Il clamoroso fallimento di RaiMeloni e simili con lo spettacolo di Benigni in Eurovisione

Giorgia Meloni ieri alla Camera

Altro che RadioMeloni, TeleMeloni e simili, con cui si indica, persino già da prima della formazione del governo in carica, la dipendenza della Rai dalla premier e leader della destra italiana. Lo spettacolo di Roberto Benigni, chiamato Sogno, andato in onda in diretta -e in Eurovisione- ieri sera, alcune ore dopo le proteste alla Camera contro la presidente del Consiglio che aveva osato dissentire da alcuni passaggi del famoso manifesto europeo di Ventotene, ha smentito clamorosamente quella rappresentazione. O ha segnato altrettanto clamorosamente il fallimento del piano di conquista, se mai ci fosse stato davvero, della Rai da parte della Meloni.

Elly Schlein ieri alla Camera

Benigni è insorto -di sicuro più efficacemente, sul piano dello spettacolo, della segretaria del Pd Elly Schlein e degli altri oppositori  a Montecitorio- contro l’eresia, lo sfregio e quant’altro attribuito alla Meloni verso il cosiddetto manifesto di Ventotene del 1941. Cui una certa propaganda, non storiografia, riconosce  la paternità dell’Europa più dei trattati e altri accordi internazionali che ne hanno segnato il percorso reale, non immaginario. Un’Europa che Benigni, cui non si può rimproverare la comicità per essere la sua professione, ha definito “la più grande costruzione politica ed economica degli ultimi 5 mila anni”. Quel mitomane del presidente americano Donald Trump l’ha invece scambiata di recente per una mezza truffa ordita contro gli Stati Uniti alquanto recenti e giovani, direi infantili, rispetto alle migliaia di anni con cui gioca Benigni da storico.  

Il combinato disposto fra lo spettacolo della Camera, con proteste, sospensioni della seduta, insulti, minacce, pianti ed altro ancora e quello successivo del supercomico nazionale nella televisione pubblica è qualcosa che resterà a lungo negli annali delle commedie politiche. E salverà probabilmente la Meloni, nell’eco dell’odierno vertice europeo di oggi a Bruxelles, dalle difficoltà che potrà procurarle la sua posizione di equilibrio, mediazione, ponte e quant’altro fra il bisogno di sicurezza che avverte l’Europa di fronte al tipo di soluzione della guerra in Ucraina che va profilandosi e lo scarso interesse che mostra nei suoi riguardi il presidente americano Trump. Al quale sembra premere più un buon rapporto con Putin che con Bruxelles.  

Dall’Unità

In questa situazione c’è gente che si avvolge nel tappeto del manifesto di Ventotene e rispolvera -come hanno fatto oggi persino il mio amico Piero Sansonetti e amici o compagni sull’Unità– le foto in bianco e nero dei firmatari Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Enrico Rossi per poterne lamentare o immaginare un ritorno “al confino” fascista. Dai, Piero. Davvero pensi che siamo anche a questo tipo di traffico funerario?

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Buone notizie per Putin anche da Roma dopo la telefonata con Trump

Giorgia Meloni al Senato

Il Senato approva, è stato annunciato nell’aula di Palazzo Madama a proposito del documento proposto dalla maggioranza, diviso in ben 12 capitoli, a sostegno della linea esposta dalla premier Giorgia Meloni in partenza oggi, dopo un analogo passaggio alla Camera, per il Consiglio europeo. Le opposizioni hanno presentato tanti documenti quanti sono i gruppi che le compongono aspirando a diventare un’alternativa al centrodestra: documenti che non sono stati neppure votati dopo quello della maggioranza con 109 sì.

Dalla Stampa

Flavia Perina, già direttrice del Secolo d’Italia della destra di Gianfranco Fini, ha scritto sulla Stampa di una “palude tecnica” nella quale la Meloni si sarebbe “rifugiata” per conservare l’unità della maggioranza insidiata soprattutto dai leghi.   Una palude apprezzata in qualche modo sul Fatto Quotidiano, dove il direttore Marco Travaglio ha riconosciuto alla presidente del Consiglio il merito di essere “l’eccezione una volta tanto lodevole fra gli euromitomani” che fra Londra, Parigi, Bruxelles, Varsavia, Berlino vorrebbero ostacolare col riarmo del vecchio continente la pace in Ucraina e quant’altro potrà nascere dal nuovo rapporto fra Donald Trump e  Putin. Che priprio ieri si sono a lungo parlati per telefono con reciproco compiacimento.

Dall’Unità

Analoga a quella del Fatto Quotidiano è l’impressione ricavata dall’Unità di Piero Sansonetti, che ha sottolineato “la frenata” della Meloni sulla strada del riarmo pur condiviso da fratelli e sorelle dell’Europarlamento votando qualche giorno fa a favore del piano che porta il nome della presidente della Commissione di Bruxelles Ursula von der Leyen.

C’è molta tattica di sicuro, paludosa come quella rimproverata alla Meloni sulla Stampa, nelle reazioni mediatiche e politiche al voto del Senato e a quello prevedibile di oggi alla Camera. Ma la premier ha voluto certamente ritagliarsi col suo intervento e gli atti parlamentari successivi un suo spazio distinto e distante -avrebbe forse detto la buonanima di Francesco Cossiga- dai suoi omologhi nell’Unione Europea. Uno spazio, a sua volta, il più vicino possibile a Trump e alla tela che egli sta cercando di tessere con Putin.

Mario Draghi, pure lui al Senato

Tutto è un po’ strano, ed anche opaco, in questo passaggio di clima e forse anche di epoca nello scenario internazionale. Lo deve avere avvertito anche l’ex premier Mario Draghi -pure lui al Senato, ma in un’altra aula- dopo avere riproposto le sue note analisi, da consigliere o quasi della presidente della Commissione europea, sul colpo di reni che l’Europa dovrebbe darsi anche in materia di difesa. Ad un certo punto egli ha preferito interrompere l’interlocuzione con i senatori delle commissioni Esteri e Difesa, ma anche altri, vedendoli stanchi e distratti, presi più dai loro orologi che dalle sue parole. Un’altra buona notizia, forse, per Putin a Mosca.

Il “ritorno” di Giorgia Meloni in Parlamento per il Consiglio europeo

Giorgia Meloni, dopo essersi concessa l’ultima evasione, chiamiamola così, incontrando ieri a Palazzo Chigi il re di Giordania, ha dunque finito di fuggire o nascondersi, secondo la rappresentazione fattane dalle opposizioni una volta tanto unite, o quasi: dalla segretaria del Pd Elly Schlein all’ex presidente del Consiglio e ora solo del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte.

Dal Corriere della Sera

 La premier non ha potuto sottrarsi alle comunicazioni e alle votazioni, oggi al Senato e domani alla Camera, propedeutiche alla sua partecipazione, giovedì, al Consiglio Europeo. Che si riunisce in un contesto internazionale davvero straordinario, mentre Trump e Putin trattano la pace in Ucraina, dopo più di tre anni dalla guerra d’invasione cominciata dalla Russia, come se fossero loro due a disporne davvero, a prescindere non solo della stessa Ucraina ma anche dell’Unione Europea che ha avviato da tempo le procedure per associarla.

Dal manifesto

Ma più del ritorno in Parlamento, che avviene non per la loro azione ma solo per gli adempimenti istituzionali del governo alla vigilia dei Consigli europei, le opposizioni non hanno potuto strappare oltre alla Meloni secondo loro recalcitrante. Ma soprattutto, salvo imprevisti dell’ultima ora, non possono godersi lo spettacolo di una maggioranza che si divide nel voto sulle comunicazioni della premier, come sicuramente si divideranno invece le opposizioni. Se non addirittura il principale dei partiti di opposizione che è il Pd, spaccatosi pochi giorni fa nel Parlamento europeo sul riarmo proposto dalla presidente della Commissione di Bruxelles Ursula von der Leyen. Spaccatosi, in particolare, fra dieci europarlamentari favorevoli e undici astenutisi su ordine telefonico arrivato dal Nazareno, a Roma. Sarebbero stati undici contro dieci se Lucia Annunziata, convinta anche lei dichiaratamente del sì, non avesse avvertito la generosa delicatezza -non di più- di non fare trovare formalmente in minoranza nella delegazione del Pd la linea dettata dalla segretaria del partito, alla quale deve la candidatura da indipendente nelle liste che l’hanno portata al Parlamento europeo.

Elly Schlein in piazza a Roma sabato scorso

La maggioranza di governo, per carità, ha i suoi problemi anch’essa, di marca soprattutto leghista, nello scenario internazionale modificato dai rapporti in via di cambiamento fra gli Stati Uniti del presidente Donald Trump e la Russia di Putin, con annessi e connessi non solo ucraini. Ma sono problemi che Meloni riesce a gestire, disponendo evidentemente di una leadership che manca alle opposizioni, e persino -ripeto- al principale partito, il Pd, della ipotetica alternativa al centrodestra. Sembra una commedia, magari pirandelliana, ma è semplicemente la cronaca dei fatti.  

Si fa presto a sognare un’altra “solidarietà nazionale”

Dal Dubbio

Ci ho pensato passando e fermandomi, come faccio ogni 16 marzo, davanti alla targa prima e al monumento poi eretto in via Fani, a Roma, dove Aldo Moro fu rapito  a poca distanza da casa fra il sangue della scorta dalle brigate rosse. Che avrebbero ucciso pure lui dopo 55 giorni di prigionia, precedendo di poche ore la grazia che Giovanni Leone al Quirinale aveva deciso di concedere, anche senza il consenso del governo, a Paola Besuschio: una terrorista compresa nell’elenco dei tredici detenuti con i quali i brigatisi rossi avevano chiesto di scambiare il loro ostaggio eccellente. Pur di non spaccarsi di nuovo, come era già accaduto una volta dopo il sequestro opponendo fermezza a fermezza,, i macellai di via Fani decisero di eliminare l’ormai troppo ingombrante prigioniero.  

Via Fani, a Roma, il 16 marzo 1978

Moro, il mio amico e conterraneo Moro, pagò con la vita prima ancora della generosità e solidarietà di Leone, che peraltro si sentiva in debito con lui per averlo preceduto di un soffio al Quirinale alla fine del 1971; pagò con la vita, dicevo, la cosiddetta politica di solidarietà nazionale, variante del berlingueriano compromesso storico, da lui stesso realizzata, come presidente della Dc, dopo le elezioni politiche anticipate del 1976 con l’astensione concessa dai comunisti al governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti. Una solidarietà che, per quanto sempre più difficile da sostenere elettoralmente dal Pci, Moro proprio pochi giorni prima del sequestro era riuscito a rafforzare inducendo il Pci a passare dall’astensione al voto di fiducia.

Aldo Moro prigioniero delle brigate rosse

Anche in questi giorni, nel mondo un po’ troppo sottosopra per le aperture di Trump a Putin alle spalle, sostanzialmente, di un’Europa solidale con l’Ucraina di Zelensky, che rischia di pagare un prezzo troppo salato alla pace pur necessaria dopo più di tre anni di guerra mossale dalla Russia, ho sentito e letto della opportunità, necessità e quant’altro di una solidarietà nazionale fra i partiti nazionali, divisi sulla politica estera fa di loro e persino al loro interno. Divisi così paradossalmente che un esperto di politica e di Parlamento italiano come Mauro Zampini, ex segretario generale della Camera, con lo pseudonimo di Montesquieu sulla Stampa ha immaginato realizzabile, con la benedizione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, scombinando maggioranza e opposizione per mettere insieme soprattutto il Pd della Schlein, con tutti i problemi che ha la stessa Schlein, e il partito della premier Giorgia Meloni. Roba da capogiro, più ancora  di 47 anni fa con la convergenza fra i due maggiori partiti che erano allora la Dc e il Pci. Usciti entrambi vincitori dalle urne, nell’analisi di Moro, ma numericamente e politicamente incapaci, l’uno e l’altro, di combinare maggioranze alternative fra di loro.

Ci vorrebbe oggi un Moro ultracentenario, ma destinato forse allo stesso destino di quello morto così tragicamente all’età di soli 62 anni, nel lontano 1978, con tutti i pazzi di cui avverto la presenza in giro nel mondo, ripeto.

Pubblicato sul Dubbio

Elly Schlein sul…quattrovolante della piazza intestata a Michele Serra

Con tutto quello che accade nel mondo, appeso alla linea telefonica diretta fra Trump e Putin più che alla raccomandazione di Michela Serra al suo pubblico in piazza di non perdersi di vista, il Corriere della Sera ha dedicato 12 pagine- dodici in lettere- al futuro assai incerto della segretaria del Pd Elly Schlein. Che Emilio Giannelli nella sua vignetta di giornata ha immaginato proprio nella piazza di Serra sia nel “rilancio” sulle braccia del pubblico festante sia nella caduta a terra fra lo stesso pubblico non più festante e interessato alla sua salvezza, o protezione. Dall’ottovolante al quattrovolante, diciamo così. O dalle stelle, non quelle di Giuseppe Conte naturalmente, alle stalle.

Dal Foglio

Contemporaneamente quelli del Foglio hanno scommesso su tutta la prima pagina del numero di lunedì, più riflessivo degli altri perché confezionato con calma, cioè preconfezionato, su “un altro Pd possibile”. Che sarebbe quello guidato da Pina Picierno, la vice presidente del Parlamento europeo che ha votato per il riarmo dell’Europa, appunto, proposto dalla Commissione guidata da Ursula von der Leyen, a dispetto dell’astensione critica ordinata dal Nazareno. Ed è diventata -credo- l’incubo della Schlein, più degli altri nove europarlamentari del Pd che hanno disatteso la  linea della segretaria, compresi il presidente del partito Stefano Bonaccini e il recordman delle preferenze in Italia ed ex sindaco di Bari Antonio Decaro.

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno

Di quest’ultimo, probabilmente destinato a succedere a Michele Emiliano alla presidenza della regione Puglia, la Schlein si è lamentata, irritatissima, chiamando al telefono lo stesso Emiliano. Lo ha raccontato in un titolo di prima pagina La Gazzetta del Mezzogiorno attribuendo alla Schlein quest’accusa, al plurale: “Siete d’accordo contro di me”. E disaccordo sia sulla strada del congresso anticipato e straordinario proposto da Luigi Zanda con aria battagliera contro la segretaria del partito. Della quale si è scritto sia stata tentata dal coraggio della sfida in contropiede prima di accorgersi che lo statuto l’obbligherebbe a dimettersi e lasciare la gestione del partito ad un reggente e garante  del congresso. Da allora la segretaria del quattrovolante starebbe pensando a surrogati del congresso come un referendum centrato sulla linea di politica estera del partito o un congresso dichiaratanente “tematico”, con la segretaria incollata al suo posto più di Putin al Cremlino, o di Trump alla Casa Bianca.  

Buon viaggio, onorevole segretaria del Partito Democratico, ovunque sia destinata a sua insaputa ad arrivare, o a trovarsi.

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Rapporto dalla piazza romana del Popolo fra il bagnato e l’asciutto

Piazza del Popolo ieri, Roma

Trentamila, hanno cominciato a contare registi, ammiratori e simili vedendo la piazza romana del Popolo riempirsi per l’Europa, la pace eccetera e consolandosi per la pioggia dicendo della piazza come del matrimonio, fortunato quando è bagnato. No, quarantamila, hanno corretto dopo gli stessi osservatori. No, cinqantamila, si sono fermati alla fine, con la piazza più asciutta che bagnata, confortati anche dalla valutazioni una volta tanto generose dei poliziotti della Questura.

Fabrizio Roncone sul Corriere della Sera

“La sensazione netta -ha scritto Fabrizio Roncone, del Corriere della Sera– è che questa piazza sì, certo, plurale e tollerante inclusiva e democratica, sia in realtà piuttosto girevole, attraversata da una bolgia di idee distanti e spesso in contraddizione”.

Michele Serra trattato dal Fatto Quotidiano

Michele Serra -il giornalista di Repubblica al quale è venuta l’idea di questa piazza, rimastagli attaccata addosso come alla buonanima di Biagio Agnes quella di una trasmissione televisiva sulla salute che lui naturalmente protesse quando salì al vertice della Rai- ha cercato naturalmente, pur col suo stile pacato o persino dimesso, di tenere su gli animi parlando dal palco. Ma i colleghi concorrenti del Fatto Quotidiano non si sono commossi e gli hanno confezionato una vignetta abrasiva contro la solita tentazione di fare santo subito il frainteso di turno.

Da Repubblica

Gli stessi colleghi di testata di Serra, d’altronde, lo hanno strattonato assegnando alla “sua” piazza anche il compito, riferito in particolare dalla volenterosa Giovanna Vitale, di riconciliare la segretaria del Pd Elly Schlein, accorsa col suo solito passo svelto, e amici e compagni del Nazareno che vorrebbero farle la festa. E ciò naturalmente per l’astensione critica sul riarmo europeo. Che,  per quanto rifiutata da metà della delegazione a Strasburgo, ha ugualmente isolato il partito nella famiglia politica del partito socialista continentale.

Achille Occhetto

A dare una mano alla Schlein nella difesa dall’assalto dei presunti guerrafondai del suo partito è corso in piazza, in tenuta rigorosamente leninista anche secondo Roncone, il vecchio Achille Occhetto, da poco entrato nel percorso dei 90 anni. “Si vergognino”, ha praticamente detto l’ultimo segretario del Pci ai critici e avversari della segretaria del Pd, cui alla fine egli finirà forse per iscriversi proprio per sostenere la Schlein dall’interno.

Il sindaco di Milano Beppe Sala

Numerosi sono accorsi nella piazza romana del Popolo anche i sindaci di altre città, oltre a quello della Capitale Roberto Gualtieri. Non ha voluto mancare il sindaco di Milano Sala, Beppe come il suo amico Grillo, tenutosi naturalmente lontano per quanto sicuro di non potervi incontrare Giuseppe Conte. Che non ha voluto mescolarsi ad un pubblico troppo sbarazzino per i suoi gusti ultimamente e rigorosamente pacifisti.

Dal Corriere della Sera

Tuttavia nella sua irriverenza politica ormai nota il sindaco di Milano ha commentato, rispondendo ad un giornalista: “Bellissima piazza, ma non basta. Se andassimo a votare stasera, purtroppo rivincerebbe il centrodestra”. Ah, che importuno.

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La Schlein finisce a sua insaputa sulla secca europea delle armi

Da Libero

A furia di camminare svelta, quasi di corsa, non perché si senta in ritardo, o non abbastanza in ritardo ad un appuntamento ma solo per il gusto di arrivare dove e quando nessuno ormai se l’aspetta, la segretaria del Pd Elly Schlein non si è accorta del pasticcio in cui si è infilata al Nazareno intimando l’astensione polemica sul piano di riarmo europeo alla delegazione del suo partito a Strasburgo. Che, oltre ad isolarsi nel gruppo socialista, di cui pure è la componente più numerosa, si è spaccato fra dieci voti a favore del piano e undici astensioni. Undici peraltro grazie alla dichiarata generosità della non iscritta al Pd Lucia Annunziata, per evitare che il suo undicesimo voto a favore mettesse la segretaria del partito in minoranza.

Luigi Zanda

Di colpo, come Cristoforo Colombo si accorse di essere arrivato a sua insaputa in America, e non in India, la navigatrice di diporto Elly Schlein si è accorta di essere arrivata su una secca. O addirittura al capolinea del suo mandato al Nazareno, a metà del percorso quadriennale, pur non essendole mancato in tempo l’avviso di pericolo dall’ex senatore Luigi Zanda con l’intervista alla Stampa da noi riferita la settimana scorsa. E’ quella sulla necessità di un congresso straordinario per i grandi cambiamenti intervenuti nello scenario internazionale. Un congresso straordinario anche nelle modalità, con la rinuncia all’abitudine pur statutaria delle primarie di elezione del segretario aperte ai non iscritti: una cosa, fra le altre, che a suo tempo indusse una personalità storica della sinistra come Emanuele Macaluso a tenersi alla larga dal Nazareno.

Fu proprio grazie ai non iscritti al Pd, ma forse al Movimento delle 5 Stelle, o comunque suoi elettori, che due anni fa la Schlein sorpassò nella corsa alla segreteria Stefano Bonaccini, accontentatosi poi di una presidenza, diciamo così, di cortesia o buona volontà. Che tuttavia non gli ha impedito di disattendere nel Parlamento europeo la disciplina criticamente astensionistica reclamata al telefono da una Schlein convinta che un voto favorevole fosse solo da “guerrafondai”, come lamentato appunto da un ormai arcistufo Bonaccini.

Pina Picierno

Ma Bonaccini è solo il più alto in grado degli ammutinati, o quasi, nella nave del Nazareno. In realtà, la segretaria del partito è stata di fatto contestata e sostanzialmente scaricata un po’ da tutti i “Gattopardi” del Pd, come li ha chiamati sulla Stampa, pure lui come il già ricordato Luigi Zanda, un giornalista che conosce la sinistra come pochi altri per esservi cresciuto dentro, in famiglia: Federico Geremicca. Che non solo ha sentito puzza di bruciato congressuale, o di qualcosa di simile sul piano nominalistico, ma ha anche intravisto la sagoma, sempre femminile, dell’antagonista: la quasi coetanea della Schlein -44 anni a maggio anziché 40- Pina Picierno, vice presidente del Parlamento europeo. Che è stata naturalmente fra gli indisciplinati o ammutinati della ormai storica votazione sul riarmo europeo.

Forse di nuovo a sua insaputa -vi spiego poi il perché- la Schlein si è trovata in alcune cronache giornalistiche in gioco di contropiede nel partito, in trasferta sui Campi Flegrei dove si vive fra le scosse sismiche e simili. Maria Teresa Meli, per esempio, sul Corriere della Sera le ha attribuito la tentazione, quanto meno, di sorpassare Luigi Zanda sulla strada di un congresso anticipato, o qualcosa di simile, perché convinta di potere ancora sorprendere. Ma Dario Franceschini, secondo altre cronache, dall’autofficina romana dove ha trasferito recentemente il suo ufficio e riceve un po’ tutti, qualche giorno fa anche l’ex commissario europeo, ex presidente del Consiglio e ammanicatissimo Paolo Gentiloni, si è chiesto se a un gioco di contropiede congressuale pensino più la Schlein o “i suoi”. Ritenendo così -lui che conosce il Pd forse meglio della segretaria pro tempore- che fra i primi segni di tempesta in un partito c’è proprio lo scollamento fra un capo, o una capa, e i “suoi”.

Pubblicato su Libero

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La ciambella senza il buco della piazza della pace promossa da Michele Serra

Dal Corriere della Sera

Appartiene alla serie delle ciambelle che non riescono tutte col buco la piazza odierna di Roma per l’Europa e la pace, ideata da Michele Serra sognando l’arcobaleno rappresentato, sia pure come un “fenomeno ottico”, da Emilio Giannelli sul Corriere della Sera. Persino il giornale dove scrive Serra, la Repubblica, l’ha tradotta con una vignetta di copertina di Ellekappa in una “manifestazione d’affetto”, più che di effetto. Ma di affetto più che per l’Europa e la pace, per la segretaria del Pd Elly Schlein, con quel cuoricino rosso al centro della vignetta, espostasi tanto sul fronte pacifista, inseguendo Giuseppe Conte, da mettersi nei guai nel Pd e correre il rischio, con o senza un congresso anticipato, di seguire la sorte della maggior parte dei suoi predecessori al Nazareno. La sorte cioè della rinuncia o caduta, come Walter Veltroni, Pier Luigi Bersani, Matteo Renzi, Nicola Zingaretti, Enrico Letta.

Michele Serra

La pace che è diventata prioritaria nella piazza di Serra e amici non è né quella in Ucraina, alla quale stanno lavorando alle spalle di tutti, Trump e Putin, né quella in Europa che sarebbe minacciata dal riarmo proposto dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e approvato a larga maggioranza dall’Europarlamento, ma più semplicemente o banalmente la pace nel Pd lasciando naturalmente al suo posto la Schlein. Che pure si è persa per strada nel contrasto astensionistico al riarmo 10 dei 21 eurodeputati del suo partito. Sarebbero stati 11 contro dieci, cioè la maggioranza della delegazione italiana nel gruppo socialista, se la volenterosa e indipendente Lucia Annunziata non avesse fatto all’amica segretaria il dichiarato piacere “lealista” di astenersi pure lei, per quanto convinta invece del sì come il presidente del partito Stefano Bonaccini, la vice presidente dell’Europarlamento Pina Picierno eccetera.

Dall’Unità

Basterà una piazza, pur nominalmente del Popolo, con la maiuscola, che si stende sotto la terrazza del Pincio, a salvare la pace personalissima della Schlein? Si vedrà. Certo è che più di una piazza è finita per assomigliare ad un circo equestre quella intestata a Serra, pur nell’enfatica rappresentazione fattane sull’Unità da Piero Sansonetti. Che ha scritto di un “inedito“  popolo di sinistra che si divide in almeno tre popoli”. Un po’ troppi forse, non importa come divisi nelle loro denominazioni specifiche.

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Donne alle armi al Nazareno col supporto…dei maschietti

Dal Dubbio

“L’Europa forse si riarmerà ma il Pd l’ha già fatto”, ha scritto con sarcasmo sulla Stampa Federico Geremicca raccontando, analizzando e quant’altro, con la familiarità che ha con la sinistra, da un lato il voto dell’Europarlamento sul riarmo, appunto, e dall’altro la crisi che si è ormai aperta, o è esplosa, al Nazareno. Dove Elly Schlein ha impartito agli eurodeputati del Pd l’ordine largamente disatteso di un’astensione critica, forse per non distanziarsi troppo dal no dei pentastellati di Giuseppe Conte e dei rossoverdi, con i quali in Italia è “testardamente” fiduciosa di costruire l’alternativa al centrodestra.

All’astensione ordinata personalmente dalla segretaria ai suoi eurodeputati telefonicamente, uno per uno, si sono attenuti in undici, compresa -all’ultimo momento- Lucia Annunziata, Che così impedito ai dieci che hanno votato a favore del riarmo, a cominciare dal presidente del partito Stefano Bonaccini, di trovarsi in maggioranza. In caso contrario qualcuno al Nazareno avrebbe potuto forse reclamare le dimissioni della segretaria, a poco più di due anni dall’elezione e a due dalla scadenza congressuale del mandato. “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, scriveva Dante avventurandosi nel suo viaggio agli Inferi e dintorni.

Pina Picierno

Federico Geremicca non solo sente -familiarmente, ripeto- aria di “scontro” congressuale anticipato, reclamato sulla stessa Stampa già da Luigi Zanda prima del voto col quale il Pd si è isolato peraltro nel gruppo socialista europeo favorevole al riarmo, ma avverte anche una lotta davvero al femminile. Nella quale potrebbe contrapporsi alla Schlein, 40 anni a maggio, svizzera di nascita e americana e italiana di adozione, Pina Picierno, 44 anni a maggio, vice presidente del Parlamento europeo e schieratissima per il riarmo, per nulla intimidita dalla paura di quella parola che è stata avvertita persino dalla premier italiana Giorgia Meloni. Che ha inutilmente cercato con i suoi fratelli e sorelle di fare ambiare nome al piano dell’amica e presidente della Commissione di Bruxelles Ursula von der Leyen.

Federico Geremicca sulla Stampa

“Chi contrapporre a Elly Schlein?”, si è chiesto Geremicca dopo averle riconosciuto peraltro il merito di avere fatto guadagnare al Pd, fra elezioni locali e sondaggi, sino a una decina di punti rispetto all’eredità lasciatale da Enrico Letta. “Immaginando che non sia più possibile-si è risposto da solo Federico- riproporre i “soliti noti”, ci si guarda intorno, ed è un po’ che apparsa all’orizzonte una ormai “nemica giurata” della segretaria. Toni netti come lei, donna come lei, giovane come lei: non è ancora un investimento politico, ma nelle ultime settimane l’opposizione “riformista” ha cominciato a guardare co occhi diversi la battagliera Pina Picierno”.

Vi è tuttavia una condizione forse irrinunciabile per un successo della Picierno sulla Schlein. L’ha realisticamente indicata Luigi Zanda, nella già ricordata intervista alla Stampa, chiedendo un congresso straordinario senza più la pratica statutaria delle primarie per la segreteria aperte ai non iscritti al partito.

Pubblicato sul Dubbio

Maggioranza e opposizione come nei Campi Flegrei, scosse dalla politica estera

Maggioranza e opposizione, entrambe generosamente al singolare, vivono come ai Campi Flegrei, sotto le scosse. Procurate prima da una guerra mondiale in pillole, secondo una nota definizione di Papa Francesco, e poi dai rapporti fra Trump e Putin che hanno, a dir poco, spiazzato l’Unione Europea, sino a farle adottare un piano di dichiarato “riarmo”.  Che è passato con una votazione parlamentare nella quale sono saltate trasversalmente le alleanze dei partiti italiani, di governo e non.

Dal Corriere della Sera

Monica Guerzoni, per nulla trattenuta da una smentita congiunta della Presidenza del Consiglio e del Ministero dell’Economia, ha raccontato sul Corriere della Sera, con particolari anche fisiognomici, di uno scontro diretto fra Gorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, in un angolo della sala del Consiglio dei Ministri, per la posizione contraria assunta dalla Lega sul riarmo europeo e dintorni. E di un’assai breve partecipazione di Matteo Salvini, vice presidente leghista del Consiglio, alla riunione di governo, soffermatosi solo sui problemi del suo Ministero delle Infrastrutture.

Dal Foglio

Forse in considerazione anche di queste notizie, pur smentite- ripeto- dagli interessati, al Foglio hanno titolato discorsivamente che “l’ambigua Meloni è ancora un argine contro le ambiguità di Schlein e di Salvini”.

Elly Schlein, segretaria del Pd

La Schlein c’entra in questa storia da Campi Flegrei -ripeto- perché il partito da lei guidato da più di due anni si è spaccato nell’Europarlamento fra dieci che hanno votato per il riarmo proposto e undici che si sono astenuti, allineandosi alla posizione critica disposta, peraltro a distanza, dalla segretaria del Nazareno. E’ sbottato persino il paziente e pacioso presidente del Pd, Stefano Bonaccini, battuto dalla Schlein nella corsa alla segreteria per la partecipazione degli “esterni”, particolarmente pentastellati, alla votazione conclusiva dell’ultimo congresso piddino. Anche lui ha votato per il riarmo rivoltandosi alla Schlein sicura di essersi guadagnata il consenso all’astensione in una riunione della direzione svoltasi però prima della proposta del riarmo formalizzata dalla Commissione. E approvata peraltro al Parlamento europeo da tutte le altre delegazioni del Partito socialista continentale, dove pertanto il Pd si è clamorosamente isolato.

Dalla Stampa

Anche la Schlein ha fatto scrivere e dire di essere pronta alla sfida lanciatale da critici e avversari con la proposta di un congresso straordinario, da cui pensa evidentemente di poter uscire confermata, magari con un’altra votazione conclusiva aperta ai cosiddetti esterni, cioè ai non iscritti, Federico Geremicca ha scritto sulla Stampa che “chi si intende di Partito democratico e delle autolesionistiche liturgie che precedono ogni frequente cambio di segretario, non ha dubbi e assicura che la “caccia” a Elly Schlein stavolta sia ufficialmente cominciata”. “Non abbiamo ragione per dubitarne”, ha aggiunto il giornalista, familiarmente favorito nella conoscenza della sinistra confluita a suo tempo nel Pd.

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