settanta furono sopravanzate dal piombo delle già citate brigate rosse impegnate contro l’altrettanto già citato Stato imperialista mondiale.

         Quelle del mitico Sessantotto, inteso come 1968, erano state in Italia e altrove, a Parigi per esempio, tanto gioiose e spavalde nel reclamare la fantasia al potere, piuttosto che i partiti, le burocrazie e le banche, quanto cieche e pusillanimi davanti alle sopraffazioni e al sangue reali. Nessun corteo era riuscito a formarsi allora per solidarizzare con la Cecoslovacchia normalizzata dalle truppe sovietiche e affini dopo la prima ancora nominalmente primavera comunista di Alexander Dubcek. Così come ora, ahimè, nessun corteo o manifestazione di teatro s’intravvede a sostegno dell’Ucraina. Della quale ormai Putin parla di cosa sua, o nostra nel senso plurale della sua esperienza post-comunista e post-zarista.

         Sì, un’ombra di sostegno all’Ucraina sotto il ferro e il fuoco di Putin, almeno da tre anni e più, se non vogliamo risalire ancora più indietro, sembrò profilarsi a Milano, in antitesi con una manifestazione a Roma per Gaza promossa da Conte e Schelin insieme, per iniziativa di quel fantasma del terzo polo che ogni tanto viene evocato tra il serio e il faceto.  Ma fu un disguido. Poi si precisò e prese corpo in pochi giorni una manifestazione solo concorrente con quella di Roma per Gaza. Solo per Gaza.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 28 giugno

Il processo sommario a Donald Trump di Giuseppe Conte e Paolo Mieli

         Era largamente prevedibile che Giuseppe Conte in Italia, dimentico dei tempi in cui si vantava di una certa simpatia manifestatagli dal già allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump, si mettesse alla testa delle proteste dandogli del “criminale” per l’intervento nella guerra in corso di Israele all’Iran con tipi di bombardamenti che solo gli americani sono in condizioni tecniche di fare sulle caverne nucleari degli ayatollah. La corsa a Palazzo Chigi che Conte persegue da quando si sentì ingiustamente estromesso per lasciarlo a Mario Draghi val bene una messa, come Parigi, secondo le celebri parole che riportano a  re Enrico IV di Francia.

         Altrettanto prevedibile era che il solito Marco Travaglio, sempre convinto -credo- dell’eredità cavouriana di Conte, gli andasse dietro anche questa volta declassando Trump ad un criminale di rimorchio, diciamo così. A rimorchio, in particolare, di quel “vero padrone del mondo” che sarebbe il premier israeliano Nethanyahu, che di criminale ha peraltro anche l’aspetto giudiziario con quel mandato di cattura emesso contro di lui dalla Corte Internazionale eccetera eccetera. Come un qualsiasi Almasri, il generale libico catturato e liberato dall’Italia in un’operazione al vaglio del tribunale dei ministri di Roma.

Anche Putin, in verità,  è un criminale di guerra ricercato per quello che sta facendo in Ucraina da più di tre anni,  ma questo è un particolare che solo a un ingenuo o rincitrullito come me poteva venire in testa di ricordare.

         Tutto prevedibile, anzi previsto, ripeto. Ma francamente non mi aspettavo che, per quanto già espostosi con una mezza invettiva contro la pretesa anche di Trump, e non solo di Nethanyau, di provocare in Iran un cambiamento di regime, Paolo Mieli presiedendo una sezione speciale di carta della Corte Internazionale dell’Aja a Milano, in via Solferino, giudicasse e condannasse Trump per “aperta violazione della legalità internazionale”, per niente compromessa evidentemente dalla regia iraniana del terrorismo islamista. E indicasse il presidente americano,  nell’editoriale odierno del giornale già diretto due volte,  come un irresponsabile che “spinge il mondo intero sull’orlo di una guerra mondiale” Che, in verità, era stata già avvertita “a pezzi” da Papa Francesco prima ancora che Trump tornasse alla Casa Bianca per la sua seconda avventura presidenziale.

Più comprensivo era apparso a prima vista, sempre sul Corriere, Antonio Polito scrivendo che “il problema non è se l’America debba impegnarsi nel mondo perché deve”. Ma -ha aggiunto Polito- come lo fa. E sul “come” altalenante e improvvisato di Trump è lecito avere molti, molti dubbi”. Sino a ritrovarsi con Mieli, e persino con Conte?

Ripreso da http://www.startmag.it

Ai margini, ma non tanto, delle strade e piazze romane del pacifismo

         Il cardinale Pietro Parolin, il mancato Papa Francesco II, forse, o Giovanni XXIV, o chissà chi altro, confermato tuttavia per ora da Papa Leone XIV nella carica di Segretario di Stato, non si è fatto mancare le parole -e come avrebbe potuto con quel cognome che porta- per apprezzare ieri la “mobilitazione” contro il riarmo e per la pace, lungo le strade e le piazze di Roma. A consolazione, incoraggiamento e quant’altro dei promotori politici e mediatici.

         Ebbene, vorrà pur dire qualcosa il fatto che sulla prima pagina di Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, peraltro diretto sino a due anni fa da Marco Tarquinio, ora eurodeputato eletto come indipendente nelle liste del Pd, non abbiano trovato il modo, la voglia, l’interesse, l’ispirazione per riportare le parole di Parolin col rilievo dovuto al suo incarico, quanto meno.  E abbiano relegato i centomila manifestanti contati a Roma dal manifesto in un richiamo che credo significativo per un certo distacco politico: “A Roma una piazza piena (e piuttosto assortita) per il no al riarmo”. Tutto qui.  Non una parola in più e neppure in meno.

         Sul fronte delle cronache di guerra i giornali politicizzati, nel senso di influenzati da qualche partito o area, o loro ispiratori, sono divisi oggi fra chi è forse compiaciuto, come il solito Fatto Quotidiano, che Israele stia “finendo i missili” da lanciare contro l’Iran, e chi, forse con compiacimento uguale ma di segno opposto, come la Repubblica, informa sui “bombardieri Usa in volo”. Che in effetti durante la notte hanno compiuto una prima “spettacolare operazione”, come l’ha definita Trump, contro le caverne dove gli ayatollah hanno fatto sistemare gli impianti di costruzione della bomba atomica. Ne basterebbe forse anche una sola per cancellare Israele dalla carta geografica, com’è negli obiettivi dichiarati, direi esistenziali dell’attuale regime iraniano.  Ma di questo riarmo, chiamiamolo così, dell’Iran i centomila pacifisti raccoltisi a Roma, tra bandiere bruciate di Israele e dell’Unione Europea in qualcuno dei percorsi di strade e piazze, si sono disinteressati. A dir poco. 

Cronache sull’Ucraina abbandonata al nuovo ordine perseguito da Putin

In un’autocelebrazione camuffata da “forum economico” internazionale nella sua San Pietroburgo, dove nacque poco meno di 73 anni fa, Putin ha detto, testualmente: “Mi chiedete quali regioni ucraine considero nostre. Ma io ritengo che quello russo e quello ucraino sono un solo popolo. In questo senso l’Ucraina è nostra”. E poi: “C’è una vecchia regola: il terreno che viene calpestato dal piede di un soldato russo è nostro”. E poi ancora invettive contro “il regime nazista” di Kiev che si oppone all’unica prospettiva sovranista, diciamo così, dell’Ucraina costituita da un paese “non allineato” ad altri se non alla Russia.

         Più chiaro di così lo zar di turno al Cremlino non poteva essere, tra un ordine e l’altro che impartisce quotidianamente per bonbardare obiettivi anche civili in Ucraina, come ospedali e scuole, che i suoi generali promuovo di volta in volta alla categoria militare per giustificarli.

         I politici taliani dichiaratamente di sinistra hanno fatto finta di non sentire e di non capire, tutti presi dalle manifestazioni di piazza e simili, compresi raduni di scioperanti metalmeccanici e ferrovieri, per il disarmo, per Gaza, contro Israele e naturalmente contro il governo Meloni autoritario, al solito, e ininfluente a livello internazionale, nonostante i tanti viaggi della premier all’estero e le tante udienze a Palazzo Chigi. Dove non c’è giorno che passi senza che Meloni, quando non è in trasferta, non riceva qualche omologo o altri ospiti di riguardo.

         Nei pochi titoli di prima pagina dei giornali italiani in cui si trova un riferimento alle parole di Putin sull’Ucraina, e sul modo col quale essa dovrebbe partecipare al “nuovo ordine” internazionale che lui sta cercando di costruire districandosi fra americani, cinesi e arabi, non si va oltre un inciso. Quasi un fastidio, un intralcio, una distrazione dalla guerra di Israele all’Iran e dintorni. Fra i quali quella della Russia all’Ucraina in corso da più di tre anni dall’inizio della cosiddetta “operazione speciale”, è il dintorno più lontano, più periferico.

Non ho parole di fronte a tanto cinismo.

La fortuna di Goffredo Bettini di essere figlio di un buon avvocato….

Ah, la fortuna di Goffredo Bettini – “discendente della famiglia aristocratica marchigiana Rocchi Bettini Camerata Passionei Mazzoleni”, si legge sulla biografia di Wikipedia– di avere avuto un avvocato come padre. E  che avvocato, Vittorio, elettore e anche di più del Partito Repubblicano di Ugo La Malfa e di Oronzo Reale, che ne frequentavano studio e casa, come ha raccontato lo stesso figlio sul Foglio per spiegare l’aria, diciamo così, in cui è cresciuto. Fra “stanze in cui si parlava di diritto e libertà, ma non come slogan: come destino delle persone”. Oronzo Reale peraltro fu ripetutamente anche ministro della Giustizia.  

         “Da bambino -ha raccontato ancora Goffredo Bettini come per spiegare ai suoi compagni di partito che sapeva di sorprendere, spiazzare e quant’altro rivelando di essere d’accordo sulla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri- ascoltavo, curioso, i racconti degli avvocati del tempo” e il papà che gli “ripeteva spesso una frase che allora sembrava paradossale e oggi mi pare una lezione altissima di civiltà: meglio dieci colpevoli fuori dalla galera che un innocente dentro”. Diceva anche, il padre, che “il potere giudiziario è sempre un potere, e come tutti i poteri ha bisogno di contrappesi, di cautele, di consapevolezza dei propri limiti”. “Il giudice nel processo -ha scritto ancora Goffredo Bettini, non so però se riportando ancora le parole del padre o scrivendone di proprie- rappresenta lo Stato. L’imputato è solo. La sproporzione di forza è immensa”. E non c’è avvocato difensore, per quanto bravo, autorevole e famoso, che possa bastare da sola a compensare questa sproporzione.

         Pertanto – scusatemi se mi dilungo nella citazione dell’articolo di Goffredo Bettini- “non si tratta di fare la guerra ai magistrati, come troppo spesso avviene nella polemica pubblica” anche sulla separazione delle carriere, “ma di rimettere al centro il principio di equilibrio, come nella nostra Costituzione, come nella grande lezione del liberalismo di sinistra”. Ma soprattutto “come ci ha insegnato Montesquieu, il quale teneva un potere giudiziario stabile, organizzato, chiuso, permanente. Lo voleva invece intermittente, aperto, invisibile”. Un aggettivo, quest’ultimo, che è francamente l’opposto della visibilità eccessiva di tanti magistrati, che appaiono forse più numerosi della realtà per la capacità che hanno di farsi sentire e vedere. Ma una visibilità sufficiente a suggerire spesso richiami da parte del capo dello Stato, e presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Non solo di quello in carica, ma anche dei predecessori, fatta eccezione – che io ricordi- per la buonanima di Oscar Luigi Scalfaro. Spintosi a impegnarsi pubblicamente con la magistratura, da cui proveniva, a non controfirmare una legge che ne separasse le carriere. E che infatti non arrivò mai sul suo tavolo, al Quirinale. Vi arriverà forse con Sergio Mattarella.

Pubblicato sul Dubbio

Il sarcasmo di D’Alema contro la Meloni nel solito salotto della Gruber

         Dichiaratamente e orgogliosamente impegnato a occuparsi “del mondo”, che peraltro gli ha imbiancato ancora di più i capelli, Massino D’Alema si è lasciato distrarre ieri sera dalla politica italiana nel salotto televisivo di Lilli Gruber. Che prima ha cercato, senza riuscirvi, di strappargli qualche giudizio critico sulla segretaria del Pd Elly Schlein, considerata dalla conduttrice de la 7 non abbastanza schierata contro Israele. Poi è riuscita invece a strappargli sarcasmo e quant’altro contro la premier Giorgia Meloni.

A quest’ultima D’Alema ha contrapposto il ricordo dell’allora presidente del Consiglio Romano Prodi, supportato da lui al Ministero degli Esteri, all’epoca della guerra di Israele al Libano, risoltasi -nella solita provvisorietà di quella regione del Medio Oriente, a dire il vero- con un presidio di caschi blu a guida italiana. Che però si lasciò costruire quasi sotto le sue postazioni, o nei dintorni, gli arsenali militari dei terroristi finanziati dall’Iran per bombardare il territorio israeliano. Sino a provocare una crisi recente che non dovrebbe essere sfuggita all’osservatorio dalemiano. Non proprio il massimo, diciamo, del risultato con tutto il rispetto per Massimo, al maiuscolo, come si chiama D’Alema.

         Continuo a ritenere, personalmente, che l’allora segretario del Pd e insieme presidente del Consiglio Matteo Renzi avesse sbagliato a perseguire con tanta ostinazione, in parte riuscendovi, la rottamazione di D’Alema, consentendogli quanto meno di arruolarsi contro una riforma costituzionale che pure aveva convinto uno come Eugenio Scalfari. Ne derivò la nota sconfitta referendaria di Renzi, aggravata dal rifiuto opposto da Sergio Mattarella, pur arrivato al Quirinale grazie a lui, alla richiesta di elezioni anticipate per cercare di investire il pur rilevante 40 per cento dei voti raccolti dalla riforma nelle urne. Non ci fu verso. Renzi dovette accontentarsi di restare alla guida del Pd, rinunciando a Palazzo Chigi, per portare il partito l’anno dopo al 19 per cento.

         Ricordato tutto questo, trovo stucchevole a questo punto, con tutto ciò che sta accadendo nel mondo di cui lui vanta di occuparsi, l’ostinata ritorsione di D’Alema. Che peraltro si ritrova al seguito di Renzi, oggi, nel trattamento sarcastico riservato alla Meloni, già durata a Palazzo Chigi, con un solo governo, più di quanto fosse riuscito a D’Alema con due, fra il 21 ottobre 1998 e il 25 aprile del 2000, quando passò la campanella del Consiglio dei Ministri a Giuliano Amato.    

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