Il ponte lungo di Landini sul campo largo della Schlein e di Conte

         Grazie o a causa, come preferite, di una guerra dolorosa, anzi feroce anche per l’uso, anzi gli usi strumentali cui si presta come quella di Gaza, il segretario della Cgil Maurizio Landini ha aggiunto un altro dei suoi punti lunghi  sul campo largo del Pd di Elly Schlein, del Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte e minori. Che magari non riusciranno a realizzare l’alternativa propostasi al centrodestra della Meloni, come hanno appena sperimentato nelle Marche perdendo le elezioni regionali, e come stanno per sperimentare in Calabria, ma garantiranno -si fa per dire- lunghi week end, proclamando scioperi di venerdì, a chi ha la voglia e la possibilità di goderne. E pazienza per gli altri che potranno o dovranno solo subirli, sentendosi dare dei provocatori o disumani al solo accenno di una protesta. O solo di una riserva.

Non parliamo poi di quando la protesta si traduce in un titolo di giornale o in qualche dichiarazione di parte governativa. Come è accaduto al ministro delle Infrastrutture e vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini quando si è lasciato tentare dall’idea di contrastare con le precettazioni lo sciopero generale proclamato a favore della flottiglia bloccata dagli israeliani nella navigazione verso Gaza. Di cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha avvertito e apprezzato l’umanità -per i soccorsi alimentari destinati ai palestinesi, chiedendo tuttavia di consegnarli al Patriarcato di Gerusalemme offertosi a distribuirli- e la presidente del Consiglio invece la irresponsabilità dello scontro cercato con Israele in un atteggiamento costante di sfida.

Salvini ha rinunciato alle precettazioni, Landini no allo sciopero generale anche quando l’autorità preposta ne ha dichiarato l’illegittimità mancando del preavviso e delle motivazioni necessarie. Un ponte anche illegittimo, quindi, oltre che lungo. Preceduto e accompagnato peraltro da manifestazioni di piazza dai rischi abituali di disordini, a dir poco. “L’Italia in rivolta”, ha titolato entusiasticamente l’Unità di Piero Sansonetti.

La guerra di Gaza, dicevo a proposito della quale si manifesta per terra e per mare, si sciopera e ci si scontra politicamente. Ma è un singolare sbagliato. Dovremmo parlare piuttosto di guerre di Gaza, al plurale. Condotte sul posto e altrove, tutte sulla pelle dei palestinesi. Alla cui tragedia contribuiscono anche quelli che dicono -temo non sempre in buona fede- di volerli difendere ad oltranza, e a qualsiasi costo, anche quello di danneggiarli in un tragico ossimoro.  

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Israele abborda la flottiglia e la sinistra dichiara guerra al governo italiano

         La flottiglia -lasciatemela chiamare in italiano- decisa a forzare il blocco della navigazione verso Gaza è stata scontatamente abbordata dagli israeliani con 20 battelli e 5 gommoni senza effetti “letali”, come promesso dal presidente di Israele all’ambasciatore d’Italia ricevuto in previsione dell’evento.

 I crocieristi sono stati destinati all’espatrio e i loro sostenitori in Italia si sono mobilitati politicamente  e socialmente dichiarando e praticando a loro modo la guerra, tra piazze e scioperi, a cominciare da quello generale di domani, non ad Israele, non avendone i mezzi, o non ancora, ma al governo di Giorgia Meloni. Che, pur avendone denunciato la “irresponsabilità”, per quanto contraddetta o mitigata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, aveva fatto tutto il possibile per proteggerli in navigazione nelle acque internazionali.

         Il proposito dichiarato nelle proteste è quello di “bloccare” l’Italia e i suoi incolpevoli cittadini. Alcuni dei quali applaudono contenti e solidali, come si è vantata in televisione l’ex sindaco di Roma Virginia Raggi. Ma molti di più, credo, non applaudendo per niente, incavolatissimi per pagarne le spese.

A Gaza intanto tutto procede tragicamente come prima. E se qualcosa dovesse davvero cambiare, accadrebbe non per la flottiglia, non per le proteste di piazza, in Italia e altrove, ma per il piano di pace concordato fra Trump e Netanyahu alla Casa Bianca e proposto ai paesi dell’area mediorientale. E persino ad Hamas, l’organizzazione terroristica che ha provocato la tragedia in corso prima facendo dei palestinesi i loro ostaggi, costruendo sotto le loro case, scuole, ospedali, chiese, piazze e strade gli arsenali di guerra contro Israele e poi eseguendo il pogrom del 7 ottobre di due anni fa.

         Questa non credo che sia una storia o cronaca provocatrice. Non lo è almeno nella percezione e nella volontà di chi l’ha così riassunta. E chi vi dovesse vedere invece della provocazione lo farebbe provocando ancora di più.

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Tutte le sorprese, proprio tutte, dell’andreottiano Vittorio Sgarbi

         Diavolo di un uomo, di un depresso in convalescenza e di un critico d’arte impareggiabile anche nel praticarla mediaticamente, riuscendo ad occupare le prime pagine dei giornali anche con tutti i casini e le guerre raccontate dalle cronache, Vittorio Sgarbi non so se meriti la nomina a senatore a vita chiesta per lui al presidente della Repubblica da qualche parte in questi giorni. Di sicuro merita i complimenti per come riesce a gestire anche le sue difficoltà sorprendendo  tutti, amici e non.

         A 73 anni compiuti e a 71 chili ai quali si è ridotto da solo con la depressione, rifiutando il cibo prima ancora che adeguandosi alla dieta prescrittagli dai medici, Vittorio Sgarbi ha deciso domenica scorsa come elettore nelle Marche di fare parte della metà dei votanti, non degli astenuti come forse ci si poteva aspettare. E’ andato alle urne giusto per votare il presidente uscente, amico e confermato della regione Francesco Acquaroli, non altro. Non anche il suo partito, visto che Giorgia Meloni, come lui stesso si è doluto parlandone con Cazzullo, non si è mai fatta sentire pur sapendo delle sue condizioni malferme di salute e dell’amarezza procuratagli dalla figiia Evelina chiedendo ai magistrati di togliergli la gestione dei beni. Dopo averlo peraltro messo sotto indagini per conflitto d’interessi, quanto meno, determinandone peraltro l’uscita dal governo in carica.

         Sul piano politico, oltre che umano, Sgarbi ha voluto sorprendere amici e non -di nuovo- iscrivendosi all’area, diciamo cosi, andreottiana. Di Giulio Andreotti, cioè, la buonanima del sette volte presidente del Consiglio e ancora di più ministro che attribuiva al potere virtù taumaturgiche, danneggiando solo chi non lo ha, o lo perde.

         Infatti Sgarbi ha raccontato di essere entrato nel lungo tunnel della depressione dopo essere stato estromesso da sottosegretario ai beni culturali. Dimesso più che dimessosi dalla Meloni e dall’allora ministro Gennaro Sangiuliano, che però non ne ha ricavato vantaggi per avere poi dovuto lasciare anche lui, in modo anche più clamoroso.

Elly Schlein in radiologia dopo la spallata fallita al governo

Del “tanto impegno” che la segretaria del Pd Elly Schlein ha assicurato di avere messo nella campagna elettorale nelle Marche non c’è dubbio. L’hanno vista arrivare dappertutto. E se ne sono accorti, diversamente da quanto accadde, sempre nei suoi racconti, nel partito quando ne scalò e conquistò il vertice ribaltando l’esito del voto degli iscritti , che si erano pronunciatosi per il suo concorrente Stefano Bonaccini. Il quale oggi l’assiste come presidente fra il malumore e le proteste anche pubbliche di quanti, avendolo sostenuto, se ne aspettavano una condotta di contenimento, non di fiancheggiamento della Schlein,, quale invece è avvertito almeno da una parte dei riformisti, come si chiamano quelli della minoranza.

         Anche dell’esito negativo o “insufficiente”, come lo chiama lei, di tanto impegno elettorale non c’è dubbio. Ha stravinto con otto punti di vantaggio il presidente uscente di centrodestra delle Marche, Francesco Acuqaroni. E straperso, conseguentemente, il candidato del campo una volta tanto davvero largo, da Matteo Renzi a Giuseppe Conte: Matteo Ricci, europarlamentare e già sindaco di Pesaro con qualche pendenza giudiziaria per la sua attività di amministratore che avrebbe potuto aiutarlo, visti gli effetti anche controproducenti che riescono a produrre certe iniziative, ma che stavolta sono mancati.

         Gli elettori delle Marche hanno visto arrivare nelle loro piazze la segretaria del Pd, sono magari andati anche a sentirla, più giovani che anziani, come ha raccontato il capogruppo del Pd al Senato Francesco Boccia, ma poi hanno disertato i seggi elettorali. “Piazze piene, urne vuote”, aveva gridato già nel 1948 a livello nazionale il socialista Pietro Nenni commentando la sconfitta del cosiddetto fronte popolare.

         Metà elettorato nelle Marche è rimasto a casa abbassando di dieci punti l’affluenza delle precedenti elezioni regionali, solo cinque anni fa. E sono state proprio le assenze a fare e produrre la differenza, diciamo così. facendo fallire non solo la corsa di Matteo Ricci e del campo largo alla presidenza della regione, ma anche la spallata al governo di Giorgia Meloni che la Schlein si era proposta. E che anche l’impietoso manifesto le ha ricordato.

         Per scherzo, ma non troppo, si può ora immaginare la segretaria del Pd in radiologia per un accertamento delle condizioni della sua spalla sinistra, ma anche della destra. In attesa che poi il partito, magari non subito ma dopo le altre tappe di questa campagna elettorale d’autunno, le faccia il suo esame politico, decidendo se avvicinare o allontanare un congresso di verifica, di chiarimento o come altro si vorrà o potrà chiamare.

         A livello rigorosamente di partito, in cinque anni dalle precedenti elezioni regionali, il Pd è sceso dal 25,1 al 22,5 per cento dei voti perdendo il primo posto della classifica generale. Ma ancora più visibilmente e significativamente i fratelli d’Italia della Meloni sono saliti dal 18,7 al 27,4 per cento, saltando al primo posto. E forse archiviando, credo, del tutto la storia di sinistra delle Marche, dove la destra è stata vissuta negli ultimi anni, sempre da sinistra, come usurpatrice.

Pubblicato sul Dubbio

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Doppia sia la vittoria sia la sconfitta elettorale nelle Marche

         Già avvertita persino al Nazareno alla fine della prima giornata di votazioni con l’affluenza alle urne calata di 5 punti rispetto all’analoga prima giornata di cinque anni fa, la sconfitta del centrosinistra orgogliosamente sfidante con la candidatura di Matteo Ricci alla presidenza è arrivata in tutta la sua concretezza nella regione marchigiana. La seconda mezza giornata di votazioni ha persino aggravato la situazione con la fuga dalle raddoppiata: da cinque a 9,7 punti, quasi 10.

         Le Marche sono quindi rimaste saldamente nelle mani del centrodestra. L’assalto agguerrito del cosiddetto centrosinistra o campo largo anziché portare più gente alle urne ne ha allontanata ulteriormente. Gli elettori sono stati meno sprovveduti di quanto non avessero immaginato gli avversari del presidente uscente Francesco Acquaroli contrapponendogli un cartello eterogeneo come un’Armata Brancaleone. Come a livello nazionale nel 1994 la famosa allegra “carovana” dell’ultimo segretario del Pci e primo del Pds, Achille Occhetto, contro Silvio Berlusconi. Sono passati 31 anni inutilmente per la sinistra, ostinata nel rifiutare la pratica e la logica di coalizioni fatte di programmi più che di ostilità, di rancori, di velleità.

         Eppure le Marche erano apparse alla segretaria del Pd e alleati la regione più contendibile al centrodestra delle tre contenute nel pacchetto elettorale di questo autunno, comprensive anche del Veneto e della Calabria. Erano state scambiate le Marche dell’improbabile Matteo Ricci per una proiezione italiana dell’Ohio americano, lo Stato civetta, diciamo così, degli Stati Uniti che abitualmente riflette nelle urne l’orientamento vincente a livello confederale.

         Vale doppia la sconfitta subita nelle Marche dalla sinistra, come sul versante opposto la vittoria della destra con otto punti di distacco, quanti sono stati quelli accumulati da Acquaroli rispetto a Ricci, arrivati al 52,5% e al 44,4 % dei voti.   Vale per la sconfitta in sé, e per quel supplemento di vittoria che la sinistra aveva accarezzato sognando di prevalere. Vale a dire lo sconquasso del centrodestra a livello addirittura nazionale per un “fallo di reazione” – così definito, in particolare, dal capogruppo del Pd al Senato Francesco Boccia, gran consigliere e amico della Schlein- attribuibile ad una Meloni sconfitta e decisa a rifarsi rivendicando per i suoi fratelli d’Italia la candidatura alla presidenza del Veneto prenotata invece dai leghisti per il loro vice segretario Alberto Stefani, non potendo essere ricandidato il governatore uscente Luca Zaia.

         Ma già prima del risultato marchigiano, prevedendolo con più realismo degli avversari, la Meloni aveva rovesciato a mezzo stampa la ricotta di Boccia confermando l’appoggio alla candidatura veneta di Stefani. Non ne azzeccano una i campisti del Nazareno e dintorni.  Campisti, naturalmente, da campo largo, o santo, o largo e santo.  

Dal casino giudiziario di Garlasco al casinò di Campione d’Italia

Clamorosamente indagato a Brescia dai suoi ex colleghi per il sospetto di essersi lasciato corrompere salvando per due volte Andrea Sempio nella vicenda del delitto di Chiara Poggi a Garlasco, l’ex procuratore aggiunto di Pavia  Mario Venditti mi sembra un uomo, per ora, di sicuro sfortunato. Per il quale non avverto ma soprattutto non esprimo pena per il significato negativo che generalmente si attribuisce a questa parola, o sentimento. Egli merita comunque il rispetto dovuto ad una persona  innocente “sino alla condanna definitiva”, com’è scritto nell’articolo 27 della Costituzione, quasi fra i primi considerando i 139 complessivi, e al netto delle 18 “disposizioni transitorie e finali”. Un articolo che penso fra i più diffusamente violati dalla cultura e dalla pratica, anche o soprattutto giornalistica, del giustizialismo contrapposto al garantismo.

           A Mario Venditti è innanzitutto capitata la sfortuna, non credo proprio cercata, di lavorare come inquirente su un caso complicatissimo, del quale basta citare la data d’inizio -il lontano 2007, ben 18 anni fa- per farsene un’idea. Un caso per il quale è stato condannato in via definitiva l’ex fidanzato della vittima, Alberto Stasi, che ha continuato a scontare la sua pena anche dopo e mentre venivano aperte o riaperte altre indagini. Una circostanza, questa, che da sola dovrebbe consigliare prudenza. Non dico altro sul merito delle indagini. Basta e avanza l’incredulità espressa da un uomo dell’esperienza giudiziaria di Carlo Nordio, che oggi assiste a questa singolare vicenda anche come ministro della Giustizia. E che ha ricevuto dal difensore di Venditti la richiesta di disporre un’ispezione a Brescia, la sede competente ad occuparsi di un magistrato che ha operato a Pavia. 

         La ciliegina, diciamo così, sulla torta che a 72 anni compiuti    è toccata a Mario Venditti di vedersi servita dagli ex colleghi è un po’ quella dell’incarico attuale che l’ex magistrato ricopre: presidente del Casinò, con l’accento sulla vocale finale, di Campione d’Italia. Il cui il sindaco ne ha chiesto le dimissioni per le intervenute difficoltà giudiziarie.

 Diavolo, anche questo doveva capitare all’ex procuratore aggiunto.  Un incarico che barzellettari, vignettisti e simili saranno probabilmente tentati, nel solito, impietoso esercizio della satira, di associare ai soldi.  Che nelle sale da gioco saltano da un numero all’altro, da una ruota all’altra, come quelli finiti nelle carte delle indagini di Brescia: fra i 20 e 30 euro, moltiplicati per mille dalle cronache e dai sospetti accoppiati al nome di Venditti nell’appunto sequestrato ai genitori di Sempio. Soldi che per un altro documento acquisito dalle indagini confluirebbero in qualche modo nei 46 mila euro movimentati a suo tempo nei conti dei familiari, sempre di Sempio, attribuibili a compensi ed altro pagati per la vicenda giudiziaria intestata al delitto di Chiara Poggi.

         Qualcuno magari vi riderà sopra, col cinismo della cronaca e della casualità. Ma, francamente, c’è ben poco di cui ridere, O, magari, solo da sorridere.

Pubblicato sul Dubbio

Schlein & soci hanno messo in fuga i marchigiani dalle urne

Meno male che la segretaria del Pd Elly Schlein aveva personalmente battuto le Marche con la pancia, come dicevano al Nazareno commentandone il forte attivismo per trasformare le elezioni regionali nella occasione della vera svolta. Dello scacco matto al centrodestra e alla premier Giorgia Meloni in persona.

Non so in quali condizioni la segretaria del Partito Democratico abbia ridotto la sua pancia, e gli abiti. Certo, ha ridotto malissimo quelli del partito, dove molti faticheranno a sostenerla nell’inevitabile dopo-voto, per quanto la perdurante campagna elettorale per le altre regioni al voto potranno funzionare da freno. O quanto meno dare alla Schlein il motivo o il pretesto di differire la partita per attendere l’esito di tutto il campionato autunnale, diciamo così.

         Se è vero che di lei ha detto, vantandosene e vantandola, qualche giorno fa in un’intervista al Foglio il capogruppo al Senato Francesco Boccia, che cioè riesce a riempire le piazze di giovani, strappandoli alla tentazione e alla pratica dell’astensionismo elettorale, e riducendo a poche le teste di capelli bianchi, nelle Marche dev’essere accaduto qualcosa che da sola segna la sua sconfitta, prima e ancor più della sconfitta del suo candidato Matteo Ricci, sostenuto dal famoso, cosiddetto campo largo o santo. E’ accaduto che i giovani si siano tenuti ancora più lontani dalle urne. E a loro si siano aggiunti anche gli anziani post-comunisti abituati da una vita a ingoiare tutti i rospi del loro partito.          L’affluenza alle urne marchigiane rispetto alle precedenti, analoghe elezioni di cinque anni fa, è diminuita di cinque punti nella prima giornata intera di votazione, e di altrettanti ancora nella seconda metà giornata, salendo quindi complessivamente a quasi dieci punti. Caspita, complimenti. Questo è l’unico o il maggiore dato che la segretaria del Pd può vantare col segno più.

Del resto si potrebbe dire del Pd non dico come di Gaza, per carità, con tutto il suo dramma autentico e al netto dei giochi politici anche interni alla politica italiana che si fanno alle spalle di quella gente sequestrata dai terroristi palestinesi, prima ancora che colpita dagli israeliani; non dico come di Gaza, dicevo, ma di una regione devastata dal maltempo sì.

         E’ stato per la Schlein di ben scarso risultato l’abbraccio cercato e infine ottenuto con Giuseppe Conte nelle Marche, con la sua “testarda” ricerca dell’unità a sinistra per scongiurare non più soltanto un’altra vittoria elettorale nazionale di Meloni, fra due anni, ma ora anche o soprattutto una sua prenotazione del Quirinale, per quando scadrà il secondo mandato di Sergio Mattarella, fra quattro anni. Un’ambizione legittima, se fosse davvero coltivata, da parte di una premier che avrà nel frattempo maturato l’età di almeno 50 anni richiesta dalla Costituzione, ma diventata ormai l’ossessione dei vertici del Nazareno: dal già citato Francesco Boccia all’ancor più terrorizzato, anche fisicamente con quella dieta che si è imposta e la barba che gli avvolge il viso, Dario Franceschini. Anche lui abbandonatosi nei giorni scorsi alle confessioni col Foglio dopo averne parlato, credo, col Conte delle 5 Stelle.

         Vasto programma, direi, alla maniera gollista questo dei vertici del Nazareno, in fondo irriguardosi verso lo stesso presidente in carica, quello di fare cominciare con tanti anni di anticipo la cosiddetta corsa al Quirinale, come ai tempi di quella che ci siamo abituati a chiamare Prima Repubblica. Quando accadeva anche che lo sconfitto in una edizione della corsa al Colle si preparava, con un misto di rassegnazione e di spirito competitivo, se non addirittura di rivalsa, a quella successiva, dopo sette anni. La buonanima di Giovanni Spadolini, per esempio, sconfitto nel 1992 da Oscar Luigi Scalfaro, si consolò con me al telefono calcolando che dopo 7 anni avrebbe avuto la stessa età del presidente appena eletto. E ne ridemmo insieme. O fingemmo di ridere, entrambi.

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Fiato sospeso al Nazareno per il calo di affluenza elettorale nelle Marche

         Fiato sospeso al Nazareno dopo avere constatato il calo d’affluenza alle urne nelle Marche alla fine della prima giornata di votazioni: 37,7 per cento contro il 42,7 di cinque anni fa. Se e di quanto potrà risultare un recupero alla chiusura dei seggi, alle ore 15 di oggi? Esso serve generalmente più al concorrente, in questo caso l’europarlamentare del Pd Francesco Acquaroli, già sindaco di Pesaro, che al presidente uscente e ripropostosi Francesco Acquaroni, sostenuto dal cosiddetto campo largo aspirante all’alternativa al centrodestra anche a Roma. Un campo che ha molto scommesso sul voto marchigiano nella sua prospettiva nazionale ritenendo questa regione la più contendibile fra le tre guidate dal centrodestra e interessate a questa stagione elettorale d’autunno. Le altre due sono il Veneto e la Calabria. Quelle che invece il centrosinistra già detiene con buone probabilità di conservarle sono la Puglia e la Campania, dove il centrodestra non a caso arranca ancora a trovare un candidato da opporre, rispettivamente, ad Antonio Decaro e a Roberto Fico, rispettivamente del Pd e del Movimento 5 Stelle.

         A peggiorare gli umori al Nazareno alla fine della prima giornata di votazioni nelle Marche è stata anche la notizia, raccolta con una certa evidenza in prima pagina oggi dal Fatto Quotidiano, di un accordo ormai intervenuto nel centrodestra sulla candidatura di un leghista per la successione ad un altro leghista, il governatore uscente Luca Zaia, in Veneto. Dove invece il Pd, secondo un’intervista rilasciata alla vigilia del voto dal capogruppo al Senato Francesco Boccia, contava- e conta ancora per qualche ora- su un “fallo di reazione” di Giorgia Meloni ad una sconfitta del suo candidato nelle Marche. Il “fallo”, in particolare, della pretesa della presidenza del Veneto, sino a sfasciare la coalizione anche a livello nazionale.

         L’implosione del centrodestra è notoriamente la speranza maggiore al Nazareno. Dove, dietro la facciata di una sicurezza di vittoria ai punti del cosiddetto centrosinistra, ostentata dalla segretaria del partito Elly Schlein correndo per le Marche fra visite e comizi, si sa che il campo delle opposizioni proprio per la sua larghezza, e le sue contraddizioni interne di programma e di ambizioni personali a Palazzo Chigi, non ha per niente la strada spianata verso una vittoria quando si rinnoveranno le Camere. O una rivincita rispetto alla cocente sconfitta del 2022.  

Se davvero piovessero anche in Italia i droni di Putin…

         Il presidente ucraino Volodymir Zelensky con la competenza che si è tragicamente fatta in tema di droni russi, ne prevede o persino avverte un po’ destinati anche all’Italia per sfidare la Nato pure sul fronte meridionale, e non solo su quello settentrionale.

  Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, nonché vice presidente del Consiglio, si è affrettato ad assicurare che la contraerea italiana vorrà e saprà intercettare e abbattere i droni di Putin. Forse troverà il modo e la voglia di parlarne anche il ministro della Difesa Guido Crosetto, si spera per confermare il collega di governo, non una propria, recente e poco rassicurante rivelazione sulla impreparazione dell’Italia a fronteggiare condizioni belliche sul territorio nazionale. Su quello internazionale forse no, vista la partecipazione italiana a tante e anche appezzate missioni internazionali dichiaratamente di pace ma esposte quanto mano a rischi di guerra, come sanno i contingenti in Libano, per esempio.

         Personalmente mi auguro che Zelensky abbia compiuto un eccesso di previsione e avvertimento. E, paradossalmente, non per il timore di verificare se delle condizioni militari italiane sia più informato il ministro degli Esteri o il ministro della Difesa, ma per lo spettacolo politico che deriverebbe da un attacco russo. Al quale già vedo le opposizioni scatenate a dubitare della provenienza dei doni e a reclamare la corsa della premier Giorgia Meloni in Parlamento dove poterle non assicurare un momento di quella che una volta si chiamava “solidarietà nazionale”, o di emergenza, ma addebitarle la responsabilità di avere portato “in guerra” l’Italia con la sua politica estera. Che l’ex premier Giuseppe Conte, aspirante a un ritorno a Palazzo Chigi, in concorrenza con la segretaria del Pd Elly Schlein definisce pavida nei giorni pari e bellicista nei giorni dispari.  

         Sarebbe ben triste, e soprattutto pericoloso, sperimentare insieme la tenuta militare e quella politica dello stivale italiano della Nato.

Ripreso da http://www.startmag.it

Al voto nelle Marche e Val d’Aosta con ambizioni e fantasie nazionali

 Siamo dunque alla prima domenica di questa stagione elettorale di livello regionale, nella quale sono destinate a cadere come foglie d’autunno almeno alcune delle ambizioni nazionali come al solito coltivate all’ombra di votazioni locali. Specie per l’appuntamento di oggi nelle Marche, vista la particolarità del voto in Valle d’Aosta, una regione già speciale di suo. Dove il presidente, tanto per cominciare, non viene eletto direttamente dai cittadini ma dai consiglieri regionali.

Nelle Marche si vedrà domani, con i risultati dopo la mezza e seconda giornata di votazioni, se a cadere sarà la foglia di una conferma del presidente uscente di centrodestra della regione, il meloniano Francesco Acquaroli, rimasto in testa nei sondaggi regolari, superato solo da uno irregolare, fuori tempo, smentito anche dall’istituto cui era stato attribuito. O cadrà invece la foglia non tanto del concorrente del cosiddetto centrosinistra Matteo Ricci, europarlamentare e già sindaco di Pesaro, partito in svantaggio anche per una inchiesta giudiziaria dal solito, lungo percorso, quanto dei dirigenti nazionali del suo partito, il Pd. Che hanno pubblicamente sognato prima la sconfitta di Acquaroli e poi la conseguente esplosione del centrodestra a livello nazionale per una reazione “fallosa” della Meloni prevista o auspicata in particolare dal capogruppo de Pd al Senato Francesco Boccia. Che si aspetta, in particolare, da una premier sconfitta la rivendicazione di un suo candidato alle successive elezioni regionali in Veneto. Dove i leghisti reclamano la successione al loro governatore uscente Luca Zaia, impossibilitato a correre personalmente dal divieto legislativo del terzo mandato.

“Io conosco Meloni. Farà il fallo di reazione -ha detto testualmente Francesco Boccia- chiedendo a Salvini la guida del Veneto. Gielo toglierà. A quel punto si sfasceranno” anche a livello nazionale, ha scommesso il dirigente del Pd con l’aria della ragazza della fiaba che porta la ricotta al mercato immaginando la catena dei guadagni che potrebbe ricavarne. E finendo, notoriamente, col perdere la ricotta prima ancora di poterla vendere. 

D’altronde, lo stesso Boccia fantasticando nei corridoi del Senato con un giornalista del Foglio che pendeva appunti è un po’ tornato da solo con i piedi per terra dicendo che, per quanto sia brava Elly Schlein a Roma e Matteo Ricci sul posto, la partita della sinistra nelle Marche si gioca “fuori casa”. E se dovesse essere persa dal suo Pd non produrrebbe sfasci interni, ma solo “un momento di confronto senza drammi”, trattandosi di “un grande partito” fornito di “tutti gli strumenti” necessari per preservare “l’unità”: non solo quella di carta alla quale sono ancora intestate le feste annuali.

Siamo insomma al famoso ottimismo della ragione che prevaleva sul pessimismo della ragione già nel pensiero di Antonio Gramsci, fondatore dell’Unità, al maiuscolo.  

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