La partita un pò (troppo) truccata di Trump e Putin in Alaska

         Tutto bene per Trump e Putin, ma solo per loro, anche il giorno dopo l’incontro in Alaska, dove si sono dati entrambi il massimo dei voti senza potere tuttavia annunciare un accordo, almeno nel senso comune, abitudinario, razionale di questa parola.

A meno che, come ha sospettato o intuito Maurizio Molinari parlandone in onda su la 7, senza lasciarsi distrarre dalle esegesi sulla parte mancante del tappeto rosso sotto le scarpe di Putin sceso dall’aereo russo; a meno che, dicevo, l’accordo appartenga alla cosiddetta diplomazia segreta Un accordo così poco conveniente all’Ucraina da più di tre anni e mezzo sotto il fuoco russo e ai paesi europei che la continuano a sostenere davvero, da non poter essere rivelato. O rivelato ancora, dovendosi fare evidentemente un duro, sotterrano lavoro ai fianchi di Zelensky e dei suoi perduranti alleati per convertirli. O piegarli con la forza e la logica del fatto compiuto. O della realtà del resto già ricordata, o rinfacciata, da Trump a Zelensky nella telefonata che si sono scambiati prima ancora di potersi vedere, delle dimensioni della Russia rispetto all’Ucraina. Che potrebbe pure rassegnarsi a perdere circa un quarto del suo territorio già occupato, conquistato e quant’altro pur non interamente dai russi e dai coreani che li hanno affiancati nella “operazione speciale” per la “denazificazione” dell’Ucraina.

Dell’accordo o della parte dell’accordo più segreta potrebbe far parte, sempre per l’ex direttore di Repubblica e della Stampa, che ha ora più tempo a disposizione per occuparsi della sua specialità, che è la geopolitica, la presenza nell’Ucraina non amputata di un contingente militare europeo, non delle ormai fantomatiche Nazioni Unite, garantito anche dagli americani attraverso la Nato.  Alla quale tuttavia l’Ucraina debitamente demilitarizzata, con un esercito cioè ridotto, potrebbe non più aspirare a partecipare. Potrebbe invece, con una pratica dl resto già avviata, all’Unione europea contrastata sinora soprattutto dall’Ungheria del filoputiniano Orban. Su cui lo stesso Putin potrebbe magari intervenire al tempo debito per chiedergli di non rompere più le scatole. Di non esagerare insomma, come già raccomandava ai suoi tempi a dipendenti e amici della Francia il cardinale Charles Maurice de Talleyrand-Perigord.

L’amarcord comunista di Chicco Testa e Claudio Velardi

Con tutto il caldo che fa, e giustamente per la stagione in cui ci troviamo, pur frammisto capricciosamente a piogge e grandinate, mi tolgo il cappello di paglia di ordinanza davanti a Chicco Testa e Claudio Velardi, nell’ordine assegnato loro dall’anagrafe, per l’amarcord della loro gioventù comunista che offrono da tempo scrivendosi sul Riformista. Una corrispondenza piacevolissima, che vedrei ben raccolta in un libro sul romanticismo comunista.

Il bergamasco Chicco Testa, 73 anni, che si autodefinisce “dirigente d’azienda, ex politico”, con una passione e una competenza d’ambiente e d’energia davvero eccezionale, e una scrittura fluente che manderebbe in brodo di giuggiole Indro Montanelli, ha una memoria inesauribile della sezione milanese del Pci intestata a Carlo Marx alla quale si iscrisse nel 1972. Un po’ perché “sotto casa” e un po’, forse ancora di più, per averla scoperta frequentata da “gente normale”. Che andava a letto presto perché la mattina dopo doveva alzarsi di buon’ora per andare a lavorare. E non alle manifestazioni post-sessantottine peggiori di quelle d’origine.

Il napoletano Claudio Velardi, 70 anni, ha una memoria altrettanto inesauribile della sua sezione, rigorosamente di Napoli, che tradiva già dal nome -1° maggio, festa del lavoro- “una certa propensione -ha scritto lui stesso- più al riposo che all’attivismo spinto”.  

         Diavolo di un simpaticamente, imprevedibilmente  rompiscatole, Velardi si è guadagnato via via, nella sua adolescenza, nella sua giovinezza, nella sua maturità e ora nella sua anticamera alla vecchiaia lo stupore, l’interesse, persino l’arruolamento e alla fine il disappunto, la delusione e il sarcasmo di uomini alquanto duri di esperienza o militanza. Compreso o a cominciare da Massimo D’Alema, 76 anni, che se lo portò appresso anche a Palazzo Chigi nell’unico passaggio di un comunista, pur a denominazione ormai cambiata del partito, nella sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Spintovi da un altro uomo imprevedibile, forse il più imprevedibile della politica italiana, che fu Francesco Cossiga prima di arrivare al Quirinale, rimanendovi per quasi tutta la durata del mandato e poi trasferendosi a Palazzo Madama come senatore di diritto, avendo peraltro già presieduto il Senato da parlamentare eletto.

         In particolare, Cossiga da presidente emerito della Repubblica improvvisò un partito e relativi gruppi parlamentari, prelevandoli in maggior parte dal centrodestra di Silvio Berlusconi, per mandare a Palazzo Chigi appunto D’Alema, al posto di Romano Prodi che, caduto col suo primo governo, avrebbe voluto strappare a Oscar Luigi Scalfaro le elezioni anticipate, propedeutiche ad un altro suo governo non più condizionato dalla sinistra “parolaia” di Fausto Bertinotti, come la chiamava impietosamente il carissimo Giampaolo Pansa.

         Cossiga s’inventò D’Alema presidente del Consiglio, con Velardi al seguito, scorgendo in lui l’unico uomo della sinistra capace di fare partecipare l’Italia all’operazione militare della Nato, chiamiamola pure guerra, nella Iugoslavia smembratasi alla morte di Tito. Ma fra i risultati indiretti di quella sponsorizzazione di D’Alema ci fu anche quello, diavolo di un Cossiga, di dare al centrosinistra della cosiddetta seconda Repubblica bipolare, nata con la vittoria elettorale di Berlusconi nel 1994, un assetto di instabilità quasi assoluta.

         Velardi, per tornare a lui e alla sua sezione comunista napoletana 1° maggio, dove non poteva neppure immaginare sin dove sarebbe arrivato,  pose in un’assemblea di iscritti onorata dalla presenza di un poi esterrefatto senatore Carlo Fermariello, che per poco non gli svenne accanto, il problema della “proletarizzazione della classe media”. Un problema eretico per i comunisti di quei tempi, ma destinato ad essere realizzato dalla sinistra dichiaratamente post comunista con i governi e le politiche condotte negli ultimi vent’anni, quando le è capitato di alternarsi al centrodestra o di partecipare ad esperienze tecniche ed emergenziali come furono quelle di Lamberto Dini, di Mario Monti e di Mario Draghi.

         Il problema – il dannato problema- del ceto medio proletarizzato, con stipendi e pensioni falcidiate dall’inflazione e simili, è stato ereditato non creato, come vorrebbe il solito racconto tossico delle opposizioni, dal governo in carica. Un problema impostato con quella inconsapevole, ripeto, eresia di Velardi. Che temo abbia perso via via i capelli, simpaticamente come al solito, vedendolo realizzare dai suoi amici e compagni.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 23 agosto

I consigli (non) richiesti di Pier Ferdinando Casini a Elly Schlein

         Con i suoi 42 anni ininterrotti vissuti fra Camera e Senato, dei 70 che compirà a dicembre, fra 4 mesi e mezzo, il mio amico Pier Ferdinando Casini può ben essere considerato il veterano del Parlamento. Il veterano forse più giovane o meno anziano, in un gioco di ossimori perfettamente compatibile con la politica.

         Democristiano sino al midollo pur con la Dc sciolta telegraficamente dall’ultimo segretario Mino Martinazzoli, rimproverato per questo persino da Umberto Bossi, che ne avrebbe ereditato con la Lega buona parte dell’elettorato al Nord, lasciandone le briciole alla Forza Italia di Silvio Berlusconi, il buon Casini ha mancato per poco, almeno in una occasione, l’obbiettivo del Quirinale.  Cui si era trovato candidato quasi inconsapevolmente, col solo precedente della presidenza della Camera, senza passaggio alcuno di governo, né come ministro né come segretario dei tanti alla nascita dei quali aveva pure contribuito sin dalla cosiddetta prima Repubblica.

         Come una volta si disse di Mario Monti arrivato a Palazzo Chigi, che fosse stato il genero ideale delle mamme tedesche per il credito guadagnatosi come commissario europeo designato dall’Italia sia di destra sia di sinistra, di Pier Ferdinando Casini si può dire che sia stato, e forse sia ancora, a quasi 70 anni di età e con più esperienze matrimomali, il genero ideale delle mamme italiane. Non gli manca di certo la simpatia, che sola può spiegare, senza le analisi politiche che forse lui preferirebbe, la capacità avuta di crearsi a Bologna e dintorni un elettorato personale che lo segue dappertutto, ovunque egli decida di chiedere o sentirsi offrire ospitalità, anche nel Pd di Matto Renzi, e poi di Enrico Letta e ora di Elly Schlein. Alla quale egli ha appena detto, in una lunga intervista ferragostana al Corriere della Sera, senza timore -credo- di rendersi irriducibilmente antipatico, se non menagramo, che non versa in buone condizioni di salute politica.

         In particolare, chiesto di quante possibilità ritenga di poter dare agli aspiranti all’alternativa al centrodestra nelle elezioni non più tanto lontane del 2027, Casini ha detto, fra l’analista e il consigliere capace di qualche utile suggerimento, ove fosse gradito: “Al momento poche, se non si cerca qualcosa di convincente”. Al prossimo Ferragosto, fra un anno, egli potrà forse dire di più, sempre che la Schlein rimanga al suo posto e non finisca per arrendersi a Giuseppe Conte prima ancora dell’ultima tappa della corsa alla leadership della coalizione di cosiddetto centro sinistra, o dei progressisti indipendenti, come lo stesso Conte preferisce chiamare quelli che furono i grillini. Indipendenti nel senso di non dipendenti dal Pd, nè alleati organici, come furono democristiani e socialisti nella cosiddetta prima Repubblica.

Trump si promuove da solo, con 10 su 10, dopo tre ore di vertice con Putin

         Tutto bene, sembra fra Trump e Putin dopo tre ore di incontro in Alaska, contro le sette programmate. E l’annuncio di un nuovo vertice, questa volta a Mosca, ha precisato Putin dopo avere accettato un territorio americano per il primo appuntamento.

Tutto bene anche nella prospettiva avanzata da Trump di una partecipazione del presidente ucraino Zelensky ai negoziati alla ricerca della pace- assunta come titolo del primo vertice-  a meno dei soliti dettagli, dove il diavolo preferisce nascondersi. Tali sono i “pochissimi problemi non risolti” ancora, annunciati dallo stesso Trump. Fra i quali si hanno buoni motivi di ritenere che ci sia quello delle garanzie all’Ucraina per la sicurezza, che non sia solo quella di un’Europa che non a caso ha chiesto di essere coinvolta anch’essa in un negoziato che per essere credibile, concreto avrebbe bisogno quanto meno di una tregua sul campo devastato da più di tre anni e mezzo di guerra d’invasione. O di “operazione speciale”, come Putin volle chiamarla facendo mettere in galera chiunque la chiamasse in Russia col suo vero nome di guerra.

         I dieci voti su dieci assegnatisi da solo da Trump in terra americana di Alaska fra sorrisi, strette di mano, occhiate e passi a tratti marziali, come per tradire una vocazione imperiale pari a quella di Putin, appartengono naturalmente più alla propaganda che alla storia, più alla scena che alla trama effettiva, più alle lucciole che alle lanterne.  

         Forse Trump, sorpreso -diciamo così- di recente nei retroscena a informarsi direttamente e personalmente della sua pratica in Norvegia, ha pensato di avere compiuto un passo, dei suoi abbastanza lunghi con questi due metri di altezza che ha, verso il premio Nobel della pace proposto per lui dal governo israeliano in guerra contro i palestinesi terroristi e, paradossalmente, quelli non terroristi che ne sono però ostaggi.  E sono più numerosi, sia vivi che morti, degli altri. Sono le tragedie delle guerre.

Le affinità elettive dell’Italia di Cavour e dell’Ucraina di Zelensky

La popolarità della causa ucraina in Italia, per quanto sommersa nelle piazze dalla impopolarità di quanto sta accadendo a Gaza, nasce da una certa affinità fra il carattere risorgimentale della lotta di Zelensky e il Risorgimento  italiano di due secoli fa.

L’Italia della “espressione geografica” alla quale era stata confinata dal ministro degli Esteri d’Austria alla Conferenza di Vienna, seguita alle guerre di Napoleone, aspirava alla sua unità tra le catene, gli intrighi e quant’altro delle potenze europee come l’Ucraina oggi, fatte naturalmente tutte le differenze dovute, difende il suo diritto all’esistenza. Un po’ come anche Israele in quella polveriera che è il Medio Oriente.

         L’Ucraina dispone oggi dell’ormai ex attore comico Volodymir Zelensky, non di Camillo Benso di Cavour dell’Italia risorgimentale. E neppure di un Giuseppe Conte in salsa ucraina, promosso in Italia dal generoso e immaginifico Marco Travaglio all’ex presidente del Consiglio secondo solo alla buonanima di Cavour, appunto.  Ma l’ostinazione, le difficoltà, le trappole fra le quali si muove Zelensky, specie in questo Ferragosto d’Alaska, dove Donald Trump e Vladymir  Vladimirovic Putin si sono dati appuntamento per cercare di spartirsi mezzo mondo, come fecero russi, americani e inglesi in Crimea ottant’anni fa, alla fine della seconda guerra quasi planetaria; l’ostinazione, dicevo, e tutto il resto di Zelensky sono pari a quelle pur meno cruente di Cavour. Che neppure poteva immaginare la bomba atomica, o soltanto i missili.

         Anche a costo di sconfinare nella ingenuità, non penso che le grandi potenze di oggi possano schiacciare il risorgimento ucraino, come quelle di due secoli fa non riuscirono a schiacciare quello italiano, finendo anzi per dividersi. Con la Francia, e sotto sotto anche la Gran Bretagna, che finirono per dare una mano agli taliani piuttosto che agli austriaci.

         Sono fiducioso nel risorgimento ucraino così come in quello europeo, visto che pure l’Unione si trova a dovere uscire da quella espressione, anch’essa geografica, o geografica ed economica, cui la confinano i pessimisti nello stesso vecchio continente. E vorrebbero confinarla, in fondo, anche Trump e Putin in un disegno imperialistico che non mi fa paura, lo confesso. Mi fa semplicemente ridere, pur con tutti i rischi nucleari, per la troppa considerazione che hanno di sé i presidenti americano e russo. Di sè e dei loro paesi in un mondo dove entrambi non possono cancellare dalle carte geografiche né la Cina né l’India e annessi o connessi. Ma che si sono messi davvero in testa, se ne hanno ancora una, quei due, pur con tutti gli arsenali atomici di cui dispongono, e dai quali sarebbero i primi ad essere distrutti se si lasciassero prendere dalla tentazione di usarli? Domanda, naturalmente, retorica.

Pubblicato sul Dubbio

Dalla Crimea all’Alaska in ottant’anni giocando al mappamondo

Risalente ai lontani, lontanissimi diciotto anni pima di Cristo, quando l’imperatore romano Ottaviano Augusto la istituì per celebrare le sue vittorie e insieme  il riposo dei lavoratori nei campi, dove tanto si era dovuto faticare nei raccolti, la festa di  Ferragosto divenne rapidamente popolare. Tanto lo divenne che la Chiesa a tempo debito, subentrata per certi versi all’Impero Romano, quello che ancora si scrive con le maiuscole nei libri di storia, ci mise sopra il cappello promovendola a festa dell’Assunzione di Maria Vergine al Cielo.

         La natura imperiale di quella, anzi di questa festa è tuttavia rimasta nella cultura e nell’immaginario collettivo. Anche in quello del presidente americano Donald Trump, che già dall’alto dei suoi 192 centimetri, solo otto meno di due metri, e con quelle scarpe arrivate chissà a quale numero per fargliele risultare comode davvero, giù si sente e si vede scultoreo per essere innalzato sulle terre che costruisce o dove gli capita di arrivare. La sua stessa firma, con quelle torri allineate con una penna, o un pennarello, rigorosamente nero usato con una forza che mette a dura prova la solidità della carta su cui l’appone, ha un che di imperiale. Come quella proiezione aurea da lui voluta sulla terra di Gaza ricostruita come una riviera ricca e festosa sulle ceneri alle quali sarà probabilmente ridotta alla fine, e insieme, dai terroristi di Hamas sbizzarritisi cinicamente nel trasformarne le viscere in arsenali militari, usando come ostaggi i palestinesi con le loro casa, le loro strade, le loro scuole, i loro ospedali, e dal governo israeliano sfidato col pogrom del 7 ottobre 2023, meno di due anni fa. Anche se molti cercano di farlo dimenticare come se fosse accaduto nel secolo scorso.  

         Tentato di celebrarlo a Roma, fra la Cupola di Michelangelo e il Colosseo, dove sicuramente la premier Giorgia Meloni l’avrebbe ospitato di cuore, l’imperatore immaginario Augusto Donald Trump ha dovuto scegliere per l’incontro con l’altro imperatore immaginario, o zar, Vlaidimir Vladimirovic Putin, in Alaska. Dove i due vorrebbero in cuor luogo giocar al mappamondo con al pallon. Ridisegnare le carte geografiche che fecero a Yalta, nella Crimea che la Russia si è ripresa con la forza strappandola all’Ucraina, i vincitori della seconda guerra mondiale. Ridottisi questa volta, senza un’altra guerra mondiale, ma con l’intreccio di tante guerre nominalmente locali o regionali, a due: Trump al posto di Franklin Delano  Roosevelt, senza la sua carrozzella, e Putin al posto di Josif Stalin.

         E l’Europa, di fatto rappresentata a Yalta dal premier inglese Winston Churchill, dove sarà in Alaska? Semplicemente non ci sarà, per quanto nel frattempo diventata Unione con la Gran Bretagna uscitane per tornare sulla soglia. E neppure l’Ucraina che pure se ne sente parte, combatte da tre anni e mezzo per sopravvivere ed è la preda che teme di essere sostanzialmente lasciata da Trump a Putin.  Un Ferragosto davvero poco festivo.

Il carattere irriducibilmente risorgimentale della questione ucraina

Più passano i giorni, anzi gli anni, risalendo questa vicenda a ben prima dell’invasione russa -cominciata nel febbraio del 2022 col nome di “operazione speciale”, senza la possibilità a Mosca e dintorni, diciamo così, di chiamarla guerra e non finire in galera- più l’Ucraina mi riporta ai ricordi scolastici dell’Italia risorgimentale.

L’Italia della “espressione geografica” alla quale era stata confinata dal ministro degli Esteri d’Austria alla Conferenza di Vienna, seguita alle guerre di Napoleone, aspirava alla sua unità tra le catene, gli intrighi e quant’altro delle potenze europee come l’Ucraina oggi, fatte naturalmente tutte le differenze dovute, difende il suo diritto all’esistenza. Un po’ come anche Israele in quella polveriera che è il Medio Oriente. Come è piccolo, in fondo, il mondo.

         L’Ucraina dispone oggi dell’ormai ex attore comico Volodymir Zelensky, non di Camillo Benso di Cavour dell’Italia risorgimentale. E neppure di un Giuseppe Conte in salsa ucraina, promosso in Italia dal generoso e immaginifico Marco Travaglio all’ex presidente del Consiglio secondo solo alla buonanima di Cavour. Ma l’ostinazione, le difficoltà, le trappole fra le quali si muove Zelensky, specie in questa vigilia del Ferragosto d’Alaska, dove Donald Trump e Vladymir  Vladimirovic Putin si sono dati appuntamento per cercare di spartirsi mezzo mondo, come fecero russi, americani e inglesi in Crimea ottant’anni fa, alla fine della seconda guerra quasi planetaria; l’ostinazione, dicevo, e tutto il resto di Zelensky sono pari a quelle pur meno cruente di Cavour. Che neppure poteva immaginare la bomba atomica, o soltanto i missili.

         Anche a costo di sconfinare nella ingenuità, non penso che le grandi potenze di oggi possano schiacciare il risorgimento ucraino, come quelle di due secoli fa non riuscirono a schiacciare quello italiano, finendo anzi per dividersi. Con la Francia, e sotto sotto anche la Gran Bretagna, che finirono per dare una mano agli taliani piuttosto che agli austriaci.

         Sono fiducioso nel risorgimento ucraino così come in quello europeo, visto che pure l’Unione si trova a dovere uscire da quella espressione, anch’essa geografica, o geografica ed economica, cui la confinano i pessimisti nello stesso vecchio continente. E vorrebbero confinarla, in fondo, anche Trump e Putin in un disegno imperialistico che non mi fa paura, lo confesso. Mi fa semplicemente ridere, pur con tutti i rischi nucleari, per la troppa considerazione che hanno di sé i presidenti americano e russo. Di sè e dei loro paesi in un mondo dove entrambi non possono cancellare dalle carte geografiche né la Cina né l’India e annessi o connessi. Ma che si sono messi davvero in testa, se ne hanno ancora una, quei due, pur con tutti gli arsenali atomici di cui dispongono, e dai quali sarebbero i primi ad essere distrutti se si lasciassero prendere dalla tentazione di usarli? Domanda, naturalmente, retorica.

         Buon Ferragosto a tutti e ovunque, anche in Alaska.

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Veltroni deluso della Meloni, ma forse della Schlein ancora di più

         In un editoriale per il Corriere della Sera scritto nella sua vecchia logica del “ma anche” -che ne contrassegnò a suo tempo l’esperienza di primo segretario del Partito Democratico contribuendo forse alla sua breve durata, e alla sua restituzione alla vocazione giornalistica che era stata pure del padre-  il mio amico Walter Veltroni ha concesso qualcosa, certamente, alla campagna estiva di quella che rimane la sua parte politica contro il governo Meloni. A proposito del quale -si è lamentato- “non si può dire che la vita degli italiani e delle loro famiglia sia cambiata in meglio, o comunque sia cambiata”.

Ma Veltroni ha anche -appunto- ricordato alla sinistra che il tema, il problema, l’esigenza della sicurezza, che è quella più avvertita dalla gente, specie la più debole e indifesa, la riguarda non meno della destra. O forse anche di più appunto perché “la percezione della insicurezza” colpisce, danneggia, distorce la coscienza maggiormente di quell’elettorato che era una volta della sinistra. Ed ora, partecipe di una democrazia tentata addirittura dall’”eutanasia”, è portata a preferire la decisione di uno solo, o quasi, che comanda alla “farraginosa democrazia”.  In Italia, ma non solo, a cominciare dagli Stati Uniti di Donald Trump.

Ad occhio e croce, senza volergli forzare -o almeno forzargli troppo- la mano, il cervello e il cuore, Walter mi è sembrato rivolto nel suo editoriale più alla segretaria del Nazareno Elly Schlein che alla Meloni, al netto della polemica che ha riservato pure a lei per ragioni, diciamo così, di anagrafe politica, cioè di origini.

Da buon cronista, con la stessa efficacia narrativa messa scrivendo libri su vicende che hanno segnato molto la storia repubblicana, dalle brigate rosse al pozzo di Vermicino, Veltroni si è soffermato sull’attualità più stingente, come quella della banda di ragazzi, poco più di bambini, che con un’auto rubata a turisti francesi hanno travolto e ucciso una donna a Milano. Fatto, fattaccio sul quale ho avvertito personalmente la tentazione, leggendo le reazioni politiche, di attribuirne la responsabilità al governo Meloni, come del presunto calo del turismo in Italia e dei prezzi smodati negli stabilimenti balneari per assicurarsi un ombrellone, o semplicemente una sdraio al sole.

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Il generale Ferragosto mandato in riserva da Giorgia Meloni

E’ la terza estate consecutiva che il generale Ferragosto, promosso sul campo a Palazzo Chigi nel 1986 da Bettino Craxi, compiaciuto di essere stato da lui salvato dalla risi reclamata e ottenuta dal segretario della Dc Ciriaco De Mita, trascorre in riserva dopo la prestazione del 2022. Peraltro fallita perché la crisi del governo di Mario Draghi portò alle elezioni anticipate.

Da allora  non sono stati necessari interventi del generale, né richiesti né volontari, per risolvere o congelare situazioni  critiche, lasciando ai partiti il tempo di cambiare o confermare davvero alleanze, equilibri e quant’altro. Fra le novità del governo Meloni, il primo non solo di genere, c’è anche o soprattutto, come preferite, l’estate libera del generale Ferragosto.

         La carriera di questo alto ufficiale cominciò, non so dirvi francamente da quale grado perché non fu neppure avvertito dai cronisti, nell’estate del 1960. Quando il governo del democristiano Fernando Tambroni appoggiato dalla destra missina cadde praticamente nelle piazze con una rivolta che spianò la strada a due governi di Fanfani comunemente assegnati alla formula delle cosiddette convergenze parallele, propedeutiche al centro-sinistra, col trattino, coltivato dal segretario della Dc Aldo Moro. E sottoposto con lodevole trasparenza  all’approvazione del congresso democristiano prima delle elezioni del 1963. Dopo le quali tuttavia se i democristiani erano pronti, i socialisti non ancora per la dissidenza interna della sinistra.

         Il generale Ferragosto, o non so se ancora capitano, maggiore, colonnello, favorì la nascita del primo governo dichiaratamente balneare di Giovanni Leone, al quale seguì in autunno il primo governo “organico” di centro-sinistra presieduto da Aldo Moro.

         Tanta prudenza non bastò tuttavia a provocarne la crisi già nell’estate successiva. Quando il non ancora generale Ferragosto sconfisse un superiore che si era messo a disposizione dell’allora presidente della Repubblica Antonio Segni per garantire il controllo delle piazze nel caso in cui avesse voluto troncare l’esperienza dell’alleanza fra democristiani e socialisti con un governo elettorale di Mario Scelba. Che però rifiutò l’incarico prima ancora di riceverlo, per cui Moro, costretto per qualche giorno a dormire per prudenza fuori casa, riprese il suo percorso fino all’esaurimento ordinario della legislatura, nel 1968 della famosa contestazione.

         L’anno dopo, a proposito di contestazione, Mariano Rumor, succeduto a Moro a Palazzo Chigi dopo un secondo e ultimo governo balneare di Leone, si spaventò a tal punto all’annuncio di uno sciopero generale da dimettersi a sorpresa di tutti, per quanto avesse promesso un centrosinistra, senza più il trattino, “più coraggioso e incisivo” dei precedenti. Le elezioni anticipate, che erano il suo obiettivo, furono impedite con l’arrivo inatteso di Emilio Colombo a Palazzo Chigi.

         I partiti riuscirono a sorprendere il generale Ferragosto superando da soli dieci anni e più eccezionali di piombo. Ma, forse esausti per tanta fatica, una volta usciti dall’emergenza, tornarono ad avere bisogno di lui. Nell’estate del 1979, per esempio, prolungando la durata del primo governo di Francesco Cossiga post-solidarietà nazionale, colpito dai franchi tiratori. Per il tempo necessario a fare maturare le condizioni del pentapartito inteso come un centrosinistra allargato ai socialisti. Che tuttavia ebbe bisogno ancora dell’aiutino di quel generale per fare sopportare alla Dc i passaggi indigesti di Giovanni Spadolini e soprattutto di Bettino Craxi alla guida dei governi, fra il 1981 e il 1987.

         Alla stagione delle cosiddette mani pulite il generale Ferragosto neppure si affacciò, temendo forse di essene travolto pure lui. Seguì la magìa, anche per un generale come lui, della cosiddetta seconda Repubblica. E ora quella ancora più sorprendente del centrodestra a trazione meloniana. Col generale Ferragosto, come dicevo, ormai in riserva.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 15 agosto

Il dovere di contenere le assenze (dis)onorevoli in Parlamento

         Odio l’antiparlamentarismo come la buonanima di Antonio Gramsci diceva e scriveva di odiare gli indifferenti. L’antiparlamentarismo, per esempio, come quello spiccio dei pur parlamentari delle 5 Stelle che vedono abusi e odiosi privilegi nel trattamento economico di lor signori onorevoli, alle cui fila tuttavia vorrebbero partecipare senza più il vincolo paleo-grillino dei due mandati, e non oltre. Trascorsi i quali i non più onorevoli dovrebbero cambiare mestiere, o magrai svolgerlo a livelli diversi, preferibilmente inferiori.

         Dà tuttavia fastidio anche a me, lo confesso, questa storia delle troppe assenze che ricorre di frequente, ogni volta che gli uffici parlamentari sfornano i risultati delle rilevazioni delle presenze e assenze, appunto, alle votazioni dei deputati e dei senatori. Le presenze, non dico come a scuola ma quasi, debbono contare nel giudizio sui parlamentari. Che non vanno a scuola, di certo, ma sono stati mandati in Parlamento non come in un parco giochi dagli elettori. O dai capi dei partiti di appartenenza o riferimento da quando i voti di preferenza prima sono stati ridotti da quattro o cinque ad uno e poi eliminati del tutto.

         Fra tutti i dati delle maggiori  assenze o minori presenze mi hanno colpito di più quelli riguardanti una deputata che, fra tutti i parlamentari, mi sembra francamente quella più libera, o meno occupata, da impegni diversi da quelli del mandato ricevuto formalmente, ripeto, dagli elettori. Mi riferisco naturalmente alla quasi moglie del compianto Silvio Berlusconi: la deputata Marta Fascina, 35 anni e mezzo, nata in Calabria, cresciuta in Campania ed eletta l’ultima volta, tre anni fa, in Sicilia.

         Per fronteggiare l’assenteismo parlamentare, che non è l’altra faccia dell’assenteismo, ma qualcosa di assai diverso e di più, non basterebbe un ritocco regolamentare. Occorrerebbe un ritocco costituzionale per potere arrivare alla decadenza di chi accumula assenze oltre un certo limite.

         Bisognerebbe aggiornare, per esempio, l’articolo 66 della Costituzione, che già assegna, ma in termini forse troppo generici, a “ciascuna Camera” il compito di “giudicare dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggebilità e di incompatiblità”. Mi sembra che l’incompatibilità di un assente seriale, diciamo così, con la funzione parlamentare sia logica, a dir poco. E ciò anche perché l’articolo 51, sempre della Costituzione, riconosce a “chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive il diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro”.

         C’è infine da considerare, e rendere eventualmente più stringente, l’articolo 54 della Costituzione che è forse il più citato dalle opposizioni di turno nell’azione di contrasto alla maggioranza, sempre di turno. Esso dice, testualmente che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Il dovere, ripeto, non la facoltà.  

Ripreso da http://www.startmag.it il 17 agosto

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