Le cronache sempre più gialle della politica italiana

Il caso Garofani, dal cognome del consigliere del presidente della Repubblica ascoltato e forse anche registrato mentre “chiacchierava” di politica in spirito di opposizione, diciamo così, con amici sportivi al ristorante, rimane nelle cronache politiche nonostante sia stato chiuso da Sergio Mattarella in persona e da Giorgia Meloni in un incontro chiarificatore. Che, non essendosi rivelato sufficiente per qualche ora, è stato seguito da un comunicato ufficiale del partito della premier di una chiusura ancora più esplicita, con la conferma della fiducia al Capo dello Stat, pur se non votato dalla destra -se non ricordo male- né la prima volta né dopo, al rinnovo del mandato.

         Perché il caso sopravvive nelle cronache e nelle polemiche che si alimentano a vicenda? Esse saranno magari superate, augurabilmente, lunedì dai risultati delle elezioni regionali in Puglia, Campania e Veneto e dalle discussioni che ne deriveranno a livello nazionale perché chiudono un turno di votazioni locali in cui tutti i partiti si sono spesi come in una prova significativa di metà legislatura. Una metà un po’ abbondante perché sono ormai passati più di tre dei cinque anni della legislatura a maggioranza di centrodestra. O di destra-centro, come preferiscono dire orgogliosi a destra e preoccupati a sinistra.

         Perché, ripeto, tanta ostinazione ad allungare il brodo di quella cena galeotta di Francesco Saverio Garofani? Per la speranza e quant’altro dei giornali di migliorare le vendite in edicole peraltro in calo anch’esse?  Per i soliti esercizi muscolari di partiti e relative correnti?        O, più semplicemente e sconsolatamente, per la responsabilità che abbiamo un po’ tutti noi del mestiere, diciamo così, chi più e chi meno, chi ingenuamente e chi malevolmente, di dipingere sempre più di giallo, in senso non cinese ma letterario, la politica e le sue cronache. Che pure nascono professionalmente bianche. In Cronaca, con la maiuscola, dove la generalità dei giornalisti si è fatta le ossa ce n’erano e dovrebbero essercene ancora di due colori: nera per raccontare i fattacci e bianca, appunto, per raccontare i fatti e fattacci politici e amministrativi locali. Un bianco diventato a livello anche nazionale sempre più giallo, né cinese -come ho già scritto- né pontificio. Cui posso avere contribuito anch’io, per carità, almeno una decina di migliaia di volte in una sessantina d’anni di professione.   

         In politica tutto ha, deve avere, anche se in realtà non lo ha o non l’ha più, un sommerso: una cronaca senza retroscena, senza sospetti, senza problematicità, senza un peccato di indovinamento di memoria andreottiana, è considerata una minestra sciapa, senza sale.

         Così il Garofani dello “scossone”, o qualcosa di simile, di cui avrebbe bisogno l’opposizione, al singolare, per diventare davvero alternativa e scongiurare prima la vittoria elettorale della Meloni fra due anni e poi, dopo altri due, la sua ascesa in carne e ossa, non in spirito, al Colle più alto di Roma, si è materializzato in una mail di un certo banale, banalissimo Mario Rossi alle redazioni dei giornali per riconoscere, sottolineare e quant’altro la debolezza della segretaria del Pd Elly Schlein nell’allestimento del cosiddetto campo largo. Di cui del resto il potenziale alleato Giuseppe Conte, con l’aureola delle cinque stelle del suo movimento, non vuol sentire neppure parlare.       O si è forse voluto fare emergere, capire la sofferenza che costerebbe al presidente della Repubblica la dovuta convivenza istituzionale con una Meloni carina ma troppo di destra e persino borgatara. O si è cercato di mettere una zeppa clamorosa fra presidente e premier facendo perdere la testa al capogruppo parlamentare della destra alla Camera Galeazzo Bignami, che ha fatto  sostanzialmente da sponda a un “piano”, complotto e simili avvertiti o denunciati dalla Verità di Maurizio Belpietro. O addirittura -udite, udite- si è voluto fare esplodere all’interno del centrodestra una concorrenza spietata fra gli aspiranti al Quirinale del 2029: la Meloni, il suo ministro della Difesa e collega di partito Guido Crosetto, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, specie se la sua riforma della magistratura dovesse superare il referendum confermativo di primavera. Nordio, d’altronde, è già stato una volta il candidato cosiddetto “di bandiera” della destra al Quirinale.

         La squadra di centrodestra della prossima corsa al Quirinale, sempre stando alla cronaca gialla della politica, è ancora più nutrita. Mi fermo qui solo per ragioni di spazio, non per fare torto a qualcuno.

Pubblicato sul Dubbio

Le vertigini procurate dalla lettura delle cronache politiche

Per quanto abbia trascorso una vita raccontando la politica, prima ancora di analizzarla o commentarla con direttori anche di una certa esigenza, diciamo così, come Indro Montanelli,  che era di una curiosità insaziabile, sto provando autentiche vertigini nella lettura del fumettone levatosi sulle “chiacchiere” ammesse da un consigliere del presidente della Repubblica -Francesco Saverio Garofani- a tavola con amici, registrate e pervenute dopo qualche giorno alle redazioni con posta elettronica, su tutto ciò che ne è seguito.

         Fra tutte le fantasiose ricostruzioni e letture dell’accaduto manca ormai solo l’estrema, chiamiamola così. Che potrebbe essere quella di un’operazione che avrebbe sorpreso per finta il presidente Mattarella, in verità interessato a far sapere all’esterno la sofferenza con la quale convive istituzionalmente con una presidente del Consiglio quanto meno scomoda. E messasi per giunta in testa di succedergli fra quattro anni al Quirinale rompendo un doppio cristallo, umano e politico: la prima donna al vertice dello Stato e la prima leader dichiaratamente, orgogliosamente di destra.

         In attesa di questo retroscena estremo, ripeto, una delle prime firme del Corriere della Sera, Monica Guerzoni, dal cognome a me caro del compianto portavoce dell’ancor più compianto Aldo Moro, ha voluto fornire ai lettori, pur nell’onesto sospetto di un’immersione nella “fantapolitica”, l’ipotesi – testuale- che “dietro lo scontro su Garofani possa esserci il “duello” tra Meloni e Crosetto”. Cioè tra la presidente del Consiglio e il ministro della Difesa, a dispetto della foto storica di un’ancor più giovane e già promettente Meloni sollevata fra le braccia di un Crosetto colossale come il Kin Kong cinematografico.   

         “Entrambi -ha scritto, spiegato e quant’altro Monica, che chiamo per nome con spirito paterno per età e colleganza professionale- hanno chanche di approdare al Quirinale. La prima ci arriverebbe sull’onda dei voti di un centrodestra vittorioso alle politiche del 2027, mentre il secondo potrebbe salire al Colle grazie ai suffragi di un buon fronte bipartisan”. Sul quale Crosetto -cerco di spiegare meglio anch’io seguendo Monica nella volata- potrebbe contare per essersi  trovato in questi giorni di guerre vere e permanenti più in sintonia col Capo dello Stato, che è anche -non dimentichiamolo- capo delle Forze Armate, oltre che presidente del Consiglio Superiore della Magistratura in edizione ancora unica. Per simpatia, diciamo così, attrazione magnetica e spirito di continuità, pur divisa sul fronte internazionale, vanificando così ulteriormente la prospettiva di un’alternativa al governo di centrodestra, la sinistra fra quattro anni dalla posizione confermata di opposizione potrebbe quanto meno ingoiare il rospo di Crosetto al Quirinale e continuare a osteggiare la Meloni a Palazzo Chigi.

         Che cosa c’entri esattamente una ipotesi del genere con tutto l’ambaradam della cena galeotta del consigliere di Mattarella in un ristorante terrazzato di Roma con vista su Piazza Navona, della registrazione delle sue parole mandate in onda per internet sulla situazione politica, e di un piano, complotto o quant’altro per contenerla o cambiarla, si stenta un po’ a capire. Anche da parte di chi, ripeto, è alquanto abituato alla cronaca politica e ai suoi dintorni e contorni. Ma fa curiosità lo stesso. Luccica più o meno a intermittenza e prenota il suo posto, a poco più di un mese dalle feste di fine anno, sugli alberi natalizi.

         Visto che ho già ricordato Moro scrivendo del suo portavoce, mi sovviene anche lo sfogo ch’egli fece pure contro di me e il comune amico Guido Quaranta, sfuggiti al controllo della scorta sul lungomare di Terracina nell’estate del 1968, per la troppa fantasia con la quale i giornali ritenevano di interpretare e anticipare  le sue reazioni dopo essere stato rimosso dalla Presidenza del Consiglio dai suoi colleghi di partito smaniosi di sostituirlo per offrire ai socialisti di Francesco De Matino un’edizione “più coraggiosa e incisiva” del centro-sinistra, ancora col trattino.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 22 novembre

Chi vuole tenere ostinatamente aperto il caso chiuso al Quirinale

         Pur chiuso a doppia mandata, prima da Sergio Mattarella e Giorgia Meloni direttamente, in un incontro di una ventina di minuti al Quirinale chiesto dalla stessa Meloni, e poi da un comunicato del partito della premier che aveva acceso le polemiche chiedendo un chiarimento, evidentemente intervenuto, continua a produrre polemiche e manovre il caso del consigliere del presidente della Repubblica, Francesco Saverio Garofani, sorpreso in un ristorante romano con terrazza affacciata su Piazza Navona  a discutere con sedici amici di politica e di scenari augurabilmente, per lui, contrari al governo di centrodestra.

 Il consigliere di Mattarella, proveniente come il Presidente  dalla sinistra democristiana   ed esperto dei problemi di Difesa, con la maiuscola, che Mattarella conosce bene già di suo anche per esserne stato il ministro, continua ad essere usato come una clava contro il Capo dello Stato, colpevole di non avere rimosso il suo collaboratore. Anzi, di avergli confermato stima e amicizia, secondo quanto lo stesso Garofani ha raccontato in una intervista al Corriere della Sera confermando di essersi abbandonato, a dir poco, a una “chiaccherata” con amici.

         A tenere aperto ancora il caso, sviluppando polemiche e aprendone di nuove, è naturalmente il giornale che l’aveva aperto – La Verità di Maurizio Belpietro-diffondendo fra virgolette le parole di Garofani ed estendendole imprudentemente ad altri collaboratori di Mattarella neppure presenti alla cena galeotta. Ma gridano e protestano anche giornali dichiaratamente indipendenti e tuttavia schierati, un po’ come partiti, contro il governo e la sua maggioranza. Come il Domani dell’editore Carlo De Benedetti, che ha riferito vistosamente in prima pagina dell’incontro chiarificatore fra Mattarella e Meloni e del successivo e conclusivo comunicato del partito della premier titolando sullo “scontro totale”.

         Quando l’informazione, pur in nome della libertà di opinione, per carità, si sovrappone e schiaccia la politica, rendendosene parte, sino a scavalcare i partiti e gruppi di opposizione, o di maggioranza sul versante opposto, tradisce se stessa, i lettori e gli elettori.

         Il caso, ripeto, è chiuso. Il resto è chiacchiera, per restare al linguaggio e all’incidente del consigliere graziato da Mattarella lasciandolo al suo posto.    

Le affinità obbligate di Sergio Mattarella e Giorgia Meloni

Le affinità fra Sergio Mattarella e Giorgia Meloni, uno presidente della Repubblica e l’altra presidente del Consiglio, non saranno elettive, come quelle del celebre, omonimo romanzo di Goethe, ma sono sicuramente istituzionali. Funzionali alla tenuta del sistema, e non solo alla stabilità politica che contrassegna anche all’estero, forse ancor più che all’interno, il governo italiano in carica da più di tre anni. Sono affinità che resistono -debbono resistere, direi- agli infortuni ai quali è esposta sempre la politica, specie in passaggi difficili e delicati come sono di norma quelli elettorali, anche di livello regionale come domenica prossima in Puglia, Campania e Veneto, a conclusione di un turno cominciato a fine settembre nelle Marche.      

         Il Capo dello Stato e quello del Governo, rigorosamente al maschile preferito dalla Meloni, si sono trovati accomunati dall’imbarazzo procurato loro, rispettivamente, da un consigliere e da un capogruppo parlamentare. Il consigliere è quello della Difesa al Quirinale, l’ex parlamentare Francesco Saverio Garofani, e il capogruppo è quello dei fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami.

         Garofani è stato sorpreso in una “chiacchierata fra amici”, come lui stesso l’ha definita non potendola evidentemente smentire, in un ristorante romano sulle prospettive quirinalizie della Meloni, quando scadrà il secondo mandato di Mattarella, e su uno “scossone” che potrebbe o dovrebbe comprometterle. E ciò a vantaggio dell’alternativa al centrodestra che la segretaria del Pd Elly Schlein fatica, a dir poco, a costruire in un campo forse troppo largo ed eterogeneo. Dove si scontrano e si intrecciano ambizioni personali e distanze, a dir poco, programmatiche, di natura interna e ancor più internazionale.

         Bignami non è stato sorpreso ma di proposito ha cavalcato l’infortunio di Garofani reclamando smentite come se davvero, secondo la versione e la titolazione del giornale La Verità, autore dello scoop, al Quirinale ci fossero consiglieri, al plurale, e forse anche altri ancora impegnati a preparare “un piano” contro il governo e la sua maggioranza di centrodestra. E’ seguita una dura e comprensibile reazione a dir poco infastidita, diciamo pure irritata, degli uffici di Mattarella.

         Come in un’arena col toro, si è scatenata sui giornali, a cominciare da quelli maggiori, una rappresentazione bellica dell’accaduto e, più in generale, della situazione, non bastando evidentemente le guerre che continuano, in Ucraina e in Medio Oriente per parlare di quelle più vicine, o meno lontane. La cosiddetta “alta tensione” ha attraversato i titoli delle prime pagine e gli immancabili retroscena. Calma, colleghi. Mi verrebbe la voglia di ripetere col compianto Ennio Flaiano che, per fortuna solo guardando alle seconde file, “la situazione è grave, ma non è seria”.

Pubblicato sul Dubbio

Fra l’ira di Mattarella e l’imbarazzo della Meloni

         Anche se un “piano” per scongiurarla, denunciato vistosamente dal quotidiano La Verità di Maurizio Belpietro, è stato liquidato dal Quirinale come una provocazione rilanciata con una richiesta di smentita levatasi dal giovane capogruppo della destra meloniana alla Camera Galeazzo Bignami, lassù, sul colle più alto di Roma, qualcuno teme che fra quattro anni, alla scadenza del secondo mandato presidenziale di Sergio Mattarella, potrà davvero essere eletta Giorgia Meloni. Se gli avversari del centrodestra, magari decidendosi a seguire i consigli sinora inascoltati di Romano Prodi, alquanto critico verso la segretaria del Pd Elly Schlein, non riusciranno ad allestire un programma e una coalizione alternativa, vera e concreta. Da realizzare grazie anche a qualche “scossone” procurato al governo da qualche infortunio.

Questo “qualcuno”, rimasto al suo posto  almeno sino al momento in cui scrivo, è il consigliere dello stesso Mattarella per la Difesa, con la maiuscola istituzionale, Franceso Saverio Garofani: non un generale, per fortuna, ma più semplicemente un ex parlamentare del Pd e giornallsta considerato evidentemente un esperto della materia dal Capo dello Stato. Questo consigliere, salvo dimissioni o rimozione, per quanto abbia rivelato al Corriere della Sera di avere ricevuto la conferma della fiducia di Mattarella,  è stato sorpreso a parlare del futuro sgradito della Meloni e di quello auspicato delle attuali opposizioni sparse nel cosiddetto campo largo, al tavolo di un “locale pubblico” alquanto affollato. “Una chiacchierata fra amici”, ha raccontato sempre al Corriere.  

A riferire di quella chiacchierata, ripeto, è stato -non ho ancora ben capito se per avere sentito personalmente o averne ricevuto notizia, forse documentabile- Ignazio Mangano ieri a pagina 3  della Verità mandando in brodo di giuggiole in prima  il direttore, non nuovo a polemiche col Quirinale. E questa volta impettitosi a cavallo della… tempesta che. stando ad alcune voci di corridoio, diciamo così, potrebbe avere come vittima, alternativa o complementare magari al consigliere di Mattarella, il capogruppo a Montecitorio del partito della premier Meloni. Che, fra un comizio elettorale e l’altro nelle regioni dove si voterà domenica, si sarebbe lasciata scappare qualche parola non proprio soddisfatta del fuoco acceso alle polveri da Bignami. Voci, ripeto, suffragate dalla premura con la quale egli ha tenuto a precisare di avere pensato e agito da solo.   D’altronde, non sarebbe la prima volta per la premier trovarsi in queste condizioni. Ci sono precedenti forse meno clamorosi ma ugualmente importanti, nei tre anni e più da lei trascorsi a Palazzo Chigi, di esponenti di partito e dello stesso governo un po’ incauti in materia di galateo istituzionale.

Eppure la premier è appena reduce da un incontro non privato, e neppure secondario, con il capo dello Stato al Quirinale. Dove ha partecipato ad una riunione del Consiglio Supremo di Difesa. Magari con il consigliere competente di Mattarella seduto non dico al tavolo, ma a ridosso di qualche parete perché segretario di quel Consiglio.  

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Le attenuanti dovute alla Schlein nel rapporto con Conte

Giusto per pagare un po’ di dazio all’obiettività, che nella polemica politica generalmente sta come il diavolo all’acqua santa, penso che Eddy Schlein -sì, proprio lei, la segretaria del Pd che forse rischia più di tutti nelle elezioni regionali di domenica prossima in Puglia e Campania, pur non essendo candidata direttamente né nell’una né nell’altra- abbia diritto non dico alle attenuanti, perché per fortuna non è ancora finita in tribunale, ma a qualche umana comprensione.

         Le rimproverano, sempre nel Pd, e non solo fra quanti ne contrastarono l’elezione a segretaria, ma anche fra quanti la sostennero nella tradizionale area  riformista pensando di poterla poi condizionare a dovere, un rapporto sbilanciato con Giuseppe Conte, il partito delle 5 Stelle e i suoi candidati nelle elezioni amministrative.

         Lei tutto sommato ha incassato con cortesia. Forse anche troppa, preferendo spesso occuparsi più dei colori del suo abbigliamento consigliati o prescritti da una esperta professionale di moda, che la fa forse elitaria più del dovuto o dell’opportuno in un partito che pure proviene dal Pci e dalla sinistra democristiana, più cespugli vari.  Si è risparmiata, almeno sinora, il botto di uno sfogo cui forse non avrebbe saputo resistere neppure un professionista della politica. Si è risparmiata, cioè, di rinfacciare ai suoi critici di averla eletta al Nazareno, o di averla lasciata eleggere con le votazioni finali aperte anche ai non iscritti, ma iscritti ed elettori di altri partiti, a cominciare dagli allora ancora grillini, proprio per aprire a Conte. Che dopo la sconfitta della sinistra nelle elezioni politiche generali di tre anni fa, aveva condizionato la ripresa dei rapporti col Pd ad un cambiamento “radicale” -ripeto, radicale- della sua leadership. Fu quello il brodo, diciamo così, nel quale maturarono la candidatura prima e l’elezione poi della Schlein con i suoi tre passaporti e le loro custodie nella borsa che indossa con le sue giacche, camicette e pantaloni. Mai a vederla una volta in gonna.

         Si dice, sempre nel suo partito facendo un po’ da sponda alla maggioranza di centrodestra, che la Schlein abbia inseguito Conte tanto da scavalcarlo. E da confondersi anche con la Cgil di Maurizio Landini, sino a sposarne il referendum abrogativo, e morto di astensionismo, del cosiddetto jobs act prodotto ai tempi di Matteo Renzi segretario del Pd e insieme presidente del Consiglio.

         Se questo è vero, com’è vero, è vero anche che, poco importa se a caso o apposta, nella concorrenza con la Schlein scalando Palazzo Chigi il Conte delle 5 Stelle, il Conte in versione Eraclito, il filosofo dell’antichità più famoso per l’oscuro nel quale ragionava, ha ripiegato non al centro ma a destra addirittura. Lo ha fatto assumendone preoccupazioni, proposte e ostilità nei campi non certo secondari della sicurezza e del fisco, lasciando per esempio il cerino della tassa patrimoniale per fare piangere i ricchi fra le dita lunghe e sottili della Schlein. Bacchettata per questo anche dall’ospite elettorale del Pd più famoso e stagionato che è il senatore quasi a vita Pier Ferdinando Casini.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 22 novembre

Gli antidoti sbagliati al crescente astensionismo elettorale

         Inizialmente dichiarata “provocatoria”, come un paradosso o uno scherzo, il direttore della Stampa Andrea Malaguti- non del Corriere di Peretola, senza volere offendere per l’esiguità della sua popolazione l’omonimo sobborgo toscano- ha lanciato e persino cercato di motivare l’idea di sanzionare l’assenteismo elettorale.  Non so se multandolo soltanto o trovare celle -magari creandone apposta di nuove per la nota insufficienza di carceri- dove mandare i disertori delle urne.  Magari, propongo anche io scherzando, i recidivi dopo due o tre turni saltati, dimostrando così di averlo fatto apposta, non a caso.

         Se vorrà, Malaguti, lontano dalle regioni Puglia, Campania e Veneto dove si voterà una partita pur decisiva a livello nazionale per il Pd di una Schlein un po’ in difficoltà al Nazareno, potrà tornare domenica prossima sull’argomento per precisare meglio la sanzionabilità, ripeto, dell’astensionismo.  Che gli ha guastato i sogni, specie mescolato con la denatalità e l’estensione -ha spiegato- dell’intelligenza artificiale.

         Neppure il compianto Norberto Bobbio, affezionato alla Stampa, riuscirebbe forse a consolare, rasserenare, consigliare il direttore dello storico giornale torinese.   Al quale tuttavia consiglierei di non riproporre ai lettori come misura non repressiva ma preventiva dell’astensionismo una disinvoltura ancora maggiore dei partiti, da soli o in coalizione, nella predisposizione dei programmi con i quali presentarsi agli elettori per andare o rimanere al governo, secondo i casi. In particolare, egli ha attribuito al compianto Alcide De Gasperi, segnalandone la memoria proprio alla Schlein, “la lezione di prendere voti a destra per fare politiche un po’ di sinistra”. Che è un po’ come tirare troppo la corda della dc partito di centro -diceva De Gasperi- che “guarda a sinistra”.

         La Dc guardo a sinistra, appunto, per attrarre alla sua politica moderata di centro, rigorosamente di centro, la parte anch’essa moderata, riformatrice, non massimalista e rivoluzionaria della sinistra. E vi riuscì consentendo ai suoi successori di realizzare il centrosinistra, senza neppure più il trattino, con i socialisti. O addirittura di strappare ai comunisti di Enrico Berlinguer sostegni temporanei ed emergenziali a governi monocolori democristiani guidati da Giulio Andreotti: un uomo non proprio di sinistra.

         Fare ciò che vorrebbe Malaguti significherebbe produrre ancora più astensionismo, e sanzioni, perché gli elettori sono non molto, ma molto meno sprovveduti di quanto non li immagini il direttore della Stampa. E continuerebbero ad astenersi anche col voto digitale proposto oggi, sempre sulla Stampa, dal costituzionalista Michele Ainis. 

Ripreso da http://www.startmag.it 

Quelle partite curiosamente parallele del Conte 3 e del Casalino 2

         La nuova avventura umana e professionale dell’ormai ex portavoce di Giuseppe Conte, Rocco Casalino, non è ancora cominciata, ferma agli annunci e alle promozioni più o meno amichevoli, e già si avvertono segnali non dico critici, ma problematici. O che tali potrebbero diventare.

         Andrea Iervolino, il produttore cinematografico che sarà l’editore del giornale on line, forse anche in edizione cartacea in un secondo momento, ha concesso a Repubblica un’intervista nella quale ha tenuto a precisare, assicurare e quant’altro che “io non fare mai un giornale di partito”. Come qualcuno sospetta invece pensando naturalmente al MoVimento 5 Stelle e al suo presidente già premier due volte e in corsa per una terza edizione, se e quando dovesse realizzarsi l’alternativa al centrodestra per la quale lavora con dichiarata “testardaggine unitaria” la segretaria del Pd Elly Schlein pensando di poterla guidare lei stessa.

         “Io voglio un giornale onesto, che dica le cose come devono essere dette con piena libertà”, ha aggiunto l’editore. Che tuttavia -va osservato con onestà pensando alle tentazioni che potrà avere Casalino da direttore- ha usato parole di una certa, evidente elasticità, diciamo. “Le cose vanno dette” non per come sono realmente, magari separando i fatti delle opinioni secondo una vecchia regola della professione giornalistica e dell’editoria, ma “come devono essere dette con piena libertà”. Che è anche quella -la libertà- di vedere le cose come si vuole, come si preferisce, come conviene. Cosa che fanno appunto i giornali di partito.  

Andrea Iervolino, 37 anni, ha già viste e vissute situazioni personali difficili -nella cui rappresentazione critica da parte di chi non gli vuole bene, o non gliene vuole abbastanza, ha tenuto a lamentarsi anche nell’intervista concessa a Repubblica– e si presume che altre potrà sperimentarne come editore. Gli potrà quindi anche toccare l’esperienza di dovere rispettare la libertà, ripeto, di Rocco Casalino di ritrovarsi, se mai ha smesso, in sintonia con Conte, col quale del resto ha tenuto in questi giorni a confermare condivisione e simpatia conoscendone le ambizioni.

         Staremo naturalmente a vedere, sentire e scrivere.  Starà a vedere e pensare naturalmente anche Conte, penso, seguendo e vivendo il suo Casalino 2, come il Conte 2 di cui Rocco fu portavoce tentando persino, già allora, di promuoverne e gestirne un terzo, senza però riuscirvi perché a Palazzo Chigi arrivò, anzi irruppe, non avvertito come la Schlein al Nazareno, un certo Mario Draghi reduce dall’esperienza di presidente della Banca Centrale Europea. Draghi detto anche semplicemente Supermario, tutta una parola.  

Il Pantheon minore del no referendario alla riforma della giustizia

I falsi e le manipolazioni cui sono ricorsi i sostenitori del no referendario alla riforma della giustizia approvata dalle Camere derivano dal Pantheon minore di cui in realtà essi dispongono nella campagna avviata con largo anticipo rispetto ai tempi di legge.

         Se togliete dal Pantheon referendario figure eccellenti ed eroiche come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ai vari Gratteri, Bruti Liberati, Caselli e dirigenti attivi dell’associazione nazionale dei magistrati rimane solo il ricordo o il fantasma dello scomparso presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Non il massimo per essere stato fra i capi dello Stato succedutisi al Quirinale, e alla presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura, fra i meno popolari per la torre d’avorio in cui aveva finito per chiudersi nell’esercizio delle sue funzioni. Una torre che aveva aperto, proprio avviando il suo mandato presidenziale con la gestione della prima crisi di governo capitatagli in sorte, all’allora capo della Procura della Repubblica di Milano Francesco Saverio Borrelli. Il quale, figlio peraltro di un amico e collega di Scalfaro in magistratura, salì sul Colle per le consultazioni pur non essendo un segretario di partito, capogruppo parlamentare e affini. Era solo il più alto in grado della squadra giudiziaria delle cosiddette mani pulite, impegnata contro il finanziamento tanto illegale quanto generalizzato della politica e sulla corruzione che poteva esserne scaturita: molto meno delle accuse, visto l’esito dei processi che ne sarebbero derivati. Per non parlare di quelli ai quali neppure si arrivò pur dopo il ricorso a clamorosi arresti “cautelari”, eseguiti sotto i riflettori di truppe televisive allertate in tempo. Storie, allora, di ordinaria macelleria mediatica al cui solo ricordo mi chiedo ancora perchè e come non fosse stata impedita da chi poteva e doveva.

         Quando qualcuno tentò di intervenire, come la buonanima dell’allora ministro della Giustizia Filippo Mancuso, alto magistrato ormai in pensione, disponendo un’ispezione ministeriale presso la Procura milanese e uffici limitrofi, Scalfaro fu tra i primi a dissentire, non lasciando solo Borrelli che protestava e annunciava un sostanziale boicottaggio di quella che lui considerava una incursione. Le polemiche che ne derivarono sfociarono al Senato in una mozione di sfiducia personale contro il guardasigilli, scaricato anche dal presidente del Consiglio Lamberto Dini, e alla fine rimosso col beneplacito della Corte Costituzionale cui Mancuso aveva fatto inutilmente ricorso.

         Ebbene, è stato proprio Dini a rivelare in questi giorni, in una intervista a favore del sì alla riforma della giustizia sottoposta a procedura referendaria, di avere condiviso -evidentemente a prescindere dal caso increscioso di Mancuso, che del resto non gli aveva fatto sconti nelle polemiche- la prospettiva di una separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri per coerenza con il processo penale di rito cosiddetto accusatorio introdotto negli anni passati. Egli arrivò a parlarne con Scalfaro, che gli disse di non occuparsene essendo materia troppo delicata per un governo sostanzialmente tecnico com’era quello che gli aveva permesso di fare, dopo la prima caduta di Silvio Berlusconi, per ritardare le elezioni anticipate che il Cavaliere reclamava entro qualche mese. E arrivarono invece dopo più di un anno, quando le opposizioni si sentirono abbastanza preparate all’ombra dell’Ulivo– ricordate?- e dell’investitura di Romano Prodi a candidato a Palazzo Chigi. Che infatti vinse, anche se governò per meno di due anni. E dopo altri dieci sarebbe poi tornato, sempre per beve tempo.

         Il coperchio sulla pentola del no opposto a Dini tentato dalla separazione delle carriere Scalfaro lo mise promettendo pubblicamente ai magistrati, ospite di un loro congresso, che mai, dico mai, avrebbe controfirmato e promulgato una legge sulla separazione delle loro carriere. Sono trascorsi trent’anni. Che sono tanti, anche troppi, ma forse passati non inutilmente se in primavera prevarrà il sì referendario.

Pubblicato su Libero

Tutte le verità di Giuliano Vassalli sui magistrati italiani

         In una campagna referendaria già piena di false notizie, e persino false interviste di morti eccellenti violati anche nelle loro ossa o ceneri, Davide Giacalone ha ripescato e riproposto sul suo giornale la Ragione una intervista autentica del compianto Giuliano Vassalli pubblicata il 19 febbraio 1987 dal Financial Times e raccolta da Torquil Dick-Ericson, l’uno e l’altro inglesi. Come -ricordo bene- quell’alto magistrato che dopo qualche anno fu accolto in visita di cortesia e di studio alla città giudiziaria di Roma dal giudice Romano Priore, che in un ascensore gli presentò, viaggiando insieme, un pubblico ministero. Lo stesso Priore raccontò poi in una intervista al Corriere della Sera che l’ospite britannico, finito quel viaggio fugace in una cabina,  gli chiese perché mai a Roma giudici e pubblici ministeri potessero usare uno stesso ascensore. Priore gli rispose che ciò accadeva normalmente non solo a Roma ma in tutta Italia. E l’ospite si portò le mani fra i capelli: quelli veri, non della parrucca che indossava a Londra negli eventi giudiziari.

         Quel magistrato inglese non era evidentemente un lettore del Financial Times. O aveva saltato il numero del 19 febbraio 1987, in cui Vassalli aveva ammesso e spiegato il limite della riforma  che stava preparando con Gian Domenico Pisapia e aveva attirato la curiosità compiaciuta del giornale britannico per il tipo accusatorio del processo, come quello inglese, che stava nascendo anche in Italia.

         “Il concetto del sistema accusatorio -aveva detto un po’ deludendo forse l’intervistatore- è assolutamente incompatibile con molti altri principi destinati a rimanere in vigore nel nostro diritto, in particolare con il nostro ordinamento giudiziario. Parlare di sistema accusatorio laddove il pubblico ministero è un magistrato uguale al giudice non è molto leale”. Infatti a separarne le carriere ci stiamo arrivando 38 anni dopo, se la riforma appena approvata finalmente dalle Camere sarà confermata nel referendum nel cui Pantheon è stato giustamente collocato il compianto Vassalli dai sostenitori del sì.

         Ancora più impietosa e preveggente, per comprendere le preoccupazioni, se non lo scetticismo di Vassalli è -a leggerla oggi- la sua risposta alla domanda dell’intervistatore sul perché “non si cambia l’ordinamento giudiziario”, oltre al processo. “La magistratura -aveva risposto e spiegato Vassalli- ha un potere enorme, non solo in linea di fatto. Lo ha sul potere legislativo. E’ il più forte gruppo di pressione che abbiamo conosciuto, almeno nelle questioni di giustizia. Fino adesso, in 40 anni non c’è stata una legge in materia di giustizia che non sia stata ispirata e voluta dalla magistratura, la quale è diventata sempre più un corpo veramente corporativo. Il ministro della Giustizia è circondato esclusivamente da magistrati, i quali occupano tutti i posti del Ministero, cioè dell’amministrazione centrale. Tutti”. E li avrebbero conservati anche con l’arrivo dello stesso Vassalli alla guida del dicastero, prima di andare alla Corte Costituzionale per diventarne anche presidente.          

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