Il Centro Leoncavallo sgomberato con 36 anni o 13.140 e più giorni di ritardo

         Altro che i 30 o 31 anni di ritardo lamentati dal ministro dall’Interno Matteo Piantedosi annunciando lo sgombero finalmente attuato del famoso Circolo sociale Leoncavallo, a Milano. E partendo da chissà quale tappa del percorso: forse quella che è costata tre milioni di euro al Viminale per risarcire i danni valutati dall’autorità giudiziaria ai proprietari dell’area occupata abusivamente. Uno sgombero di cui si è vantata personalmente anche la premier Giorgia Meloni spiegando che non ci possono essere “zone franche”, esentate dalla legalità.

         Il ritardo è di 36 anni, pari a 13 mila 140  e più giorni passati dal 16 agosto 1989. Quando l’allora sindaco di Milano Paolo Pillitteri, non lasciandosi trattenere dal prefetto che temeva le solite tensioni e complicazioni sociali, mandò centinaia di vigili urbani a sgomberare in via Leoncavallo l’omonimo centro contro il quale alla direzione del Giorno, assunta tre mesi prima, avevo condotto una campagna per soddisfare centinaia di lettori che da ancora più tempo scrivevano sistematicamente al giornale per denunciare il disordine, spesso anche la violenza praticata da quella comunità di protestatari, anche con musica al massimo volume suonata sino a notte inoltrata. Musica naturalmente non classica.

         A Paolo Pillitteri, del quale ero amico personale, e non perchè fosse il cognato di Bettino Craxi, avendone sposato la sorella Rosilde, chiesi un giorno a bruciapelo nel suo ufficio a Palazzo Marino che razza di “città da bere” potesse essere Milano, come anche i miei collaboratori scrivevano in terza pagina fra interviste e articoli d’analisi dopo la stagione degli anni di piombo, se si tollerava per vigliaccheria, più che per sociologia, un Centro come quello noto col nome della strada in cui si era installato abusivamente.

         Peraltro da qualche giorno arrivavano a casa mia, raccolte prevalentemente da mia moglie, telefonate di minacce e di schermo, peraltro su una linea riservata, senza il numero negli elenchi degli abbonati. “Il garofano sarà reciso”, promettevano avendomi evidentemente iscritto d’ufficio al partito di Craxi e di Pillitteri.

         Nel sospetto che quelle telefonate provenissero dai leoncavallini il questore mi aveva personalmente confidato di avere chiesto alla magistratura di mettere il mio telefono sotto controllo, ricevendone un rifiuto. Che contribuì alla decisione del questore, non so se anche del prefetto, di assegnarmi una scorta. E penso anche a fare maturare ancora di più nel sindaco la valutazione dell’anomalia che ormai da una decina d’anni costituiva quel centro sociale e alternativista. Dove poi avrei scoperto, con l’irruzione politica della Lega, che si affacciava ogni tanto anche un giovanissimo Matteo Salvini, convinto che ci fossero sì violenti, come da una intervista dopo la sua elezione a consigliere comunale, ma pochi e sotto controllo. Almeno il suo, debbo presumere. Violenti riusciti a vanificare il tentativo di sgombero del 1989 e altri cento e più -esattamente 133- contati sempre dal ministro Piantedosi, mentre il centro cambiava peraltro sedi,

         Vi ho brevemente raccontato questa esperienza personale e professionale, dilungandomi, anche per farvi capire lo sgomento, a dir poco, procuratomi dalle reazioni scandalizzate a questo intervento speriamo risolutivo del governo. A cominciare naturalmente da quella di stupore e di protesta del sindaco in carica, Beppe Sala. Che ha come attenuante solo la lista dei tanti predecessori, anche di destra, succeduti a Pillitteri senza seguirne l’esempio.

Pippo Baudo meriterebbe l’intestazione del Ponte sullo Stretto di Messina

         Di tutte le cronache stampate dei funerali di Pippo Baudo nella sua Militello, con le piazze, le strade, i balconi pieni, e spesso affittati, i tassisti furiosi per i clienti sfuggiti al pagamento della corsa dall’alto della loro dichiarata funzione di “dirigenti Rai”, la gente adorante del morto e curiosa dei vivi famosi accorsi all’ultimo saluto, ho trovato particolarmente efficace quella scritta per Il Foglio da Carmelo Caruso. Che con quel nome inconfondibilmente siciliano si meritava di certo di essere inviato, a tutti gli effetti, sul posto per un funerale che già in sé, a prescindere dal morto di turno o d’occasione, è “la sola grande opera della Sicilia”, ha scritto Caruso. E “il lutto la molla del progresso”, tradito per il testo dai ritardi. Come quelli dei lavori all’aeroporto di Catania, ancora in corso per il fuoco che lo danneggiò due anni fa. “Solo Baudo ostinato, voleva tornarci, perfino da morto”, senza riuscirvi.

         La bara di Pippo Baudo, che vi è stato rinchiuso nello smoking di ordinanza, come nell’ultimo dei suoi spettacoli televisivi, è arrivata a Militello per strada e mare. “Qui le salme -ha concluso e ripetuto Caruso il suo racconto- sono l’unico ponte con il progresso”.   

lI ponte, appunto. Mettiamogli la maiuscola e dedichiamogli quello sullo stretto di Messina giunto finalmente alla vigilia dei suoi cantieri. Lasciamo tornare al suo posto, in viale Mazzini, davanti alla sede nazionale della Rai, il cavallo pur “morente” in groppa al quale Emilio Giannelli sul Corriere della Sera lo ha immaginato salire in cielo, e che a Fiorello mi sembra non piacere, preferendogli una statua di Pippo Baudo.  E dedichiamo piuttosto a Pippo – quello “nazionalpopolare” di cui egli stesso era fiero, anche per il carattere unitario che conteneva quella definizione contestata infelicemente da un presidente della Rai- il Ponte. Che svetterà fra il continente e la Sicilia come la Cupola di Michelangelo nel cielo di Roma o quella del Brunelleschi nel cielo di Firenze.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Quella fuga di Toni Negri a Parigi favorita da Craxi e Scalfaro

Agosto è tempo anche di ricordi, magari sotto l’ombrellone per chi se lo può permettere con quel che ne costa l’uso in una spiaggia a pagamento. Ricordi magari stimolati dai giornali, come quello offerto dal Foglio raccontando di Sandro Parenzo, ora  ottantunenne “magro e brevilineo, produttore, sceneggiatore, imprenditore televisivo”, sospettato fiduciosamente nel gennaio del 1984 dall’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi di potersi mettere in contatto con Toni Negri. Che, non più coperto da immunità parlamentare come deputato eletto nelle liste radicali, avendone la Camera autorizzato l’arresto per reati di terrorismo, stava per essere catturato dai Carabinieri. “Devi avvisarlo di non tornare a casa”, disse Craxi a Parenzo, tuttora convinto -orgogliosamente, direi- di avere compiuto la missione, affidatagli dal capo dl governo, attraverso il comune amico Nanni Ballestrini, rintracciato per telefono a Parigi. Dove Negri da latitante lo avrebbe raggiunto dopo avere evitato l’arresto in Italia.

         Senza volere smentire Parenzo, che dispone peraltro di una testimonianza notarile consigliatagli a suo tempo dal suo avvocato, spero non per fini ricattatori, di quella stessa vicenda io ho un altro racconto. Fattomi personalmente dallo stesso Craxi non d’estate, e in anni successivi alla sua esperienza a Palazzo Chigi, parlandomi del suo ex ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro.  E ciò per farmi capire quanto fossero cambiati  sorprendentemente i rapporti fra di loro con l’elezione dell’amico democristiano  nel 1992 al Quirinale, per giunta avvenuta col suo appoggio, avendolo Craxi preferito al presidente del Senato Giovanni Spadolini nel finale della  corsa alla Presidenza della Repubblica.

 Al mio rientro da Hammamet, dove avevo raccolto le confidenze di Bettino, non trovai per fortuna avvocati che mi consigliassero un notaio al quale raccontare tutto documentalmente. Ma se ne avessi trovato uno, lo avrei mandato al diavolo.

         Craxi mi raccontò che, maturate le condizioni dell’arresto di Negri, contro cui arresto aveva votato per ragioni di garantismo, si sentì chiedere un incontro da Scalfaro. Che gli prospettò l’imbarazzo, a dir poco, nel quale quel diavolo di Marco Pannella, comune amico, stava mettendo il Parlamento e, più in generale, lo Stato. Incombeva lo spettacolo di un deputato non decaduto che avrebbe preteso di essere accompagnato dal carcere alla Camera per esercitare i suoi diritti parlamentari ogni volta che li avesse ritenuti irrinunciabili. Il ministro gli comunicò pertanto che avrebbe trovato il modo di allentare la sorveglianza per consentire a Negri di fuggire, se lo avesse voluto. E di disattendere anche il progettino che aveva su di lui il leader radicale.  

         Per conciliare i due racconti, di Parenzo al Foglio e questo mio al Dubbio, posso solo pensare che Craxi s’incontrò con Scalfaro dopo avere parlato con  Parenzo. Immagino con quale sollievo, trovando il ministro dell’Interno d’accordo con lui contro la prospettiva dello spettacolo di un onorevole detenuto diviso fra cella e Camera. Diavolo di un Pannella, ripeto,  ma anche di Craxi, di Scalfaro e dello stesso Negri, poi tornato in Italia quando volle lui, e infine a Parigi per morirvi due anni fa.

         Anche a livello di teatro, o di teatrino come lo chiamava Silvio Berlusconi prima di salirvi, o di scendervi come su un campo da gioco, la cosiddetta prima Repubblica temo che abbia battuto la seconda. Lo temo per la seconda, naturalmente.

Pubblicato sul Dubbio

La brodaglia…di carta addosso alla Meloni della Casa Bianca

         Quello stitico riconoscimento del Corriere della Sera alla Meloni di essere andata “meglio del previsto” al vertice euro-americano alla Casa Bianca sull’Ucraina – riconoscimento collocato alla fine del cosiddetto sommario del titolo di apertura della prima pagina- è a suo modo indicativo delle difficoltà della premier nei rapporti con i giornali. Difficoltà delle quali la stessa premier è talmente consapevole, e peraltro così poco preoccupata, preferendo sporsi il meno possibile alle domande in diretta, da scherzarci sopra parlandone proprio alla Casa Bianca col presidente finlandese in un fuori-onda. Che si è procurato sui quotidiani italiani più cronache e commenti allo stesso vertice.

         In questa corsa al dettaglio per cogliere il diavolo che vi si nasconde ha voluto distinguersi sulla Stampa Flavia Perina. Che, essendo stata direttrice del nerissimo, diciamo così, Secolo d’Italia, non si lascia scappare occasione per riscattarsi in qualche modo metaforico dal passato. E così ha scritto della Meloni e della sua battuta americana sui giornali con la puzza sotto il naso, quanto meno.

         Per fortuna, pluralismo, contrappasso e quant’altro scrive sulla Stampa anche Mattia Feltri, che riesce spesso a superare il padre Vittorio nella pratica del nuoto controcorrente.  Così oggi, con qualche decina di centimetri sotto la collega ha ricordato i rapporti ancora peggiori che riescono ad avere con i giornali i pur più loquaci “capi dell’opposizione”, generosamente al singolare. Che pretendono generalmente domande scritte e accessori del genere, a cominciare da Romano Prodi. Che tuttavia il mio amico Mattia ha in qualche modo aiutato alla fine risparmiandogli il ricordo di quel recente, assai sgradevole episodio, inizialmente negato e poi ammesso davanti all’evidenza delle foto senza neppure scusarsene, della mano addosso ad una giornalista tanto scortese da avergli fatto una domanda sgradita sulla controversia del momento. Che era quella della democrazia zoppicante in una parte del manifesto europeista di Ventotene citata con maggiore imprudenza ancora dalla premier Meloni parlandone in Parlamento.  

         Potrei continuare a incidere sulla stampa, al minuscolo e generale, e sulla sua partecipazione alla fuga delle opposizioni, doverosamente al plurale, dalla realtà quando non la gradiscono. Ma mi fermo per carità professionale.

Le opposizioni fuggono a gambe levate dalla realtà che non gradiscono

Negli spazi televisivi scampati, diciamo così, ad una monumentalizzazione di Pippo Baudo così ridondante da non piacere- credo- all’interessato che la sta osservando da lassù, stropicciavo gli occhi a vedere le immagini provenienti dalla Casa Bianca. Dove, nel vertice euro americano sull’Ucraina seguito al suo incontro in Alaska con Putin, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha voluto alla sua sinistra la premier italiana Giorgia Meloni.  “Grande leader e fonte di ispirazione”, ha detto Trump quasi spiegando la ragione della sua scelta. Ne ha poi apprezzato con una mimica inequivocabile la proposta ribadita di garantire la sicurezza dell’Ucraina, violata da Putin con la sua invasione chiamata eufemisticamente operazione speciale, attraverso un congegno politico e militare riconducibile al famoso articolo 5 del trattato dell’alleanza atlantica. Sì, proprio quella: la Nato, alla quale Putin è riuscito ad impedire l’adesione dell’Ucraina ma non potrà probabilmente impedire di garantirle la sicurezza nei confini e nelle dimensioni che usciranno dalle trattative per la pace.

         La Meloni seduta e dialogante alla sinistra di Trump, col presidente ucraino Zelensky di fronte, il presidente francese Macron alla destra di quello americano e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen a un’estremità del tavolo, quasi come in una curva allo stadio, è stato per me uno spettacolo eccezionale. Eppure, scusatemi della immodestia, ne ho visto di cose, e vissute di esperienze, in 65 anni di mestiere, cominciati con la cronaca nera e il giro degli ospedali, continuata con la cronaca bianca, quella del Campidoglio, e poi con la cronaca politica, la frequentazione di leader di ogni colore. E con avventure professionali come la partecipazione alla fondazione del Giornale di Indro Montanelli, la direzione del primo telegiornale privato, che fu quello di Rete 4 chiamato Dentro la notizia traducendo in italiano una trasmissione americana di notizie di cui si era innamorato Silvio Berlusconi seguendola da spettatore in un soggiorno di studio oltre Oceano, e di un giornale pubblico come era ancora in quei tempi Il Giorno, voluto dal mitico Enrico Mattei.

         Ne ho viste, sentite e vissute -ripeto- di tutti i colori e di tutti i suoni. Ho visto la Dc di Amintore Fanfani perdere il referendum sul divorzio e imboccare, con quella sconfitta, la strada di un declino solo rallentato dall’aiuto fornitole da Montanelli invitando a votarla “col naso turato”. Ho visto catapultato, o quasi, uno storico e giornalista, Giovanni Spadolini, dalla direzione  del Corriere della Sera sottrattagli sorprendentemente  dall’editrice Giulia Maria Crespialla prima guida non democristiana del governo nella storia della Repubblica. Ho visto succedergli alla guida del governo il primo socialista, sempre nella storia della Repubblica, Bettino Craxi con un altro socialista quasi regnante al Quirinale, Sandro Pertini. Una combinazione che la Dc visse come una maledizione non accorgendosi che serviva, anch’essa come il voto a naso turato di Montanelli, ad allontanarne la fine, sopraggiunta con Tangentopoli, annessi e connessi.

         Ho visto crollare il comunismo col muro di Berlino e i comunisti italiani cercare di salvarsi cambiando nome e simbolo al loro partito. E scoprendosi battuti nelle elezioni politiche del 1994 da Silvio Berlusconi, il migliore amico di quel Craxi di cui erano riusciti a liberarsi con l’aiuto della magistratura.

         Potrei ancora continuare ed esaurire lo spazio senza arrivare alla conclusione. Che è di non avere mai immaginato di vedere quella Meloni dell’altra sera (ora italiana) alla Casa Bianca, con tutto ciò che la sua postazione e il suo intervento hanno significato e significano. Anche in Italia, dove vale, per le opposizioni sempre rosicanti la massima ricavata dal latino su Dio che accieca chi vuole perdere. “Quem Juppiter vult perdere dementat prius”, in originale.

Pubblicato su Libero

Giorgia Meloni ormai di casa…alla Casa Bianca di Trump

         Pur rimpicciolita dalle dimensioni dell’auto da cui era scesa e della guardia presidenziale che le aveva sorretto la portiera sulla soglia della Casa Bianca, la premier Giorgia Meloni ha fatto la sua figura nel vertice euro-americano svoltosi con la partecipazione del presidente ucraino Zelensky, precedentemente incontratosi sia con i rappresentanti europei sia col presidente degli Stati Uniti.

         Il rapporto amichevole e dichiaratamente “speciale” con Trump, tradotto in Italia dalle opposizioni rosiconi in una subordinazione umiliante, e persino pericolosa per l’Unione europea, non ha impedito alla Meloni di partecipare agli stimoli pro-Ucraina avvertite ed espressi, rispettivamente, dopo l’incontro del presidente americano in Alaska con Putin. E il massimo di voti datosi dall’uno e dall’altro pur in mancanza di un accordo. O di un accordo esplicito, a meno di accordi segreti e per ciò stesso sospetti o persino inquietanti perché inevitabilmente sopra la testa sia dell’Ucraina sia degli europei che la sostengono più degli americani, o del loro presidente. Che pure- -va detto- non ha potuto o voluto sottrarsi al gesto significativo di consegnare in Alaska una lettera di sua moglie Melania a Putin su un aspetto fra i più disumani della guerra, o “operazione speciale”, della Russia contro l’Ucraina sequestrando e deportando bambini. Sino a incorrere in una precisa accusa e sanzione pur declamatoria della Corte Penale Internazionale dell’Aja, come è accaduto al premier israeliano per la guerra a Gaza pur provocata dai terroristi palestinesi col pogrom del 7 ottobre di due anni fa.

         Alla Casa Bianca Trump ha riservato non certamente a caso il primo posto alla sua sinistra, nel vertice, proprio alla Meloni, e alla sua destra al presidente francese Emmanuel Macron. E della Meloni, presentata come “grande leader e fonte di ispirazione”, ha condiviso con cenni del capo la riproposizione di una garanzia di sicurezza all’Ucraina attraverso il ricorso e l’applicazione del famoso articolo 5 del trattato della Nato notoriamente ostica a Putin. Può diventare realistico proprio attraverso questo che non può essere considerato un espediente, per le forze politiche e militari che ne sono coinvolte, a cominciare dagli Stati Uniti, il superamento definitivo delle resistenze di Zelensky ad una trattativa trilaterale per la pace pur in assenza di una tregua rifiutata da Putin. E riproposta con forza da Macron alla Casa Bianca.

         Negare alla Meloni, come già avverto nell’aria mediatica e politica, l’importanza del ruolo svolto in una Casa Bianca che le è ormai….di casa, non è solo una pratica di opposizione preconcetta. E’ semplicemente, più gravemente, una notizia falsa.

Quella nostalgia democristiana di Pippo Baudo

Gli indizi, chiamiamoli così, erano già tanti, ma il senatore quasi a vita Pier Ferdinando Casini, il più democristiano di certo fra gli ospiti nelle liste elettorali del Pd, ha voluto testimoniarlo. Pippo Baudo, l’appena scomparso “Re della Tv” per riconoscimento generale, anche nella formula sarcastica di “Sua Puppità” affibbiatagli da Marco Travaglio sul Fatto quotidiano”, è rimasto democristiano sino alla fine.

         “Due anni fa -ha raccontato Casini ai giornali dell’amico Andrea Riffeser Monti- mi telefonò per dirmi: bisogna rifare la Democrazia Cristiana. Timidamente argomentai che mi sembrava impossibile, che i tempi erano passati. Per vigliaccheria alla fine gli dissi. Vediamoci e parliamone. Volevo buttare la palla avanti. Ma mi colpì la sua determinazione”. Vigliaccheria, l’ha chiamata Casini. Ma fu più generosità, per ridurre il peso dei rimpianti, delle delusioni, e non solo dei successi fra i quali Baudo ha trascorso i suoi ultimi anni. E dei quali la Rai ha ritenuto forse di scusarsi a morte avvenuta, celebrandolo su tutte le sue reti come a nessun altro, credo, sia mai accaduto. O accadrà di nuovo.

         Richiesto praticamente delle ragioni per le quali, viste la stima, l’amicizia e le affinità politiche appena vantate, non avesse mai offerto una candidatura parlamentare a Pippo Baudo quando poteva farlo disponendo di partiti e di liste, prima di accasarsi in qualche modo nel Pd, Casini ha risposto che in effetti “mai” gli aveva offerto ospitalità politica. “Né mai lo avrei fatto- ha aggiunto- perché lo avrei ritenuto inappropriato. I monumenti vanno rispettati”.

         Anche Fabio Fazio, sul versante televisivo e artistico, ha monumentalizzato  Pippo Baudo, sino ad avvertirne la mancanza adesso come se gli fosse crollato davanti “il Colosseo”. Non so se facendo più torto all’uno o all’altro. Il troppo, si sa, stroppia.

         Il ricordo della democristianità di Pippo Baudo è stato condiviso e al tempo stesso rilanciato sulla Stampa da Marco Follini evocando l’infelice esperienza vissuta da consigliere di amministrazione della Rai, per conto della Dc, quando un duro attacco rivolto all’artista e conduttore dal presidente socialista dell’azienda, Enrico Manca, creò le condizioni dell’”allontanamento” di Pippo Baudo. Che fu catturato da Silvio Berlusconi per la sua televisione commerciale come direttore artistico. Un ruolo però che Baudo non riuscì a svolgere per le resistenze dei cosiddetti colleghi del Biscione. Vi rinuncio abbastanza rapidamente,  e costosamente, non volendo aspettare i tempi di ambientamento e di convincimento invocati dall’editore. Un democristiano insomma, Pippo Baudo, di una risolutezza sottovalutata da un Berlusconi – “Sua emittenza”, come era chiamato indistintamente da avversari e amici- che riteneva di essere ineguagliabile nel giudizio sugli altri, e nella scoperta dei talenti.  Adesso avranno cose da dirsi quei due nel più misterioso degli spazi.

Pubblicato sul Dubbio

I palinsesti televisivi della Rai…sequestrati da Pippo Baudo

         I palinsesti della Rai sono stati inconsapevolmente sequestrati da Pippo Baudo, celebrato in morte su tutte le reti pubbliche con un sottinteso di pentimento, credo, per la solitudine alla quale era stato abbandonato in vita, prima ancora che le condizioni di salute lo avessero imprigionato.

Uno come Pippo Baudo, che Emilio Giannelli nella bellissima vignetta di prima pagina del Corriere della Sera ha messo oggi in groppa al cavallo della Rai per il suo ultimo viaggio, non lo si lascia invecchiare senza un ruolo, fosse anche simbolico, in un’azienda che aveva ricevuto da lui più di quanto non gli avesse dato.

         Marco Follini, militante, dirigente e infine storico della Democrazia Cristiana, ha voluto ricordare sulla Stampa l’esperienza amara, credo, vissuta da consigliere d’amministrazione della Rai quando Baudo di fatto “ne venne allontanato” perché “si era scontrato col presidente Manca”. Enrico Manca, socialista, ma non proprio di tendenza craxiana, avendo partecipato con Francesco De Martino, il predecessore di Bettino Craxi come segretario del Psi  alla riduzione del partito a forza subalterna al Pci, annunciando per esempio, sino a provocare le elezioni anticipate del 1976, che mai più i socialisti avrebbero partecipato a governi con la Dc senza l’appoggio dei comunisti. Eppure la Dc era ancora quella di Aldo Moro, presidente del Consiglio in quei tempi.

         Il povero Baudo, liquidato da Manca come “nazionalpopolare”, pur dopo un simile “allontanamento” -ripeto l’espressione di Follini- dalla Rai non trovò nelle televisioni di Silvio Berlusconi le condizioni per svolgere le funzioni di direttore artistico conferitegli dall’editore. E preferì allontanarsene subito e spontaneamente, piuttosto che farsi logorare dalle resistenze e dalle invidie dei colleghi cosiddetti artisti. E lo fece senza intentare cause che avrebbe probabilmente vinto, rimettendoci una ventina di milioni di euro, quanto lui stesso valutò il danno parlandone con distacco nel 2005.

         “Sua Pippità”, come oggi lo lascia sfottere Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, lasciò di stucco con quel gesto di dignitosa insofferenza e protesta “Sua Emittenza” Silvio Berlusconi, come il Cavaliere di Arcore veniva chiamato da avversari, critici ed anche qualche amico spiritoso. Chissà se Pippo Baudo avrà modo di incontrarlo nell’aldilà, e di riceverne le scuse, prima ancora del benvenuto.

Ripreso da http://www.startmag.it il 23 agosto 

Il balenotto Pippo Baudo, di tendenza e amicizia andreottiana

Al pur bravissimo, inesauribile, poliedrico Pippo Baudo, “una persona gentile -ha scritto di lui Walter Veltroni, che di tv capisce forse ben più di politica che pure gli ha dato molto, ma non tutto quello che meritava, francamente- che entrava nelle case senza far rumore, che sapeva fare televisione e spettacolo senza gridare”, non è riuscito ciò che fu possibile invece nel cinema a Greta Garbo e lo è tuttora, per la televisione e la canzone, a Mina. Che a 85 anni di età, quattro in meno di quanti ne avesse compiuti il mio amico Pippo il 7 giugno scorso, riesce a incuriosire e piacere al pubblico per la bravura con la quale gestisce il suo ritiro, non solo la sua vecchiaia. 

         Il ritiro dalla scena è stato vissuto da Pippo con sofferenza, anche fisica. Walter Veltroni, sempre lui, ha raccontato sul Corriere della Sera di aver sentito dire qualche anno fa a Pippo, da lui richiesto come vedesse il futuro: “Domanda difficilissima che, fortunatamente, non mi pongo perché, guardando l’età, guardando il calendario e i giorni che passano, dico: che succede? Quando arriva?”. E Walter ha concluso con una sofferenza partecipe e liberatoria insieme, con sapienza di scrittore e di giornalista restituitoci dal Pd: E’ arrivata, purtroppo”.

         A proposito della politica, Baudo non è stato certo un agnostico: uno tutto spettacolo, studio televisivo, teatro, musica, scherzo, divertimento. E’ stato un figlio, diciamo così, della balena bianca, cioè della Democrazia Cristiana, con le sue correnti più o meno stabili. Alle quali capitava che anche uomini dello spettacolo, e non solo giornalisti, venissero iscritti d’ufficio da esperti veri o presunti di quel partito. Per qualche tempo Pippo si trovò attribuito alla corrente di Ciriaco De Mita, che ad un certo punto consigliò all’amico e potente Biagio Agnes, sopra al cavallo di viale Mazzini, di farla finita con un certo ostracismo al ritorno di Baudo, che aveva abbandonato la Rai per lasciarsi assumere come direttore artistico da Silvio Berlusconi. Il quale però non riuscì a imporlo, o a farlo ingoiare nel Biscione, da cui Pippo uscì anche a costo di rimetterci, per penali e simili, un palazzo che possedeva a Roma, in viale Aventino, a due passi dal centro di produzione Fininvest del Palatino.  Un danno poi calcolato da Baudo attorno ad una ventina di milioni di euro.

         Classificato in senso spregiativo come “nazional-popolare” dal presidente socialista della Rai Enrico Manca, che non gli perdonava di aver lasciato attaccare in una sua trasmissione i socialisti da Beppe Grillo come ladri,  a cominciare da Bettino Craxi, il povero Baudo -che, vi assicuro, personalmente apprezzava il leader del Psi- si fece un po’ tentare dalla politica solo una volta, corteggiato dagli amici di Giulio Andreotti che, a Dc bella che sciolta e sepolta, volevano allestire per un turno elettorale non ricordo più di quale livello, regionale o nazionale, una lista  di sapore terzopolista nella seconda Repubblica bipolare. Lo stesso Baudo mi confidò che, accertatosi personalmente di una certa freddezza di Andreotti per quella iniziativa, che pure gli veniva intestata da cronisti e retroscenisti di prima, seconda e terza fila, si risparmiò. E così rimase andreottiano davvero, come io penso che sia sempre stato fra i balenotti. Siciliano di nascita e andreottiano di spirito, direi. Dell’Andreotti noto per la sua convinzione che a pensare male si faccia peccato ma s’indovini con una certa frequenza. O che il potere logori chi non ce l’ha. O, quasi di conseguenza, che sia meglio tirare a campare che tirare le cuoia.

         La sicilianità o insulirità, diciamo così, irriducibile di Pippo deve avere contribuito a farlo apprezzare in modo particolare dal presidente, sicilianissimo, della Repubblica Sergio Mattarella, che si è detto addolorato della morte di “un protagonista e innovatore della televisione”, capace per professionalità, cultura e garbo di “interpretare i gusti e le aspettative dei telespettatori italiani”. E’ vero.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 30 agosto

In morte di Pippo Baudo, incoronato Re della Tv… pubblica

         In morte a 89 anni compiuti il 7 giugno scorso, spentosi all’ora giusta perché l’annuncio terremotasse le prime pagine dei giornali per lasciargli lo spazio dovuto, all’altezza della sua meritata popolarità, Giuseppe Raimondo Vittorio Baudo, Pippo per gli amici e per il pubblico che lo ha applaudito per una vita, è stato incoronato “Re della Tv”. In particolare, però, della Tv pubblica, della Rai, perché quando arrivò in quella commerciale, portato da Silvio Berlusconi in persona, lui non riuscì a superare resistenze, diffidenze, ostilità vere e proprie dei suoi colleghi, alla direzione dei quali l’editore lo aveva destinato in cuor suo.

         Colpito nell’orgoglio, che aveva e produceva in abbondanza senza bisogno di aiutarsi con qualche medicina, Pippo lasciò il Biscione, anche a costo di pagare una penale pari al valore di un palazzo che aveva all’Ostiense, a Roma, ad un Berlusconi esterrefatto. Che in vita sua, contrassegnata da tanti successi, oltre che guai giudiziari, ha mancato due soli obiettivi: il Quirinale e Pippo Baudo, appunto, alla direzione artistica della sua televisione.

         Quel passaggio, pur breve e sfortunato nella Tv commerciale, costò carissimo a Baudo anche per la fatica che dovette compiere per tornare alla Rai, che pure era destinata a trarne grandi vantaggi nella competizione artistica e commerciale. Quel pur simpatico testone di Biagio Agnes si mise a creagli problemi sino a quando non cedette agli umori e alle simpatie di Ciriaco  De Mita, il Re a suo modo della Dc in quegli anni. Tutto avvenne entro le mura di Roma, senza avventurarsi in Alaska, di attualità in questi giorni, diciamo così.

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