Beppe Grillo come un volatile sul MoVimento 5 Stelle di Giuseppe Conte

         Le cronache riferiscono di ulteriori cambiamenti di umore di Beppe Grillo. Che, dopo essere apparso stanco e rassegnato a quel mezzo esilio procuratogli da Giuseppe Conte nel MoVimento 5 Stelle privandolo del ruolo di garante, sembra invece deciso a usare tutte le carte bollate disponibili per rivendicare proprietà e altro del partito fondato a suo tempo con Gianroberto Casaleggio. Sarebbe una vertenza in vista anche delle elezioni regionali d’autunno.

         Di tutto questo però non vi è traccia, almeno sino al momento in cui scrivo, sul  blog personale di Grillo. Che preferisce occuparsi, per esempio, delle “lezioni degli uccelli sul riutilizzo dei rifiuti”. A meno che il comico non si senta un volatile nei rapporti col movimento che si è a lungo identificato con lui.

Il traffico diplomatico a Palazzo Chigi fra distrazioni e attacchi delle opposizioni

         Le tre o quattro ore di confronto, a Palazzo Chigi, al netto o al lordo della cena conclusiva, fra la padrona di casa e il presidente francese Emmanuel Macron sono bastate e avanzate per i titoli sul “patto”, o sulla “tregua” o sul “chiarimento” intervenuto nei rapporti fra i due Paesi, e governi, dopo le frizioni, a dir poco, delle settimane scorse. Non sono però bastate per ridurre i pregiudizi delle opposizioni politiche e mediatiche alla premier Meloni, riprocessata ieri sera, per esempio, nel salotto televisivo di Lilli Gruber, su la 7, perché troppo “equilibrista” e sfuggita ad una conferenza stampa congiunta con l’ospite.

Non sono mai sufficienti, evidentemente, le prestazioni o esibizioni della presidente del Consiglio italiano sul terreno diplomatico, per quanto intensi siano in questo campo il traffico a Palazzo Chigi e i viaggi all’estero della Meloni.  Che ritorna abitualmente “pazza” di fatica, come lei stessa ha avuto occasione di dire di recente nei giardini del Quirinale partecipando alla festa dei 79 anni della Repubblica. E raggiungendo a piedi il giorno dopo la postazione delle autorità per la sfilata militare e civile del 2 giugno.

Nelle iniziative diplomatiche della Meloni -per non parlare della politica interna e, in questi giorni, dei referendum del “battiquorum”, su lavoro e cittadinanza, per le opposizioni che pure li hanno promossi- c’è sempre qualcosa di troppo o troppo poco, secondo i casi.

Eppure il documento congiunto emesso dopo il lungo confronto fra la Meloni e Macron non è stato e non è né banale né reticente. Quel “sostegno incrollabile all’Ucraina” ribadito dopo la polemica diretta e indirettta sul ruolo, finalità e modalità dei vertici, incontri e quant’altro fra i “volenterosi” non è di poco conto. Ma forse quel “sostegno incrollabile” altri avrebbero voluto espresso anche ai palestinesi ostaggi del terrorismo di Hamas, che combatte pervicacemente contro Israele nascondendosi nei sotterranei armatissimi delle case, scuole, ospedale, chiese, strade e piazze della popolazione civile palestinese, allontanata con la forza anche dagli aiuti umanitari

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La miscela di odio e ignoranza rovesciata e accesa sulla Meloni

Otre all’odio c’è dell’ignoranza nella campagna politica e mediatica contro Giorgia Meloni, accusata ora di “furbizia”, nel migliore dei casi, e di “vergogna”, nel peggiore, per avere annunciato che domenica o lunedì prossimo si presenterà alla sua sezione elettorale per non ritirare, con la visibilità del suo ruolo, le schede dei referendum abrogativi su lavoro e cittadinanza. Cioè per esercitare il suo diritto di astenersi. Che non si è arrogata, come parrebbe da certi attacchi, ma è scritto nell’articolo 75 della Costituzione in vigore dal 1948.

         “La proposta soggetta a referendum- dice questo benedetto articolo- è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”. La maggioranza, ripeto, degli aventi diritto. Che come ogni dritto si può esercitare o no.

         Negli attacchi alla Meloni per la scelta legittima dell’astensione c’è ignoranza sia di una norma costituzionale sia dell’istituto del referendum abrogativo. Che fu disciplinato con apposita legge 22 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione perché non aveva mai scaldato i cuori, diciamo così, del partito comunista. Che Palmiro Togliatti, non il nonno o bisnonno della Meloni, fra i cosiddetti padri costituenti, non aveva condiviso per la cultura “parlamentarista” che vantava. Cioè per la prevalenza che dava al Parlamento.  Dove non a caso, in particolare alla Camera, egli poi preferì sempre aggiungere o accoppiare la carica di capogruppo a quella di segretario del partito.

         Fu proprio il parlamentarismo del partito comunista che portò di fatto, politicamente e culturalmente, al quorum introdotto nell’articolo 75 per la validità di un referendum abrogativo di una legge, o parte di essa, in vigore per essere stata a suo tempo approvata dalle Camere. Un quorum non richiesto per nessun altro tipo di elezioni: dalle politiche alle amministrative. E ai referendum cosiddetti confermativi di modifiche alla Costituzione.

         Non avrò l’autorità, per amor del Cielo, con la maiuscola, di ricordare tutto questo ai costituzionalisti che, tra dichiarazioni, articoli, interviste, da casa, ufficio o salotto televisivo di turno attaccano la Meloni ma avrò -vivaddio- il buon senso di poterlo fare. O la conoscenza sufficiente di un giornalista che ha vissuto l’esperienza del referendum abrogativo, rimasto -ripeto, e non a caso- sulla carta per più di vent’anni, tanto era stato concepito con sofferenza dai costituenti.

         I comunisti, certo, poi si convertirono all’applicazione dell’articolo 75 della Costituzione, reclamata e ottenuta dai democristiani quando divennero minoranza in Parlamento sulla introduzione del divorzio. E maturarono una volontà di rivincita referendaria, riconosciuta loro dagli alleati laici di governo, destinata però alla storica sconfitta del 1974. Quando col tappo della bottiglia di champagne della famosa vignetta di Giorgio Forattini saltò in aria non solo l’allora segretario della Dc Amintore Fanfani ma anche o soprattutto il ruolo davvero centrale del suo partito. Che da quel momento imboccò la strada lungo la quale non dispose più da sola della guida del governo, per esempio.

         Un’avventura analoga sul fronte dell’opposizione capitò o si procurò il Pci , sotto la guida di Enrico Berlinguer, imponendo di fatto una decina d’anni dopo alla Cgil di Luciano Lama di promuovere un referendum abrogativo dei tagli anti-inflazionistici alla scala mobile dei salari, dopo averne inutilmente contestato il percorso parlamentare. E fatto indossare dall’allora presidente socialista del Consiglio, sempre nelle vignette di Forattini, gli stivali e la camicia nera di Benito Mussolini. Il Pci rimediò l’anno dopo, nel 1985, quando già Berlinguer era morto, una batosta politica forse anche peggiore della Dc col divorzio. O comunque analoga.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 7 giugno

La sfida della Meloni alla propaganda del sì doppio ai referendum

         Uscire da casa l’8 o il 9 giugno  prossimo non per andare al mare  ma -magari prima di andarvi- per raggiungere la propria sezione elettorale, varcarne la soglia e non ritirare le schede dei referendum, e quindi non votare, significa rifiutarle. Significa per un presidente del Consiglio, vista la sua funzione e quindi la sua visibilità, come nel caso di Giorgia Meloni, che ha tenuto peraltro ad annunciarlo pubblicamente, rafforzare l’esercizio del diritto di astenersi. Persino ostentarlo. Esattamente l’opposto del titolo dato da Lilli Gruber alla sua puntata televisiva Otto e mezzo di ieri sera: “Meloni si astiene ma non lo dice”. Come “non lo dice”? Piuttosto, per essere coerente con se stessa, che ha tenuto ad annunciare che lei invece voterà, sperando evidentemente di essere imitata, la Gruber avrebbe dovuto accusare, processare e quant’altro la premier di avere annunciato sin troppo la sua astensione. O no? La faziosità, come per altri versi l’odio di cui tanto si parla in questi giorni per le scomposte contrapposizione politiche, rende davvero ciechi. O ridicoli, se preferite una variante del concetto meno penalizzante e tragica.

         Una faziosità aggravata dall’ignoranza pretendendo che sia un dovere l’esercizio del diritto referendario di tentare “l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali”, come dice l’articolo 75 della Costituzione, rimasto peraltro invariato in 77 anni. Un diritto e non un dovere sempre per quel benedetto articolo della Costituzione quando non prevede ma stabilisce, a sostegno quindi di chi volesse praticare l’astensione, che “la proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”. Siamo alle prese col famoso “quorum”. O “battiquorum”, come lo avvertono i promotori e sostenitori di un referendum abrogativo.

         Dobbiamo dare dei matti, degli sprovveduti, dei fascisti -per cavalcare il linguaggio delle opposizioni attuali- ai compianti padri della Costituzione? Fra i quali peraltro c’era un tale di nome Palmiro e di cognome Togliatti, contrario all’istituto del referendum abrogativo. Tanto contrario da essersi adoperato perché la validità fosse condizionata dal quorum, appunto. Tutti gli altri tipi di elezioni, dalle politiche alle amministrative e ai referendum cosiddetti confermativi di modifiche alla Costituzione, sono privi di quorum, o di batticuore.  

         Mi scuso della pedanteria di questo ragionamento, come potrebbe apparire a qualcuno, ma in genere è consigliabile sapere ciò di cui si parla. Vale anche per i cosiddetti costituzionalisti che stanno partecipando -vedo- alle proteste contro” la furbizia” o addirittura “la vergogna” dell’annuncio della premier su come voterà, cioè non voterà domenica o lunedì prossimo, sfidando la propaganda del sì.

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Come si manipola Mattarella nelle priorità avvertite per le guerre in corso

         Chi ha appreso ascoltando i telegiornali o sfogliando i giornali del discorso letto da Sergio Mattarella ai diplomatici stranieri accreditati al Quirinale, e invitati al concerto dell’orchestra del teatro San Carlo di Napoli per il settantanovesimo compleanno della Repubblica, si è fatta l’idea che egli abbia parlato delle guerre a Gaza e in Ucraina. In ordine significativamente alfabetico, dovendosi escludere la casualità in un intervento del Capo dello Stato. Invece no.

         Il presidente della Repubblica ha parlato prima dell’Ucraina e poi di Gaza. E non credo solo per il rispetto della loro anzianità, chiamiamola così, essendo quella in Ucraina in corso da più di tre anni e l’altra da meno di due.  L’una cominciò con l’invasione russa annunciata come un’operazione speciale di brevissima durata per “denazificare” il paese limitrofo. L’altra per la reazione di Israele al pogrom del 7 ottobre 2023, in cui furono macellati 1200 fra civili e militari ebrei e rapiti 250 da nascondere a Gaza per farne ostaggi come tutta la popolazione civile di quella terra, sotto le cui abitazioni, scuole, ospedali, chiese, piazze e strade i terroristi palestinesi di Hamas avevano costruito e mantengono tuttora quel che resta, almeno, delle loro postazioni militari contro Israele.

         Le priorità datesi da Mattarella nel suo intervento al Quirinale sono state quindi rovesciate dall’informazione radiotelevisiva e stampata, una volta finito il concerto e uscito il capo dello Stato dal salone delle feste salutando le autorità istituzionali e di governo, invitate anch’esse sul Colle.  Non mi sembra un rovesciamento di poco conto. E’ in fondo conforme al clima mediatico e politico in cui due piazze. di Milano e di Roma, sono state programmate per il 6 e il 7 giugno per occuparsi entrambe di Gaza, divise solo dalla valutazione dell’antisemitismo, temuto più a Milano che a Roma.  Nessuno ha promosso una piazza per occuparsi anche della “martoriata Ucraina”, secondo la formulazione del Vaticano rovine.

         E’ solo in una vignetta -quella di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera, nel campo cioè dell’ironia, satira, paradossalità e simili- che la sfilata militare del 2 giugno è stata intestata ai “reparti di sostegno a Kiev”.

La malattia ormai cronica dell’odio ostentata come forza

Dell’odio il dizionario della lingua italiana scrive come di “una risoluta ostilità che implica di solito un atteggiamento istintivo di condanna associata a rifiuto, ripugnanza verso qualcosa, oppure un costante desiderio di nuocere a qualcuno”. Più che un sentimento, direi, una malattia, che può essere personale e persino sociale. Come la promossero i comunisti e simili teorizzando ed esercitando la lotta di classe. Che induceva sull’Unità del Pci persino il simpatico Fortebraccio, l’ex deputato della sinistra democristiano Mario Melloni, a liquidare come “lor signori” quelli di cui non condivideva le opinioni. “Ma non è odio”, mi assicurò una volta che ne discutemmo. “E’ rispetto”, aggiunse sorridendo. Ma io tenni il punto, non messo alla porta della stanza in cui ci stavamo confrontando solo per il rispetto che mi ero guadagnato da Mario con le simpatie morotee in articoli che non gli erano sfuggiti.

         L’odio, ripeto, è una patologia, personale e sociale. Non ha pertanto avuto torto Giorgia Meloni ad avvertire e denunciare un “clima malato” nella maledizione di quel cosiddetto insegnante -pensate un po’ a cosa e come si è ridotta la scuola in Italia- le ha mandato augurandole di perdere la figlia come Martina Carbonaro ad Afragola. Poi, ma una volta scoperto anche per altre navigazioni estemporanee in internet, il professore si è scusato, ma tenendo a rivendicare orgogliosamente la sua opposizione al presunto regime in atto. 

Quella dell’odio è quindi una malattia persino ostentata, neppure “nascosta nella moltitudine”, come si è generosamente augurato Mario Sechi in modo forse scaramantico, vista la paura che egli avrebbe diritto di avere sentendosi dare, per esempio, del “bastardo” su un cosiddetto social per quello che scrive e dice.

         E’ la paura, per esempio, che una sera di fine dicembre del 1989 avvertii varcando l’ascensore che doveva portarmi al mio ufficio di direttore del Giorno, a Milano e vidi affissa su uno specchio la riproduzione stampata di una foto del dittatore romeno Nicolae Ceausescu appena ucciso. E sotto questa domanda, sempre stampata, su un foglio bianco: “Quando verrà il turno di Francesco Damato, l’amico di Craxi?”. Nell’ascensore, ripeto, di quello che a Milano si chiamava “il palazzo dei giornali”, in Piazza Cavour.

         Ma non finì li. Dal giorno dopo cominciarono ad arrivare al mio telefono di casa, per quanto non reperibile nell’elenco degli abbonati, messaggi laconici e minacciosi del tipo: “Il garofano sarà reciso”. Come antipasto dell’esecuzione una notte fu versata e infiammata della benzina nell’androne del palazzo dove abitavo, a due passi dal Duomo.

         Il Questore di Milano m’informò di una scorta che avrei dovuto accettare, come ai tempi del terrorismo a Roma, quando lavoravo nella redazione romana del Giornale. Poi egli venne a trovarmi personalmente in ufficio per informarmi anche della richiesta avanzata alla magistratura di mettere sotto controllo la mia utenza telefonica. Ma qualche giorno dopo tornò, a dir poco imbarazzato, per comunicarmi il diniego giudiziario e rafforzarmi la scorta. Mi ero insomma cercata tutta quella esposizione, chiamiamola così, a potevo pure subirne gli inconvenienti. E i malintenzionati, a dir poco, a non essere scoperti.

         Se questa è stata non l’unica, im verità, ma una delle mie personali esperienze con la paura, una volta persino come imputato di divulgazione di segreto di Stato consistente in un documento finito fra gli allegati dei rapporti conclusivi della commissione parlamentare d’inchiesta sule connessioni internazionali del terrorismo, vi lascio immaginare le paure alle quali sono destinati nella nostra bella Italia, nel settantanovesimo compleanno della Repubblica, quanti hanno la disavventura di governare. Anzi, di governare, per quanto vincitori di regolari elezioni, senza il consenso di “lor signori”, come diceva pur allegramente l’indimenticabile e già citato Fortebraccio.

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E poi dicono che non è odio contro la premier Giorgia Meloni

         Più che la premier -o il premier che lei preferisce sentirsi dare al maschile, con o senza il permesso della Crusca- Giorgia Meloni è l’ossessione dei suoi critici, o avversari, o nemici. Vi si è appena un po’ iscritto anche il senatore a vita, ex presidente del Consiglio e tanto altro Mario Monti. Che, dopo averle riservato anche momenti di astensione per tenersi sopra le parti, ha rimesso i panni dell’editorialista del Corriere della Sera e le ha contestato oggi di avere “investito molto”, cioè troppo, “del proprio capitale politico su Donald Trump”, finendone rovinosamente “subalterna”.

         In compenso, tornando sull’Olimpo del laticlavio, Monti si è risparmiato, e ha risparmiato alla Meloni, la partecipazione -magari nel solito salotto televisivo di Lilli Gruber- al processo mediatico e politico  contro di lei persino per la morte orribile della quattordicenne Martina Carbonaro, ad Afragola. Davanti al quale la Gruber le ha contestato di essersi dichiarata “disarmata”, anziché correre al Quirinale e farsi firmare un decreto legge per introdurre obbligatoriamente a scuola l’ora di ’educazione affettiva, con tutti gli stanziamenti eccessivi, magari sottratti al riarmo, che sul piano militare Meloni preferisce notoriamente al disarmo nella rappresentazione che ne fanno le opposizioni. Un’ora, quella scolastica dell’educazione affettiva o similare, che dovrebbe prevenire, impedire, supplire e quant’altro alle distrazioni e persino oscenità delle famiglie.

         E’ un processo, quello alla Meloni, al quale ha voluto partecipare per internet da un computer del Ministero della Pubblica Istruzione un dipendente, presunto professore, augurante alla piccola Ginevra, la figlia della premier e del suo ex compagno Andrea Giambruno, la stessa fine di Martina, assassinata a colpi di pietra dal fidanzato respinto.

         Una volta tanto le reazioni alla maledizione di questo demente internettiano sono state bipartisan, come si dice comunemente, anche se a prima a vista, scorrendo le agenzie e leggendo le dichiarazioni solo degli amici e alleati della Meloni, a cominciare dai presidenti delle Camere, vi confesso di avere temuto una solidarietà solo di parte. Poi è arrivato tutto il resto, compresa la telefonata del Presidente della Repubblica.

         Tutto bene, quindi? Per niente. Francamente alcune solidarietà non mi sono sembrate sincere o affidabili per l’ostinazione con la quale la Meloni viene additata all’odio per le idee che ha e per quelle che non ha ma le attribuiscono quanti non l’hanno vista arrivare a Palazzo Chigi due anni e mezzo fa. Come Elly Schlein dice di se stessa da quando scalò la segreteria del Pd facendosi votare dagli esterni più che dagli iscritti, E se ne vedono e avvertono ogni giorno gli effetti al Nazareno e dintorni.

La verità di Vincenzo De Luca sulla tragedia di Afragola….

         Se avessi Vincenzo De Luca a portata di fazzoletto, fresco di bucato, glielo passerei personalmente sulla faccia per pulirlo degli spruzzi di caffè sputatigli addosso questa mattina da Massimo Gramellini, nella sua rubrica quotidiana della prima pagina del Corriere della Sera.  

         Già mostrificato, all’interno e all’esterno del suo partito, per efficienza amministrativa e franchezza politica e umana, imitato da un Crozza sotto sotto sempre meno sfottente e più ammirato della sua vittima, sino a riderne per primo, il presidente uscente della regione Campania, contro una cui ricandidatura, anzi rielezione, si è addirittura mobilitata, su ricorso del governo, la Corte Costituzionale dirimpettaia del Quirinale; già mostrificato,  dicevo, il povero De Luca ha osato chiedersi quello che -ci scommetto- ci siano chiesti tutti seguendo in televisione o sui giornali il delitto di Afragola. O il femminicidio, avendo riguardato una donna, anzi un’adolescente, se non una bambina di 14 anni, fidanzata da due con un diciassettene che l’ha uccisa a colpi di pietra, non volendo essere lasciato per la sua violenza, l’ha nascosta in una scatola e ha partecipato sfrontatamente alle ricerche.

         Incredulo di un fidanzamento fra una dodicenne avvenente, abbigliata e truccata come una diciottenne, e un quindicenne nella cognizione sostanzialmente collaborativa delle famiglie, il povero De Luca si è procurato da Granellini non solo una sputata di caffè, ma anche una sarcastica lezione civica, morale eccetera eccetera.

         In questo sempre più curioso paese che è l’Italia di fronte ad un fatto orribile come quello di Afragola è più facile, mediaticamente e politicamente più utile processare non la famiglia, in senso stretto e  lato, ma la scuola, che non avrebbe saputo o persino voluto, impedita anche dal governo indigesto in carica, sostituirsi ai genitori e ai nonni in quella che viene chiamata “educazione affettiva”. Non ho parole, letteralmente. E neppure più il fazzoletto pulito per averlo buttato nel frattempo  per rabbia nella pattumiera.

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Due piazze, a Milano e Roma, per Gaza, nessuna per l’Ucraina

         Le due piazze di Milano e di Roma  del 6 e 7 giugno, chiamiamole così anche se a Milano si tratta di un teatro e a Roma di una piazza vera e propria, sono originariamente apparse, a torto o a ragione, in competizione sulle finalità. La seconda intestatasi dal Pd, dalle 5 Stelle e dalla sinistra rossoverde per solidarizzare con i palestinesi sterminati dagli israeliani a Gaza, piuttosto che dai terroristi di Hamas nascosti con le postazioni missilistiche ed altre armi, e con gli ostaggi ebrei catturati nel pogrom del 7 ottobre 2023, sotto le case, le scuole, gli ospedali, le chiese, i mercati, le strade di una incolpevole popolazione civile trasformata in scudo umano. L’altra intestatasi da un riesumato terzo polo per solidarizzare -si era capito- con gli ucraini da più di tre anni sotto le bombe dei russi, in  una guerra cominciata o annunciata come operazione speciale per “denazificare”, testualmente, un paese governato da un ebreo presuntivamente rinnegato come Zelensky.

         Ebbene, chi aveva avuto questa impressione ha scoperto di essersi sbagliato perché i promotori della piazza di Milano hanno finito, volenti o nolenti, per trovarsi competitivi con la manifestazione di Roma, per quanto successiva, sullo stesso terreno. Quello di Gaza. I milanesi per accentuare la responsabilità dei terroristi palestinesi nella tragedia e deplorare l’antisemitismo, i romani per accentuare o scaricare tutta la responsabilità della tragedia sugli israeliani, più in particolare sul capo del governo Nethanyau e su chi glielo permetterebbe pur criticandolo, come anche la premier italiana Giorgia Meloni, il suo vice presidente del Consiglio forzista Antonio Tajani e in fondo pure l’altro vice presidente, leghista, Matteo Salvini.  Per non parlare naturalmente degli americani di Trump, non diversi in questo da quelli di Biden.

         Le due piazze ritrattesi come un elastico in una stessa guerra, quella – ripeto- di Gaza, l’una dichiaratamente contraria all’antisemitismo e l’altra silente o ambigua, potranno più facilmente contendersi lo stesso pubblico. Il Pd, per esempio, potrebbe dividersi fra Milano e Roma, anche se a Roma ci sarà la segretaria Elly Schlein e a Milano una presenza della minoranza cosiddetta riformista, battuta congressualmente a suo tempo nelle primarie aperte agli esterni, come i grillini accorsi nei gazebo per risparmiare a Giuseppe Conte la scomodità di interloquire con Stefano Bonaccini, preferito dagli iscritti al partito.

         E’ proprio la promiscuità delle due piazze, ormai più gemelle che antagoniste. che tuttavia le indebolisce entrambe. Ne aumenta la confusione e le riduce all’ennesimo passaggio del congresso occulto che si sta svolgendo nel Pd, in mancanza o nella impossibilità di un congresso vero, trasparente, vincolante. E fanno entrambe un torto immeritato, direi anche orribile, agli ignorati ucraini. O un favore a Putin, che francamente non lo meriterebbe dopo quelli ricevuti da un Trump pur altelenante nei suoi umori per una pace in Europa che gli sfugge continuamente di mano, come un’anguilla.   

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La coppia…scoppiatissima di Donald Trump ed Elon Mask

Mi permetto una lettura un po’ andreottiana della rottura, celebrata sui giornali di tutto il mondo, del rapporto una volta simbiotico fra Donald Trump ed Elon Musk. Una rottura che qualcuno, in verità, al di là e al di qua dell’Atlantico aveva messo nel conto anche dopo il sostanziale incarico di governo conferito dal presidente americano al maggiore, o fra i maggiori finanziatori della sua campagna elettorale per il ritorno alla Casa Bianca. Un uomo dotato di forbici più concrete di quelle ostentate in cartone dai grillini in Italia al loro arrivo in Parlamento, che intendevano aprire come una scatola di tonno. In cui alla fine sono affogati anche loro rinunciando di fatto al limite dei due mandati. La carne, si sa, è debole.

         La buonanima di Giulio Andreotti diceva notoriamente che a pensare male si fa peccato ma s’indovina. Non sempre, magari, ma spesso. Il mio cattivo pensiero, la mia malizia su Musk consiste nel forte, fortissimo sospetto ch’egli abbia rinunciato almeno alla dimensione dei suoi rapporti con Trump non tanto per gli interessi compromessi dalle scelte dirompenti del presidente americano, che procura alle Borse, con la maiuscola, avventure da ottovolante, quanto per la sensazione avvertita di perdere non dico l’esclusiva ma almeno l’intensità della sua influenza alla Casa Bianca,intesa in senso molto largo.

         Musk, il ricchissimo e persino sfrontato amico e finanziatore di Trump ha forse sentito spirare da Roma correnti e quant’altro sfavorevoli al suo peso. Ma una Roma intesa non certo come Palazzo Chigi, dove lavora e opera una estimatrice e amica di Musk come la premier Giorgia Meloni. Che anche in quelle occasioni in cui le è capitato di dissentire da lui lo ha fatto con la comprensione, la bonarietà e simili di un’amica appunto. Parlo della Roma dell’altra riva del Tevere, la Roma del Vaticano, del Palazzo Apostolico tornato alle sue complete tradizioni dopo i dodici anni alberghieri, diciamo così, di Papa Francesco. Che, magari finendo anche per costare di più al Vaticano con la sua residenza nella Casa Santa Marta, aveva ritenuto di vivere in modo davvero francescano, non solo di nome, la sua esperienza pontificia.  

         L’elezione dello statunitense Robert Francis Prevost a Papa con quel nome di Leone XIV che evoca sì il tredicesimo della Rerum Novarum, ma anche il primo, santo e Magno che volle e seppe fermare Attila, deve aver fatto riflettere Musk, anche senza l’aiuto dell’intelligenza artificiale sulla influenza che potrebbe avere il nuovo Papa su Trump.

Riuscito a incuriosire Papa Francesco, sino ad essere ricevuto da lui con alcuni dei figli, Musk deve aver capito che col successore la musica è cambiata o può cambiare anche per lui. Che per non ascoltarla, o non subirne gli effetti, potrebbe solo tentare, con tutti i mezzi che ha a disposizione, di trasferirsi su Marte.

Pubblicato sul Dubbio

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