La morte di Alberto Franceschini, il comunista tra i fondatori delle brigate rosse

Fra tutti, e i maggiori esponenti delle brigate rosse, di cui era stato uno dei fondatori, Alberto Franceschini è riuscito ad essere il più emblematico e insieme anche il più misterioso. Persino nei tempi e nelle circostanze della morte. Avvenuta l’11 aprile, all’età di 78 anni, e appresa nel giorno più difficile, diciamo così, in cui conquistarsi un’attenzione adeguata al  sinistro ruolo avuto dall’interessato nella storia del terrorismo italiano: il giorno dei funerali di Papa Francesco.

         Libero dal 1992, e refrattario al palcoscenico nella sua recuperata libertà dopo avere scontato le condanne procuratesi da terrorista, Franceschini conosceva paradossalmente delle brigate rosse più segreti del fondatore più famoso, che è l’ultraottantenne Renato Curcio, e del protagonista dell’operazione più clamorosa -e alla fine suicida- compiuta da quell’organizzazione armata. Mi riferisco naturalmente a Mario Moretti, di un anno meno anziano di Franceschini, e al sequestro di Aldo Moro, la mattina del 16 marzo 1978 fra il sangue della sua scorta, in via Fani, a Roma, in quella che fu definita una mattanza da una terrorista che vi aveva partecipato.

Il sequestro si concluse 55 giorni dopo con l’uccisione dell’ostaggio nel bagagliaio di un’auto parcheggiata nel palazzo dove era finito prigioniero. E dove le forze dell’ordine avevano peraltro individuato il covo, pronte all’assalto ad un comando che mai arrivò non si saprà mai se e per quale preciso motivo, di buona o cattiva fede che fosse.

         Certo è che i terroristi sapevano di essere stati scoperti e accelerarono l’esecuzione della loro sentenza di morte per sfuggire contemporaneamente all’assalto e ad una crisi del loro vertice per la grazia che l’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone si accingeva a concedere alla terrorista detenuta Paola Besuschio, Che era stata scelta dal Quirinale fra i tredici con i quali le brigate rosse avevano reclamato lo scambio con Moro.

  Forse al corrente, il prigioniero ebbe l’illusione, confessata nella sua lettera d’addio alla moglie, di poter essere liberato. Leone, dal canto suo, ad esecuzione di Moro avvenuta, quel tentativo di grazia costò l’interruzione del suo mandato presidenziale per le dimissioni impostegli dai suoi colleghi di partito democristiani e dal Pci di Enrico Berlinguer. Dimissioni motivate ipocritamente con ragioni moralistiche, cavalcando voci e notizie di natura giudiziaria. Una vergogna autentica, di cui poi raccolsi personalmente una sola confessione: quella di Giovanni Galloni. In tempo, per fortuna, per rivelarla all’ormai ex presidente.

         Franceschini, di formazione e provenienza comunista, era già stato arrestato da quattro anni all’epoca del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro. Era finito in carcere per il sequestro del giudice Mario Sossi e altro. Ma nel suo percorso di dissociazione premiato giudiziariamente egli avrebbe aiutato a intravedere, capire lo zampino, quanto meno, avuto dai servizi segreti forse già nella nascita, sicuramente nella crescita delle brigate rosse arrivate a sfiorare il successo finale, con la sconfitta dello Stato. Un obbiettivo paradossalmente fallito solo grazie a quello riuscito contro il presidente della Dc.   

         Sarebbero state le brigate rosse a finire sconfitte, per quanto si fossero illuse tenendo lo Stato sotto scacco per 55 giorni e uccidendo anche Moro, dopo averne sterminato la scorta. Franceschini dal carcere aveva capito come sarebbe finita davvero. E per fortuna. Il diavolo, si sa, fa le pentole senza  coperchi, per quanto quello dello zampino dei servizi segreti sulla pentola delle brigate rosse qualche altro diavolo sia riuscito metterlo.

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Fra l’addio e l’arrivederci di fede a Papa Francesco

         Con quel velo di seta bianca calatogli sul volto, la bara chiusa per sempre, i funerali a San Pietro e la tumulazione a Santa Maria Maggiore, da lui preferita al Vaticano, dove già all’appartamento pontificio aveva preferito in vita il rifugio da passeggero a Santa Marta, si può considerare davvero conclusa in questo venerdì dopo Pasqua l’avventura, missione e quant’altro di Jorge Bergoglio in terra. Dalla “fine del mondo” da cui dichiarò, appena eletto al Soglio pontificio, di sentire di essere arrivato, alla Roma della centralità cristiana. Addio davvero, Papa Francesco. O, per chi ha la fortuna della sua fede, arrivederci nelle misteriose dimensioni e luci dell’aldilà.

         Per quanto ci sia abituato da tempo per mestiere, diciamo così, e pur nell’attesa sempre avvincente dell’arrivo del nuovo Papa, e di come deciderà di chiamarsi dopo l’elezione, avverto un disagio maggiore del solito in una giornata come questa a registrare, scrutare, interpretare e quant’altro la quotidiana cronaca politica. Che sarei tentato di definire “di bassa intensità”, come il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha appena detto della democrazia, minacciata a tal punto evidentemente ch’egli ha proposto la formula della Resistenza continua, celebrando a Genova quella conclusasi 80 anni fa con la liberazione dell’Italia dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista.

         Una Resistenza, quella conclusasi nel 1945, ben 32 anni prima che lei nascesse, alla quale la premier Giorgia Meloni ha riconosciuto il merito di avere ristabilito “valori negati dal fascismo”. Finalmente, ha osato commentare da sinistra l’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti. Che, per quanto “parolaio rosso”, come lo definiva l’impietoso Gianpaolo Pansa, ha sottovalutato la sua stessa parte politica. Dove si è continuato e si continua a rimproverare alla Meloni la mancanza del coraggio di definirsi “antifascista”. Come si chiede ormai in Italia di proclamarsi a chiunque aspiri a qualcosa di superiore, per esempio, al bidello o al giardiniere di una scuola provvista appunto di un giardino, o solo di qualche aiuola.  Pure all’ultima edizione del festival canoro di Sanremo è stato chiesto al conduttore e altro ancora di chiarire preliminarmente la sua posizione di fronte al fascismo e all’antifascismo.

         Persino il compianto Papa Francesco fu sospettato dai ricercatori antifascisti di essere un po’ troppo fascista quando si lamentò con i vescovi italiani della “troppa frociaggine” da lui avvertita nei seminari.

         Addio, ripeto, Francesco. O arrivederci.

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La “sobria” celebrazione della festa della Liberazione al Senato

         Il presidente del Senato Ignazio La Russa avrà pure sbagliato, per carità, a tentare di celebrare seduto sul suo scranno nell’aula di Palazzo Madama parlando della festa della Liberazione, al maiuscolo. E interpretando a suo modo la “sobrietà” di questo 25 aprile raccomandata dal ministro della Protezione civile nella coincidenza col lutto nazionale proclamato per la morte di Papa Francesco, sino a procurarsi le proteste che ne sono seguite.

         Ma ancora più sobrio, diciamo così, del discorso del presidente seduto del Senato è stato lo spettacolo, impietosamente documentato dalle fotografie, di un’aula a ranghi così ridotti da potere essere definita vuota, o quasi.

         Prima di prendersela col presidente dell’assemblea, i pochi, pochissimi senatori accorsi alla celebrazione avrebbero dovuto prendersela con loro stessi per non avere saputo convincere gli onorevoli, anzi onorevolissimi colleghi a rinunciare al ponte, più ancora che alla festa della Liberazione, sempre e doverosamente al maiuscolo.

L’occasione offerta a Trump da Papa Francesco con i suoi funerali

         Per quanto lo avesse poco, anzi per niente apprezzato in vita, prendendone corrucciato le distanze anche fisiche  nell’udienza che dovette concedergli in Vaticano dopo la prima elezione alla Casa Bianca, Papa Francesco morendo nell’attuale congiuntura internazionale ha offerto con i suoi funerali al presidente americano Donald Trump un’occasione non dico di riscatto ma almeno di riduzione dei danni della sua politica. Speriamo, cristianamente, ch’egli ne voglia, ne sappia e riesca ad approfittarne con gli incontri che sembra essersi proposto di avere, addirittura “con tutti”, in occasione appunto dei funerali di Francesco. E si sottragga quindi alla tentazione di usare invece anche questa occasione offertagli dal Papa ormai tornato alla casa del Padre per riproporsi nei panni spavaldi ai quali ha abituato il mondo.

         Un’altra occasione di riscatto o di riduzione dei danni è stata offerta da Trump, in questi giorni e in queste ore, paradossalmente da Putin con le stragi che continua a compiere in Ucraina. E che neanche il presidente americano può ormai giustificare, pur avendo concesso all’uomo del Cremlino -nella illusione di predisporlo finalmente alla pace- il rovesciamento dei ruoli nella guerra in corso da più di tre anni con la formula di una “operazione” speciale.

Da aggressore, in particolare, Trump ha dato a Putin dell’aggredito. Così come la buonanima di Francesco gli aveva concesso l’attenuante, la giustificazione e quant’altro della Nato che  da tempo “abbaiava” alla Russia aprendosi all’Ucraina. Il cane atlantico abbaiava ma Putin mordeva. E ha continuato a mordere anche nelle trenta ore di tregua annunciate per la Pasqua una volta tanto comune nella data per ortodossi e cattolici.

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Quel rapporto speciale di Papa Francesco con Giorgia Meloni

Non ho dubbio alcuno, scrivendone peraltro in un giornale che me lo consentirebbe col nome che porta nella testata, sull’interesse politico che può avere avuto la premier Giorgia Meloni a ricordare e sottolineare il rapporto particolare e personale avuto con Papa Francesco, anche commemorandolo a Montecitorio, a Camere riunite insieme. Ma è stato un rapporto reale, non costruito artificialmente, con retroscena, allusioni e quant’altro che il Papa d’altronde non avrebbe tollerato, tanto era spontaneo e diretto il suo umore. Un rapporto a prova di ogni foto e vignetta.

         Impressionante è vedere quel viso inconfondibilmente corrucciato di Francesco nella foto, riproposta in questi giorni, del suo incontro con Trump, consorte e figlia in Vaticano all’epoca della sua prima presidenza degli Stati Uniti.  Un viso contrapposto al sorriso sfacciato, come al solito, dell’ospite che davvero col Papa non aveva nulla da spartire. E ancor meno ne ha avuto tornando qualche mese fa alla Casa Bianca.

         Qualche dubbio invece me lo permetto sul diritto, personale e politico insieme, che la segretaria del Pd Elly Schlein -per parlare della maggiore esponente dello schieramento di opposizione- si è arrogata di dare dell’ipocrita alla Meloni, come premier e come fedele essendo l’una e l’altra, per la sua devozione al Papa scomparso. E per la gratitudine espressa per i consigli ricevuti da lui, fra i quali il più prezioso – e non so francamente se e quanto sarà ascoltato- di non perdere il senso dell’ironia nell’affrontare quel verminaio che riesce ad essere troppo spesso la politica. Per non evocare altro, come face una volta, in senso anche autocritico, l’allora ministro socialista Rino Formica.

         Quel diritto arrogatosi dalla Schlein di certificare sostanzialmente lo stato di fede o di infedeltà, di virtù o di peccato, della sua avversaria politica è in fondo offensivo anche per la figura e la memoria del Papa. Quasi denunciandone e lamentandone l’accondiscendenza avuta in vita nei rapporti con la premier italiana.

         Un esempio, al contrario, di correttezza nell’esercizio della politica lo appena dato il novantenne fresco di compleanno Gennaro Acquaviva parlando della Meloni. Alla quale “la fortuna” non solo personale ma dell’Italia -ha detto in una intervista al Riformista- ha concesso di partecipare alla “centralità” ritrovata da Roma nei e con i funerali del Papa. Di un Papa come Francesco e in un una congiuntura internazionale come questa, fra tanti “pezzi” di guerra   mondiale in corso, per ripetere un termine che adoperava di frequente Jorge Maria Bergoglio, all’anagrafe argentina. 

         Gennaro Acquaviva –“il mio monsignore” diceva di lui  con ironica simpatia e amicizia Bettino Craxi, sempre grato dell’aiuto ricevutone su entrambe le rive del Tevere, fra Palazzo Chigi e il Vaticano, nella storica revisione del Concordato- ha colto un elemento, una circostanza, una occasione che solo in una visione velenosamente partigiana della politica si può negare. O solo ignorare.

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La Schlein distribuisce certificati di fede commemorando Papa Francesco

         “Tutto è compiuto”, disse Gesù sulla croce prima di morire. E avrebbe potuto dire Papa Francesco con delusione e dolore – non con la risata ottimisticamente attribuitagli dal direttore del Tempo Tommaso Cerno titolando un suo breve editoriale- se avesse potuto ascoltare la sua commemorazione a Camere riunite. Dove ha fatto notizia non il ringraziamento rivoltogli dalla premier Giorgia Meloni per gli insegnamenti e i consigli da lui ricevuti in vita, in un rapporto di fede, di simpatia e di amicizia di una evidenza, diciamo così, solare davanti a telecamere e macchine fotografiche, ma l’accusa della segretaria del Pd Elly Schlein, di Giuseppe Conte e compagnia alla stessa Meloni di “ipocrisia”. Un’accusa che equivale a quella al Papa di avere avuto un rapporto farisaico pure lui con la presidente del Consiglio. Una cosa semplicemente da fine del mondo, da dove d’altronde Papa Francesco si vantò di provenire parlando ai fedeli dopo la sua elezione.

         Se vi era un modo di offendere la memoria del Papa, di cui sabato si celebreranno i funerali, la Schlein lo ha trovato nel suo disinvolto approccio alla fede, se volesse improvvisarne una, e nell’altrettanto disinvolto esercizio di una politica che è diventata la sua professione, il suo mestiere.

  La politica, dicevo. Essa non se la passa bene da molto tempo in Italia, almeno da quando ha rinunciato al primato che pure le assegna la Costituzione repubblicana tanto decantata con le sue origini dalla Resistenza, dalla Liberazione e da tutte le altre maiuscole che le opposizioni sentono minacciate o addirittura offese in questi giorni dalla “sobrietà” che un ministro ha osato evocare per la festa dal 25 aprile, coincidente questa volta con il lutto nazionale per la morte, appunto, di Papa Francesco.

         La politica se la passa così male che gli ultimi Pontefici, tutti stranieri peraltro, hanno cercato di tenersene lontani. Ma col diritto rivendicato dalla segretaria del Pd e affini di dare le pagelle agli avversari anche in quanto fedeli credo che essa abbia toccato il punto più basso. Anche di blasfemia.

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La sinistra italiana riesce a inciampare persino nei funerali del Papa

         Atro che la “commedia” avvertita e denunciata da Mattia Feltri sulla Stampa nelle polemiche aperte da sinistra contro la “sobrietà” non raccomandata ma imposta furbescamente dal governo, attraverso le parole del ministro della protezione civile, alla festa della liberazione, il 25 aprile. Cioè durante i cinque giorni di lutto nazionale, disposti sempre dal governo, per i funerali di Papa Francesco. Ai quali stanno accorrendo a Roma capi di Stato, di governo e delegazioni di 170 paesi.

         “La scusa” dei funerali del Papa denunciata dal solito Nicola Fratoianni e finita in un titolo dell’altrettanto solito Fatto Quotidiano per spegnere riflettori, piazze e quant’altro sulla festa per gli 80 anni che ricorreranno venerdì, il giorno prima dei funerali del Papa, dalla Liberazione, doverosamente al maiuscolo, è l’ultima dimensione, in ordine di tempo, della tragedia della politica italiana. Ma, più in particolare, della sinistra. Che se ancora esistesse davvero, e non solo nominalmente, e avesse un capo sul serio, non le maschere di cui dispone, dovrebbe rivoltasi per prima contro lo scempio che se ne fa con certe polemiche e iniziative.  

         Secondo altre rappesentazioni, sempre da sinistra, oltre a oscurare la festa del 25 aprile con i funerali del Papa il 26, quella furbastra di Giorgia Meloni starebbe tramando a Palazzo Chigi e dintorni per approfittare della loro presenza a Roma e servire un antipasto, diciamo così, del vertice euro-americano propostosi e proposto nella recente sua missione alla Casa Bianca. Cioè un incontro fra il presidente americano Donald Trump e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, parlando di dazi ma pensando anche all’Ucraina e ai disegni geopolitici dai quali sono tentati, diciamo così, la Casa Bianca e il Cremlino. Dove si avverte per l’Europa una certa insofferenza, a dir poco. O, peggio ancora, indifferenza.

         Senza timore di blasfemia, essendo arcinota l’ironia della quale egli era capace, magari anche tra una sfuriata e l’altra dentro le mura del Vaticano o altrove, si può ben dire che Papa Francesco ne ha fatta una delle sue persino morendo nelle attuali circostanze politiche, mondiali oltre che italiane. Facendo perdere letteralmente la testa a certi fedeli improvvisati, che ne strattonano i paramenti nei quai è avvolta la salma da oggi esposta nella Basilica di San Pietro.

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Emma Bonino batte tutti nel ricordo celebrativo di Papa Francesco

Tocca il cuore ancora più della mente, come sanno fare solo i radicali nel loro rifiuto di ogni catena ideologica, e in fondo anche politica, il racconto che Emma Bonino ha appena fatto sulla Stampa dei rapporti avuti da Papa Francesco con lei personalmente e col compianto Marco Pannella. Ma, più in particolare, il racconto del commiato che ebbe da lei sul terrazzo di casa a conclusione della visita fattale dopo che l’ex ministra degli Esteri era uscita dall’ospedale, e lui si apprestava inconsapevolmente a tornarvi per uscirne solo per qualche giorno.

         “Tu sei giovane”, con i suoi 77 anni contro gli 88 che il Papa avrebbe compiuto il mese dopo, a dicembre, disse Francesco aggiungendo: “Sbrigati a guarire e a portare avanti le nostre idee”, per quanto diverse sui temi, per esempio, dell’aborto e dell’eutanasia, ma comuni sugli “ultimi”, direi anche i penultimi, da aiutare. Idee, concluse il Papa, sulle quali “alla fine c’è sempre un punto d’incontro”.        

E’ meglio ricordare, celebrare e -per chi ha fede- pregare per Papa Francesco condividendone queste parole che trascinarne anche la memoria nella solita polvere, spesso fango, dell’arena politica per tirarlo dove fa più comodo agli specialisti delle corride continue. Per quanti argomenti sembrino avere chi vuole spingere la memoria e la lezione di vita del Papa scomparso da una parte o da quella opposta. E già reclama dallo Spirito Santo l’aiuto nella Cappella Sistina del Conclave al candidato preferito alla successione. Un toto Conclave come un toto Rai qualsiasi.

Quel rapporto speciale anche di Francesco con Giorgia Meloni

A ogni morte di Papa, si diceva una volta per contrassegnarne l’eccezionalità in senso soprattutto temporale, tanto lunghi erano di solito i Pontificati. E quanto brevi i governi che dall’altra parte del Tevere si susseguivano per le loro precarie condizioni di salute politica. Alcuni dei quali nascevano o morivano appesi anche ai rosari, diciamo così, del Papa di turno.

Del Pontefice bastava un sopracciglio soltanto mormorato nei palazzi romani di pasoliniana memoria per accelerare o scongiurare una delle crisi cicliche di cui vivevano i partiti. E non solo quelli di governo, ma anche di opposizione, perché spesso fra pezzi degli uni e degli altri si intrecciavano dialoghi, manovre e persino intrighi dei quali il presidente del Consiglio di turno spesso era uno degli ultimi ad accorgersi, e finirne travolto.

La prima morte di Papa che io ricordo intrecciata in qualche modo con le cronache politiche di cui mi occupavo già da tempo fu quella di Giovanni XXIII, all’anagrafe Angelo Roncalli, avvenuta il 3 giugno 1963, dopo meno di cinque anni di Pontificato però intenso di novità, e meno di due mesi dopo le elezioni politiche ordinarie del 28 e 29 aprile. Alle quali la Dc, il partito cattolico guidato da Aldo Moro, si era presentato avendo già tracciato per la nuova legislatura il completamento del percorso del centro-sinistra, col trattino, lasciato dallo stesso Moro sperimentare da Amintore Fanfani alla guida governativa delle cosiddette “convergenze parallele”, senza spingersi ad un’alleanza “organica” con i socialisti al posto dei liberali. Che Moro si era riservata per sé.

Giovanni XXIII aveva abbastanza pubblicamente incoraggiato sia Fanfani che Moro, spintosi dal canto suo a promuovere una specie di consultazione di tutti i vescovi italiani per coprirsi, diciamo così, le spalle. Alla morte del Papa i settori ancora contrari della Dc, e ma anche di altri partiti, a quella svolta politica sperarono di trovare qualche sponda oltre Tevere con l’arrivo di un altro Pontefice. Ma Paolo VI, all’anagrafe Giovanni Battista Montini, peraltro legato da un’amicizia personale con Moro, di cui era stato negli anni giovanili anche uno dei confessori, deluse aspettative di quel senso.

Il pontificato di Paolo VI durò più di 15 anni, interrompendosi il 6 agosto 1978 per una specie di colpo di grazia inferto alle sue condizioni di salute dalla morte orrenda di Moro nelle mani delle brigate rosse. Alle quali il Papa si era inginocchiato in un pubblico messaggio per sollecitarne il rilascio, dopo il tragico sequestro compiuto il 16 marzo fra il sangue della sua scorta. E, non avendolo ottenuto, anche perché  chiesto “senza condizioni”, con una formula criticata dallo stesso Moro nel covo dove era rinchiuso ma presumibilmente concordata con l’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il Papa ne celebrò la solenne messa funebre, nella Basilica di San Giovanni, prendendosela con Dio che non aveva ascoltato le sue preghiere.

Giovanni Parolo II, il papa polacco venerato come santo, sulla cui statua al Policlinico Gemelli si affacciano le stanze dove i suoi successori sono stati ricoverati al bisogno, morì nel 2005 governando Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. In difesa della cui esperienza politica dal primo momento, nel 1994, il papa “straniero” aveva lasciato carta bianca al cardinale Camillo Ruini, arrivato ad uno scontro diretto nel 1994 con l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro in azione contro il primo governo Berlusconi, già pochi mesi dopo la formazione.

Papa Francesco, ancor più di Giovanni Paolo II e poi del tedesco Benedetto XVI, ha cercato di tenersi alla larga, diciamo così, dalla politica italiana, ma non abbastanza per nascondere e trattenere una simpatia ricambiata con Giorgia Meloni, la prima donna, e di destra, a Palazzo Chigi. Una simpatia della quale la sinistra italiana, o quel che ne è rimasto dopo il suicidio giustizialista di una trentina d’anni fa, ha naturalmente sofferto, sino a farsene un altro motivo di ossessione nella pratica della sua opposizione.   

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Quella sala del Campidoglio sognata europeisticamente dalla Meloni

Pur nella penombra, chiamiamola così, imposta dalla scomparsa di Papa Francescoalle cronache politiche italiane, dalle quali peraltro questo Pontefice aveva cercato di tenersi estraneo o lontano, come i suoi più diretti successori Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, si continua a lavorare dietro le quinte per la realizzazione dell’ambizioso progetto della premier Giorgia Meloni di fare svolgere a Roma l’incontro fra i vertici europei e il presidente americano Donald Trump.

Le opposizioni, o almeno quelle più consistenti e rumorose, riconducibili al Pd di Elly Schlein e al MoVimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, non condividono questa prospettiva. Esse sono unite dalla convinzione che dell’Europa e dei suoi rapporti con gli Stati Uniti, su uno sfondo che ormai non è più solo quello dei dazi, essendo in gioco ben altro e di più, la sede più idonea sia quella di Bruxelles. “A casa mia”, ha aggiunto con sarcasmo Pier Luigi Bersani, come per esprimere la banalità, addirittura, di una simile precisazione.

Ma Roma non è solo la Capitale d’Italia dove ha sede il suo governo guidato dalla Meloni, come a Bruxelles la Commissione europea presieduta nel suo secondo mandato dalla tedesca Ursula von ver Leyen. Roma, dove probabilmente la stessa von der Leyen verrebbe volentieri per un vertice e una circostanza così eccezionale se proposto da un’amica com’è la Meloni, peraltro affettatasi a tenerla al corrente prima e dopo la sua recente missione alla Casa Bianca; Roma, dicevo, è la citta dove il 25 marzo 1957 furono firmati i trattati istitutivi della Comunità europea e dell’Euratom. “I trattati europei”, sono ormai definiti.

La cerimonia della firma, conclusiva di una trattativa fra i sei paesi fondatori di quella che sarebbe poi diventata l’Unione attuale di ventisette paesi, si svolse esattamente nella Sala capitolina degli Orazi e Curiazi. Il governo italiano era rappresentato dal presidente democristiano del Consiglio Antonio Segni e dal ministro liberale degli Esteri Gaetano Martino, personalmente orgoglioso di avere fatto partire i negoziati due anni prima nella sua Messina.

E’ proprio in quella sala che – con l’ospitalità anche del sindaco della città Roberto Gualtieri, non credo disposto a rinunciarvi solo per non mettere di cattivo umore la segretaria del suo partito- la Meloni, secondo indiscrezioni di buona fonte, vorrebbe fare svolgere un evento così importante in questi tempi con un vertice euro-americano.  Mentre, ripeto, si gioca non solo e non tanto la partita intestata ai dazi, ma anche o soprattutto quella di un nuovo equilibrio geopolitico dopo le carte, diciamo così, disegnata a Jalta ottant’anni fa dai vincitori della seconda guerra mondiale.

L’Europa non è più riconoscibile in quelle carte. E probabilmente non sarà neppure quella che persegue la Russia post-sovietica di Putin non solo e non tanto dall’inizio della cosiddetta “operazione speciale” contro L’Ucraina, annunciata poco più di tre anni fa, ma ancora prima con l’annessione della Crimea, nel 2014.

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