Zelensky battuto e cacciato dal ring allestito da Trump alla Casa Bianca

Le due torri gemelle di New York nel 2001

Le immagini televisive della lite alla Casa Bianca fra Donald Trump e Volodymir Zelensky mi hanno procurato la stessa, devastante impressione delle due torri gemelle di New York l’11 settembre del 2001 sotto l’attacco terroristico. Oriana Fallaci le vide e descrisse dalla sua casa come due fiammiferi che ardevano.

Come mai avrei immaginato lo spettacolo di quelle due torri, tanto da scambiarle a prima vista per un film, così mai avrei immaginato che Trump e Zelensky, in ordine non solo alfabetico, se le sarebbero dette e metaforicamente date così tanto davanti alle telecamere in un incontro o “agguato” -secondo Repubblica- in un cui le parole sono volate come schiaffi o pugni. Uno spettacolo del quale porta le maggiori responsabilità Trump non solo come padrone di casa ma anche come un attore dichiaratamente compiaciuto, alla fine, della sua prestazione, nel massimo della trasparenza. Che non è sempre una virtù, come dimostra la necessità della diplomazia avvertita e praticata da tempo, almeno sino a un momento prima dell’incontro di ieri.

Alle rovine dell’Ucraina dopo più di tre anni di guerra cominciata dalla Russia di Putin fra la distrazione di Trump, che prima ancora di riceverlo aveva attribuita a Zelensky l’attacco per compiacere lo zar o lo Stalin di turno. Che temo non glielo avessero neppure chiesto, tanto pubblicamente e orgogliosamente il Cremlino aveva annunciato il 24 febbraio 2022 l’invasione dell’Ucraina considerandola una “operazione speciale” di “denazificazione” da concludere in tre giorni. E non nei quindici indicati da Trump all’ospite, diciamo così, ucraino come il termine entro il quale i russi avrebbero portato a termine il loro progetto se non fossero stati sorpresi dagli aiuti occidentali all’Ucraina. Con i quali Zelensky, secondo Trump, avrebbe “giocato con la terza guerra mondiale”.

Trump -ho sentito dire ieri in televisione da Italo Bocchino, ospite del salotto di Lilli Gruber su La 7- è stato con Zelensky come gli americani lo hanno voluto e lo vorrebbero ancora. Si tratta però dello stesso Zelensky col quale la premier italiana Giorgia Meloni, di cui Bocchino è abitualmente invitato a prendere le difese solo contro tutti, ha un rapporto speciale quanto con Trump.

Dal Foglio

 Siano solo agli inizi di un film giallo di cui temo che gli stessi protagonisti, attori e comparse non conoscono la fine, pur fingendo di averla in testa o di poterla condizionare. Non si può neppure augurare una buona visione, tanto pauroso e tragico è il contesto dello spettacolo, anche se Giuliano Ferrara sul Foglio è riuscito ad avvertire “il lato comico dell’Apocalisse”.  

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La caccia, anzi la corte dei magistrati ai “grandi avvocati” nella lotta al governo

Da Libero

Evidentemente consapevoli della scarsa attendibilità, diciamo così, di quel vantato 80 per cento di adesioni dei magistrati allo sciopero contro il governo e la sua riforma della giustizia-  -cui molti hanno aderito virtualmente, senza in realtà parteciparvi per non subire trattenute sullo stipendio- i tifosi dell’associazione nazionale delle toghe hanno improvvisato una caccia. Anzi una corte ai “grandi avvocati” che, in dissenso dai loro colleghi meno famosi ma largamente maggioritari, hanno criticato anch’essi la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. Nella quale il sindacato delle toghe vede un disegno di asservimento delle Procure al governo. E liquida come bugie o truffe le smentite opposte da un ministro della Giustizia come Carlo Nordio, di lunga esperienza maturata nella pubblica accusa quando faceva il magistrato.

Toghe in sciopero

La caccia -o la corte, ripeto- ai “grandi avvocati” solidali con le preoccupazioni e le proteste del sindacato delle toghe, anche nella nuova gestione del presidente Cesare Parodi e del segretario Rocco Manuotti, ha portato al quasi arruolamento di Guido Alpa e di Franco Coppi.

Di Franco Coppi, invece, mi sento di dire qualcosa, nonostante egli abbia mandato in brodo di giuggiole i compiaciuti dello sciopero dichiarando di non avere avvertito l’influenza delle carriere non separate fra giudici e pubblici ministeri in nessuna delle cause che è gli toccato di perdere.

Di Guido Alpa, pur di simpatie notoriamente socialiste, non dico nulla.  Può darsi che l’ex premier Giuseppe Conte, uscito un po’ dalla sua scuderia universitaria e legale, abbia preso da lui anche la preferenza per la carriera unica, sostenuta dal MoVimento 5 Stelle di cui lo stesso Conte è presidente. E forse persino imperatore, dopo tutti gli strappi col fondatore “sopraelevato” Beppe Grillo.

L’avvocato e senatrice Giulia Bongiorno

Di Franco Coppi è abbastanza nota non solo l’assistenza legale ma anche la simpatia maturata nei rapporti con Silvio Berlusconi. Di cui basta il nome ormai per capire l’opinione che aveva dei magistrati. Altrettanto noto è il fatto che sia uscita dalla scuderia forense di Coppi addirittura Giulia Bongiorno. Che unisce adesso la sua esperienza di avvocato a quella politica, di presidente della Commissione Giustizia del Senato, nella convinzione che la separazione delle carriere giudiziarie sia la naturale conseguenza del “giusto processo”. Esso “si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”. Parole che non si è inventate Giulia Bongiorno ma si trovano nell’articolo 111 della Costituzione aggiornato nel 1999, e stampato nelle copie curiosamente sventolate dai magistrati nei tribunali e fuori scioperando contro la riforma all’esame del Parlamento, E’ passato abbastanza tempo, credo, per garantirne davvero, e finalmente, l’applicazione.

L’aggiornamento costituzionale del 1999 non fu introdotto per capriccio o distrazione, peraltro a larga maggioranza. Ma per il combinato disposto del processo riformato, da inquisitorio ad accusatorio, ai tempi del ministro socialista della Giustizia Giuliano Vassalli, nel 1989, e dell’aggiramento subito dopo qualche anno con la pratica dei processi targati Tangentopoli. O “Mani pulite”, come i magistrati vollero chiamare con enfasi igienica le loro indagini sul finanziamento illegale dei partiti. Allora- con la certificazione, che non mi stancherò mai di ricordare, di Giorgio Napolitano in una lettera scritta e pubblicamente diffusa dal Quirinale alla vedova di Bettino Craxi nel decimo anniversario della morte del marito in terra tunisina- si verificò un “brusco spostamento degli equilibri nel rapporto fra politica e giustizia”.  Cioè uno squilibrio, al quale in troppi si sono abituati, nei tribunali e fuori. E’ questa la verità alla quale vogliono sfuggire con i loro scioperi i magistrati scambiando per “vendetta” ogni tentativo davvero riformatore per riequilibrare ciò che è stato “bruscamente” -ripeto- oltre che surrettiziamente cambiato una trentina d’anni fa.

Pubblicato su Libero

Fallito l’assalto delle toghe alle prime pagine con lo sciopero nei tribunali

Pur con l’annunciato 80 per cento di adesioni, comprese però quelle solo virtuali di magistrati rimasti al lavoro per evitare le trattenute dallo stipendio, le toghe coccardate e guidate anche fisicamente dal presidente e dal segretario della loro associazione sindacale, Cesare Parodi e Rocco Manuotti, hanno sostanzialmente fallito l’assalto alle prime pagine dei giornali.

Da Libero

Lo sciopero è finito sopra gli altri titoli -come su Libero di Mario Sechi e sull’Unità di Piero Sansonetti- solo in chiave critica per gli “insulti” alla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri e all’articolo 111 della stessa Costituzione. Che che nel testo aggiornata nel 1999 sul cosiddetto giusto processo ne ha spianato la strada. Sulla quale il governo di Giorgia Meloni è deciso a proseguire in migliori condizioni politiche dei precedenti, pur aperto -come è emerso  ieri da un vertice- a quale modifica  sulle modalità  del ricorso al sorteggio per la composizione  degli organi di rappresentanza istituzionale dei magistrati.

Dall’Unità

Sulle altre prime pagine dei giornali hanno continuato a prevalere Trump con i suoi rapporti rovesciati contro l’Europa e a favore della Russia di Putin, la Brexit un po’ rientrata di fronte alle prospettive di una pace ingiusta in Ucraina, il Papa col suo ricovero al Policlinico Gemelli, il caro-bollette e, fresca di agenzie, la morte misteriosa del famoso attore americano Gene Hachman, della moglie e del loro cane.

Dal Fatto Quotidiano

Persino Il Fatto Quotidiano, pur mettendo in rilievo la partecipazione -taroccata, ripeto- dell’80 per cento delle toghe allo sciopero ha ammesso le difficoltà dei magistrati nella lotta alla separazione delle carriere. Esso ha cercato, in particolare, di amplificare riserve e simili dei “grandi avvocati”. Fra i quali il giornale di Travagli ha scelto, per appendervisi come a una stampella, Franco Coppi. Che ha dichiarato di non avere perso una sola causa per le carriere non ancora separate dei giudici e dei pubblici ministeri. Non sembra pensarla così però, in materia di carriere separate, il più famoso e riuscito avvocato uscito dalla scuderia di Coppi: Giulia Bongiorno, anche presidente della Commissione Giustizia del Senato.  

L’assalto dei magistrati alle prime pagine dei giornali…di domani

Dal Tempo

Con lo sciopero di oggi nei tribunali, che i nuovi vertici dell’associazione nazionale dei magistrati hanno ereditato dai precedenti, e confermato pur in pendenza di un incontro a breve col governo, le toghe tentano l’assalto più che allo stesso governo per la riforma della giustizia all’esame delle Camere, alle prime pagine dei giornali di domani. Dove sperano di sottrarre più spazio di quello modesto di oggi al Papa in ospedale, a Trump che sogna di replicare Las Vegas o Miami, o la Costa Smeralda, o tutte insieme, nella striscia di Gaza, alla Brexit felicemente tradita, o aggirata, a Londra per una risposta unitaria e militare dell’Europa al presidente americano che l’ha praticamente esautorata nel negoziato con Putin per la pace nell’Ucraina aggredita tre anni fa dalla Russia con un’operazione che doveva concludersi in tre giorni. E altro ancora.

Dall’Unità

Per poter vantare la partecipazione più larga possibile a questo sciopero impietosamente definito “eversivo” dall’Unità di Piero Sansonetti, davvero nuova rispetto a quella dove i magistrati erano solo eroi nella lotta al male costituito dai partiti e dintorni, i sindacalisti delle toghe hanno deciso di considerare aderenti alla protesta anche quelli che non vi aderiscono per dichiarata indisponibilità a perdere la paga, diciamo così. Che è un po’ il modo di ingannare il sindacato. O di rifilare borsette contraffatte come una Santanchè qualsiasi.

Dal Foglio

Pur in questo contesto alquanto goffo, a dir poco, qualcuno fra i magistrati -per esempio, il giudice Giuseppe Cioffi del tribunale di Napoli nord- ha annunciato il suo no allo sciopero con condividendo la contestazione ch’esso sottende delle competenze del governo di proporre e del Parlamento di esaminare una qualsiasi legge, anche quella costituzionale che prevede la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri. Chissà se Cioffi arriverà ad appendere l’annuncio del suo no allo sciopero sulla porta del proprio ufficio, come fece a suo tempo a Milano l’allora sostituito procuratore Antonio Di Pietro per uno sciopero indetto addirittura contro il presidente della Repubblica. Che era Francesco Cossiga, sdebitatos poi in qualche nodo scrivendo la prefazione ad un libro dello stesso Di Pietro, salvo revocargliela nelle edizioni successive, quando “Tonino” diventò qualcosa d’altro di un pur noto e ruspante sostituto procuratore.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio

Una cosa comunque è sicura dello sciopero in corso. Anche per la carnevalesca ammissione dei non scioperanti all’elenco delle adesioni, la popolarità dei magistrati continuerà a scendere, in una curva  ripetutamente ricordata ai suoi ex colleghi dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che si è guadagnata anche per questo un’avversione di carattere anche personale in quello che fu, in senso lato, il suo ambiente di lavoro. 

La Santanchè con le dimissioni nella borsetta, pur avendo evitato la sfiducia

La ministra Santanchè a Montecitorio

Da Lascia o raddoppia? dell’indimenticato Mike Bongiorno a Raddoppia e lascia!- si potrebbe diredello spettacolo di Daniela Santanchè alla Camera. Dove la ministra del Turismo si è guadagnata la seconda fiducia parlamentare derivante dalla bocciatura della sfiducia promossa dalle opposizioni, ma promettendo praticamente e generosamente le dimissioni agli amici di partito e di maggioranza, se dovesse essere rinviata a giudizio anche per truffa all’Inps, oltre per il falso in bilancio contestatole in un altro processo.

Le parole di Santanchè

“A breve -ha detto la ministra al termine di un discorso estremamente polemico e interrotto dalle proteste delle opposizioni- ci sarà un’udienza preliminare e finora abbiamo solo sentito l’accusa. In quell’occasione farò una riflessione per poter anche valutare le dimissioni. Sarò guidata solo dal rispetto del mio premier, del governo, della maggioranza ma soprattutto per l’amore per il mio partito, dove certo io non vorrò mai diventare un problema ma continuare a essere una risorsa”.  

Dasl tabellone della Camera

La premier Giorgia Meloni, che “non ha risposto” all’appello nominale sulla sfiducia, come ha registrato il tabellone elettronico dell’aula di Montecitorio, deve avere molto apprezzato seguendo la seduta altrove. Sicuramente hanno apprezzato i colleghi di partito e di maggioranza applaudendo calorosamente le parole della ministra, che li hanno liberati dal rischio di un altro passaggio parlamentare scomodo, a dir poco, come in un’arena da combattimento più che nell’aula di una Camera.

Santanchè all’uscita dall’aula di Montecitorio

Per l’insistenza con la quale le opposizioni l’hanno voluta processare chiedendo la sfiducia individuale -e non risparmiandole neppure l’accusa di taroccatrice per l’abitudine di regalare borse contraffatte contestatale di recente dalla penultima fidanzata del compianto Silvio Berlusconi- la Santanchè si è sentita vittima di un “ergastolo mediatico”. E di una lotta demagogica “non alla povertà ma alla ricchezza”. O a una certa avvenenza o eleganza da lei stessa orgogliosamente indicata nei suoi tacchi a spillo. Tutte cose, naturalmente, che hanno infiammato le opposizioni in una giornata parlamentare super-eccitata, essendosi impegnati i deputati, prima di votare sulla Santanchè, nella discussione sulla sfiducia promossa dagli avversari del governo contro il ministro della Giustizia Carlo Nordio per l’affare del generale libico Almasri. Che è stato rimpatriato, anziché essere trattenuto in carcere per essere consegnato alla Corte penale internazionale, che ne aveva chiesto l’arresto, una volta in Italia proveniente dalla Gram Bretagna, dal Belgio e dalla Germania, per crimini di guerra o contro l’umanità.

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Il rapporto di Calenda con la Schlein finisce tra le macerie dell’Ucraina

Dal Dubbio

In linea del resto col nome che porta, andava calando già da tempo l’interesse di Carlo Calenda, appunto, per il campo che con spirito “testardamente unitario” la segretaria del Pd Elly Schlein cercava, e cerca ancora, di organizzare, arare, coltivare e quant’altro per realizzare l’alternativa al centrodestra. Andava calando, quell’interesse, specie dopo che alla porta del Nazareno aveva cominciato a bussare anche Matteo Renzi. I due, come si sono accorti ormai anche i più distratti nella lettura della cronaca politica, soffrono di una incompatibilità di caratteri, ambizioni e visioni esplosa dopo lo sforzo sovrumano di nasconderla o attenuarla nelle elezioni politiche di due anni e mezzo fa. Quando essi si proposero come il terzo polo dell’Italia bipolare sognata nel 1993 con la riforma elettorale di senso o spirito maggioritario. Su cui addirittura nacque la cosiddetta seconda Repubblica, pur con la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi e non di Achille Occhetto.

Calenda e Santanchè d’archivio

L’incompatibilità lungo la strada della comune ricerca dell’alternativa al centrodestra è stata scoperta da Calenda anche nei rapporti con la Schlein, deflagrati col ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e l’approccio del presidente americano al problema della pace in Ucraina, da imporre più al “dittatore non eletto e comico mediocre” Zelensky che all’aggressore Putin.

Calenda a Odessa

Il fatto che, mentre lui correva a Odessa per rafforzarsi nella convinzione delle buone ragioni dell’Ucraina nel terzo anniversario dell’invasione russa la Schlein non avesse trovato la voglia, il tempo di scegliere una delle piazze italiane solidali con Zelensky ha spinto Calenda a chiudere praticamente la sua partita col Nazareno.

Calenda al Foglio

Già soddisfatto delle buone ragioni dell’Ucraina ribadite pubblicamente dalla Meloni, accusata invece dalla Schlein di essere anche su questo versante più una presidente del consiglio che del Consiglio, timorosa di perdere la stima e l’amicizia del presidente americano, Calenda ha detto al Foglio, testualmente. “Tra Conte che loda Trump, Renzi che va a Miami a fare la claque del presidente americano pagato dall’Arabia Saudita e Schlein che parla d’altro, questo mi sembra il triste destino del campo largo. No, non ne farò mai parte. Siamo su un crinale per cui passa la Storia. A queste condizioni Azione non ci sarà neppure per collaborazioni parlamentari e locali”.

Una volta insieme….

Al macero, quindi, tutte le fotografie lasciate scattare da Calenda con la Schlein, da solo, o con altri aspiranti all’alternativa al centrodestra. Del resto, le foto di opportunità, come vengono chiamate quelle che vorrebbero rappresentare eventi e situazioni particolari, cominciano a non avere bisogno neppure di qualche ora per essere metaforicamente smentite, superate, stracciate. Guardate quelle alla Casa Bianca scattate ai festosi e compiaciuti Trump e Macron mentre i delegati dei rispettivi paesi all’Onu non riuscivano a votare nello stesso modo sul problema al centro del loro “vertice”, cioè la questione della pace in Ucraina.

Pubblicato sul Dubbio

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Che cosa non si riesce a fare davanti al fotografo o a una telecamera…

Già compromessa di suo e da tempo per le frequenti smentite o evaporazioni, la foto “opportunity” -destinata nelle intenzioni di chi la scatta e di chi si fa riprendere, o ne è sorpreso, a dimostrazione o testimonianza del significato di un evento- ha appena avuto alla Casa Bianca un altro colpo micidiale, di inattendibilità o falso. Un po’ come le borse taroccate contestate in Italia alla ministra del Turismo Daniela Santanchè da amiche che le hanno ricevute. O almeno da una -Francesca Pascale, la penultima fidanzata di Silvio Berlusconi- che con le sue rivelazioni ha un pò aumentato le difficoltà d’immagine dell’esponente del governo sottoposta a mozione di sfiducia individuale in Parlamento per le sue vicende giudiziarie.

Ma torniamo alla Casa Bianca, dove si sono persino sprecate le foto dell’incontro del presidente Donald Trump col presidente francese Emmanuel Macron prima, durante e dopo, tra sorrisi, risate, ammiccamenti.

Trump e Macron ala Casa Bianca

A dispetto di questa rappresentazione entusiastica dei rapporti fra le due personalità e i rispettivi paesi o governi, Trump ha rifilato all’ospite durante la conferenza stampa congiunta un elogio all’assente Giorgia Meloni –“una grande leader”, ha detto- che da solo riduceva o smentiva la presunzione dell’ospite di avere fregato tutti in Europa correndo a rappresentarla alla Casa Bianca, mentre il presidente americano tesse con Putin la tela della pace in Ucraina. Dalla stessa Meloni il presidente francese aveva raccolto nei giorni scorsi a Parigi il dissenso, a dir poco, dalla strada da lui scelta, con vertici improvvisati al di fuori delle sedi istituzionali dell’Unione, per rappresentare in questa difficilissima congiuntura internazionale il vecchio continente. O lasciarvi sopra la sua impronta.

Immagine della guerra in Ucraina

Ancor più dell’elogio alla premier italiana -ripagata così anche di un ringraziamento mancato di Trump ad una sua partecipazione a distanza alla convenzione dei conservatori americani-  è caduta come un drone o un missile- per restare alle immagini militari- sul vertice alla Casa Bianca lo spettacolo andato in scena in scena contemporaneamente alle Nazioni Unite. Dove America e Russia hanno votato insieme un documento da cui entrambe erano riuscite a togliere ogni riferimento all’aggressione di Mosca all’Ucraina. E ne hanno osteggiato un altro contenente la difesa dell’”integrità” territoriale del paese invaso dalla Russia tre anni fa per essere normalizzato in tre giorni, secondo i progetti di Putin.  

Von der Leyen e Zelensky a Kiev

Non parliamo poi, o infine, della scarsa compatibilità, diciamo così, tra le foto alla Casa Bianca fra Trump e Macron e quelle giunte da Kiev, dove i vertici istituzionali dell’Unione, a cominciare dalla presidente della Commissione di Bruxelles Ursula von der Leyen, hanno voluto correre nel terzo, tragico anniversario della guerra all’Ucraina sferrata da Putin per ribadire il sostegno al “dittatore e attore mediocre” che sarebbe Zelensky secondo Trump.

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Più della Meloni ora l’incubo della Schlein è lo sconfitto Sholz a Berlino

Da Libero

Quel 16,5 per cento dei voti cui sono scesi i socialdemocratici tedeschi, in un turno elettorale peraltro a larghissima partecipazione, con ben più dell’80 per cento ormai inimmaginabile in Italia, dovrebbe far riflettere la segretaria del Pd Elly Schlein. Che ha cominciato anche a lei a registrare nei sondaggi una certa tendenza a scendere da quando ha opposto la sua dichiarata testardaggine, nell’inseguimento della unità delle opposizioni, a quanti nel partito mordono il freno per la radicalizzazione della linea. E ciò pur di non perdere per strada la sinistra di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, ma soprattutto quel misto fritto che è diventato il Movimento 5 Stelle sotto la guida sempre più personalizzata e massimalista di Giuseppe Conte.

Elly Schlein e Giuseppe Conte

Diversamente dalla Germania, dove i socialdemocratici sotto una guida diversa dallo sconfitto Olaf Sholz, possono pensare ad una ripresa collaborando con la Dc tedesca del prossimo cancelliere Federik Mez, la Schlein in Italia non ha alcuna rete di sicurezza o di riserva su cui poter contare. Se non riesce a legare bene neppure con i riformisti del suo partito, temendo i contraccolpi che le deriverebbero nei rapporti con Conte, figuriamoci se e come potrà coltivare il disegno alternativo suggeritole da quel furbacchione di Dario Franceschini. Che è di scommettere sul collasso del centrodestra per agganciare la Forza Italia di un Antonio Tajani finalmente consapevole di quel biglietto della lotteria che avrebbe in tasca rompendo con Giorgia Meloni e con Matteo Salvini. E diventando -ha detto sempre Franceschini nell’autofficina dove ha aperto il suo nuovo ufficio- l’ago della bilancia di ogni governo.

Elly Schlein e Dario Franceschini

In Italia la Meloni non è come Alice Weidel in Germania, con la sua estrema destra marginalizzata anche col quasi 21 per cento raggiunto nelle elezioni raddoppiando i voti rispetto a quattro anni fa e piazzando la sua Alternativa al secondo posto nella graduatoria dei partiti tedeschi. La Meloni è di altra stoffa. E sa tenere bene la coalizione di centrodestra che guida, nonostante le tensioni o difficoltà amplificate dagli avversari: meglio di quanto non riesca la Schlein al Nazareno alle prese con una decina ormai di correnti, quante ne ho viste contare dagli specialisti della formazione prodotta dalla fusione a freddo, nel 2007, fra i resti del Pci, della sinistra democristiana e cespugli vari.

Giorgia Meloni

Sconcerta, a dir poco, la segretaria di un partito che dovrebbe essere l’animatore e il perno dell’alternativa al centrodestra e non riesce a trovare un argomento o una piazza per partecipare a qualcuna delle manifestazioni organizzate per solidarizzare con l’Ucraina nel terzo anniversario della guerra d’invasione cominciata dalla Russia di Putin col proposito velleitario di concluderla entro tre giorni. Eppure la Schlein aveva sfidato nei giorni scorsi la premier Meloni a schierarsi con l’Ucraina piuttosto che col presidente americano Donald Trump deciso ad accordarsi con Putin anche a costo di attribuirgli la parte dell’aggredito, anziché dell’aggressore.

La Schlein ritiene evidentemente gli altri della sua stessa pasta. Si è tappata orecchie e occhi per non sentire e vedere la Meloni ripetere, in collegamento con l’assemblea dei conservatori americani, che l’aggredita è l’Ucraina e l’aggressore è Putin. Il mondo della Meloni non è sottosopra come la Schlein vorrebbe per consolarsi e cercare di uscire dal vicolo -quello sì- in cui lei ha trascinato il Pd. Dove prima o poi penso che dovrà pagare il conto di una gestione un po’ maramaldesca.

Sentir dare alla Meloni, in una scenata parlamentare organizzata con tanto di cartelli, della presidente del coniglio, anziché del Consiglio, da una segretaria di partito che, ripeto, non è riuscita a trovare, o ha esitato fino all’ultimo, se mai ci avesse ripensato mentre scrivo, una piazza per confermare la solidarietà all’Ucraina nel terzo anniversario della sua invasione, è stato il massimo non della durezza nello scontro politico, ma semplicemente della comicità. 

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L’Europa continua a correre a destra fuggendo dalla sinistra

Tutto più o meno come previsto nei risultati delle elezioni anticipate in Germania, ma adesso chi va a raccontare e spiegare all’intelligenza artificiale della sinistra, a cominciare da quella italiana, visto ormai il difetto di intelligenza naturale, che l’Europa, come l’America di Donald Trump, va sempre più destra? Anzi, corre a destra, con un’affluenza alle urne altissima, di un 84 per cento ormai inimmaginabile in Italia, fuggendo dalla sinistra.

Dal Fatto Quotidiano

Una destra che in Germania non a torto, una volta tanto, Il Fatto Quotidiano preferisce chiamare al plurale –“le 2 destre”-  essedo una la Dc  di Frederik Mez, spinto verso la Cancelleria col circa 29 per cento dei voti, e l’altra l’Alternativa per la Germania di Alice Weidel, che ha raddoppiato i consensi rispetto alle precedenti elezioni diventando con più del 20 per cento il secondo partito tedesco.

La leader dell’estrema destra tedesca, Alice Weidel

La destra di Alice, chiamiamola così, ha guadagnato quasi quanto ha perso -una decina di punti- il cancelliere socialdemocratico uscente e battuto Olaf Scholz. Il cui partito prevedibilmente si accorderà, essendosi già offerto, con la Dc di Merz per costruire una specie di cordone sanitario conto la destra della Weidel. Che altrettanto prevedibilmente, come accade alla destra francese di Marine Le Pen contrastata dal presidente Emmanuel Macron con governi stagionali, continuerà a guadagnare voti, anziché perderne, rimanendo all’opposizione.

Trump e Putin d’archivio, ma nn troppo

In questa prospettiva, aggravata da un quadro internazionale di confusione o panico, messo sottosopra dal presidente americano Donald Trump scaricando, a dir poco, l’Ucraina del “dittatore e comico mediocre” Zelensky e trasformando Putin da aggressore ad aggredito, la Germania del camcelliere Mez ha buone probabilità di essere instabile come quella di Scholz.

Dal Policlinico Gemelli di Roma

L’Europa Non c’è da stare francamente allegri, nonostante le foto festose di Berlino che si dividono le prime pagine dei giornali con quelle romane del Policlinico Gemelli, dove Papa Francesco è in pericolo di vita.  

Meloni torna a difendere l’Ucraina dalla “brutale aggressione” russa

Giorgia Meloni ha dunque parlato interrompendo un silenzio sui rapporti fra Trump e l’Ucraina che sarcasticamente l’aveva fatta paragonare ieri da Salvatore Merlo, sul Foglio, al cineoperatore Serafino Gubbio. Immortalato in un romanzo da Luigi Pirandello facendogli dire. “Io mi salvo, nel mio silenzio, col mio silenzio, che m’ha reso così come il tempo vuole: perfetto”.

Trump e Meloni d’archivio

  Vestita di un rosso uguale a quello dipinto sulle labbra ma soprattutto a quello frequente, se non abituale, delle cravatte di Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti col quale vanta un rapporto dichiaratamente privilegiato, la premier italiana è intervenuta da remoto -come si dice in gergo tecnico- alla convenzione americana dei conservatori.

La premier italiana ha parlato bene naturalmente dei conservatori in genere, da lei rappresentati a livello europeo già prima di diventare presidente del Consiglio, e del conservatore massimo che siede “forte ed efficace” alla Casa Bianca.  Del quale si è detta convinta, o al quale ha chiesto, raccomandato e quant’altro di “non allontanarsi dall’Europa”. Come vorrebbero invece “i nostri avversari”, ha detto la Meloni scambiando per tali anche quelli che sul versante moderato, e negli stessi Stati Uniti, oltre che in Gran Bretagna, in Italia e altrove, hanno trovato negli annunci, nelle minacce e quant’altro di Trump qualcosa di non molto entusiasmante o solo incoraggiante per l’Europa.  

Meloni e Zelensky d’archivio

La Meloni ha parlato dell’Ucraina vittima di una “brutale aggressione” russa, e non viceversa, come aveva fatto qualche giorno prima Trump nella “bolla di disinformazione” contestatagli dal premier Volodymir Zelensky. Che si è rimediato per questo dal presidente americano del “dittatore non eletto”, ridotto al “4 per cento” nei sondaggi, e del “comico mediocre”.

Dal manifesto

Un paese aggredito dovrebbe naturalmente attendersi da quelli che lo hanno aiutato a difendersi evitandogli la capitolazione nei tre giorni propostisi dall’aggressore, impegnato da tre anni in una guerra chiamata “operazione speciale”, una gratificazione riparatrice o comunque una protezione nelle trattative di pace, quando queste finalmente si aprono. Ma non si è colta una simile predisposizione nelle parole e negli atteggiamenti di Trump. Le cui aperture a Putin hanno sorpreso tanto persino Mosca, dove l’ultraputiniano vice presidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev ha riso.  Una risata che presumo non condivisa dalla Meloni, che non ne ha parlato ai conservatori americani. E che, per quanto accolta con una ovazione dai conservatori americani quando è apparsa sugli schermi, Trump non ha citato ringraziando alla fine  gli ospiti intervenuti. “Innervosito”, secondo il manifesto. Ma non al punto da criticarla o insultarla. Anche lui è ricorso al silenzio di pirandelliana memoria. E’ il bello del romanzo, o della commedia.

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