La ritirata elettorale di Elly Schlein…al solito passo svelto e allegro

Da Libero

Chissà se la segretaria del Pd Elly Schlein ha trovato il tempo di dare un’occhiata all’ultimo sondaggio elettorale di Ipsos. Che risale a giovedì scorso 27 marzo, due giorni dopo il martedì nero di Romano Prodi, costretto da un video galeotto ad ammettere “l’errore”, pur non scusandosene, di avere preso per i capelli -da “nonno”, ha cercato di scherzarci sopra con le sue solite metafore Pier Luigi Bersani- una giornalista colpevolmente curiosa di conoscerne l’opinione sul cosiddetto manifesto di Ventotene. Quello sventolato in Piazza del Popolo, a Roma, di una fattura e storia così controversa da essere stato parzialmente disconosciuto a suo tempo dal più famoso dei suoi estensori, Altiero Spinelli, per eccesso di europeismo, diciamo così. Egli  aveva auspicato, previsto e quant’altro l’Europa unita fra sospensione della democrazia e forti limitazioni, a dir poco, al diritto di proprietà privata.

Giuseppe Conte in recupero

Giovedì scorso -tornando al sondaggio di Ipsos– il Pd entusiasticamente portato da Elly Schlein nelle elezioni europee del 2024 al 24,1 per cento dei voti era sceso di più di due punti e mezzo, al 21,5. Sempre sotto la guida della Schlein, forse distrattasi nell’inseguimento a sinistra di Giuseppe Conte. Che proprio grazie a questo inseguimento, che lo ha reso e lo rende visibile più come concorrente che come alleato potenziale, e renitente del Pd, è potuto salire nello stesso periodo di 3,8 punti: dal 10 al 13,8 per cento. Roba da avere mandato forse di traverso il caffè anche a Beppe Grillo, che litigando col presidente del MoVimento 5 Stelle ne aveva l’anno scorso abbozzato il funerale al volante di un carro rigorosamente meccanico e di lusso. E pensare che proprio Grillo aveva voluto fondare il suo movimento il giorno di San Francesco. Di francescano gli è rimasta solo la data anagrafica.  

Lo stato di crisi del Pd, dietro l’allegria e il passo svelto della sua segretaria, è diventato così evidente che di recente l’ex senatore Luigi Zanda, tra i fondatori del partito, ne ha proposto un congresso anticipato e straordinario. Straordinaria come la congiuntura internazionale inimmaginabile al momento dell’elezione della Schlein.

Fra i destinatari della proposta di Zanda il principale sembrava essere il senatore, ex ministro ed anche ex segretario del Pd Dario Franceschini. Che fu tra gli sponsorizzatori della Schlein, pur eletta nei gazebo delle primarie, contro Stefano Bonaccini preferito dagli iscritti, coi voti degli “esterni”, in gran parte interni alle 5 Stelle. Ma anche Franceschini, benedett’uomo, ha preferito esporsi ultimamente con la proposta, a dir poco stravagante, del matronimico di Stato. Che significa l’attribuzione di ufficio del cognome della madre al figlio: una riforma riparatrice -ha detto sempre Franceschini- del patriarcato cui sarebbe riconducibile l’assegnazione del cognome del padre. “Ma questa è discriminazione”, è sbottata Anna Finocchiaro, piddina di origini comuniste, già ministra delle pari opportunità.

Del Pd già l’anno dopo la fondazione, mentre già maturava la crisi della prima segreteria, assegnata a Walter Veltroni, un impietoso Massimo D’Alema disse che era “un amalgama mal riuscito” di gente, anime, cose provenienti dal Pci, dalla sinistra democristiana e cespugli ambientalisti, liberali e radicali. Mai analisi si è francamente rivelata così rapida e riuscita. Lo stesso D’Alema, uscitone ai tempi di Matteo Renzi segretario e tornatovi con la Schlein, non ha voluto mai cimentarsi a raddrizzarne il corso, Ha preferito dedicarsi ad altri affari, l’ultimo dei quali è stato da lui stesso rivelato come incaricato dal presidente ucraino Zelensky di perorare fuori d’Europa, non fidandosene del tutto, la causa del suo popolo in guerra da più di tre anni con la Russia. D’Alema vi si è inutilmente prodigato prima in Brasile, da Lula personalmente, che lo ha invitato ad occuparsi piuttosto della Palestina, e poi in Cina.   

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Ursula von der Leyen vendica Meloni degli attacchi sui rapporti con Trump

Lilli Gruber ieri sera

         Puntuale come l’arrivo dell’ora legale, la presidente della Commissione dell’Unione Europea, la tedesca Ursula von der Leyen, che all’occorrenza sa farsi capire bene anche nella nostra lingua, ha vendicato la premier e ormai amica italiana Giorgia Meloni dalla rappresentazione che ne fanno gli avversari come di “un cavallo di Troja di Trump”, ha detto per esempio la segretaria del Pd Elly Schlein. Dietro alla quale è corsa, fra gli altri, Lilli Gruber nel suo salotto televisivo a la 7 titolando la puntata di ieri  sera con la domanda se la Meloni sia “vassalla di Trump”. E partecipando con gli altri ospiti  agli assalti, interruzioni e simili contro il direttore di Libero Mario Sechi. Al quale, diavolo di un sardo, non piace farsi allineare, o finire dietro la lavagna su ordine della maestra spazientita.

Ursula von der Leyen al Corriere della Sera

         “E’ un problema per l’Unione Europea l’ottino rapporto di Meloni con Trump?”, ha chiesto l’intervistatrice del Corriere della Sera e corrispondente da Bruxelles Francesca Basso. “Al contrario, penso che questo sia molto positivo”, ha risposto la presidente della Commissione. Che ha aggiunto: “Conosco Giorgia Meloni come leader forte e appassionata, con un ruolo molto importante a livello europeo. Ed è positivo che abbia un rapporto diretto. Più legami ci sono tra le due sponde dell’Atlantico, meglio è”.

Ursula von der Leuen al Corriere della Sera

         Con la Meloni, in particolare, Ursula von der Leyen condivide la necessità che l’Ucraina sia “trasformata in un porcospino d’acciaio completamente indigesto per qualsiasi tipo di invasore”.   

Ursulavon der Leyen al Corriere della Sera

         “L’obiettivo di Putin -ha detto la presidente della Commissione europea sulla guerra in corso da più di tre anni in  quella terra colpevole solo di confinare con la Russia e di avere aspirazioni europee- era conquistare Kiev in tre giorni e l’Ucraina in tre settimane. Tre anni dopo l’Ucraina è un Paese candidato ad entrare nell’Unione Europea ed è unita come non mai. L’obiettivo di Putin era quello di indebolire la Nato. Oggi la Nato conta altri due membri: Finlandia e Svezia. La resistenza dell’Ucraina e l’incrollabile sostegno internazionale dimostrano che l’aggressore non prevarrà”. E neppure Trump riuscirà forse a farlo prevalere pur con tutte le concessioni che gli ha fatto per aprire un vero negoziato di pace. Da cui non a caso ha appena escluso la provocatoria condizione posta da Mosca di mettere l’Ucraina sotto amministrazione controllata delle Nazioni Unite e trattare poi su un successore a Zelensky gradito al Cremlino. Anche Trump, vivaddio, ha una pazienza.

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Il flop del matronimico di Stato proposto da Dario Franceschini

Dal Dubbio

Il senatore Dario Franceschini, 67 anni da compiere in ottobre, il politico forse, dopo Giulio Andreotti, più prestato o a mezzadria con la letteratura, non a caso più volte ministro della Cultura, segretario del Pd per nove mesi, tra febbraio e novembre del 2009, giusto in tempo per partorire la segreteria di Enrico Letta, entrambi provenienti dalla scuola e dalla cultura democristiana; Dario Franceschini, dicevo,  è inconsapevole vittima di uno dei brocardi latini più noti dopo quello forse dalla “lex, sed dura lex”.

Il brocardo galeotto di o per Franceschini, per quanto lui prudentemente abbia evitato di richiamarvisi, da buon politico, è quello della “mater semper certa, pater incertus”. Un brocardo col quale hanno scherzato nelle Università generazioni di studenti di giurisprudenza dicendo che in fondo, a prendere quella massima alla lettera, potremmo sentirci un po’ tutti “figli di mignotta”, dicono a Roma. Pur con tutto il doveroso e rispettoso affetto, naturalmente, per le nostre mamme.

Franceschini, non so esattamente dove lavorando di più fra casa, Senato e l’officina, all’Esquilino, che egli ha trasformato in ufficio, spero col rispetto di tutti i regolamenti comunali e simili, ha motivato come un eccesso riparatore di un altro la sua proposta di assegnare d’ufficio al figlio il cognome della madre. Dopo tanto tempo in cui lo si è assegnato al padre nella solita concezione patriarcale della famiglia.

La segretaria del Pd Elly Schlein

Nonostante questa precauzione logica e- ripeto- politica, Franceschini ha raccolto reazioni più scettiche, o  negative, che compiaciute alla proposta formulata in una riunione del gruppo senatoriale del Pd.  Dove si è preferito occuparsi di questo problema, pur per contingenze legittime,  piuttosto che di altri magari più attuali, diciamo così, e difficili per le diverse opinioni esistenti al Nazareno: i problemi, per esempio, di politica estera. Di fronte ai quali l’ex senatore, sempre del Pd, Luigi Zanda avvertendo una certa incertezza o confusione, a dir poco, della linea perseguita dalla segretaria del partito Elly Schlein, non a caso disattesa da 10 dei 21 eurodeputati piddini in una recente e impegnativa votazione; Luigi Zanda, dicevo, ha proposto il ricorso ad un congresso anticipato e straordinario., anche a costo di provocare una crisi della segreteria. Tentazione, questa, dalla quale ad un certo punto è sembrata presa la stessa Schlein, con aria di sfida, sino a quando i soliti esperti statutari non si sono accorti -e non le hanno fatto notare- che un congresso straordinario comporta le dimissioni del segretario di turno e l’elezione di un altro di cosiddetta garanzia.

Al di là dei suoi racconti o delle sue visioni più o meno romanzate per rimanere nel campo letterario praticato da Franceschini con buoni risultati nelle librerie, la politica è fatta anche di questi accidenti. Fra i quali, ripeto, la proposta del cognome d’ufficio alla madre di ogni neonato a rischio di barzellette per quel maledetto – o benedetto, secondo i gusti- brocardo latino già ricordato della “mater semper certa, pater incertus”.

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Matteo Salvini fra le “note stonate” degli altri e quelle sue…

Dal Corriere della Sera

In un “colloquio” col Corriere della Sera -riduttivo rispetto ad una intervista ma pur sempre impegnativo nella doppia veste di capo della Lega e soprattutto vice presidente del Consiglio- Matteo Salvini ha lamentato “le note stonate” provenienti da Bruxelles, Londra e Parigi, tra vertici dell’Unione Europea e vertici fra paesi anche estranei all’Unione ma appartenenti al campo più largo dell’Occidente, dove però mancano fisicamente gli Stati Uniti di Donald Trump.

Parole di Salvini

“Note stonate”, ripeto, “perché in un momento in cui sono in corso negoziati per la pace”, dopo più di tre anni di guerra nell’Ucraina invasa dalla Russia di Putin, “c’è chi insiste col Piano Kallas da 40 miliardi in proiettili, chi spinge il Piano Ursula da 800 miliardi in bombe e missili, chi appoggia il Piano Macron che parla di guerra”. “Mentre il mondo lavora per la pace -ha aggiunto Salvini alludendo a Trump e Putin- ci auguriamo che qualcuno non voglia far saltare il tavolo”. “Ci auguriamo”, al plurale che per un vice presidente del Consiglio dovrebbe riguardare il governo, e non solo il suo partito, del quale fra una settimana sarà confermato congressualmente alla guida.

Dal Foglio

Il Salvini, sarcasticamente degradato dal Foglio proprio oggi da capitano a “caporale”, avverte o denuncia “note stonate” di altri non accorgendosi -o accorgendosi ma parlando lo stesso al suo modo per amplificarne la portata- che di stonato potrebbe essere avvertito il suo “colloquio” col Corriere dalla premier Giorgia Meloni, partecipe ai vertici sia di Bruxelles che di Londra e Parigi. Non parliamo poi dell’altro vice presidente del Consiglio Antonio Tajani, che tiene a precisare ogni volta che ha un microfono davanti alla bocca che la politica estera del governo è quella che esprimono la Meloni da Palazzo Chigi e lui dalla Farnesina, come ministro degli Esteri, appunto.

Le divisioni nella maggioranza praticamente confermate da Salvini nel “colloquio”, ripeto, al Corriere, pur in una formale apprezzamento della presidente del Consiglio, sono in qualche modo parallele a quelle che attraversano le opposizioni, già indebolite dall’essere divise fra loro e all’interno del maggiore dei loro partiti, che è il Pd. Ma questa circostanza, pur importante e favorevole alla maggioranza intesa nel suo complesso, mai divisasi in votazioni parlamentari di politica estera, non esime, o non dovrebbe esimere chi fa parte del governo dal dovere di non comprometterne la credibilità sul piano internazionale. Almeno così vorrebbe il buon senso, ancora una volta compromesso manzonamente, anche in citazioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dal “senso comune”.

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Da Gaza finalmente una buona notizia, pur a costo di tante morti e rovine

Stefano Pillitteri, che ha ereditato dal padre, l’indimenticabile Paolo, il buon senso, il coraggio e l’ironia, ha pubblicato sul suo sito la foto di una dimostrazione a Gaza, finalmente, di protesta della popolazione contro Hamas. Che ne ha fatto ostaggio, come degli ebrei prelevati nel pogrom del 7 ottobre 2023, privandola delle case, delle scuole, degli ospedali, delle strade, sotto cui hanno costruito le loro postazioni militari contro Israele.

Stefano si è chiesto giustamente se l’associazione dei partigiani e tutti gli altri campioni della Palestina rappresentata dai terroristi di Hamas, dal Giordano al mare, avranno la faccia tosta di essere coerenti fino in fondo con la loro posizione accusando i dimostranti di Gaza, fra le rovine della loro terra, di essere dei provocatori, facinorosi eccetera.

“Superficiale” ha risposto un tale, lui sì superficiale. Che non ha capito come le cose stiano forse cambiando davvero a Gaza. E dintorni, pur a costo di tanti morti e di tante distruzioni.  

Le scuse virtuali, cioè mancate, di Prodi alla giornalista maltratta

Dal Giorno, Resto del Carlino e Nazione

Ne scrivo malvolentieri per il disagio che provo occupandomi delle “scuse” attribuite da agenzie e qualche volenteroso giornale a Romano Prodi. Che, a leggerne le dichiarazioni fra virgolette, si è però solo “dispiaciuto” dell’”errore” che ha ammesso di avere impugnato una ciocca di capelli della giornalista di Rete 4 Lavinia Orefici. Dalla quale aveva ricevuto sabato scorso una domanda sgradita sulle polemiche di giornata a proposito del manifesto di Ventotene sull’Europa scritto nel 1941 dai confinati antifascisti Altiero Spinelli, Enrico Rossi ed Eugenio Colorni. Manifesto fatto stampare la settimana precedente per essere sbandierato in una manifestazione di sinistra in Piazza del Popolo. Di cui la premier Giorgia Meloni non in un’altra pazza ma nell’aula della Camera ne aveva poi ricordato alcuni passaggi per non riconoscervisi, prospettandosi un’Europa unita e libera solo a parole, dovendo passare per una sospensione della democrazia e una proprietà privata ammessa o regolata caso per caso.

 Altro che l’articolo 42 della Costituzione della Repubblica italiana sopraggiunta nel 1947, in vigore dal 1948 e ricordata, per esempio, da Pier Luigi Bersani ieri sera nel salotto televisivo di Lilli Gruber per cercare di renderlo compatibile col documento di Ventotene.

Pierluigi Bersani

“La proprietà privata -dice la Costituzione italiana- è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”. “Accessibile a tutti”, ripeto.

Ma torniamo a Prodi, di cui Bersani, a proposito della sua reazione televisiva alla domanda sgradita su Ventotene e dintorni, ha parlato come di “un nonno” che aveva scambiato la giornalista per una nipote, vista anche la “gestualità familiare” rivendicata dall’ex premier nel riconoscere l’”errore” senza scusarsene, ripeto, ma solo per dispiacersene.

I tre giorni o settantadue ore trascorse fra quell’eccesso “gestuale”, chiamiamolo così, e la diffusione delle immagini registrate che hanno costretto Prodi a dispiacersi, smettendo di negare di avere allungato le mani sui capelli della giornalista troppo impertinente, provocatrice, disinformata e quant’altro, dicono da sole di che pasta sia fatta anche l’informazione. Che ha impiegato così tanto per far capire e vedere la realtà dell’accaduto. E non fare più passare le proteste della giornalista Lavinia Orefici per quelle di una bugiarda o di una mitomane. Non scrivo altro perché credo che basti e avanzi.   

Paolo Cirino Pomicino spolvera o rinfresca la memoria a Romano Prodi

Da Libero

Paolo Cirino Pomicino, 86 anni da compiere a settembre, l’unico imputato di Antonio Di Pietro riuscito a strappargli, sia pure in un ospedale, la promessa di tesserne gli elogi in Chiesa una volta morto, non ha saputo resistere alla tentazione di togliersi qualche sassolino da una scarpa, o da entrambe, parlando al Foglio del suo ex collega di partito, o di area, e coetaneo Romano Prodi, 86 anni da compiere in agosto.

Geronimo

Intervistato proprio come Pomicino, e non Geronimo, il capo degli indiani Apache assunto da lui come pseudonimo negli anni del terrore giudiziario di “Mani pulite”, quando si faticava anche a firmarsi, come andare per strada o al ristorante, l’ex ministro andreottiano ha fatto un ritratto politicamente impietoso del Prodi partecipe di una certa voglia o nostalgia della Dc. Partecipe naturalmente al suo modo, anche ruvido come quando gli è capitato di insolentire una giornalista televisiva che gli aveva fatto una domanda sgradita sulle polemiche del momento. Che riguardavano il manifesto di Ventotene scritto nel 1941 da confinati antifascisti destinati ad una santificazione europeistica forse troppo generosa. Anche secondo l’opinione di Pomicino, espressa sempre sul Foglio in coincidenza con una intervista analoga di Rocco Buttiglione ad Avvenire, che ad aprire davvero il cantiere dell’unità europea siano stati ai loro tempi gli statisti Conrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Robert Schumann, in ordine rigorosamente alfabetico: tedesco il primo, italiano il secondo e francese il terzo.

Pomicino al Foglio

“Prodi, che è stato sempre democristiano, un grande democristiano particolare, oggi misura il suo fallimento”, ha detto Pomicino. Che ha spiegato: “Era partito con l’Ulivo, nome evocativo di una cristianità perseguitata, nome che giocava in rimessa. E infatti l’Ulivo è scomparso. E ha continuato con politiche che, a mio avviso, non hanno aiutato la crescita del paese, anzi. Ed eccoci qui, con i salari reali più bassi d’Europa e pochi investimenti pubblici e privati”,  ereditati da Giorgia Meloni ed altri che l’hanno preceduta dopo gli anni di Prodi, appunto.

La ragione di tanta, sostanziale depressione nella quale si è trovata l’Italia “affonda -ha detto Pomicino-anche in un atteggiamento tipico del cattolicesimo di sinistra dopo Tangentopoli”. “La cui politica di riferimento – ha spiegato e ricordato Pomicino- doveva scomparire, tanto che nel 1993 un gruppo di esponenti della sinistra democristiana si recò dall’ambasciatore americano Reginald Bartholomew a spiegare che la Dc non si sarebbe mai ricomposta. Il percorso era stato deciso: avvicinarsi agli ex comunisti, pensando di mettersi al riparo dalle Procure”: quelle della Repubblica giudiziaria che si è rivelata coriacea nella difesa degli spazi conquistati dalla magistratura a scapito della politica.

All’insaputa tuttavia dei magistrati e quant’altri interessati alla scomparsa di quella che Pomicino ha chiamato la “cultura di riferimento” della Dc di De Gasperi, Fanfani, Moro, Andreotti, De Mita, Forlani e via navigando fra i ricordi dello scudo crociato, quella cultura ha in qualche modo resistito. O si è rifugiata in altri contenitori politici ed elettorali, direi ormai più a destra che a sinistra con i cambi generazionali intervenuti. Ed è questa la realtà che forse persino Pomicino stenterà a riconoscere del tutto, o tanto da immedesimarvisi. Come hanno fatto invece suoi amici o quasi conterranei quale Gianfranco Rotondi, di più di vent’anni meno di lui.

Pomicino e Prodi molto d’archivio

Se stenta a riconoscerlo Pomicino, figuriamoci se potrà mai ammetterlo Prodi nella grande considerazione peraltro che ha di se stesso, sino alla irascibilità delle sue reazioni a chi osa fargli domande senza inginocchiarsi al suo cospetto e chiedergli scuda del disturbo. Eppure è questa la realtà, ripeto,  con la quale anche il professore, dall’alto delle sue certezze persino accademiche è chiamato a fare i conti.

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Ripreso da http://www.startmag.it il 29 marzo

Carlo Nordio batte le opposizioni alla Camera e le ammonisce

Più del risultato, scontatissimo, della votazione di sfiducia promossa alla Camera dalle opposizioni, neppure tutte, contro il ministro della Giustizia Carlo Nordio – prevalso con 215 voti contro 119, una cinquantina in meno della maggioranza che sarebbe stata necessaria per bocciarlo- vale forse quella specie di massimario che il guardasigilli ha dispensato nel discorso col quale si è difeso.

Carlo Nordio alla Camera

“La spada della giustizia -ha detto- è senza impugnatura” per cui ferisce anche “chi la usa in modo improprio”: per esempio, cercando di “giurisdizionalizzare qualsiasi scontro politico”. Come quello consumatosi attorno alla vicenda del generale libico Almasri, raggiunto da un mandato di cattura della Corte penale internazionale mentre era in Italia, dopo avere girato libero per mezza Europa, liberato non dal ministro ma dalla magistratura ordinaria esaminando gli atti e rimpatriato come persona pericolosa.

Riccardo Magi alla Camera

Fra le dichiarazioni di voto contro Nordio, più che lo scontato -anch’esso- intervento della segretaria del Pd Elly Schlein, ossessionata dall’assenza di Giorgia Meloni in aula accanto al suo ministro della Giustizia, la più paradossale mi è sembrata quella del radicale Riccardo Magi. Che ha accusato Nordio, nella cui lettura egli è cresciuto politicamente, di essere ormai prigioniero del governo, e perciò irriconoscibile come garantista. Una specie di autoanalisi, perché anche di Magi si potrebbe parlare come di un garantista prigioniero del fronte delle opposizioni in cui è finito da segretario di +Europa.

Nordio non si è lasciata naturalmente scappare l’occasione per attribuire la ragione principale di tanta avversione politica contro di lui alla riforma della giustizia all’esame delle Camere sulla separazione, fra l’altro, delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri e sul sorteggio per le rappresentanze delle toghe negli organismi di autogoverno della magistratura. Ed ha avvertito che il governo andrà avanti su questa strada, senza lasciarsi intimidire da scioperi, campagne referendarie esasperate e altro.  “Fate pure del vostro peggio, noi faremo del nostro meglio”, ha concluso il ministro con stile un po’ ciurcelliano, dal mitico Winston Churchill di cui egli è notoriamente esegeta.

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Il kit europeo della paura più espressivo del piano di riarmo

Dal Corriere della Sera

Più che kit della emergenza o della resilienza, come se lo sta intestando a Bruxelles la belga Hadja Lahbib, commissaria europea per la gestione delle crisi, con medicinali, viveri, batterie elettriche ed altro in grado di garantire tre giorni di sopravvivenza, lo chiamerei il kit della paura. Forse ancora più espressivo e diretto del piano di “riarmo” o “Prontezza 2030” intestatosi dalla presidente tedesca della Commissione europea Ursula von der Leyen. E passato in Parlamento a Strasburgo spaccando trasversalmente le rappresentanze italiane, di maggioranza e di opposizioni, doverosamente al plurale perché divise fra di loro, e persino al loro interno, nella prospettiva un po’ velleitaria, almeno sinora, di un’alternativa al centrodestra guidato da Giorgia Meloni.

In attesa della pace che Trump e Putin si sono quanto meno proposti di imporre perseguendo nuovi equilibri internazionali, dopo quelli superati definiti 80 anni fa a Yalta dai vincitori della seconda guerra mondiale, compresi i russi che ne avevano favorito l’esplosione o l’avvio accordandosi con la Germania di Hitler per spartirsi la Polonia; in attesa, dicevo, di una pace confezionata da Trump e Putin, l’Europa cerca di non essere, o di non essere solo quella dei “parassiti” avvertiti dal presidente americano, stanco -si dice- della difesa fornita loro dall’America dei suoi predecessori.

Zelensky con Trump alla Casa Bianca

La paura è una “emozione primaria, intensamente spiacevole”, dicono i dizionari della lingua italiana. Spiacevole ma non inutile, per quanto spesso cavalcata da malintenzionati che ne vorrebbero approfittare per ricavarne voti, potere e quant’altro. Non inutile, anzi necessaria per non lasciarsi sorprendere da pericoli reali, non inventati. E la Russia di Putin  è un pericolo per l’Europa, non solo per l’Ucraina, anche se Trump non l’avverte. O l’avverte con l’indifferenza che gli procura quell’oceano la cui insufficienza il presidente ucraino Zelensky ebbe il coraggio di sottolineare parlandogli alla Casa Bianca in una specie di diretta televisiva, mandando il padrone di casa su tutte le furie. Ma poi arretrando anche lui dalle sue posizioni e scommettendo, forse, in qualche errore di Putin che faccia anch’esso perdere la pazienza al presidente americano.

Se leghisti e forzisti, o viceversa, fanno rima ma solo a parole

Dal Dubbio

Anche al netto delle smentite, precisazioni e simili, quando ci sono, nel racconto delle tensioni nel condominio del centrodestra prevalgono generalmente i problemi fra la premier Giorgia Meloni e il suo vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini.

Matteo Salvini e Antonio Tajani

I problemi esistono, per carità, ed hanno un rilievo istituzionale importante perché vi è coinvolta la pur sicura di sé presidente del Consiglio. Ma mi sembrano secondari rispetto a quelli, pur meno rilevanti nell’apparenza, fra i due vice presidenti del Consiglio. Che sono il già ricordato leghista Salvini e il segretario forzista Antonio Tajani, immaginato da Emilio Giannelli nella vignetta di ieri sulla prima pagina del Corriere della Sera sulle gambe della premier alla quale chiede di “legare” un Salvini in versione animalesca che abbaia e ringhia forse ad entrambi.

Sui problemi fra la Meloni e Salvini, che si contendono addirittura un rapporto più o meno privilegiato con la Casa Bianca di Donald Trump, scommette ogni tanto la segretaria del Pd Elly Schlein sperando, in particolare, di ricavarne prima o dopo una crisi di governo. E magari anche una sua gestione “appropriata” da parte del capo dello Stato Sergio Mattarella.

Dario Franceschini

Ma, sempre nel Pd, il più esperto e consumato Dario Franceschini, chiuso nella sua officina romana all’Esquilino, mi sembra scommetta di più sull’esplosione dei rapporti fra i due vice presidenti del Consiglio direttamente, forse confortato da qualche analogia galeotta fra la situazione politica di queste settimane e quella pur tanto diversa dell’estate 1994. Quando cominciarono a scricchiolare i rapporti tra forzisti e leghisti, o più direttamente fra un Silvio Berlusconi ancora fresco, o quasi, di nomina a presidente del Consiglio, e un Umberto Bossi in canottiera, pigiama e altro già insofferente dell’alleanza che aveva stretto col Cavaliere per vincere le elezioni anticipate.

Franceschini, in particolare, fra le varie interviste rilasciate da quando ha rinunciato a sostenere l’intesa pre-elettorale del Nazareno con Giuseppe Conte, ha mostrato di confidare che prima o poi Antonio Tajani si accorga di quel biglietto della lotteria che avrebbe in tasca e gli permetterebbe già in questa legislatura, o nella prossima, di essere l’arbitro di qualsiasi governo, accordandosi col Pd piuttosto che con la Meloni e Salvini.

“La carne è debole”, diceva il mio amico Giulio Andreotti quando scherzavamo sulla politica “dei due forni” che avversari ma anche amici, piuttosto compiaciuti, gli attribuivano per consentire allo scudo crociato di non dipendere solo dal Psi o dal Pci nella formazione delle maggioranze e dei relativi governi, che peraltro con l’appoggio dei comunisti riuscivano ad essere monocolori democristiani.

Umberto Bossi e Silvio Berlusconi

Forse Franceschini sarà rimasto troppo democristiano, ma la sua scommessa sulla pazienza esauribile di Tajani, peraltro tallonato da figli ed eredi di Silvio Berlusconi ogni tanto tentati dalla politica, si basa forse sul ricordo proprio dei rapporti, già accennati, fra lo stesso Berlusconi e Bossi. Che ad un certo punto, nell’autunno del 1994, allertato anche da Oscar Luigi Scalfaro che lo riceveva al Quirinale, si accorse che il presidente del Consiglio si difendeva dalle sue incursioni su nomine, riforma delle pensioni e altro facendo opera di persuasione e simili fra i parlamentari leghisti timorosi di una crisi e di rovinose elezioni anticipate, compreso il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Roberto Maroni.

Silvio Berlusconi e Umberto Bossi

Fu anche o soprattutto per interrompere quella che gli sembrava una tresca che Bossi, rassicurato da uno Scalfaro contrario in quel momento alle elezioni anticipate, decise di staccare la spina al governo e di provocarne la caduta.

Bossi e Berlusconi

Ora, fatte -ripeto- tutte le debite distinzioni fra il 1994 e oggi, è Tajani che ha cominciato ad aprire le porte di casa a parlamentari e amministratori leghisti poco convinti della concorrenza del loro capitano alla Meloni sul versante elettorale di destra.

Pubblicato sul Dubbio

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