Lo Spirito Santo a stelle e strisce ha spiazzato Trump

Oltre che Santo, con la maiuscola dovutagli per fede, lo Spirito del Conclave per la successione a Papa Francesco è stato sarcastico. O quanto meno spiritoso, come d’altronde Francesco raccomandava a tutti di essere cercando spesso di dare il buon esempio, anche a costo di qualche gaffe, a dire il vero. Come quella volta in cui, contraddicendo le sue stesse aperture agli omosessuali dubitando di poterli giudicare, si lamentò con i vescovi della “troppa frociaggine” che anche lui aveva avvertito nei seminari.

         Il primo Papa americano -o statunitense, come precisano quanti hanno considerato e considerano come primo il sudamericano Josè Bergoglio- ha già fatto da vivo il miracolo di fare ridere di Donald Trump, e non solo indignare o temere. Ridere per la rapidità con la quale dalla Casa Bianca, o ovunque fosse in quel momento, il presidente degli Usa ha annunciato la sua soddisfazione per il connazionale salito al vertice della Chiesa, dove lui si era goffamemte immaginato con quel fotomontaggio visto in tutto il mondo. E apparso a molti come una provocazione al Conclave non ancora cominciato, oltre che al buon gusto.

         Ma la soddisfazione, il compiacimento, persino l’entusiasmo, come tutte le cose di Trump, hanno rotto il muro del suono con la sostanziale richiesta al Papa di un incontro che non gli sarà di certo negato. Ma durante il quale Leone XIV -il nome europeo in cui Robert Francis Pivot ha voluto avvolgersi e riconoscersi- vorrà e potrà lasciare baciare dall’ospite non più dell’anello pontificio al dito. Umiliazioni di quelle che Trump attribuisce spesso ai suoi interlocutori reali o immaginari, addirittura in fila per baciargli i glutei, sono escluse.

         Penso fiduciosamente che questo Papa, primo o secondo americano che voglia o debba essere considerato, si farà gradire da fedeli e non credenti.  E a chi lo teme per il vantaggio che potrà ricavarne il meno o per niente apprezzato Trump vorrei ricordare l’incidente in cui incorse la buonanima di Giancarlo Pajetta nei corridoi della Camera commentando nel 1978 con i cronisti parlamentari l’elezione a Papa appena avvenuta del primo e sinora unico polacco: Karol Jozef Wojthyla. Il famoso e sempre urticante deputato del Pci lo segnalò sarcasticamente, diciamo così, come un rompi…scatole per chi in Vaticano avrebbe dovuto subirne la guida. Giovanni Paolo II ruppe in realtà   qualcosa, ma di tutt’altro genere e dimensione come il comunismo sovietico.

         Pur costretto a compiacersene e ad offrirsi, ripeto, una volta tanto lui alla devozione del bacio, Trump ha finalmente trovato -o di già, visto che è tornato alla Casa Bianca da meno di quattro mesi- un americano, oltre che un Papa, a dir poco problematico per le ambizioni sinora coltivate o minacciate dall’inquilino di quella magione.  Un Papa che gli potrebbe tuttavia essergli utile nel perseguimento di quella “pace disarmata e disarmante” – ha detto Leone XIV- che il presidente americano si è accorto di non potere costruire da solo, avendo dato francamene la sensazione di perseguirla solo negli interessi degli Stati Uniti, se non addirittura personali nel mondo pur globalizzato degli affari.

Pubblicato sul Dubbio

La politica italiana si è ormai abituata al Papa straniero

La buonanima di Giovanni Spadolini prendeva le misure del Tevere ad ogni cambiamento di Papa per valutare le distanze fra il Vaticano e la politica italiana. Le aveva prese da storico e continuò a prenderle anche da politico, arrivato a Palazzo Chigi al secondo anno del Pontificato del primo e unico polacco giunto al vertice della Chiesa. Due anni nei quali anche per effetto del clima cambiato con Karol Wojthyla nella concezione della forza del comunismo-   passando dalla rassegnazione alla resistenza e alla vittoria- era andata esaurendosi la politica italiana della cosiddetta solidarietà nazionale. Che era peraltro costata la vita ad Aldo Moro, uno dei suoi artefici, ucciso il 9 maggio di 47 anni fa dalle brigate rosse

         Testimone non indifferente, pur dopo la caduta del comunismo, con quei gesti pubblici a favore di Giulio Andreotti, della fine della cosiddetta prima Repubblica italiana, Giovanni Paolo II permise al cardinale Camillo Ruini di sottrarsi al boicottaggio della seconda Repubblica che aveva esordito con l’arrivo di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, su designazione quasi diretta degli elettori. Fu proprio Ruini infatti, secondo rivelazioni fatte poi da lui stesso, che rifiutò l’aiuto chiestogli dall’allora Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro per fare cadere il primo governo di centrodestra, quasi strozzandolo nella culla.

         Benedetto XVI, come volle chiamarsi il tedesco Joseph Ratzinger succedendo al polacco nominatosi Giovanni Paolo II, fu eletto nel 2005 mentre Berlusconi, tornato a Palazzo Chigi dopo l’interruzione della sua prima avventura di governo, cercava appunto di governare fra ostacoli interni ed esterni alla coalizione.

         Il Papa non gli fu di certo ostile, noto per le sue frequentazioni da cardinale, partecipe anche di incontri, dibattiti, convegni promossi da protagonisti dell’area conservatrice di centrodestra: per esempio, Gaetano Rebecchini, Giuliano Ferrara, Marcello Pera.

         All’arrivo dell’argentino Josè Bergoglio, chiamatosi Francesco nel 2013 succedendo al dimissionario Benedetto XVI, la politica italiana era un po’ nella palude della transizione fra il centrodestra originario a trazione berlusconiana a un centrodestra a trazione prima salviniana e poi meloniana. Una palude nella quale la sinistra tentò inutilmente di intrufolarsi scambiando per compagni, ad esempio, persino quei qualunquisti, non di più, che hanno finito per dimostrarsi i grillini. Che pur di resistere con Giuseppe Conte a Palazzo Chigi fra il 2018 e il 2021 hanno cambiato maggioranze con una disinvoltura pitonesca.

         Il compianto Papa Francesco, che aveva visto anche di peggio nella sua Argentina, ha seguito al suo modo l’evoluzione del centrodestra dalla trazione berlusconiana a quella meloniana. E non si è lasciato certamente intimidire o paralizzare dalle campagne più o meno professionali dell’antifascismo e simili manifestando le sue simpatie per la prima donna italiana, e di destra, alla guida del governo.  

         Ho già intravisto nei soliti salotti televisivi, e fra le righe e le allusioni di certe analisi sulla carta stampata, segni di sofferenza, a dir poco, per l’elezione del primo americano -o nordamericano, come preferite- a Papa a meno di tre mesi dal ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, affettatosi a chiedergli praticamente, e con un misto di orgoglio e di umiltà,udienza a Roma. Che Gorgia Meloni intanto ha restituito alla centralità addirittura dei tempi, in cui lei non era neppure nata, della firma dei trattati europei.

         Lo so. Gli ossessionati dell’antimelonismo -per niente tentati da uno sguardo oltre il loro naso, pur  mentre cambia la geopolitica, e si fa fatica a creare quella “pace disarmata e disarmante” appena predicata da Leone XIV, come ha scelto di chiamarsi Robert Francis Prevost- non si daranno pace. E vedranno mostri dappertutto. Ma dovranno darsene e farsene una ragione.

Pubblicato su Libero

Un americano è diventato Papa davvero, per la prima volta

         Un americano è dunque diventato Papa davvero, e per la prima volta.  Non per scherzo, come si era proposto il presidente Donald Trump travestendosi da Pontefice, convinto di fare lo spiritoso, ma sul serio, ripeto. Nei panni di uno entrato veramente e solamente in Conclave come un cardinale, Robert Francis Prevost, e uscitone col nome di Leone XIV. Non come l’italiano Pietro Parolin, entrato in Conclave come presidente e il Papa più probabile e uscitone come cardinale. Ora si vedrà se col nuovo Pontefice egli continuerà, o riprenderà, a fare il Segretario di Stato del Vaticano. O dovrà o potrà fare altro.

         Fra le probabilità avute da Parolin di uscire Papa dal Conclave, sopravvissute per un’oretta alla fumata bianca della votazione, ci sono stati anche i tempi brevi dell’elezione del successore di Francesco: brevi come furono quelli degli altri Segretari di Stato arrivati al vertice della Chiesa. Moltissimi, a cominciare dai fedeli corregionali veneti presenti in piazza e raggiunti da microfoni e telecamere, già esultavano prima che i tempi delle procedure del Conclave potessero consentire l’annuncio del nome del nuovo Papa e il suo arrivo sulla Loggia delle Benedizioni della Basilica di San Pietro per l’esordio in pubblico e la sua prima benedizione ai fedeli dopo avere invocato una pace “disarmante e disarmata” in un mondo purtroppo di guerre.

         C’è qualcosa sempre di intensa emozione in queste occasioni, riprovata a casa vedendo le immagini televisive e ormai lontane degli ultimi predecessori di Leone XIV. Ma questa volta l’intensità è stata forse maggiore, almeno per chi ha potuto vedere le immagini di Papa Prevost e ascoltarne le parole davvero in diretta. Non parliamo poi del pubblico accorso in piazza per godersi meglio lo spettacolo.

         Per le dimensioni dei Paesi e delle aree di provenienza il primo Papa americano può aver fatto notizia, ed esserlo ancora, più del primo Papa polacco, o del primo Papa tedesco, o del primo Papa argentino.  Anche, ripeto, del primo Papa polacco, giunto a Roma non solo da “un paese lontano”, come disse lo stesso Giovanni Paolo II la sera dell’elezione, ma da un paese a regime comunista, con tutto quello che significava allora il comunismo sovietico. Che crollò anche per effetto di quell’evento, per quanto Stalin a suo tempo avesse irriso alla forza della Chiesa chiedendo di quante truppe militari disponesse.

         Ho già sentito esultare nei soliti salotti televisivi per l’elezione di un Papa americano che non si può confondere col presidente Trump. Il quale tuttavia è stato il primo a compiacersi dell’elezione di Prevost e di fatto a chiedergli di incontrarlo felicemente. Richiesta che non credo proprio verrà lasciata cadere da Leone XIV. 

Ripreso da http://www.startmag.it  

Quella fumata nera, non bianca ma neppure gialla, dal Conclave

         Siamo messi male come giornalisti, peggio del comunemente condiviso o temuto, se persino un quotidiano generalmente compassato come La Stampa ha avvertito e titolato “Intrighi Cardinali” al Conclave che ha esordito con un ritardo. E’ quello di due ore rispetto alle previsioni, sempre di noi giornalisti per quanto supportate da qualche improvvido tecnico, nella emissione del fumo nero dal comignolo della Cappella Sistina per annunciare l’esito pur scontatamente negativo della prima votazione sul successore di Papa Francesco.

         Il fumo è stato, ripeto, nero. Inconfondibilmente nero. Non bianco come quello che avrebbe annunciato l’avvenuta elezione. Ma neppure giallo, come lo hanno visto, anch’essi titolandovi, altri giornali. Giallo, appunto, da intrighi e simili.

         Eppure bastava moltiplicare per 133, quanti sono gli elettori al Conclave, i minuti ragionevolmente necessari a ciascuno per pregare, votare e depositare con la formula di rito la scheda per capire che occorressero ben più della sola ora presasi da cronisti, fotografi, telecamere, seriosi commentatori ospiti dei vari studi per cominciare a scrutare il comignolo della Sistina e vedervi ogni tanto solo qualche piccione, trovandovi ispirazioni francamente al di sotto delle circostanze,  Roba semplicemente da ridere scambiata per informazione.

         Speriamo naturalmente che oggi vada meglio, in tutti i sensi, con le quattro votazioni programmate dietro quelle porte chiuse ieri nella solennità e segretezza del Conclave. Sulle quali il Cardinale Giovanni Battista  Re, decano del Sacro Collegio ma escluso dal voto per l’età, non ha potuto apporre un cartello ripetitivo dei “doppi auguri”, formulati nella Basilica di San Pietro al concelebrante della messa  propiziatoria Pietro Parolin nella triplice veste, in verità, di presidente del Conclave, di Segretario di Stato uscente del Vaticano e di candidato alla successione a Papa Francesco.

Aldo Moro a 47 anni dal delitto firmato dalle brigate rosse

Per quanto non competitivo, di certo, con il Conclave per l’elezione del successore di Papa Francesco, il 47.mo anniversario della morte di Aldo Moro – crivellato di colpi nel bagagliaio di un’auto dai brigatisti rossi che l’avevano sequestrato il 16 marzo 1978 sterminandone la scorta in via Fani, a Roma, e trattenuto prigioniero per 55 giorni sino al 9 maggio- conserva tutta la sua drammaticità. Non foss’altro per i misteri nei quali è ancora avvolta, nonostante tutte le indagini giudiziarie e parlamentari che ne sono seguite, la più grave, clamorosa tragedia politica della Repubblica italiana assaltata dal terrorismo rosso, accomunato per le sue trame misteriose a quello nero delle stragi di una decina d’anni prima.

         La morte recente di Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle brigate rosse con Renato Curcio, ha fornito un’occasione preziosa per riproporre i misteri del “caso Moro”, dal quale ingenuamente qualche giorno fa ho visto proporre dall’ottimista di turno di separare lo statista democristiano morto sul campo del suo impegno politico per mano, certamente, del terrorismo ma ancor più, forse, degli avversari non armati.

         Claudio Martelli visse quella tragedia accanto al leader socialista Bettino Craxi, fra i pochi ad opporsi a viso aperto alla linea della fermezza adottata dal governo e dalla maggioranza di “solidarietà nazionale” di quei tempi, quando si rese conto che essa avrebbe solo procurato le fine di Moro. Dalla cui linea politica egli poteva pur sentirsi politicamente danneggiato per la preminenza riconosciuta ai comunisti nel campo della sinistra.

Scrivendone e parlandone a quasi mezzo secolo di distanza, Martelli si è impietosamente ricordato degli organigrammi “di sangue” di cui  durante il sequestro Moro si parlava nei palazzi romani del potere dietro  le quinte, ripeto, della linea delle fermezza. Il presidente del Consiglio Giulio Andreotti veniva immaginato al Quirinale al posto di Giovanni Leone, prossimo alla scadenza ordinaria del mandato presidenziale che fu peraltro anticipata di sei mesi, dopo e per effetto dell’epilogo del sequestro del presidente della Dc. 

Ma c’era anche chi al Quirinale immaginava destinato l’allora presidente del Senato Amintore Fanfani, che non ce l’aveva fatta sette anni prima.  Alla segreteria della Dc veniva immaginato Giovanni Galloni, alla presidenza del partito Benigno Zaccagnini, al posto di Moro, e a Palazzo Chigi l’allora ministro degli Esteri Arnaldo Forlani. Che alla Farnesina aveva tentato inutilmente di aiutare Moro procurando alle brigate rosse il riconoscimento virtuale di un appello del segretario generale dell’’Onu, come Paolo VI aveva fatto chiedendo loro “in ginocchio” di rilasciare il presidente della Dc, ma “senza condizioni”.

Il già ricordato Franceschini seguiva il sequestro Moro dal carcere, dove era finito quattro anni prima. Poco più di vent’anni dopo, uscitone dopo un percorso di dissociazione e intervistato da Maurizio Belpietro, avrebbe riproposto i suoi già noti sospetti sulla natura assunta dalle “sue” brigate rosse, accusandole di essersi lasciate “strumentalizzare” da altri anche o soprattutto col rapimento e l’assassinio di Moro.

Pubblicato sul Dubbio

Dal Conclavicchio dunque, e finalmente, al Conclave per il successore di Francesco

         Dal Conclavicchio al Conclave, dunque. Dalle chiacchiere, come le hanno chiamate al Foglio forse scusandosi di avervi partecipato, alle votazioni dei cardinali sotto chiave nella Cappella Sistina di Michelangelo per l’elezione del successore di Papa Francesco. La prima è stata fissata per le ore 17 di oggi.

         Del nuovo Papa si conosce di certa mentre scrivo solo la cornice architettonica, che è la finestra già addobbata ma chiusa della Basilica di San Pietro che si aprirà per l’annuncio della sua elezione e dei suoi nomi di anagrafe e di adozione pontificia.

         Il più citato fra i cosiddetti papabili -più di novemila volte, secondo calcoli mediatici forse in difetto- è stato in questa lunga vigilia il Segretario di Stato del Vaticano Pietro Parolin. Che se n’è detto “turbato”, parlandone forse anche per ribadire le smentite già fatte opporre a voci di malori avuti proprio in questi giorni. Il suo sarebbe il primo ritorno di un italiano al vertice della Chiesa dopo il polacco Giovanni Paolo II, il tedesco Benedetto XVI e l’argentino Francesco.

         Creato cardinale da quest’ultimo nel 2014, Parolin era stato già promosso alla Segretaria di Stato da Nunzio apostolico in Venezuela dallo stesso Francesco subito dopo la sua elezione, nel 2013.

         Settant’anni compiuti il 17 gennaio scorso, dei quali quarantacinque di sacerdozio, il cardinale Parolin si è trovato probabilmente in vantaggio alla vigilia del Conclave per la circostanza di conoscere la Chiesa più di altri, fra i grandi elettori, a causa delle funzioni a suo tempo affidategli da Papa Francesco. Il suo pertanto sarebbe il primo e unico Conclave.

         Una lunga tradizione vuole che, salvo eccezioni, chi entra Papa in Conclave ne esca ancora cardinale. La sua sarebbe quindi un’elezione eccezionale.

Si aggroviglia l’affare giudiziario del Ponte sullo stretto di Messina

         Apprendiamo dal Fatto Quotidiano -e da chi sennò?, vista la sua specialità, competenza e quant’altro in affari giudiziari- che l’ancora procuratore aggiunto dell’Antimafia e Antiterrorismo Michele Prestipino, per quanto privato delle indagini che conduceva o cooordinava    sui pericoli d’infiltrazioni mafiose nella costruzione del Ponte sullo stretto di Messina, continua ad essere attenzionato, quanto meno, dalla Procura della Repubblica di Caltanisetta. La cui competenza, contestata dall’avvocato difensore, sembrava invece già passata a Roma. Dove lo stesso Prestipino e l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, ora presidente del consorzio che dovrà realizzare il Ponte, si erano incontrati il primo aprile a Roma, appunto, in un ristorante per parlare del progetto nel quale è impegnatissimo il governo: in particolare, il vice presidente leghista del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini.

         A quel pranzo aveva partecipato anche un collaboratore e consulente di De Gennaro, Francesco Gratteri. Che, finito pure lui sotto intercettazione, non si sa se già prima o dopo l’incontro conviviale con Prestipino, ha alluso -non citato esplicitamente- alle notizie ricevute da Prestipino parlandone al telefono con Raffaele Ungaro, un ex manager dell’Eni che si occupa anche lui della costruzione del Ponte sullo stretto di Messina.

         Perché alla Procura di Caltanisetta, che si era assegnata la competenza di questo affare avendo sotto intercettazione De Gennaro per vicende del 1992, relative all’assassinio di Paolo Borsellino e della strage, continuino ad occuparsi di Prestipino e della sua presunta violazione del segreto d’ufficio e sostanziale favoreggiamento della mafia non si sa. E speriamo che non sia un reato chiederselo, ammesso naturalmente che le informazioni del Fatto Quotidiano siano fondate.

         Poiché le domande o le curiosità sono come le ciliegie, una tirando l’altra, a questo punto viene voglia anche di chiedersi se, sotto sotto, in fondo in fondo, chi rischia di più in questo affare giudiziario sia davvero il magistrato Prestipino o il suo amico ed ex collaboratore nella lotta alla mafia De Gennaro. Da solo o anche in compagnia di chi si occupa con lui della costruzione del Ponte di Messina. E se l’obbiettivo finale non sia proprio questo benedetto Ponte, do cui sono in tanti a non volere l’avvio della costruzione, pur annunciato “vicino” di recente dall’ostinato, ostinatissimo Salvini.

Trump rovina a Putin la festa militare del 9 maggio a Mosca

         Tornato rapidamente coi piedi per terra dopo l’evasione travestito addirittura da Papa, il presidente americano Donald Trump si è lasciato intervistare per esprimere il sospetto – con un “forse” messo tra le parole- che sia impossibile una pace in Ucraina a causa del troppo odio personale e reciproco fra Putin e Zelensky, e i rispettivi generali.

         Pur attribuendone la colpa ad entrambi, e quindi riservandosi un’altra, disperata mediazione dopo quelle fallite nei primi cento giorni della sua seconda presidenza, Trump ha tolto lo sgabello sotto i piedi più a Putin, scambiato in precedenza per l’aggredito e non per l’aggressore, che a Zelensky. Al quale del resto egli è appena tornato a fornire, direttamente o indirettamente, armi per la resistenza all’invasione russa. D’altronde, ormai gli Stati Uniti sono diventati praticamente soci dell’Ucraina nella estrazione e nello sfruttamento delle cosiddette terre rare: una cosa che protegge l’odio di Zelensky, più dell’adesione alla Nato adombrata all’Ucraina dai soci europei e dagli stessi americani.

         La sortita del nuovo presidente degli Stati Uniti, dopo lo strapazzamento di Zelensky nell’ufficio ovale e il recupero dei rapporti nella Basilica di San Pietro, a Roma, in occasione dei funerali di Papa Francesco, ha rovinato a Putin la festa “patriottica” del 9 maggio a Mosca. E ciò anche se Trump dovesse decidere di partecipare lo stesso alle celebrazioni militari degli 80 anni trascorsi dalla conclusione della seconda guerra mondiale, che fu segnata dall’arrivo delle truppe allora sovietiche a Berlino prima degli americani.

         Il riconoscimento o condivisione della tesi sempre sostenuta da Zelensky che la Russia avesse cominciato la sua “operazione speciale” più di tre anni fa per prendersi tutta l’Ucraina, e non solo una sua parte, ha messo o restituito Trump al fronte occidentale. E restituito Putin al suo ruolo di rapace, in continuità con Stalin e col ritratto di uno zar che egli ha voluto appena  esibire alle sue spalle in un apologetico servizio televisivo russo, ripreso fra casa e uffici  al Cremlino.  

Donald Trump travestito da Papa fa perdere la testa a Rosy Bindi

         Le impalcature nella Cappella Sistina mostrateci dai telegiornali documentando i lavori per attrezzarla ancora una volta al Conclave hanno retto, senza bisogno di un miracolo, magari il primo del compianto Papa Francesco, alle scosse di sorpresa e di protesta provocate dal presidente americano Donald Trump lasciandosi travestire da nuovo Pontefice. Un passo avanti, per clamore ed altro ancora, rispetto alla statua d’oro attribuitasi nel regno immobiliare e vacanziero da realizzare sul territorio di Gaza, raso praticamente al suolo nella guerra provocata da Hamas col progrom del 7 ottobre 2023.

         Un passo avanti anche nella realtà, oltre che nell’immaginazione, rispetto a quella foto generalmente considerata storica che, ai funerali di Papa Francesco, ha roitratto il presidente americano nella Basilica di San Pietro in un incontro di riconciliazione e riparazione col presidente ucraino Zelensky. Dal quale, prima ancora di tregue, trattative e quant’altro, è nato l’accordo fra i due sull’uso delle cosiddette terre rare.

Questo accordo  potrebbe in termini di sicurezza valere per l’Ucraina, in una ridefinizione dei confini e altro con la rapace Russia di Putin, più dell’adesione alla Nato tanto temuta al Cremlino da prevenirla e bloccarla più di tre anni da con una invasione chiamata “operazione speciale”. Ora con le terre rare gestite in associazione da americani e ucraini la sicurezza intravista da Zelensky nel famoso articolo 5 del trattato della Nato potrebbe in qualche modo rivelarsi meno stringente di quella derivante dalla protezione diretta dei loro affari e interessi da parte degli Stati Uniti.

 Al Cremlino, fra traffici fisici, telefonici e simili fra Putin in persona e inviati, delegati, fiduciari di Trump, si stanno rendendo forse conto di una situazione sfuggita di mano e reagiscono con strappi e ambiguità di comportamenti, decisioni e minacce che Zelensky, da parte sua, alimenta riuscendo con le sue sole parole a gettare nel panico e nella rabbia registi e operatori della sfilata a Mosca del 9 maggio celebrative dalla vittoria “patriottica” nella seconda guerra mondiale. Che tuttavia era cominciata con un accordo fra Hitler e Stalin per la spartizione della Polonia.

Nel suo piccolo, per quanti sforzi faccia Gorgia Meloni di difenderne e aumentarne il ruolo, l’Italia è stata portata dalla solita sinistra, incapace anche del senso umoristico che Papa Francesco raccomandava ai suoi interlocutori, di costruire sul fotomontaggio di Trump neppure benedicente, con quel solo dito levato, la figura dell’Antipapa. Con tutto ciò che ne conseguirebbe nei sogni e nelle ossessioni di Rosy Bindi, che ha avuto questa esplosione…di intuito. “Più bella che intelligente”, aveva in qualche modo preconizzato a suo tempo Vittorio Sgarbi, ora purtroppo in depressione.

Dietro e sotto gli attacchi sessisti lamentati dalla Meloni

         Mentre le agenzie diffondevano il lungo testo di una intervista nella quale la premier Giorgia Meloni ha, fra l’altro, lamentato la “vergognosa indifferenza” riservata agli “attacchi sessisti” che riceve da tempo, non bastando quelli politici, circolavano già nelle redazioni dei giornali notizie strappate alla Presidenza del Consiglio da una interrogazione parlamentare del renziano Francesco Bonifaci sui regali ricevuti dalla stessa Meloni. Accatastati ormai così numerosi in una stanza al terzo piano di Palazzo Chigi, diventata naturalmente “un forziere” nella immaginazione del Fatto Quotidiano, che si sta cercando un altro deposito, non essendo prevedibile, neppure ai più ottimisti degli oppositori muniti però ancora di un barlume di ragione, una interruzione del governo in carica prima della scadenza ordinaria della legislatura, fra due anni.

         I regali a una donna, peraltro né vecchia né brutta come la premier italiana, sono naturalmente, direi, più intriganti di quelli a un uomo. E la fantasia nel nostro caso si è ben scatenata fra monili, spille, anelli e persino scarpe di pitone blu, con stiletto e tacco di una nota stilista, sfuggite ai sogni e ai mercati della pitonessa più famosa della politica italiana che resta la ministra (ancora) del Turismo ed altro Daniela Santanchè. Alla quale si deve, in questa storia delle scarpe pitonate alla Meloni, la convergenza fantasiosa e sfottente di due giornali diversi, anzi opposti come il già citato Fatto Quotidiano e Il Foglio.

         E’ sessismo, in fondo, anche questa voglia di frugare fra i 273 regali ricevuti dalla Meloni e depositati per ora a Palazzo Chigi: frugare nella speranza di trovare o solo fare intravedere aspetti pruriginosi della vita, delle abitudini, delle preferenze, dei rapporti e persino delle tentazioni di una giovane donna, ora anche single, alla guida del governo. Tentazioni anche velenose, e magari penalmente rilevabili in qualche  esposto come quelle sottintese nelle richieste alla presidente del Consiglio di “chiarire” se e su quanti dei regali ricevuti abbia già scelto di rispettare il dovere di rinunciarvi personalmente oltre i trecentomila euro di valore ciascuno per destinarli alla collettività.  Magari organizzando una bella asta per rimpinguare il fondo destinato ad aiutare gli italiani in bolletta elettrica o, più generalmente, energetica.

         Scommetto che prima o poi finirà per intingere i suoi biscotti in questa miscela anche la segretaria del Pd Elly Schlein fra un attacco e l’altro dei giorni pari e anche dispari alla premier della quale vorrebbe prendere il posto, sorpassando all’ultima curva Giuseppe Conte.

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