Le crisi parallele della maggioranza e delle opposizioni italiane in Europa

La vignetta del Corriere della Sera

Bellissima, più efficace di un editoriale, la vignetta del Corriere della Sera nella quale Emilio Giannelli fa dire alla segretaria del Pd Elly Schlein che “per il riarmo dell’Europa sono pronte le nostre divisioni”. Cioè quegli undici voti del Pd chiesti e ottenuti dalla stessa Schlein con la formula dell’astensione contro il piano di riarmo proposto dalla Commissione Europea e quei dieci invece favorevoli che hanno messo in evidenza due spaccature: quella interna al Nazareno, dove è destinata a crescere la tensione, e quella interna al gruppo del partito socialista europeo. Dove il Pd ha sulla carta la delegazione più numerosa. Una figuraccia che deve avere inorgoglito la presidente della Commissione Ursula von der Leyen dopo avere detto fuori dall’aula di Strasburgo ad un Giuseppe Conte che, giunto apposta dall’Italia, si vantava di capeggiare la sinistra contro di lei: “Io sono forte”. O più forte.

Peccato che il governo italiano, per quanto i giornali di area moderata abbiano messo in evidenza soprattutto o solo le “divisioni” del Pd, per dirla col vignettista del Corriere, non abbia potuto e non possa ascrivere a proprio merito la figuraccia della sinistra avendone fatto una analoga nell’Europarlamento. E due volte: una quando i leghisti hanno votato contro il riarmo spaccando la maggioranza e l’altra quando i fratelli d’Italia, e della Meloni, si sono astenuti, spaccando anch’essi la maggioranza di centrodestra, su un documento pur a favore dell’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin, perché troppo polemico col tipo di pace voluto dal presidente americano Donald Trump.

Dalla Repubblica

La somma di questi spettacoli l’ha tirata, questa volta giustamente, la Repubblica di carta titolando sull’Italia divisa in Europa sul riarmo e dintorni. Un “riarmo” peraltro che è rimasto nel titolo del piano proposto dalla Commissione di Bruxelles, per quanto disagio o contrarietà fossero stati avvertiti per quella parola da partiti e delegazioni, non solo italiani, favorevoli alla linea di Ursula von der Leyen.

Dal Foglio

Lapidario e sarcastico è stato Il Foglio sul “trionfo dell’inconseguenza” nella maggioranza di centrodestra di fronte a Salvini che “vota no”, o fa vorare noi dai suoi, “al piano Ursula ma il governo ne impipa”.

La vignetta del Secolo XIX

Lapidaria sul versante opposto anche la vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX, dove di “pacifico” davvero in quello che è successo parlando e votando di riarmo nell’Europarlamento è stato solo “il Pd spaccato”. Pacifico nel senso di certo, certissimo, non controvertibile.  

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Mattarella fra il compiacimento e l’imbarazzo in quella sua “autosupplenza”

Dal Dubbio

Qualcuno -almeno fra gli addetti ai lavori, presumendo che molti non se ne siano neppure accorti- si sarà chiesto perché il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non abbia ritenuto di affidare la supplenza al presidente del Senato Ignazio La Russa neppure in occasione del lungo viaggio ufficiale compiuto in Giappone.

L’articolo 86 della Costituzione glielo avrebbe consentito, stabilendo che “le funzioni del Presidente della Repubblica, in ogni caso che egli non possa adempierle, sono esercitate dal Presidente del Senato”. Che di certo non ne rimarrebbe contrariato. Ricordo ancora nitidamente il compiacimento col quale la buonanima di Giovanni Spadolini mi ricevette una volta in uno dei suoi uffici di presidente del Senato, presidiato da Corazzieri, essendo in quel momento supplente del Capo dello Stato, impegnato all’estero. Rimasi estasiato e divertito della felicità che non riusciva a contenere nel viso e nella posa il “direttore”, come io ostinatamente continuavo a chiamarlo per avere egli scalato con successo la carriera professionale di giornalista, prima di essere consegnato alla politica dal comune amico Indro Montanelli. Che lo aveva  fatto candidare da Ugo La Malfa come indipendente al Senato, quasi per compensarlo della brusca perdita della guida del Corriere della Sera.

Mauro Zampini

Alla curiosità, ripeto, degli esperti sulla supplenza ancora una volta mancata della pur “persona di qualità alta” come La Russa al vertice dello Stato durante la lunga trasferta asiatica di Mattarella ha cercato di dare una risposta un esperto, pure lui di qualità alta, come l’ex segretario generale della Camera Mauro Zampini. Che in un articolo pubblicato sul suo Alto Adige di martedì scorsosuo, essendo egli nativo di Trento- ha scritto testualmente: “Oggi, dopo pochissimi giorni di assenza dall’Italia del Presidente Mattarella, con un perdurante e inquietante rifiuto del Presidente del Consiglio di dare conto (e magari di chiedere il sostegno con un voto) alle Camere di una situazione internazionale e nazionale angosciante per lo stesso futuro della democrazia e delle democrazie nel mondo, ci si rende conto dell’effetto rassicurante, familiare dei ripetuti, pressoché quotidiani messaggi inviati ai connazionali dal lontano Giappone”. Dove in effetti il Capo dello Stato è tornato a ripetere i suoi giudizi, fra l’altro, a favore dell’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin, e non viceversa come il presidente americano ha concesso allo stesso Putin presumendo di incoraggiarlo finalmente alla pace, sazio del suo bottino.

Mauro Zampini sull’Alto Adige

Quella esercitata da Mattarella con le sue dichiarazioni, puntualizzazioni, risposte ai giornalisti e quant’altro nel lontano Giappone è stata per Zampini “una sorta di autosupplenza, di cui è arbitro unico: che può essere utile, a chi ascolta, per formare il giudizio sui progetti di riforma della nostra Costituzione preannunciati e legittimamente (sia chiaro) perseguiti dal Governo”. Progetti -ha notato l’ex segretario generale della Camera- “comprensivi di una compressione inevitabile del ruolo del capo dello Stato”.

Non si può neppure dire che Zampini abbia detto a suocera perché nuora intenda, secondo un vecchio proverbio, perché l’assalto al progetto di riforma costituzionale del governo sul premierato è stato ed è diretto.

Curiosità per curiosità, mi piacerebbe tanto sapere se Mattarella leggendo Zampini, che peraltro conosce bene essendo stato pure lui di casa a lungo a Montecitorio, sia rimasto più compiaciuto o imbarazzato. Ma da giornalista sono forse troppo curioso.

Pubblicato sul Dubbio

La supplenza mancata di La Russa durante la visita di Mattarella in Giappone

Dall’Alto Adige

Il prefetto Mauro Zampini,  segretario generale della Camera dei Deputati dal 1994 al 1999, in un articolo firmato sull’Alto Adige senza avvolgersi nel Montesquieu che adotta come pseudonimo in altre e maggiori testate, o occasioni, ha sorpreso ancora una volta, come quando contrastò in dottrina, diciamo così, la candidatura al Quirinale dell’allora presidente del Consiglio Mario Draghi. Che sarebbe stato il primo a trasferirsi sul colle più alto di Roma direttamente da Palazzo Chigi.

Ci aveva già provato nel 1992, ma dietro le quinte, Giulio Andreotti dopo la strage di Capaci, quando la corsa al Quirinale venne accelerata ricorrendo alle cosiddette “soluzioni istituzionali”. Ma non se ne fece nulla perché alla categoria delle soluzioni istituzionali, appunto, si decise misteriosamente in una notte che potessero appartenere solo i titolari delle presidenze delle Camere. E fra Oscar Luigi Scalfaro a Montecitorio e Giovanni Spadolini al Senato i maggiori partiti preferirono il primo, quando già Spadolini aveva cominciato a preparare il discorso di insediamento.

Mauro Zampini

Ma torniamo a Zampini e, più modestamente questa volta, non al Presidente della Repubblica ma al suo supplente. Che sarebbe, in caso di impedimento del Capo dello Stato previsto dall’articolo 86 della Costituzione,  il presidente del Senato Ignazio La Russa: “persona -si legge nell’articolo di Zampini- di qualità rara e nota a chi scrive”. Al Senato, e al suo vertice, La Russa è infatti arrivato dopo sette legislature alla Camera, nel “territorio” di Zampini.

Mattarella in Giappone

L’aspetto più curioso dell’attenzione dedicata dallo stesso Zampini alla supplenza al vertice dello Stato sta nel fatto che questa supplenza è mancata anche in occasione della lunga visita ufficiale dello stesso Mattarella in Giappone, peraltro in una settimana alquanto delicata, in uno scenario internazionale movimentato, diciamo così, dal presidente americano Donald Trump e da una ricerca della pace, finalmente, in Ucraina ma alle condizioni più dell’aggressore, Putin, che dell’aggredito, Zelensky. E Mattarella, si sa, fra i due preferisce decisamente il secondo, non il primo. Come penso anche il presidente del Senato, solidale anche in questo con la premier, amica e collega di partito Giorgia Meloni. Eppure, nonostante questo, Mattarella nella settimana di missione in Giappone ha voluto fare “pieno uso della sua funzione”, come ha scritto Zampini, senza decretare alcuna supplenza, utile a risparmiargli qualche decina di firme e altre adempienze d’ufficio. Che di solito inorgogliscono il supplente protetto dai Corazzieri anche restando nei suoi uffici al Senato.  

Il fuoco col quale il presidente americano sta forse giocando un pò troppo

Da Repubblica

La recessione breve che il presidente americano Donald Trump ha promesso ai suoi elettori mentre la Borsa, al maiuscolo e al singolare, brucia in pochi giorni per il panico da lui provocato mille miliardi di dollari, mi ricorda la brevità della guerra in Ucraina propostasi o promessa da Putin più di tre anni fa ordinandola e chiamandola “operazione speciale”. Una guerra che invece dura ancora e di cui Putin potrà forse liberarsi fra qualche settimana o mese grazie al soccorso fornitogli dal presidente americano scaricando l’Ucraina sostenuta dal predecessore Biden e obbligando Zelensky se non alla resa, quasi. Questa è la verità dei fatti spogliati di tutti i veli nei quali sono avvolti per nasconderla o deformarla, tra scenate, lettere, incontri di delegazioni e tutto il resto.

Da Poggio Mirteto

Ma le Borse, questa volta al plurale, non sono come gli eserciti, ai quali si danno o si tolgono munizioni e quant’altro. Le Borse, sempre al plurale e al maiuscolo, non bruciano denaro metaforicamente, come a Poggio Mirteto, in Italia, in chiusura del Carnevale gli antipatizzanti di Giorgia Meloni hanno fatto avvolgendo nelle fiamme un suo fantoccio.

La recessione di cui Trump ha dovuto ammettere l’arrivo dopo il panico che lui ha creato insieme con Musk potrebbe essere la sua tomba. Almeno quella politica, se i servizi di sicurezza, sopravvivendo ai tagli e licenziamenti in corso, riusciranno a garantirgli la protezione dal solito matto. O finto matto che negli Stati Uniti ogni tanto si apposta dietro qualche finestra o simile e spara contro l’obiettivo politico di turno.

Ursula von der Leyen

Temo, per lui, che Trump stia giocando troppo col fuoco. Ma gli sono personalmente e modestamente, assai modestamente, grato per la sveglia che è riuscita a dare all’Europa sulla strada della difesa comuna. O del “riarmo”, come ha avuto il coraggio di dire la presidente della Commissione di Bruxelles, la tedesca Ursula von der Leyen, facendo inorridire le solte anime belle, specie in Italia. Dove giù la buonanima di Enzo Biagi scriveva ogni tanto che le donne, specie quelle infedeli, si sentivano “un po’ incinte”.

Giuseppe Conte come un pesce nell’acqua del mondo sottosopra di Trump

Dal Corriere della Sera

Nel mondo alla rovescia, o sottosopra, in versione Trump, ben più visibile di quello che porta il nome del generale italiano e leghista Roberto Vannacci, si muove come un pesce nell’acqua il presidente delle 5 Stelle, o di quel che rimane, e due volte ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Che, in una intervista al Corriere della Sera, si è liberato della compagnia scomoda del suo ex vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, nel primo dei suoi due governi, dandogli del “pacifista di comodo”, cioè finto.

Conte sulla Lega al Corriere

“La Lega sostiene con i voti le politiche belliciste del governo. Il loro pacifismo di comodo -ha spiegato Conte- serve solo a dare fastidio a Meloni”. E ancora: “Noi invece siamo sempre stati fedeli alle nostre convinzioni, anche quando siamo finiti ingiustamente nella lista dei filo-putiniani”. E pazienza se all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, più di tre anni fa, come gli ha ricordato quella villana, evidentemente, dell’intervistatrice Adriana Logroscino, i pentastellati al governo con Mario Draghi a Palazzo Chigi, e Luigi Di Maio al Ministero degli Esteri, approvarono in Parlamento, come fanno oggi i leghisti con la Meloni, il soccorso militare a Zelensky. Per permettergli -ha spiegato oggi Conte parlando di Zelensky- di non perdere la guerra nei soli tre giorni programmati da quell’esagerato di Putin.

Conte sulla Schlein al Corriere

Liberatosi dell’ingombrante compagnia di Salvini dandogli del pacifista o trumpiano di comodo, ripeto, Conte si è ritrovato per un po’ insieme con la segretaria del Pd Elly Schlein nelle “critiche al piano di riarmo europeo soprattutto all’interno di un partito che ha varie sensibilità su questo terreno”. Che hanno infatti polemicamente indotto uno dei fondatori del partito, Luigi Zanda, a reclamare un congresso straordinario per chiarire la linea del Nazareno, e magari cambiare anche segretario.

In particolare, Conte si aspetta ora da Schlein un’opposizione più chiara al “grande piano di investimento” pensato in Europa “sul modello del Next Generation Eu”. Che fu “concepito e attuato per ridare speramza alle giovani generazioni dopo la pandemia”. “Eviterei di accostare -ha detto il presidente pentastellato- le prospettive di difesa e investimenti militari”. Cioè, la difesa e gli investimenti militari sarebbero politicamente inconciliabili in una visione del mondo alla rovescia o sottosopra, questa volta di Conte, dopo le edizioni giù ricordate di Trump e Vannacci.

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I conti di comodo dei tifosi della gestione giudiziaria dell’immigrazione clandestina

Dal Fatto Quotidiano

Tutto per soli, 1.600 euro, ha titolato ieri Il Fatto Quotidiano, tornandovi oggi con un editoriale del direttore, per minimizzare la portata della decisione della Cassazione di imporre il risarcimento del danno da risarcire a ciascuno dei quaranta migranti clandestini che hanno promosso causa, fra i cento e più soccorsi nel 2018 dalla nave Diciotti della Guardia Costiera. Ma trattenuti a bordo per una decina di giorni, prima dello sbarco, dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini per aspettare che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte concordasse con gli omologhi europei la distribuzione comunitaria dei salvati in mare. Lo stesso Conte si vantò a suo tempo di questa sua attività telefonica di supporto.

I milleseicento euro derivano dalla moltiplicazione di 160 euro al giorno stimabili come danno procurato sul piano più morale che materiale a ciascuno, ripeto, dei migranti, tutti eritrei, che hanno ottenuto giustizia, diciamo così, dalle sezioni unite della Cassazione. Le quali li hanno un po’ riscattati dal sadico trattamento riservato loro da Salvini, aiutato dal suo capo di Gabinetto Matteo Piantedosi, oggi titolare del Viminale. Anche lui insorto- come Salvini, la premier in carica Giorgia Meloni, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e altri- rivendicando una conoscenza dei fatti superiore a quella dei giudici della Suprema Corte, con le dovute maiuscole, che hanno smentito i precedenti gradi di giudizio contrari ai richiedenti,

Il segretario dell’associazione ei magistrati, Mastruotti, al Corriere della Sera

Milleseicento euro diventerebbero settantaquattromila se moltiplicati per i quaranta interessati alla causa. Diciamo pure centomila e rotti a carico dello Stato comprendendo le spese legali. Una cifra in realtà modesta, o relativamente modesta. Che il segretario dell’associazione nazionale dei magistrati Rocco Mastruotti, in una intervista al Corriere della Sera, difendendo il verdetto della Cassazione ha cercato di proteggere dal rischio di fare da precedente replicabile perché sarebbe improbabile un altro caso Diciotti a distanza di sette anni. Durante i quali il governo, affrontando il problema della lotta all’immigrazione clandestina con accordi con i paesi africani interessati, ha ridotto le partenze e quindi gli arrivi, nonché le emergenze nei porti italiani. 

Ma le cifre dietro alle quali si sono coperti e si coprono i minimalisti scandalizzati, anzi sarcastici con le reazioni persino “ingiuriose” del governo, come le ha definite la presidente della Cassazione, sono tanto modeste quanto devianti, di autentica distrazione dal nocciolo della questione. Che non è contabile, per quanto Nordio abbia prospettato polemicamente un dissesto del bilancio. La questione è politica.

Il problema, in particolare, è che ora grazie alla gestione giudiziaria dell’immigrazione clandestina tutti gli aspiranti all’approdo irregolare in Italia sono non scoraggiati ma incoraggiati pensando alla possibilità di ottenere una specie di rimborso spese, o premio, per sbarchi eventualmente ritardati.  

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Le picconate di Luigi Zanda, che chiede a Schlein un congresso straordinario del Pd

Da Libero

Luigi Zanda, 82 anni e mezzo magnificamente portati, intervistato per La Stampa da Fabio Martini che ne ha ricordato la partecipazione, con altri 44 amici, più che compagni, alla fondazione del Partito Democratico, nel 2007, ha impietosamente denunciato la necessità di un congresso anticipato, straordinario e quant’altro per la inadeguatezza, ormai, della sua linea nella nuova situazione internazionale. Nella quale la segretaria Elly Schlein, anche se Zanda ha cercato di contenersi nelle parole, si muove con una certa confusione o indecisione, a dir poco.

Se poi dal congresso, da svolgere non più tardi delle prime settimane dell’anno prossimo, dovesse venire fuori l’opportunità o necessità di cambiare segretario, senza più consentire che a sceglierlo siano più gli esterni che gli iscritti al partito, com’è accaduto anche per la Schlein, tanto meglio.

“Lei pensa -gli ha chiesto, in particolare, l’intervistatore- che il Pd dovrebbe cambiare segretario?”. “Quello che è necessario per il Pd -ha risposto Zanda- è una rigorosa e profonda riflessione sulla politica internazionale. Se da questo confronto dovessero emergere posizioni e candidature diverse, questo non lo possiamo sapere. In ogni caso il Pd avrebbe il dovere, anzi la necessità, di cambiare lo Statuto e decidere una volta per tutte se il segretario lo scelgono gli iscritti, oppure se chiunque possa continuare ad andare ai Gazebo, anche se non vota Pd, anche un avversario”.  Infatti sull’elezione della Schlein pesa l’ombra dell’aiuto ricevuto nelle primarie dai simpatizzanti ed elettori pentastellati.

Francesco Cossiga

Di fronte alla chiarezza, se non perentorietà e spietatezza di queste parole, peraltro in una situazione interna di partito in cui si mescolano le peggiori abitudini correntizie del Pci e della Dc, tra allusioni e messaggi in bottiglia, più che della partecipazione alla fondazione del Pd, di cui è stato anche tesoriere e capogruppo al Senato, di Zanda andrebbe ricordata la scuola di Francesco Cossiga che ha frequentato. Lavorando con lui prima al Ministero dell’Interno, nel periodo peraltro dal sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro, e poi a Palazzo Chigi. E infine lasciando prudentemente Cossiga al Quirinale nelle mani di un diplomatico di carriera come Ludovico Ortona: una specie di ammortizzatore professionale di quella macchina imprevedibile e travolgente che era appunto il conterraneo e ormai amico di Zanda.

Di stile tutto cossighiano ho trovato anche la parte dell’intervista alla Stampa nella quale Zanda non si è lasciato trattenere da nessuna paura, ipocrisia e simili per contestare la demonizzazione che si fa al Nazareno della premier Giorgia Meloni.

Giuseppe Conte ed Elly Schlein

“Questi due anni e mezzo di governo -ha detto Zanda commentando “lo spazio contro” attribuito alla Schlein dall’intervistatore- non sembrano avere indebolito la presidente del Consiglio, anzi. Ora lei cerca di stare in equilibrio tra l’Europa e Trump, pur tra difficoltà. L’impresa le sta riuscendo”. Meglio, credo, di quanto la Schlein stia cercando di fare nel campo della sinistra europea nei rapporti con i socialisti spagnoli e tedeschi. Che strabuzzano gli occhi a vederla e soprattutto ad ascoltarla negli incontri alla vigilia dei vertici comunitari. Incontri nei quali la segretaria del Pd è condizionata più dalla paura che ha in Italia di Giuseppe Conte che dai problemi dai quali sono presi i suoi interlocutori del partito socialista europeo.

“Se il campo largo di fatto non esiste più -ha detto Zanda a questo proposito- significa che essere stati testardamente unitari non è servito a niente”. L’ex presidente del Consiglio Conte, peraltro, nella botte pacifista nella quale si è demagogicamente chiuso, col suo nome Giuseppe rigorosamente al singolare, ogni tanto trova anche il modo e il tempo di irridere alla “confusione” di Schlein e del Pd. Una situazione paradossale. Da Carnevale, direi, che però sta finendo anche nella coda di rito ambrosiano.

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La lunga passione di Pasquale Laurito per il giornalismo e la politica

Da Libero

Conobbi Pasquale Laurito, il decano dell’associazione della stampa parlamentare appena scomparso a 98 anni, più di mezzo secolo fa, Dio mio. Collaboravamo insieme al Globo, un quotidiano della Confindustriadiretto da Remigio Rispo, conservatore in tutto, a cominciare dall’abbigliamento, e da quel “Lei” che dava a tutti, dall’autista al redattore capo. Ciò mi lasciò pensare che anche Laurito in qualche modo lo fosse, anche se lo sapevo, anzi lo immaginavo, per le sue origini calabresi, spintosi sino a simpatizzare per il socialista Giacomo Mancini. Che nel Psi era un autonomista tosto, superato poi negli anni solo da Bettino Craxi, col quale peraltro non sarebbe andato d’accordo per questioni di carattere più che di politica.

Giacomo Mancini

Fu proprio Rispo a rivelarmi invece, e con un certo compiacimento, l’appartenenza di Pasquale, del quale ero diventato intanto amico, al partito comunista. E me lo disse contentissimo di sorprendermi, compiaciuto di averlo nella squadra degli informatori anche per la possibilità che gli dava in privato di sapere del Pci, e delle sue intriganti vicende interne, più di quelli che Fortebraccio sull’Unità chiamava “lor signori”.

Aldo Moro

L’amicizia con Pasquale si strinse ulteriormente nel 1968, quando ci trovammo insieme, pur non più nello stesso giornale, scambiandoci notizie e segreti, a difendere Aldo Moro dallo sfratto da Palazzo Chigi deciso dai cosiddetti “amici” di corrente della Dc, che si chiamavano “dorotei”. Essi gli avevano contestato troppa pazienza nei rapporti col Psi che aveva portato al governo nel 1963, salvo offrirgliene ancora di più pur di portare Mariano Rumor alla guida d una edizione dichiaratamente “più incisiva e coraggiosa” del centro-sinistra“ a “maggioranza delimitata” permessa cinque anni prima a Moro.  

Ma mentre io solidarizzavo con Moro, peraltro pugliese come me, non condividendo quella che ritenevo una porcata fattagli nel partito pur di sostituirlo, Pasquale godeva, diciamo così, dell’occasione offerta a Moro dai suoi colleghi di partito per spostarsi reattivamente a sinistra, scavalcandoli. Il centrosinistra, ripeto, “più incisivo e coraggioso” di Rumor impallidì rapidamente di fronte alla sopraggiunta “strategia dell’attenzione” di Moro verso il Pci.  E persino verso la contestazione giovanile dalla quale i dirigenti comunisti cercavano di tenersi ad una certa distanza, avendo avvertito di non poterla controllare o convogliare come erano abituati a fare con tutto ciò che era protesta.

Sapevamo entrambi della diversa angolatura delle nostre comuni simpatie per Moro, ma costituimmo con Pasquale uno strano connubio politico a livello giornalistico, confezionando anche un’agenzia di stampa chiamata Ipe -da “informazioni politiche ed economiche”- che cessò le pubblicazioni dopo il fallimento della scalata tentata da Moro alla Presidenza della Repubblica alla scadenza del mandato di Giuseppe Saragat. Che lo stesso Moro nel 1964 aveva aiutato ad essere eletto al Quirinale, tra le resistenze e le paure dei democristiani, succedendo all’ormai impedito Antonio Segni.

Da allora, da quella nostra curiosa esperienza di “convergenze parallele”, secondo una formula propedeutica al centro-sinistra attribuita proprio a Moro ancora segretario della Dc, fra il 1959 e il 1963, il mio rapporto con Pasquale fu solo di amicizia e simpatia personale. Le assonanze politiche furono ancora più di carattere e di stile, a proposito dei leader succedutisi tra prima e seconda Repubblica, che di linea o di progetti.

Massimo D’Alema

Ci scontravamo amichevolmente, per esempio, io con le mie simpatie per Bettino Craxi e lui per Massimo D’Alema, mai lasciato indifeso in qualsiasi polemica in quella nota informativa, prevalentemente breve, che egli confezionava lasciandola chiamare “velina rossa”. Contrapposta a quella “bianca”, di ben più largo e remunerativo mercato, del compianto Vittorio Orefice. Che aveva sempre un occhio di riguardo, diciamo così, per la Dc.

Addio, Pasquale. E grazie dell’amicizia che mi hai ricambiato così a lungo.

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Le fughe nominalistiche dai problemi drammatici della politica

Dal Dubbio

Ci sono parole non magiche, come le definiva la buonanima di Amintore Fanfani irridendo ai benefici effetti che venivano ad esse attribuite dagli ottimisti, ma tragiche. Che fanno paura al solo pronunciarle, come la morte, il cancro, pur con tutti i progressi compiuti nel combatterlo, la guerra e il riarmo. Con cui la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha voluto impavidamente titolare il piano portato al Consiglio europeo per mettere maggiormente in sicurezza il nostro vecchio continente. E ciò nello scenario internazionale che va creandosi attorno alle sfide, provocazioni e quant’altro del presidente americano Donald Trump, pur all’ombra della pace da ristabilire in Ucraina con le buone o le cattive.

Anche alla premier italiana Giorgia Meloni, pur avendo contribuito ad approvare il piano a Bruxelles, quel “riarmo” messo nel titolo è piaciuto poco, o per niente. E lo ha detto quasi per scusarsene, forse agli occhi o alle orecchie del suo vice presidente leghista del Consiglio a Roma, Matteo Salvini. Che ormai quando si occupa di politica estera, sconfinando dalle competenze assegnategli dalla presidente del Consiglio, finisce per trovarsi, o ritrovarsi con Giuseppe Conte, di cui pure è stato vice fra il 2018 e il 2019, e con la segretaria del Pd Elly Schlein.

Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni

Bisogna tuttavia stare attenti, secondo me, ad avere troppa paura della realtà, sino ad esorcizzarla con questioni nominalistiche. Sulla cui strada si rischia di imitare o di confondersi con l’inimmaginabile. Per esempio, essendo in gioco la partita della pace in Ucraina, con quell’ineffabile Putin che più di tre anni fa, progettando e infine ordinando una guerra lampo che pensava di concludere in tre giorni uccidendo o facendo scappare Zelensky da Kiev, la chiamò “operazione speciale”. E fece una legge, in quattro e quattr’otto, per mandare in galera dissidenti, cronisti e congiunti dei militari partiti per il fronte che chiamavano quella “operazione”, ripeto, col nome più pertinente di guerra.

Vorrei andare un po’ più indietro negli anni per ricordare quella mattina del 1980, o poco più avanti, in cui alla Camera  in cui Giancarlo Pajetta mi rispose beffardo  quando gli feci notare che i cortei di sinistra contro i missili che dovevano essere installati a Comiso per contrastare gli SS 20 installati nel blocco sovietico contro le capitali dell’Europa occidentale contrastavano con l’accettazione della Nato da parte del Pci all’epoca della “solidarietà nazionale”. Quando Enrico Berlinguer si spinse a sentirsi “più sicuro sotto l’ombrello della Nato”, appunto, nella sua politica di autonomia da Mosca.

Giancarlo Pajetta

Pajetta nella rudezza che lo contraddistingueva nello stesso Pci e fuori mi squadrò e disse, anzi chiese: “Ma come si fa ad aspettarsi il nostro silenzio, la nostra accondiscendenza di fronte al dichiarato riarmo missilistico della Nato ?”. Che doveva pertanto rimanere un ombrello bucato o bloccato. E che, invece, adeguatamente attrezzato, causò il collasso del comunismo senza bisogno di far partire un solo missile dalla base italiana di Comiso, o altrove.

Pubblicato sul Dubbio

Eccesso di soccorso giudiziario agli immigrati clandestini per legge

Da Repubblica

Ho sfilato dalla mia libreria un dizionario della lingua italiana appena appresa la notizia della decisione della Cassazione a sezioni unite che, smentendo una sentenza d’appello, ha riconosciuto il diritto al riconoscimento dei danni ai clandestini soccorsi nel 2018 dalla nave Diciotti, della Guardia Costiera. Ma trattenuti per nove giorni, prima dello sbarco, nel tentativo del governo allora in carica di ottenere una loro distribuzione fra i paesi dell’Unione europea, i cui confini marittimi sono italiani.  

Ho sfilato, in particolare,  il dizionario di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, alquanto malmesso dopo tanto uso, anche in epoca elettronica. E sono andato a consultarlo ala voce “provocazione”, a pagina 1501, trovando parole dalle quali mi sento autorizzato a questo modestissimo commento.  Che è di critica a quello che il dizionario definisce “un atto diretto a provocare una reazione irritata o violenta”.

La nave Diciotti della Guardia Costiera

Irritata è sicuramente stata la reazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dichiaratamente “frustrata”,  e di tutti gli altri esponenti del governo espressisi contro una decisione nella quale hanno avvertito l’ennesima invasione giudiziaria di campo in tema di lotta all’immigrazione clandestina. Una invasione peraltro aggravata da almeno due circostanze. La prima delle quali è il riferimento della Corte di Cassazione all’obbligo del soccorso in mare che il governo, in particolare l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini, avrebbe disatteso. Eppure quei migranti erano sulla nave della Guardia Costiera proprio perché soccorsi. E non rischiavano certamente l’affogamento in mare stando su quella nave.

La nave Open Arms

La seconda circostanza è la recente assoluzione con formula piena di Matteo Salvini in primo grado dall’accusa di sequestro di persona per un caso analogo accaduto nell’anno successivo, sfociato in un processo penale per l’autorizzazione data dal Parlamento dove era intervenuto un cambiamento di maggioranza. Per cui i grillini che avevano evitato a Salvini il processo per la vicenda della nave Diciotti lo permisero per l’analoga- ripeto- vicenda della nave Open arms, braccia aperte in italiano.

Questa seconda circostanza espone peraltro maggiormente Salvini al rischio di un ricorso contro la sua assoluzione con argomenti appesi anche alla decisione della Cassazione, sia pure a sezioni civili unificate, di considerare i pur immigrati clandestini trattenuti sulla nave Diciotti danneggiati tanto da meritare un risarcimento.

Dal Giornale

Di fronte a questo ennesimo prodotto dei rapporti anomali, a dir poco, fra giustizia e politica penso che la cosiddetta popolarità della magistratura abbia poco da guadagnare e molto da perdere ancora. Se ne vedranno gli effetti, credo, nel referendum sulla riforma costituzionale della giustizia all’esame delle Camere e contestata dal sindacato delle toghe. Cui la Cassazione non ha fatto un grande piacere con la sua provocazione, ai sensi – come si dice in gergo giuridico- del dizionario della lingua italiana.   

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