Quella lezione di diritto di Craxi a Scalfaro contro lo Stato di polizia

Il libro di Andrea Spiri con le lettere di Bettino Craxi

         Fra i libri, le interviste, i convegni e altro nel venticinquesimo anniversario della morte di Bettino Craxi, il 19 gennaio del 2000 ad Hammamet, qualche settimana dopo un intervento chirurgico per tumore renale, spiccano per curiosità, anche paradossali, ottanta lettere scritte o ricevute dal leader socialista fra il 1989 e il 1999, sino a pochi giorni dalla fine, Lettere raccolte e pubblicate dallo storico Andrea Spiri per Baldini+Castoldi con puntuali riferimenti ai contesti di cronaca politica e giudiziaria in cui esse erano maturate.

         Fra queste ottanta lettere spicca a sua volta quella che il 22 luglio 1993, all’indomani del suicidio in carcere di Gabriele Cagliari a Milano, senza tuttavia farvi esplicito riferimento,  Craxi volle scrivere al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, già suo ministro dell’Interno fra il 1983 e il 1987, per sottoporgli “alcuni motivi di riflessione e di allarme” sulla gestione delle indagini e dei processi, in cui egli era ormai convolto, relativi al finanziamento illegale della politica e ai reati presumibilmente connessi di corruzione, concussione, ricettazione e via penalizzando. 

         Con una precisione di riferimenti giuridici e culturali che lasciano pensare quanto meno al contributo di altri più attrezzati di lui in materia -forse persino del giudice costituzionale e suo amico Giuliano Vassalli, autore della riforma del processo da inquisitorio ad accusatorio sostanzialmente tradita in quel periodo nelle procure e nei tribunali-  Craxi scrisse che ormai il cittadino non viveva più in uno “Stato di diritto” ma in uno “Stato di polizia”: Dove solo può accadere ciò che un magistrato “beffardamente” aveva ammesso dicendo: “Non arrestiamo per far parlare. Scarceriamo se parlano”. Cagliari, l’ex presidente dell’Eni e amico personale di Craxi, si era appena ucciso proprio perché convinto di non essere stato scarcerato dopo un interrogatorio per non avere detto ciò che i magistrati volevano.

Vincenzo Parisi con Scalfaro

         Craxi scrisse di “Stato di polizia”, preferendolo alla dizione prevalentemente giornalistica di “Repubblica giudiziaria”. Eppure, paradossalmente, proprio a lui era capitato di avere ricevuto il primo avviso di garanzia e insieme la solidarietà dell’allora Capo della Polizia Vincenzo Parisi. Che il 16 dicembre 1992 gli aveva scritto, testualmente: “Illustre signor Presidente, mi consenta di affidare a questo mezzo i sensi della mia più piena solidarietà e della più profonda amarezza per gli avvenimenti di questi giorni”. Nella “certezza che l’intera vicenda non tarderà ad essere riportata alle sue giuste proporzioni e ad essere pienamente e definitivamente chiarita”, Parisi si dichiarava ancora “devoto e riconoscente” per l’appoggio e la fiducia ricevute da Craxi quando era presidente del Consiglio e si accomiatava con “cordiali ossequi”.

         Anche come “Stato di polizia” l’Italia era insomma atipica, col Capo della Polizia solidale con la vittima designata dai magistrati. Che ora si dimenano contro una riforma che li contiene.

Sarà tregua a Gaza, finalmente, ma non fra opposizioni e governo in Italia

Da Gaza

Se non ancora in Ucraina, dove si combatte da quasi tre anni, almeno per Gaza, in Medio Oriente,  è stata annunciata una tregua di una quarantina di giorni fra israeliani e Hamas da domenica. Per cui avremo nel frattempo una coda -la solita in questi casi- di morti ancora più inutili del solito.  E’ una tregua la cui sola parola o annuncio fa esultare, rivendicandone ciascuna il merito, l’amministrazione americana uscente di Joe Biden, presidente sino a domenica appunto, e quella uscente di Donald Trump. Che lunedì giurerà e tornerà davvero alla Casa Bianca.

         Pur con tutta la provvisorietà insita nel suo nome, la tregua a Gaza è il regalo di questo nuovo anno sulla scena internazionale. Almeno un piccolo sospiro di sollievo. Sul piano della politica interna non è invece aria di tregua, in Italia, tra il governo e la sua maggioranza da una parte e, dall’altra, le opposizioni in grado di contare anche sull’aiuto di piazze roventi, in cui si corre sempre il rischio del nuovo morto, dopo quello per “vendicare” il quale esagitati assaltano le forze dell’ordine e devastano qualsiasi cosa li separi da esse. E se qualcuno pensa di rafforzare gli agenti di Polizia nella difesa non solo dalle piazze infiammate ma anche dalle complicazioni giudiziarie che ne possono derivare, deve mettere nel conto un’ulteriore campagna politicamente aggressiva, con l’accusa di volere instaurare il cosiddetto “Stato di polizia”. O di peggiorarlo, visto che qualcuno ritiene di viverci già dentro da quando Giorgia Meloni è a Palazzo Chigi.

         Oltre che sulle piazze, più o meno solite, le opposizioni hanno potuto contare ultimamente anche su quella che sembrava la casualità, sfortunata per il governo, di un traffico ferroviario a dir poco incerto, che rende il viaggio un’angoscia per chi è costretto a compierlo per lavoro o lo affronta per una vacanza.  E che fa reclamare dalle opposizioni le dimissioni, la rimozione e quant’altro di un ministro, Matteo Salvini, già colpevole di quella mezza nefandezza che gli avversari ritengono sia stata la sua assoluzione nel processo subito addirittura per sequestro di persona in una vicenda di sbarco ritardato di immigrati risalente a quando era ministro non delle Infrastrutture, come adesso, ma dell’Interno.

Dal Fatto Quotidiano

         Sulla casualità degli incidenti e guasti fra binari e stazioni sono sorti tuttavia sospetti, esposti dalle Ferrovie dello Stato alle competenti sedi giudiziarie, di atti di sabotaggio. Che a questo punto potrebbero rientrare nel quadro complessivo dei problemi che ha il governo, anche nelle piazze. Fesserie, naturalmente, secondo le opposizioni. “Sabotaggi ma solo su 5 episodi”, ha titolato Il Fatto Quotidiano omettendo di spiegare che sono stati sei, cioè quasi tutti, da ottobre in poi.  Ma che sabotaggi, “il motivo dei guasti”, e delle conseguenze, sarebbe tutto “nell’incapacità gestionale” del ministro. Che si ostinerebbe scandalosamente a rimanere al suo posto, o addirittura a sognare ancora il ritorno al Ministero dell’Interno.

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Matteo Salvini sulla ruota della sfortuna, assoluzione a parte

         Di tutti i Ministeri quello più ambito e allo stesso tempo più rischioso per le complicazioni possibili nella sua gestione è stato a lungo quello dell’Interno. Non a caso costato a Matteo Salvini un complicato processo per sequestro, addirittura, di persone e altre nequizie conclusosi in un’assoluzione che credo abbia sorpreso lui per primo, tanto sembrava scontata una sua condanna anche per l’atteggiamento più di sfida che di fiducia nella magistratura da lui pur espressa a parole prima della sentenza.     L’attuale ministro dell’Interno Piantedosi, anche lui Matteo, già collaboratore dello stesso Salvini all’epoca dei fatti costati all’ex il processo già ricordato, è alle prese con piazze a dir poco roventi. E, in cuor suo, credo scommetta più sulla fortuna che sull’efficienza e scaltrezza delle forze dell’ordine. Alle quali peraltro il governo ha subito incontrato difficoltà, anche presso il Quirinale, per aumentarne la protezione sul piano giudiziario. Dove le insidie paradossalmente riescono a diventare per Polizia e Carabinieri anche maggiori di quelle nelle piazze.

         A livello di rischio ha fatto a lungo concorrenza al Ministero dell’Interno quello dei Lavori Pubblici. Le cui scale a suo tempo l’appena nominato ministro Gianni Prandini, che avrebbe desiderato tutt’altra destinazione, affrontò guardando con preoccupazione le foto esposte dei suoi predecessori. Per quel dicastero passavano le opere pubbliche dalle quali i partiti generalmente ricavavano buona parte del proprio  finanziamento aggirando una legge che destinava loro meno della metà del necessario. E infatti scoppiò la cosiddetta Tangentopoli, dalla quale Prandini da ex ministro si salvò con assoluzioni, ma dopo un calvario di processi e di detenzioni.

         Un altro Ministero rischioso è sempre stato quello dei Trasporti, da cui uscì psicologicamente tramortito nel 1998, dopo meno di due anni di guida, il povero Claudio Burlando, già sindaco di Genova, per gli incidenti ferroviari che si verificarono sotto la sua gestione.

         A Matteo Salvini questi due Ministeri – Lavori Pubblici e Trasporti, più la Marina Mercantile- sono capitati tutti insieme sotto il nome di Infrastrutture. E, poveretto, ne sta provando tutti gli inconvenienti, attaccato e deriso come il ministro dei ritardi e degli incidenti.

Oltre che di rosari e medaglie di Madonne spesso esibite persino nei comizi, il leader della Lega -peraltro sfortunato anche sul piano elettorale, dopo essere salito troppo con quel 34 per cento delle penultime europee, nel 2019- dovrebbe dotarsi di un bel po’ di corni e cornetti: non quelli da mangiare, ma quelli da toccare e infilarsi addosso scaramanticamente. La sua ormai sembra più una ruota della sfortuna che della fortuna, pur contraddetta dall’assoluzione appena rimediata per i trascorsi da ministro dell’Interno.

Quel lusso permessosi dalla sinistra dopo la caduta del muro di Berlino….

Da Libero

Curiosamente puntuale nelle sue sorprese, Furio Colombo cominciò ad esserlo dalla nascita, il giorno di Capodanno del 1931 a Chatillon, in valle d’Aosta. Sarebbe stato fra i più brillanti, colti ed eleganti giornalisti italiani. Ebreo e filoamericano, anzi devoto degli Stati Uniti dove ha a lungo lavorato e insegnato, dirigendo per un po’ anche l’Istituto della cultura italiana a New York, tutto avrei potuto immaginare, io che lo leggevo di frequente e lo ascoltavo e vedevo alla Rai, ma non che diventasse comunista a comunismo peraltro caduto, o forse proprio perché caduto.

Walter Veltroni

         Furio arrivò in Parlamento nel 1996 , rimanendovi sino al 2013, col Pds e tutte le sigle successive. Dell’ultima delle quali, il Pd, cercò anche di essere il primo segretario, candidandosi però con modalità considerate irregolari da chi aveva deciso che quel posto dovesse spettare a Walter Veltroni.  E lui, debbo dire, uomo di mondo, capì e si adeguò rinunciando a insistere. Non poteva d’altronde fare torto, o tentare davvero, a uno dei suoi lettori più assidui e assorbenti. Che aveva imparato proprio dai suoi articoli a conoscere e ammirare l’America e la famiglia Kennedy: Bob in particolare, fratello e ministro della Giustizia del più mitico presidente Jhon, di cui fece la stessa fine -ucciso- mentre cercava di succedergli, peraltro non direttamente.

Silvio Berlusconi nel 1994, esordiente presidente del Consiglio

         Ho sempre avuto un sospetto, abituato andreottianamente a ritenere che a pensare male si faccia peccato ma  s’indovini. E’ il sospetto che Furio, anche a costo di sorprendere Gianni Agnelli, di cui era stato in qualche modo l’ambasciatore negli Stati Uniti, più ancora che il giornalista, avesse varcato il Rubicone del comunismo o post-comunismo italiano per antipatia verso Silvio Berlusconi. Che lo aveva sorpassato nelle sorprese -con tutti i mezzi e le ambizioni che aveva- improvvisando fra il 1993 e il 1994 un partito, candidandosi a presidente del Consiglio sulle macerie giudiziarie della cosiddetta prima Repubblica e vincendo le elezioni.

Silvio Berlusconi e Gianni Agnelli

         L’”avvocato”, come tutti chiamavamo Gianni Agnelli, compreso Berlusconi, che in più ne aveva una foto su uno dei suoi comodini, sorrise un po’ dell’avventura berlusconiana. Diceva agli amici che dei successi di Berlusconi avrebbero potuto benificiarne anche loro, in grado tuttavia di potersi sentire estranei a un suo insuccesso. Furio invece no. Pensava che Berlusconi fosse agli antipodi del suo mondo, del suo stile, delle sue abitudini, della sua cultura. Cercare di fargli cambiare idea era semplicemente impossibile.

Furio Colombo alla direzione dell’Unità

         Sul piano o sulla strada dell’antiberlusconismo Furio scavalcò i suoi ormai compagni di partito dirigendo radicalmente anche la mitica Unità dell’ormai defunto Pci, tornata nelle edicole dopo un primo fallimento, e poi partecipando con Antonio Padellaro, che l’aveva sostituito alla direzione di quel giornale, alla fondazione del Fatto Quotidiano ora diretto da Marco Travaglio. Che due anni fa però egli decise di lasciare clamorosamente, contestando il troppo antiamericanismo da lui avvertito nel trattare, per esempio, la guerra di aggressione della Russia di Putin all’Ucraina difesa appunto dagli Stati Uniti e dai loro alleati, compresa l’Italia di Mario Draghi prima e di Giorgia Meloni poi.

         La notizia della morte di Furio Colombo mi ha davvero rattristato. Mi era rimasto simpatico pur nelle sue sorprese non sempre condivise, a dir poco. E’ sempre continuata a piacermi la sua cultura, alla fine impostasi anche su di lui di fronte alla tragedia ucraina e ai suoi derivati. Ho sempre pensato negli anni della sua militanza nell’area del comunismo o post-comunismo che essa fosse un lusso esagerato, non so se più per lui o per quella parte politica. Eppure osai una volta, da direttore del Giorno, ben prima che lui mi sorprendesse politicamente, di insidiargli il ruolo che aveva negli Stati Uniti di ambasciatore della cultura italiana, oltre che della Fiat. Tentai di assumere Piero Orsellino come corrispondente del giornale e dello stesso editore di allora, l’Eni, in America. Non ci riuscii, ma per poco.

Pubblicato su Libero

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Ergastolo e 30 anni di carcere a 73 di età si equivalgono, se permettete….

         I magistrati spesso le fanno grosse, d’accordo, condannando a torto o motivando male i loro giudizi per la valutazione di eventuali aggravanti o attenuanti, come si dice in gergo tecnico. E’ accaduto, per esempio, con la condanna di un imputato di due omicidi -uccidendo moglie e figliastra- alla vigilia della separazione dopo un lungo periodo di turbolenta vita familiare. La cui considerazione, unita a quella del suo comportamento da imputato confesso e collaborativo e da detenuto disciplinato, ha indotto la corte d’Assise di Modena con sentenza emessa dopo poco più di due anni dal fatto a risparmiargli l’ergastolo, comminandogli  solo 30 anni di carcere.

         Non sono piaciute ai familiari delle vittime, ai loro difensori e a un bel po’ di analisti e cronisti giudiziari le “comprensibili” condizioni di esasperazione riconosciute all’imputato. E interpretate come un brutto segnale a potenziali femminicidi, ahimè, frequenti.

Dal Corriere della Sera

         A leggere certi titoli di giornali e sintesi di prima pagina il pollice verso, diciamo così, contro la sentenza pur di condanna appare scontato, diciamo pure obbligatorio. “Uccise moglie e figliastra. La sentenza choc: va capito”, ha titolato il Corriere della Sera,   facendo delle “motivazioni” del mancato ergastolo “un caso politico” per le reazioni alla sentenza giunte da parlamentari.

Dalla Stampa

         “Uccidere la moglie non è (mai) umano”, ha severamente ammonto sulla Stampa la scrittrice Viola Ardone definendo “un ossimoro” la comprensione di qualcosa di umano, appunto, in un delitto, per di più femminicidio, e doppio.

         Ciò che sia il Corriere della Sera che La Stampa hanno tuttavia omesso di raccontare o riferire ai lettori della prima pagina, dove molti fermano la loro attenzione senza spingersi all’interno per saperne di più, è che il condannato ha 73 anni. Di fronte ai quali la differenza fra ergastolo e 30 anni di carcere mi sembra francamente pleonastica, a dir poco, per quanto solide possano essere agli occhi di un giurista. Ma, appunto, di un giurista. Non di un lettore comune, del quale si dovrebbe pur tenere conto nelle titolazioni e nei testi di prima pagina. Non vi pare?

Senza fare nomi perché prescindono dai fatti, mi pare che  errori di giudizio, o di comprensione, e omissioni di cronaca creino insieme polemiche a dir poco esagerate, come gran parte, del resto, di quelle politiche che occupano sulle prime pagine o nei titoli dei telegiornali ancora più spazio di quello guadagnatosi dalla sentenza di Modena.

Il vuoto che si mastica nei cantieri dei moderati di area a sinistra

Dal Dubbio

Non per infierire o sparare sulla solita ambulanza, ma solo per aggiornarvi sul cantiere in corso del Centro, con la maiuscola più o meno dovutagli, vorrei riproporvi e condividere ciò che ha appena scritto sul Corriere della Sera in un editoriale Paolo Mieli. Che sa leggere la realtà con la conoscenza e il disincanto, insieme, dello storico. Come fa sul piano sociologico il mitico Giuseppe De Rita, anche lui occupatosi di recente del cantiere, o cantieri, del Centro per osservare o sostenere in una intervista che vi si “mastichi il vuoto”.

Dalla Repubblica

         Paolo Mieli ha rimproverato sia ai centristi di vocazione prevalentemente cattolica sia ai centristi di vocazione prevalentemente laica, che sabato prossimo potranno seguirsi in convegni gli uni con gli alti sentendosi e vedendosi a distanza fra Milano e Orvieto, di “essere perentori in materia su cui sono concordi con l’intera sinistra ed evasivi sulle questioni su cui, invece si concentrerà l’attenzione mondiale dal 20 gennaio in poi”, quando cioè sarà davvero tornato alla Casa Bianca Donald Trump. Che ieri Paolo Gentiloni, esordendo come opinionista su Repubblica, ha tuttavia esortato ottimisticamente a vedere più come “una sveglia” che come un pericolo per un’Europa che ha bisogno di “correre”.

  L’”intera sinistra” di cui ha scritto Mieli è naturalmente quella che in un ipotetico schieramento alternativo al centrodestra sarebbe distribuita fra il Pd di Elly Schlein, i rossoverdi di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli e i “progressisti indipendenti” di Giuseppe Conte,  come si sono sospettosamente autodefiniti loro stessi.

Paolo Mieli sul Corriere della Sera

         Con una certa perfidia Mieli ha preso un po’ in prestito la nostra testata per esprimere “il dubbio -testuale- che, per dire al mondo della loro ostilità al premierato e all’autonomia differenziata, non fosse necessario allestire quella complicata rete di collegamenti audio e video” programmata per il 18 gennaio.

         A trarre vantaggio da questa condizione del cenrosinistra è naturalmente il centrodestra, prevalentemente Giorgia Meloni. Che ha risolto il problema del centro della sua area occupandolo direttamente con quel 31 per cento, per esempio, dell’ultimo sondaggio di Alessandra Ghisleri, distante di quasi 20 punti da Forza Italia di Antonio Tajani. Al quale rimane la soddisfazione di essere di due centesimi di punto sopra la Lega, che non ha però alcuna vocazione centrista. Semmai essa è di una destra concorrente a quella della premier, che in qualche modo ne viene ulteriormente favorita accreditandosi al centro, appunto. 

Pubblicato sul Dubbio

A tamburo battente anche la scarcerazione dell’ingegnere iraniano dei droni

         Neppure l’ultimo atto dell’intrigo internazionale costato alla giornalista italiana Cecilia Sala la detenzione in un carcere iraniano tra i più malfamati del mondo si è sottratto ai tempi e alle modalità della massima sorpresa.

         E’ già al sicuro da ieri nel suo Paese l’uomo per il cui scambio Cecilia Sala era stata sequestrata: l’ingegnere iraniano Abedini Najafabadi Mohammad, di 38 anni arrestato in Italia il 16 dicembre su richiesta degli americani che lo volevano processare negli Stati Uniti per associazione a delinquere, spionaggio, terrorismo e altro praticato con la confezione e il traffico di droni.

         Il ministro della Giustizia Carlo Nordio si è avvalso all’alba di ieri della facoltà riconosciutegli dalla legge di obbligare la magistratura a scarcerare Abedin, senza aspettare la decisione della Corte d’Appello di Milano sulla richiesta dei legali di disporne gli arresti domiciliari, in attesa delle decisioni sull’estradizione, in un alloggio garantito dalla rappresentanza diplomatica iraniana.

Della richiesta americana di estradizione sino a qualche giorno fa il ministro Nordio aveva dichiarato di non averla ancora ricevuta. Nel frattempo deve essergli evidentemente arrivata ed è stata valutata rapidamente, nel modo insindacabile consentitogli, ripeto, dalla legge.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio

         Che i tempi della chiusura completa del caso costato a Cecilia Sala una brutta esperienza umana e professionale non fossero lunghi si era tuttavia capito vedendo il ministro Nordio in prima fila nella conferenza stampa del 9 gennaio della premier Giorgia Meloni, all’indomani del rientro della Sala  in Italia.

         Nordio stava lì a testimoniare il ruolo chiave del Ministero della Giustizia indicato dalla premier rispondendo alle domande dei giornalisti sulla scarcerazione della giornalista italiana e sugli ulteriori sviluppi di una vicenda il cui carattere internazionale e urgente aveva motivato la sua missione lampo nella residenza privata del presidente americano Donald Trump, in Florida. Senza aspettarne l’insediamento il 20 gennaio alla Casa Bianca, e al tempo stesso tenendo riservatamente informato il presidente uscente Joe Biden. Che comunque era ancora atteso a Roma, su entrambe le rive del Tevere, in Vaticano e al Quirinale, per una visita di commiato, poi annullata per l’emergenza da incendi in California.

Phakhshan Aziz, condannata a morte In Iran

         Il regime iraniano ha naturalmente gradito e apprezzato pubblicamente “la cooperazione” dell’Italia. Cui esso poteva francamente risparmiare almeno l’ultima provocazione, destinata anche a tutto il resto del mondo libero e civile: la conferma, proprio nel giorno della liberazione di Cecilia Sala, della condanna a morte per “ribellione” di una detenuta in quello stesso penitenziario. E’ l’attivista curda per i diritti delle donne Pakshann Aziz, di 40 anni,  arrestata nel 2023. Non se ne intravvede lo scambio con nessuno.

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Eppure persevera, anzi cresce l’inappetenza elettorale

Alessandra Ghisleri

         Alessandra Ghisleri nel riferire sulla Stampa dell’ultimo sondaggio del suo istituto  Euromedia Research ha tenuto a sottolineare di averlo condotto in una coincidenza eccezionale: nelle ore dominate dalla notizia della liberazione della giornalista italiana Cecilia Sala. Un successo indiscutibile anche del governo, personalmente della premier corsa anche da Donald Trump per rimuovere gli ultimi ostacoli. Un successo non solo dei servizi segreti, della diplomazia, degli apparati e quant’altro, compresa l’informazione. Che forse non ha avuto il tempo di fare danni nella pratica del silenzio chiesto dalla famiglia nella fase più pericolosa del sequestro di Cecilia  in uno dei peggiori penitenziari del mondo, e non solo del regime iraniano.

Cecilia Sala a Ciampino

         Una pagina indiscutibilmente consolante della politica avrebbe dovuto procurarle un certo recupero di credibilità. Una maggiore predisposizione degli intervistati a occuparsene, a non rifiutarla. E invece in un sondaggio condotto con esplicite domande sulll’operazione Sala, chiamiamola così, colpisce quell’ulteriore aumento, rispetto a un mese prima, della percentuale alla voce, finale e testuale, “indecisi-astensione”: dal 50,5 al 50,8 per cento. E’ “solo” lo 0,3 per cento in più, mi direte. Un altro “passetto”, più che un passo. Ma di passetto in passetto sono anni che la politica, e tutto ciò che le è connesso, compresa la democrazia, perde terreno a beneficio dell’indifferenza. Che è peggiore della protesta perché meno emotiva, più convinta, più ragionata. Neppure ad una operazione come quella che ho intestato a Cecilia Sala è seguito un segno d’inversione, per quanto modesto, della tendenza al rifiuto della politica. O inappetenza elettorale.

         Per quel che resta dell’interesse residuo, sotto il 50 per cento degli “intenzionati” a votare, magari per premiare un partito rispetto ad un altro, si sono registrate variazioni favorevoli al partito della premier, salito di un punto e mezzo rispetto al 30 per cento di un mese prima. Lo 0,3 per cento in più è andato al Pd della Schlein, distante però adesso di più di sette punti dalla formazione della Meloni.

Luigi Zanda a 24 Ore

         Il MoVimento 5 Stelle di Giuseppe Conte ha perso l’1,4 per cento scendendo al 10. Di cui magari Conte riuscirà a consolarsi pensando al 9,8 per cento conseguito nelle ultime elezioni svoltesi a livello nazionale: quelle di giugno dell’anno scorso per il rinovo del Parlamento europeo. Dei grillini, anzi post-grillini come lo stesso Conte preferirà vedere definire i suoi elettori dopo la rottura col fondatore, ha ragione Luigi Zanda a dire, come in una intervista ieri a 24 Ore, che “non sono un partito stabile”. “In questo momento -ha aggiunto l’ex capogruppo del Pd al Senato- mi sembra che la (loro) linea politica sia determinata dalla volontà di distinguersi continuamente dal Pd, con la conseguenza che il Movimento dimagrisce vistosamente. Non è Schlein che sta erodendo il Movimento 5 Stelle, è la politica incomprensibile di Conte che fa perdere i voti”.

Il Trump sfregiato da un giudice che lo condanna senza pena

Titolo di Domani

C’è dunque qualcuno che sta messo peggio di noi italiani in tema di giustizia e di rapporti fra magistratura e politica. Sono gli americani, che hanno appena visto condannare il presidente appena eletto Donald Trump da un giudice che però non ha potuto infliggergli alcuna pena, se non quella dello sputtanamento -scusatemi la franchezza- prodottogli dall’immagine del primo “pregiudicato” alla Casa Bianca, come ha titolato in Italia il quotidiano di Carlo De Benedetti che esce col titolo del giorno dopo, Domani. O semplicemente “condannato”, come si è trattenuta la Repubblica di carta a caratteri tuttavia di scatola,  E tutto per una miserabile storia di sesso con una “pornostar”, di ricatto e di dollari pagati attingendoli da una cassaforte anziché da un’altra di Trump. Che ha reagito parlando di ”farsa spregevole” e annunciando comunque ricorso.

Dal Fatto Quotidiano

         Una condanna penale senza pena è di per sé un ossimoro, una cosa francamente senza senso. Ma il problema di quel giudice americano era solo quello di sfregiare un presidente degli Stati Uniti alla vigilia del suo insediamento. E di procurarsi l’applauso del Travaglio americano di turno, col suo archivio di “pregiudicati” in carriera, diciamo così, da mettere alla gogna nelle occasioni utili alla lotta politica.  Ma curiosamente il Travaglio vero, autentico, Marco, ha questa volta risparmiato al malcapitato di turno un trattamento da pregiudicato. Il suo Fatto Quotidiano con eccezionale sobrietà, a dir poco, ha dedicato all’impresa del giudice americano, e alla sua vittima, un modesto titolo di prima pagina che dice, testualmente: “Sentenza e immunità- Trump, condanna senza pena: soldi alla porno-amante”. Una sobrietà inglese, direi, a mezza strada fra l’America e l’Italia.

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Il più spiazzato dalla liberazione di Cecilia Sala in Iran è stato il Centro

Dal Dubbio

  Tra gli effetti collaterali dell’operazione riuscita a Giorgia Meloni di riportare a casa in meno di un mese la giornalista italiana Cecilia Sala finita inconsapevolmente in Iran in un gigantesco e pericolosissimo intrigo internazionale, ci sono quelli ascrivibili al complesso tentativo di rianimare in Italia il Centro. Ma soprattutto di rianimarlo non nella posizione o nello spazio terzopolista tentato nelle ultime elezioni politiche da Carlo Calenda e Matteo Renzi, che hanno poi fatto a gara fra di loro per demolirlo, bensì a sinistra. Per costruire la terza gamba del centrosinistra auspicata già prima delle elezioni nel Pd dall’ostinato Goffredo Bettini: l’uomo che aveva promosso Giuseppe Conte come “il punto più avanzato dei progressisti italiani”, forse contribuendo a gonfiarne la bolla proprio mentre perdeva Palazzo Chigi , uscendone per fare posto a Mario Draghi.

         I centristi, chiamiamoli così, di ispirazione e culturale cattolica e laica, interna ed esterna al Pd guidato da Elly Schlein, si sono dati appuntamento in due convegni programmati per il 18 gennaio a Milano e a Orvieto  ben prima che scoppiasse la vicenda di Cecilia Sala. L’obiettivo degli uni e degli altri era -non so se ancora- quello di rianimare la leadership della Schlein in una coalizione realistica, e non solo immaginaria, di un’alternativa al centrodestra a conduzione meloniana.

Cecilia Sala libera in Italia

         Ebbene, a liberazione di Cecilia Sala appena avvenuta con la regìa indiscussa della Meloni, fra missione lampo da Donald Trump e complicazioni createle più o meno consapevolmente da Elisabetta Belloni formalizzando le proprie dimissioni dal vertice dei servizi segreti a detenzione della Sala appena cominciata, di cui l’ambasciatrice non poteva non essere informata; a liberazione avvenuta, dicevo, il Centro della sinistra è quello uscito forse peggio dalla vicenda per difetto, quanto meno, di analisi e di prospettazione. E persino di collocazione internazionale.

         Romano Prodi, pur con l’esperienza maturata due volte brevemente a Palazzo Chigi e a Bruxelles più a lungo guidando la Commissione Europea, ha contestato alla Meloni una presunta vocazione all’”obbedienza” a Trump, Musk e compagnia bella. Addirittura prestandosi nel salotto televisivo di Lilli Gruber, proprio nel giorno della liberazione di Cecilia Sala, e raccogliendo una palla passatagli da Massimo Giannini, coautore con lui di un libro ancora fresco di stampa, a tradurre in “cavallo di Troia” in Europa l’immagine della Meloni come di una “Trump card”.

Claudio Velardi sul Riformista

         Claudio Velardi, che conosce bene la sinistra avendola a lungo frequentata in posizioni particolari di visione come quando era collaboratore di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, ha così rappresentato la sua crisi scrivendone sul Riformista proprio sul terreno della politica estera così decisivo per chi si propone come alternativa  al governo in carica: “Né l’annunciato evento di una formazione centrista di impronta “cattolica” (qualunque cosa voglia dire nel ventunesimo secolo) potrà colmare il deficit strutturale dell’alleanza: la mancanza di un progetto unitario incarnato in una leadership indiscussa”. Poco importa, a questo punto, se individuata nella segretaria del Pd o in qualcun altro vestito da federatore. Come fu Prodi in tempi politicamente e storicamente lontanissimi e irripetibili, con la velocità che ha contrassegnato l’evoluzione dei partiti in Italia e dei rapporti fra di loro. O come immaginato da altri scommettendo su Ernesto Maria Ruffini, l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate di cui la Meloni ha parlato nella conferenza stampa d’inizio dell’anno mostrando di non temerlo come attore o protagonista politico dell’opposizione.

Pubblicato sul Dubbio

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