Quel riarmo europeo che non si vorrebbe chiamare col proprio nome

La vignetta di ItaliaOggi

Questa storia, condivisa anche dalla premier Giorgia Meloni parlandone ai giornalisti dopo il Consiglio europeo a Bruxelles, di volere sì riamarsi per potenziare la sicurezza dell’Unione ma senza parlare di riarmo, come ha fatto invece la presidente della Commissione Ursula von der Leyen formulando la sua proposta di piano regolarmente approvata, è un altro dei paradossi prodotti dallo scossone del presidente americano Donald Trump ai rapporti internazionali. Uno scossone che ha obiettivamente complicato il percorso della pace in Ucraina che lo stesso Trump ha voluto avviare dubitando, diciamo così, della volontà del presidente ucraino Volodymir Zelenski, “dittatore non eletto e comico mediocre”, di porre fine davvero alla guerra nel suo paese.

Titolo della Ragione

Dai dubbi di Trump sono derivati il bisticcio suo e del vice Vance con Zelensky nell’ufficio ovale della Casa Bianca affollato per un incontro alla presenza un po’ anomala di troppi ospiti, compresi giornalisti e teleoperatori, e poi la solidarietà riparatrice ottenuta dal presidente ucraino in varie sedi. Che sono stati il vertice internazionale promosso a Londra dal premier britannico e il Consiglio europeo ieri  a Bruxelles, dove Zelensky ha raccolto strette di mano e abbracci da tutti i partecipanti.  Convinti tuttavia, come lo stesso Zelensky scrivendo al presidente americano che se n’è vantato davanti al Congresso, che Trump ha sbagliato approcci, toni e quant’altro, anche nei riguardi dell’Unione europea concepita, secondo lui, per fregare gli alleati americani, ma ha la “forza” e l’autorevolezza di giocare la partita in corso con Putin. Che per sentirsi meglio a suo agio nella trattativa sulla pace in Ucraina ha ottenuto dal presidente americano il riconoscimento, non falso ma falsissimo, di non avere aggredito l’Ucraina con una dichiarata e vantata “operazione speciale”, bensì di essere stato aggredito dal paese limitrofo, evidentemente con la complicità di tutti quelli che lo hanno aiutato con soldi e armi, a cominciare dagli Stati Uniti dei tempi di Joe Biden alla Casa Bianca.

Vi ho raccontato, anzi vi sto raccontando non un film comico o tragicomico, con un comico di professione prestato alla politica come Zelensky e un politico ormai professionale prestato allo spettacolo come Trump, ma semplicemente e banalmente lo stato delle cose. E degli altri attori o comparse che partecipano allo spettacolo.

Il ministro degli Esteri russo Lavrov

Vedremo se, quando e come tutto questo si tradurrà davvero in una pace in Ucraina, nell’Europa cui essa ha chiesto di aderire e, ancora più in generale, in un mondo ridisegnato dopo le carte scritte a Yalta a conclusione della seconda guerra mondiale. Vasto programma, avrebbe detto la buonanima del generale Charles De Gaulle, di cui ha raccolto la successione dopo tanti anni a Parigi il presidente Emmanuel Macron, appena paragonato a Mosca da Putin e ancor più dal suo ministro degli Esteri Lavrov a   Napoleone e a Hitler, in ordine anagrafico o storico.

Giuliano Amato tra rimpianti e ammissioni sul progressismo tradito dalla sinistra

Da Libero

“Ce la siamo meritata”, ha confessato, ammesso e quant’altro il mio amico e coetaneo Giuliano Amato in una intervista a Repubblica riflettendo e sfogandosi sul mondo rovesciato dal presidente americano Donald Trump agli occhi dei progressisti. Nei quali il due volte ex presidente del Consiglio, l’ex presidente della Corte Costituzionale, l’ex braccio destro di Bettino Craxi a Palazzo Chigi fra il 1983 e il 1987 si riconosce parlandone al plurale. E dicendo anche che “il tempo lungo” della loro storia “ce l’ho tutta dentro di me”.

Sono parole amare quelle di Giuliano e, in parte, anche di un’autocritica esagerata. Perché il progressismo sul quale egli si batte il petto, finito da noi nei salotti delle zone cittadine a traffico limitato e negli Stati Uniti negli “attici di Manhattan”, magari costruiti da Trump, non è quello in cui lui si è fatto le ossa sino alla prima scalata a Palazzo Chigi, Dove arrivò nel 1992 spinto da un Craxi messo ormai fuori gioco dal combinato disposto della Procura di Milano, col capo consultato in una crisi di governo, del Pci di Achille Occhetto e del Quirinale di Oscar Luigi Scalfaro.

Giorgia Meloni

Il progressismo suicida, che ha fatto le fortune politiche in Italia prima di Silvio Berlusconi e ora di Giorgia Meloni, e di Trump in America, è quello di molte parole e pochi fatti, anzi pochissimi, se non niente in assoluto, che ha avuto la presunzione di vivere o addirittura di rigenerarsi nel deserto, come vedremo, del giustizialismo e dintorni. Un progressismo al quale Amato, a costo di rompere con un Craxi che gli diede del “professionista a contratto”, diede una mano nella sua seconda esperienza a Palazzo Chigi e altrove. Pur conservando -gli va riconosciuto- il merito e il coraggio di distinguersene. Come ha fatto nell’intervista a Repubblica difendendo la premier Meloni dal tentativo della sinistra di liquidarla come estranea alla liberaldemocrazia. E riconoscendole il merito di difendere in questa congiuntura internazionale terremotata l’Ucraina di Zelensky. “Non sembra -ha detto, sempre parlando della Meloni- che sia nelle condizioni di potersi sottrarre all’impegno comune europeo. E bisogna darle atto, nel suo intervento alla convention dei conservatori americani, di avere parlato di “aggressione russa”, formula scomparsa dal loro vocabolario”.

E’ la sinistra piuttosto, arrivatavi del resto col solito ritardo, che non riesce a stare al passo di quello che Amato ha chiamato – ripeto- “impegno comune europeo”. E’ bastata la parola “riarmo” usata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per parlare di come garantire maggiore sicurezza per fare venire le convulsioni a buona parte della sinistra, nel Pd di Elly Schlein e fuori.

La sinistra rimane quella di una cinquantina d’anni fa, che Amato dovrebbe ricordare bene. Quella che si tirò indietro dalla cosiddetta solidarietà nazionale -in qualche modo riproposta ora da Amato con un patto bipartisan di politica internazionale- non tanto per la morte di Aldo Moro, o per i voti che il Pci aveva paura di perdere, quanto per sottrarsi alla prospettiva che cominciava a delinearsi del riarmo missilistico della Nato. Sotto il cui “ombrello”, alquanto bucato o malmesso per gli SS 20 schierati dal blocco sovietico contro le capitali dell’Europa occidentale, Enrico Berlinguer era arrivato a dire di sentirsi “più al sicuro” nel perseguimento di un’autonomia dei comunisti italiani da Mosca.

Per non ammettere una realtà che smascherava la sua vera collocazione o linea Berlinguer si inventò, fra l’altro, la famosa “questione morale”, cavalcando la “diversità” della sua comunità politica da tutte le altre e seminando quel campo poi intitolato alle “Mani pulite”. Vi dice nulla questa formula, all’ombra del quale i comunisti italiani avrebbero poi cercato, solo in parte riuscendovi, di sopravvivere alla caduta del muro di Berlino e di tutto il resto? A me dice tutto, ancora. E dovrebbe dirlo anche a Giuliano Amato.

Pubblicato su Libero

Un’altra pace difficile è quella fra politica e giustizia, o governo e magistrati

La premier Giorgia Meloni e il presidente dell’associazione magistrati Cesare Parodi

Dopo un incontro di due ore col governo, da lui stesso chiesto e ottenuto in una data successiva allo sciopero delle toghe indetto contro la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici e altro proposto dalla riforma della giustizia all’esame del Parlamento, il nuovo presidente dell’associazione nazionale dei magistrati Cesare Parodi non ha voluto riconoscere appieno l’utilità del confronto avuto con la premier Giorgia Meloni. “Io credo non sia stato inutile”. Non inutile, quindi, piuttosto che utile.

Dal Corriere della Sera

Di più evidentemente il presidente dell’associazione, di una corrente moderata diversamente dal predecessore Giuseppe Santalucia, non poteva dire dopo essersi consultato col segretario del sindacato Rocco Manuotti, dell’area di sinistra. Al quale aveva già dovuto concedere dopo la richiesta dell’incontro correzioni e precisazioni alla lettura di una possibile svolta che era stata data della sua iniziativa.

La pace fra governo e magistratura, o politica e giustizia, o viceversa, che sono ai ferri piò o meno corti in Italia da almeno una trentina d’anni, è forse ancora più difficile di quella che il presidente americano Donald Trump, d’accordo col quasi omologo russo Putin, ha deciso di perseguire in Ucraina su una linea ben diversa, se non opposta a quella del predecessore Joe Biden.

Se vogliamo mettere, in questa metafora che riconosco al di sopra delle righe, la premier Meloni sullo stesso piano del presidente dell’Ucraina aggredita più di tre anni fa dalla Russia, bisogna riconoscere che a Palazzo Chigi la presidente del Consiglio ha assunto la postura del suo amico Zelensky.

La delegazione delle toghe al tavolo di Palazzo Chigi

Lo stesso presidente dell’associazione nazionale dei magistrati, prima di un analogo comunicato ufficiale del governo, ha annunciato che l’esecutivo è deciso ad “andare avanti senza alcun tentennamento, e alcuna modifica sul punto” per completare il percorso parlamentare della riforma della giustizia e la prevedibile coda referendaria. Qualcosa i magistrati, presentatisi all’incontro a Palazzo Chigi con un documento che racchiude in otto punti le loro posizioni di protesta o di proposta, potranno ottenere nei decreti e nelle leggi ordinarie di attuazione della riforma costituzionale.

La delegazione del governo al tavolo di Palazzo Chigi

Ora che le cose si sono messe in questo modo, si può dire, per tornare al linguaggio usato dal presidente del sindacato delle toghe, che l’incontro se è stato “non inutile” per la folta rappresentanza dei magistrati, è stato utile per la chiarezza della posizione del governo, con la Meloni che è stata affiancata alla sua destra dai due vice presidenti del Consiglio, Antonio Tajani e Matteo Salvini,  e alla  sua sinistra dal principale sottosegretario e dal  Guardasigilli, entrambi peraltro ex magistrati.  Le divisioni sono soltanto nei sogni altrui.

Ripreso da http://www.startmag.it

La manipolazione mediatica e politica della posizione di Zelensky

Dal Corriere della Sera

Più che di Zelensky che “apre a Trump”, come hanno titolato il Corriere della Sera ed altri giornali riferendo delle ultime dichiarazioni del presidente ucraino, pur reduce da un duro scontro col presidente americano alla Casa Bianca, si dovrebbe scrivere e titolare che Zelensky si fida degli europei, aderenti e non all’Unione, e degli altri occidentali. Che gli hanno confermato solidarietà e appoggio, in incontri bilaterali o vertici sulla sicurezza, e chiesto, a loro volta, di continuare o tornare a fidarsi di Trump. Anche dopo essere stato trattato a Washington in un modo che ha sorpreso tutto il mondo, compreso Putin, che pure dallo spettacolo in diretta televisiva dall’ufficio ovale della Casa Bianca ha tratto vantaggio politico e mediatico in vista delle trattative sulla pace da restituire, augurabilmente con la sicurezza e la integrità della più grande parte del territorio di un paese che ha l’unica colpa, o inconveniente, di confinare con la Russia.

Dalla Stampa

Solo in questi termini si può capire e spiegare l’interlocuzione con gli Stati Uniti, scambiata dalla Stampa addirittura per “resa”, che il presidente ucraino ha deciso di non compromettere pur dopo l’agguato -come in molti lo hanno definito-tesogli alla Casa Bianca soprattutto dal vice presidente americano Vance. Che ha finito per prendere la mano, e fortunatamente non anche i piedi, a Trump.

E’ augurabile ora che europei, interni ed esterni all’Unione, a cominciare naturalmente dalla prenier italiana Giorgia Meloni, non facciano pentire Zelensky della fiducia ch’egli ha riposto in loro. Sarebbe un guaio anche per l’Europa, che non sono è separata dall’Ucraina dall’oceano che separa la stessa Europa  dagli Stati Uniti.

Ripreso da http://www.startmag.it 

Dalla Meloni acrobata alla Schlein immobilizzata dalla crisi ucraina

Dal Dubbio

Non so da chi possa o debba sentirsi disturbata, o minacciata, di più sul filo dell’equilibrista dove molti la indicano in questi giorni di grande esposizione sul piano internazionale. Un’esposizione superiore a quella del suo ministro degli Esteri e vice presidente del Consiglio Antonio Tajani.

Non so, in particolare, se su quel filo le diano più fastidio, o le procurino più distrazioni, le intemperanze del presidente americano Donald Trump. Col quale pure vanta un rapporto “speciale”, servitole molto nella vicenda della liberazione della giornalista italiana Cecilia Sala dal carcere iraniano dove era stata rinchiusa per scambiarla di fatto con un trafficante e altro di droni finito in manette in Italia su richiesta americana, ma protetto da Teheran. O quelle -parlo sempre delle intemperanze- dell’ancora amico e leader della Lega Matteo Salvini, che è l’altro dei suoi due vice presidenti del Consiglio. Quello più trumpiano forse dello stesso Trump, della moglie ogni tanto defilata, del vice Jean David Vance, dell’animatore, finanziatore e quant’altro Elon Musk e del presidente argentino Javier Milei. Che non porta ma indossa la pur ingombrantissima e lucida motosega d’ordinanza.

Giorgia Meloni al vertice di Londra sulla sicurezza

Potrebbero disturbare l’”equilibrista” Meloni -nel Circo internazionale e interno della crisi ucraina, paradossalmente aggravatasi sulla strada della pace dopo tre anni e più di guerra scatenata dalla Russia di Putin- anche le intemperanze di un altro suo amico che è Volodymir Zelensky. Che la settimana scorsa -come gli hanno rimproverato anche estimatori suoi e della Meloni in Italia- è andato alla Casa Bianca per firmare un accordo con Trump e ne è uscito cacciato per averne contestato troppo la troppa fiducia riposta in Putin, sin quasi a scambiarlo da aggressore ad aggredito nella cosiddetta “operazione speciale” ordinata per la “denazificazione”, addirittura, dell’Ucraina.

Per sua fortuna politica la Meloni sul filo, ripeto, dell’equilibrista attribuitole a torto o a ragione non deve guardarsi dalle urla e dagli attacchi delle opposizioni in Italia. Che sono ancora più divise della maggioranza di centrodestra: divise fra sostenitori di Zelensky, sostenitori di Trump e sostenitori del nulla, o quasi. Opposizioni aspiranti ad un’alternativa al centrodestra che si dissolve ogni volta che deve affrontare un problema spinoso, di genere prevalente fra quelli di un governo reale o potenziale.

Meloni e Zelensky a Londra

La Meloni rischierebbe di cadere dal filo su cui si muove a braccia aperte se si mettesse a ridere, come forse avrebbe il diritto di fare, contemplando sotto i suoi piedi la povera segretaria del Pd Elly Schlein. Che le dà della fuggiasca e del coniglio anche nello scontro fra Trump e Zelensky ma non è riuscita, nel suo ufficio al Nazareno, a individuare una piazza dove farsi vedere, quanto meno, tra cartelli e grida a favore del presidente ucraino. E tutto per non perdere la ricerca “testarda” di un rapporto “unitario” col Conte, Giuseppe, del pacifismo senza se e senza ma.

Quello della Schlein è un po’ uno spettacolo esoterico, aggravato dalla impossibilità della segretaria del Pd in un eventuale dibattito parlamentare, che pure reclama un giorno sì e l’altro pure, di affrontarne la conclusione con un voto comune di tutte le opposizioni  su un documento alternativo a quello della maggioranza. Sul quale invece la premier può contare, come è sempre avvenuto sinora nei passaggi parlamentari difficili, nonostante le intemperanze verbali di Salvini o di Tajani, o di entrambi.

Pubblicato sul Dubbio

Il Cossiga imprevedibile anche come picconatore dei segreti

Da Libero

Chi ha avuto la fortuna di conoscere e frequentare Francesco Cossiga non si stupirà del racconto fattone da Marco Follini in un capitolo del suo “Beneficio d’inventario” appena pubblicato dall’editore Neri Possa. Un capitolo che il mio amico Marco ha dedicato appunto a Cossiga cogliendo lo spunto dal ricordo di una telefonata natalizia nella quale l’ormai presidente emerito, cioè ex presidente della Repubblica, gli fece un po’ per inorgoglirlo -contando su una loro comunione di idee, sentimenti e umori- e un po’ per divertirsi all’idea di poterlo amichevolmente mettere in imbarazzo.

Il libro di Marco Follini fresco di stampa

Cossiga rivelò in quell’occasione al democristianissimo Marco Follini- graduato già con i pantaloni corti, o quasi, capeggiando il movimento giovanile dello scudocrociato- che suo padre, scomparso da poco, era stato “uno dei capi di Gladio”. Così si chiamava l’organizzazione segreta allestita in Italia, d’intesa con gli americani, per tenere il paese preparato, al di là delle strutture militari ufficiali, ad una invasione sovietica. Un’organizzazione della quale l’ultratlantista Cossiga, informatone già quando gli era capitato di fare il sottosegretario al Ministero della Difesa, era fiero. A differenza di altri che ai vertici o sottovertici governativi e istituzionali finsero di non sapere, e non gradire, quando ne fu rivelata l’esistenza.

Con la notizia del padre fra i “capi” di Gladio l’ormai ex presidente della Repubblica rivelò a Marco Follini un segreto ulteriore del già ex segreto ormai di quell’organizzazione giustificata dalle contingenze post-belliche, dovendosi prevedere anche la violazione degli accordi spartitori dell’Europa raggiunti a Yalta fra i vincitori della seconda guerra mondiale, La cosa -disse Cossiga a Follini, prima di fargli gli auguri di Natale- “forse non ti piacerà o forse magari sì”.

In un’intervista al Corriere della Sera Follini ha dato ieri l’impressione, a torto o a ragione, di una sorpresa scomoda. Ma leggendo il capitolo del suo libro pubblicato sulla Stanpa, sempre di ieri, ho avuto un’impressione diversa. Quella di un figlio sorpreso sì delle notizie ricevute sul padre, ma senza disappunto, incredulità e quant’altro. Del resto, idee, frequentazioni e ambienti del padre di Follini non potevano limitarne la figura ad un giornalista scientifico con lunga e meritata carriera alla Rai. La sua appartenenza ai vertici di Gladio era compatibile con la sua storia personale.  

Aldo Moro e Francesco Cossiga

“Il presidente -ha scritto Follini di Cossiga dopo averne raccontato la confidenza familiare- era sempre stato per me un piccolo mistero. Perennemente in bilico tra la solennità della sua carriera e la compiaciuta ma tragica complessità del suo carattere”. Tragica come molte delle vicende da lui vissute nella sua attività politica, a cominciare dal sequestro e dalla lunga prigionia dell’amico e maestro Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse 55 giorni dopo l’agguato in via Fani tra il sangue della scorta che aveva fallito in quella rivelatasi come la sua ultima missione: il trasporto del presidente della Dc da casa alla Camera per la presentazione del secondo governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti a maggioranza di cosiddetta “solidarietà nazionale”, comprensiva del partito comunista di Enrico Berlinguer.

Cossiga, ministro dell’Interno in quel periodo forse anche più misterioso della Repubblica, portato al Viminale dallo stesso Moro qualche anno prima, è stato descritto efficacemente da Follini nel suo libro come un uomo che “poteva essere inappuntabile come un cadetto asburgico o scherzoso come un fool shakesperiano”. “Una parte di lui, quella che aveva lungamente determinato le sue fortune, era ufficiale, istituzionale, notabilare, pienamente aderente a tutti gli aulici codici del protocollo, alle volte anche con qualche enfasi di troppo….” ma poi incline a “evasioni” per arrivare “laddove nessuno avrebbe mai immaginato che si fosse potuto rintanare”. A Cossiga sarebbe piaciuto – credo- riconoscersi in questa descrizione.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it l’8 marzo

Tutti i paradossi prodotti dall’aggravamento della crisi ucraina…sulla strada della pace

Trump rimbrotta Zelensky alla Casa Bianca

Aumentano i paradossi dopo più di tre anni di guerra in Ucraina, cominciata con l’invasione russa e programmata da Putin per durare tre giorni con l’eliminazione di Zelensky. Dopo tanto parlare genericamente di pace è bastato che essa si affacciasse davvero per provocare l’aggravamento della crisi. Anzi, per crearne altre due. Una è nei rapporti fra l’Ucraina e gli Stati Uniti, la cui posizione di sostegno al paese aggredito è cambiata a tal punto che il nuovo presidente americano Donald Trump in una sostanziale diretta televisiva dalla Casa Bianca ha cacciato Zelensky. E poi gli ha sospeso gli aiuti militari.

Zelensky al vertice di Londra sulla sicurezza

L’accoglienza solidale ricevuta rapidamente dal presidente ucraino a Londra in un vertice sulla sicurezza che ha accomunato aderenti e non all’Unione Europea, il segretario generale della Nato e i massimi rappresentanti istituzionali della stessa Unione, non poteva rappresentare di più la frattura fra Trump e l’Occidente che ci eravamo abituati a considerare un  tuttuno, attaccato e guidato dagli Stati Uniti.

Sì, lo so, a cominciare dal promotore del vertice di Londra e dalla premier italiana Giorgia Meloni, riconosciuta “forte” davvero, e non per scherzo, anche dal presidente francese Emmanuel Macron, tutti hanno riconosciuto la irrinunciabilità al rapporto con Trump. Ma so anche che questo ormai è più un auspicio che una realtà, almeno volendo accompagnare la pace in Ucraina con due aggettivi, giusta e sicura, senza i quali essa è solo un inganno, o premessa di altre guerre. E so anche che quanto è accaduto negli ultimi giorni è bastato e avanzato per rafforzare Putin sul piano negoziale.

Ma voglio scendere di quota, diciamo così, e calarmi sulle ricadute di questo aggravamento della crisi ucraina sulla politica interna italiana. Ricadute negative sia per la maggioranza sia per le opposizioni che aspirano a creare un’alternativa di governo.

Nella maggioranza la prudenza, o l’”equilibrismo” attribuito alla premier rimasta solidale sia con Zelensky sia con Trump, nelle parole e nei gesti, prevedibilmente sperando di poter funzionare da ponte fra l’uno e l’altro più ancora di tanti altri aspiranti allo stesso ruolo, è ogni giorno contraddetto dalle prestazioni verbali del vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini, più trumpiano di Trump.

La segretaria del Pd Elly Schlein al Nazareno

Sul versante delle opposizioni si intrecciano ancora di più che nel centrodestra contraddizioni e contrasti.  Non riescono ad essere uniti neppure nella solita protesta contro i soliti silenzi o le solite fughe rimproverate alla premier. Che questa volta è riuscita a guadagnarsi qualche consenso, riconoscimento e persino applauso da quelle parti. Non certo però dalla segretaria del Pd Elly Schlein, che ha contestato mancanza di chiarezza e coraggio alla Meloni pur dopo non essere riuscita a trovare sinora una sola piazza alla quale affacciarsi per confermare la solidarietà vera del Nazareno, e non solo a parole, con l’Ucraina aggredita da Putin e abbandonata da Trump.

Ripreso da http://www.startmag.it 

L’Europa, ma non solo, in trasferta in Gran Bretagna…

La foto d’opportunità del vertice londinese

E’ stato in evento ad un tempo drammatico e beneaugurante il vertice svoltosi a Londra col proposito e sotto il titolo di “garantire il nostro futuro”. Vi hanno partecipato i rappresentanti di 16 Paesi non solo europei, come il Canada, la Turchia e la stessa Gran Bretagna da cinque anni fuori anche formalmente dall’Unione, dopo quattro di negoziati per dare esecuzione all’abbandono deciso con un referendum.  

Giorgia Meloni a Downing Street prima del vertice

E’ stato un vertice per niente paradossale, come si sarebbe tentati di definirlo pensando da una parte alla eterogeneità degli invitati dal premier inglese-. in gran parte comunque europei, a cominciare dal presidente del Consiglio dell’Unione e dalla presidente della Commissione esecutiva, in trasferta a Londra-  e dall’altra alla dichiarata volontà di salvare una solidarietà occidentale messa a dura prova dal principale alleato. Si tratta naturalmente degli Stati Uniti d’America, guidati da meno di due mesi da un presidente, Donald Trump, deciso a concordare di fatto con la Russia di Putin una soluzione della guerra in Ucraina alle spalle della stessa Ucraina, partecipe anch’essa del vertice di Londra che le ha confermato l’appoggio, e di quel che resta fisicamente e politicamente dell’Occidente dopo l’esplosione metaforicamente avvenuta alla Casa Bianca venerdì scorso. Quando al termine di un incontro fra Trump e il presidente ucraino Zelensky, che pure era cominciato e si era sviluppato per buona parte in un clima normalmente dialettico, poco è mancato che i due venissero alle mani, aizzati dal vice dello stesso Tramp e da giornalisti, operatori televisivi e altri ospiti che di solito per un evento del genere aspettano fuori per fare all’uscita le domande e togliersi le loro legittime e professionali curiosità. Questa volta invece – per motivi misteriosi, che alimentano anche il peggiore sospetto di un agguato teso nella Casa Bianca al presidente ucraino- si è preferita una sceneggiatura più da ring che da salotto o ufficio ovale, qual è quello dove lavora e riceve il presidente degli Stati Uniti. “Un’oscena rappresentazione”, l’ha definita sul Foglio Giuliano Ferrara scrivendo di Zelensky “appozzato, tenuto sott’acqua”.

Giorgia Meloni col presidente ucraino Zelensky a Londra

Che cosa sia destinato a produrre il vertice anomalo di Londra, dove tutti erano più in trasferta che di casa, eccetto naturalmente il primo ministro inglese, è difficile dire. Se lo staranno chiedendo per primi lo stesso Trump e chi ha forse teso un agguato anche a lui spingendolo a cacciare l’ospite troppo ostile o diffidente verso Putin, che da più di tre anni bombarda di tutto in Ucraina anche ospedali, scuole, chiese, teatri. E non solo obiettivi militari come sono considerati da Putin pure le centrali elettriche e termiche, ìn modo da fare morire di freddo in inverno anche quelli che hanno avuto non so se più la fortuna o la sfortuna di sopravvivere al fuoco.

Per quanto in trasferta londinese comunque, l’Unione Europea non mi è parsa “celebralmente defunta”, come la considera invece Lucio Caracciolo su Repubblica.

Zelensky dalla Casa Bianca al pronto soccorso di Londra, al 10 di Downing Street

Il premier ucraino nella imboscata americana

Dall’incidente a Washington, addirittura alla Casa Bianca, al pronto soccorso a Londra, al numero 10 di Downing Street. Dove il primo ministro britannico Keir Starmer ha ricevuto col massimo della cordialità e insieme della ufficialità il presidente ucraino Volodymir Zelensky. Al quale ha confermato l’appoggio “sino alla fine” nella guerra mossagli più di tre anni fa dalla Russia di Putin con una cosiddetta “operazione speciale” che avrebbe dovuto concludersi, nei progetti del Cremlino, in tre giorni. E non nei quindici risultanti al presidente americano Donald Trump, diventati più di nei quali gli ucraini gli ucraini hanno resistito  con gli aiuti militari e d’altro tipo ricevuti paradossalmente anche dagli americani. O soprattutto dagli americani, come Trump ritiene sia avvenuto sotto la presidenza del suo predecessore Joe Biden. E ora  rivendicare il diritto di rifarsi con le “terre rare” eventualmente rimaste all’Ucraina dopo la perdita dei territori che dovrà cedere alla Russia negli accordi di pace, effettiva o presunta, che finiranno per definire lo stesso Trump e Putin nei negoziati che sono ancora ai livelli preliminare.

Il premier ucraino all’uscita dalla Casa Bianca

Se Zelensky ha trovato difficoltà, diciamo così, a far capire a Trump la paradossalità di questo percorso o progetto studiato alle spalle dell’Ucraina, e non a suo sostegno, non ne ha certo trovate col premier inglese. Che probabilmente avrà condiviso la scelta sostanzialmente unanime della stampa britannica di definire “agguato” l’appuntamento dato al presidente americano a quello ucraino nello storico studio ovale della Casa Bianca, affollato di ospiti e operatori televisivi per uno spettacolo sostanzialmente in diretta. Conclusosi con l’altrettanto sostanziale cacciata di Zelensky, accompagnato all’uscita dalla Casa Bianca da una inserviente, o poco di più.

Al pronto soccorso del numero 10 di Downing Street ne seguiranno altri tra oggi e domani, sempre a Londra, a livello comunitario, come se l’Inghilterra stesse eccezionalmente rientrando dalla Brexit per l’emergenza creatasi, o aggravatasi, in Europa per ciò che Trump vuole fare dell’Ucraina dandogliela praticamente vinta a Putin. Forse oltre le stesse aspettative del Cremlino.

Oggi è l’ultima domenica di Carnevale, spero non solo in Italia.

Mani pulite raccontate da Antonio Di Pietro a Massimo D’Alema

Da Libero

Merita qualche riflessione non solo retrospettiva ma anche attuale, per la perdurante esondazione del potere giudiziario, il racconto di “Mani pulite” fatto giovedì scorso alla Camera da Massimo D’Alema partecipando alla presentazione di due libri pubblicati su Bettino Craxi nel venticinquesimo anniversario della morte. Che lo stesso D’Alema da presidente del Consiglio -gli va riconosciuto- tentò inutilmente di evitare in terra tunisina cercando di garantirgli un ricovero in ospedale in Italia senza l’umiliazione dell’arresto in quelli che sarebbero stati i suoi ultimi giorni di vita. Poi egli dispose i funerali di Stato che i familiari di Craxi, a cominciare dalla figlia Stefania, rifiutarono per protesta contro il trattamento riservato al loro congiunto nella vicenda giudiziaria di Tangentopoli con una “durezza senza uguali”, come avrebbe pubblicamente riconosciuto dieci anni dopo l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Di Pietro e D’Alema d’archivio

D’Alema ha raccontato, in particolare, secondo il resoconto fattone sul Riformista da Aldo Torchiaro, di avere raccolto da Antonio Di Pietro, non più magistrato ma ministro di Romano Prodi, la confidenza che a Milano, fra indagini, arresti e processi sul finanziamento illegale della politica, “noi volevano abbattervi e liquidarvi tutti”, incontrando però nei comunisti -o post-comunisti, come si chiamavano nel Pds-ex Pci- “un osso duro”.

Pur inorgoglito da questo racconto, D’Alema contestò a Di Pietro di avere portato in uno dei suoi processi un “falso testimone” sulla famosa visita fatta da Raoul Gardini nella sede del Pci. Dove, accolto proprio D’Alema per essere accompagnato dal segretario del partito Achille Occhetto, egli sarebbe arrivato con una valigetta piena -non credo di santini e simili- uscendone senza. Erano scomparsi contenuto e contenitore.

D’Alema, raggiunto dalla cronaca di quella deposizione nel 1994 mentre faceva campagna elettorale a Gallipoli, aveva cercato di smentire il testimone scrivendo al presidente del tribunale, ma inutilmente. Lui peraltro all’epoca di quella visita di Gardini non lavorava al partito con Occhetto ma nella sede dell’Unità, che dirigeva col solito zelo.

 Ma l’”osso duro”, ripeto, riconosciuto alla sua parte politica dall’ornai ex magistrato in qualche modo simbolo di “Mani pulite” è rimasta pur sempre una consolazione per D’Alema. Che nel suo racconto ha impietosamente contrapposto alla durezza, disciplina e quant’altro dei suoi compagni, coinvolti nella pratica generalizzata del finanziamento illegale dei partiti, alla prova data dai socialisti. Che preferirono invece la “slealtà”. E in effetti si scannarono fra di loro contribuendo alla demonizzazione del segretario del Psi, diventato il capro espiatorio di tutta Tangentopoli.

Bettino Craxi

Sarebbe disonesto non riconoscere una parte almeno di verità al racconto, ragionamento e altro ancora di D’Alema. Il quale però deve ammettere che alla “durezza” dell’osso comunista contribuirono i magistrati: o almeno quel procuratore aggiunto di Milano, per esempio, che cercò e trovò personalmente un documento utile alla difesa di Primo Greganti, finito nei guai per la “gabbia” costituita da un conto svizzero dove passavano fondi destinati al Pci. Di prove a discolpa dei socialisti finiti nel tritacarne giudiziario personalmente non ho memoria.

Chiudo chiedendomi, senza la pretesa di aspettarmi una risposta, se Massimo D’Alema sia mai stato tentato di dare una mano a Craxi in quegli anni terribili, in cui i magistrati avrebbero voluto fare fuori “tutti”. E vi abbia rinunciato solo perché Craxi era stato abbandonato dagli sleali compagni del proprio partito. E non invece perché Craxi eliminato giudiziariamente dalla politica faceva un grande, grandissimo comodo al partito di D’Alema.

So bene che la storia non si fa con i “se”. Ma sospetto che la sinistra italiana non si troverebbe nella crisi attuale, di identità e di tutto il resto, se non si fosse liberata a suo tempo di Craxi in quel modo. Semplicemente orribile.

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