L’Ascensione…regionale della segretaria del Pd Elly Schlein

Con tutto quello che accade nel mondo, pur a tanta distanza apparente da noi, a 2.300 kilometri da Kiev, 2.340 da Gaza, 2.400 da Mosca 7.200 da Washington. 8.240 da Pechino, la segretaria del Pd Elly Schlein non è mai stata felice come in questi giorni. Anche più di due anni fa, quando riuscì forse a sorprendere anche se stessa arrivando  al vertice del maggiore partito di opposizione, sostenuta più dagli esterni che dagli interni, più dai passanti che dagli iscritti. Che le avevano preferito Stefano Bonaccini.

         La Schlein è ormai fuori dai panni, senza tuttavia regalarci o infliggerci la sua nudità, perché in “tutte” le sei regioni in fila per il rinnovo autunnale delle loro amministrazioni, lei è riuscita a predisporre, con tanto di candidati alle presidenze, il cosiddetto campo largo dell’alternativa, che vorrebbe essere anche nazionale, al governo di centrodestra guidato da Giorgia Meloni. “Fatevene una ragione”, ha gridato alla premier e alleati, che avrebbero finito di giocare e vincere sulla sinistra e dintorni a causa delle sue divisioni.

         Gli accordi, almeno quelli nominali, pur mettendo nel conto la componente più lontana e sofferente, che è quella di Carlo Calenda, sono stati possibili per i loro confini locali. Se nelle trattative si fosse solo affacciata la politica estera, in modo concreto e non generico o retorico come l’invocazione alla pace, le intese sarebbero mancate tutte. Come mancherebbero, a dispetto della fiducia, delle scommesse e delle dita alzate della Schlein, a livello nazionale. Almeno su questo la Schlein dovrebbe convenire. E  non alzare le spalle, come fa  da mesi, fra le rasoiate di protesta dell’ex senatore, capogruppo, tesoriere del Pd Luigi Zanda. Che prima ha chiesto addirittura un congresso anticipato per definire la politica estera del partito, poi un mezzo congresso come sarebbe la solita assemblea di tema, infine una riunione quanto meno della direzione al Nazareno. Non ottenendo naturalmente nulla, e mettendosi in paziente, martirologica attesa dell’appuntamento che la segretaria e i suoi astuti consiglieri, prendendo il peggio delle vecchie abitudini democristiane e comuniste, ha dato a tutti dopo cioè le elezioni regionali, con la forza che spera di ricavarne.

         Intanto all’interno del cosiddetto campo largo, contestato da Giuseppe Conte già nella sua denominazione, preferendogli il campo “giusto”, affollato di “progressisti indipendenti”, anche l’uno dall’altro, lo stesso Conte da secondo per nulla rassegnato incassa politicamente qualcosa ogni giorno e si allena alla resa de conti finale, se e quando arriverà. Cioè quando, prima o dopo le elezioni politiche generali per il rinnovo delle Camere, secondo i tempi e le procedure dell’ennesima nuova legge elettorale di cui si occupano per ora solo i retroscenisti, lo stesso Conte e la Schlein potranno o dovranno giocarsi la carta intestata di Palazzo Chigi, se non vi dovesse essere confermata Giorgia Meloni, magari per il successivo salto al Quirinale. Dove si attende l’arrivo della prima donna Presidente dalla nascita della Repubblica.

         In sede regionale, cioè locale, per tornare all’argomento di partenza, che è lo scenario internazionale, la cosiddetta geopolitica, i problemi più spinosi che hanno dovuto affrontare Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, Renzi, Calenda e loro delegati sono stati al massimo quelli di qualche inceneritore da ereditare o demolire e della lotteria ridotta del reddito di cittadinanza.

         Nessuna regione, almeno sino ad ora, salvo una ulteriore riforma del titolo quinto della Costituzione, dispone di un dipartimento o assessorato alla Difesa, da convertire eventualmente in Guerra, sempre con la maiuscola, come ha appena fatto Trump negli Stati Uniti col Pentagono mandando un usciere e cambiare la targa alla porta del competente segretario di Stato. E saldando così i conti col presidente cinese gonfiatosi ulteriormente godendo la parata di Pechino. Molto piaciuta anche all’ospite italiano che era l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema, l’unico comunista italiano -o post comunista- giunto a suo tempo a Palazzo Chigi.

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Quel dipartimento americano passato dalla difesa alla guerra

         Molti probabilmente sceglierebbero come immagine emblematica, sul piano internazionale, della settimana che si chiude con questa domenica 7 settembre una della parata militare a Pechino. Dove è corso, credo su invito dei suoi amici cinesi, l’ex premier italiano Massimo D’Alema per compiacersi di tanta forza ostentata celebrando il passato a parole, a 80 anni dalla conclusione della seconda guerra mondiale anche in Asia, e il presente nei fatti, diciamo così. Che è un’espressione cara anche a D’Alema quando chiude una frase generalmente perentoria parlando al plurale, cioè intestandosi la rappresentanza della maggioranza. Vecchio trucco oratorio imparato non so se a Pisa, quando lui studiava all’Università, o alle Frattocchie, alle porte di Roma, quando si formava alla scuola del Pci.

         A me personalmente ha colpito di più, della settimana che si conclude oggi, l’immagine della sostituzione della targa sulla porta del Segretario di Stato americano alla Difesa, che da qualche giorno si chiama Segretario alla Guerra. Non sono riuscito a rintracciare la solita foto del presidente Donald Trump alla firma del relativo ordine esecutivo, con tanto di  lettere allineate come torri. Questa volta Trump non so se sia trattenuto, accontentandosi della foto della targa diffusa dal Dipartimento ora -ripeto- della Guerra, o ce l’abbia solo risparmiato su suggerimento, magari, della moglie Melania.  Della quale si legge ogni tanto qualche retroscena o indiscrezione polemica nei riguardi della fiducia che, sia pure a fasi alterne, il marito nutre nel premier russo Putin. E nella sua volontà di pace in Ucraina mentre continua a devastarla e a insanguinarla.

         Questa storia del Dipartimento di Stato americano passato dalla Difesa alla Guerra con un tratto di penna o la targa rimossa con un banale cacciavite, mi sembra peggiore persino di un missile sparato a titolo dimostrativo, o per un errore di cui poi scusarsi.  E pensare che qui da noi, in Europa, della quale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha appena voluto sottolineare la insostituibilità eccetera eccetera, abbiamo sentito levarsi proteste, lamentele, distinzioni, persino da parte della premier Giorgia Meloni che le è amica personale, per la decisione della presidente della Commissione di Bruxelles, la tedesca Ursula von der Leyen, già ministra della Difesa del suo paese, di chiamare “riarmo” il programma di potenziamento delle strutture militari dei paesi dell’Unione di fronte a minacce e rischi  che provengono dalla Russia, come dimostra la guerra in Ucraina in corso da più di tre anni e mezzo.

         A la guerre comme à la guerre, si diceva una volta in francese.    

La partita pugliese del Pd giocata con una certa follia, ma senza metodo

         A Bisceglie, la città celebre anche per uno dei maggiori manicomi italiani del secolo scorso, fondatovi da don Pasquale Uva, si è conclusa con una certa follia, ma senza il metodo attribuito ad Amleto, la saga del candidato del Pd alla presidenza della regione pugliese. Ha accettato di esserlo l’ex sindaco di Bari Antonio Decaro, eletto l’anno scorso al Parlamento europeo con quasi cinquecentomila voti di preferenza: voti veri, non finti. Raccolti uno per uno nella circoscrizione meridionale d’Italia, non acquisiti d’ufficio, diciamo così, in quanto capolista per il Nazareno.

         L’aspetto buffo, se non lo vogliamo chiamare folle, dell’annuncio dato a Bisceglie in tandem con la segretaria del partito Elly Schlein, nella cornice della locale festa dell’Unità che non è però il giornale diretto da Piero Sansonetti e riportato nelle edicole dall’editore napoletano Alfredo Romeo ma quello vecchio e fallito del Pci; l’aspetto buffo, ripeto, dell’annuncio sta nel fatto che Decaro dovrà guardarsi da entrambi i suoi illustri predecessori. Da Nichi Vendola, il leader della sinistra radicale, nel Consiglio regionale e dal compagno di partito Michele Emiliano ovunque questi deciderà alla fine di agire: nello stesso Consiglio, dove è tornato per un po’ anche ieri a minacciare di candidarsi per non essere “il fesso” della partita rispetto a Vendola, o altrove. Decaro dovrà guardarsene  anche a costo di “menare”,  come se fossero degli avversari e non soci di coalizione, maggioranza e quant’altro. Menare -ha detto- come un suo vecchio amico lo incitò e gli insegnò dagli esordi della sua lunga carriera politica.

         Dei due scomodi compagni di coalizione e partito non so francamente quale potrà rivelarsi più insidioso. Se Emiliano, ingombrante già nel fisico e nella parte che si attribuisce di padre politico del suo successore, o lo stesso Vendola. Che si si è un po’ tenuto da parte negli ultimi tempi non per mettersi anticipatamente in pensione, a meno dei 70 anni che ha Decaro, ma per ricaricare ben bene le proprie batterie, orgoglioso anche della sua genitorialità omosessuale.

         Il sollievo di Elly Shlein nella epifania fuori stagione della candidatura di Decaro è duplice. Essa ha salvato quel campo largo cui così testardamente lavora, esteso da Giuseppe Conte a Matteo Renzi, nella prospettiva di un’alternativa nazionale al centrodestra in buona salute di Giorgia Meloni, apprezzata anche all’estero per la sua stabilità  E ha inchiodato alla fine Decaro ad un percorso  che potrebbe renderlo meno competitivo, quando verrà il momento di un congresso, ordinario o anticipato, per la carica di segretario del partito, al suo posto.

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Ventisei paesi volenterosi di terzo tipo in soccorso dell’Ucraina

         E’ più virtuale che reale l’annuncio dato dal presidente francese Macron – dopo un summit a Parigi al quale ha partecipato anche il presidente ucraino Zelensky- di 26 paesi disponibili a garantire la sicurezza del paese aggredito più di tre anni e mezzo fa dalla Russia di Putin,    che ancora ne occupa una parte e ne bombarda ferocemente altre, a cominciare dalla capitale Kiev. E’ un sostegno più di terzo tipo, come si diceva una volta degli incontri con extraterrestri, che di primo o secondo.

         Intanto sono garanzie condizionate al momento in cui sarà stata concordata almeno una sospensione del conflitto, se non la pace. E di questo non c’è certezza. O non ancora. In secondo luogo, ciascuno dei 26 potenziali o virtuali volenterosi, compresa l’Italia che si è fatta sentire a Parigi con la premier Giorgia Meloni collegata da Roma, parteciperà a modo suo al piano enfatico di protezione di cielo, di mare e di terra. L’Italia, in particolare, senza mandare truppe sul territorio, neppure gli sminatori -a quanto sembra- dei quali aveva parlato nei giorni scorsi il vice presidente forzista del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Gli italiani provvederanno a “monitoraggi” dell’eventuale tregua che per la loro natura elettronica potranno essere effettuati a distanza. O contribuiranno alla formazione militare degli ucraini senza inoltrarsi nei loro territori.

         Oltre che agli incontri di terzo tipo già accennati, verrebbe voglia di paragonare l’impegno italiano sinora ipotizzato a favore dell’Ucraina ai servizi di ufficio quando c’era la leva militare. Servizi neanche con obbligo di divisa e di scarponi, 

         Già debole per le crisi di governo fra le quali si dibatte facendo finta di nulla, Macron esagererà in pose napoleoniche, contestategli a Mosca da Putin in persona e subordinati, a Roma da Matteo Salvini in libera uscita dal suo ufficio di vice presidente del Consiglio. Ma anche l’Italia rischia di esagerare nella mimetizzazione.

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Tutte le ambizioni della Cina e le frustrazioni dell’Occidente

         In Cina, si sa, tutto è o diventa grande. Anzi, enorme. Dalla miseria di certa periferia geografica e sociale ai missili che sfilano nelle parate militari, alla cui sola vista ti senti a casa schiacciato come un verme. Lo era già ai tempi dell’esplorazione di Marco Polo, avventuratosi da Venezia in quelle terre. Figuriamoci adesso, con la popolazione che si si misura a miliardi e la tecnologia nella quale i cinesi sono diventati dei fenomeni, copiando l’Occidente sino a superarlo, o quanto meno a minacciarne la sicurezza. Che d’altronde è già messa a dura prova dagli errori dei “bulli” di turno, come ha detto Xi in tenuta maoista alludendo naturalmente al presidente americano Donald Trump. Vi dice niente questo nome e cognome, senza vederne la firma a forma di torri svettanti?

         In Cina è diventata grande, grandissima, enorme anche l’ambizione, pur suicida perché i contenitori sono quelli che sono, di vivere a lungo. Addirittura sino a 150 anni, come si è proposto Xi, sempre lui, parlandone con Putin. Che magari avrà pensato, con tutto il tempo che gli si offre, di riuscire anche a farsi ricrescere i capelli. Chissà cosa avrebbe pensato, se fosse ancora vivo, a sentire questa storia il nostro Silvio Berlusconi, spintosi ad immaginarsi attorno ai 100 anni, poco sopra o poco sotto, e andatosene solo, diciamo così, agli 87 neppure compiuti, se non ricordo male.

         Diventa grande in Cina, con riflessi sulle prima pagine dei giornali domestici, come dicono gli americani, anche la comparsa dell’ex premier Massimo D’Alema, l’unico che Matteo Renzi sia riuscito a rottamare in Italia. Egli è corso fra gli spettatori, ospiti e quant’altro della parata celebrativa della conclusione della seconda guerra mondiale, e del contributo datovi dai cinesi alle prese con i giapponesi, piegati tuttavia solo dall’atomica americana. Ma queste sono inezie, diciamo così, che dovremmo vergognarci solo a pensare, figuratevi a scrivere.

         In questa orgia di esibizioni muscolari, di minacce e simili dovremmo vergognarci anche delle miserie della nostra politica interna, presa su pagine intere di giornali stampati da poche elezioni regionali d’autunno da cui sembra che debba dipendere, sotto sotto, anche il futuro della…Cina. Via, signori, cercate di contenervi.

Quando Emilio Fede andava a messa privata dal Papa

Nell’angolo archeologico dove gli anni inevitabilmente relegano il cronista, che rivive l’attualità collegandola ai suoi ricordi, metto da parte i dissapori, che ho pur avuto con lui sino ad archiviare una sia pur lunga amicizia, e riconosco al collega Emilio Fede, morto a 94 anni compiuti a giugno, di essere stato un giornalista attivo, appassionato, valente come pochi altri che hanno avuto più fortuna di lui nell’esercizio della loro professione. Senza imbattersi in disavventure che, come tutte le disavventure, finiscono abitualmente per sommergere anche le avventure.

         Non dimenticherò mai quella mattina dei primi anni Ottanta in cui fui invitato da lui nel suo ufficio di direttore del Tg 1. Era una mattina caldissima d’estate, dalla quale lui si proteggeva con l’aria condizionata regolata al massimo, tanto da costringerlo a proteggere lo stomaco avvolgendolo in un maglione arrotolato. “Sono le correnti della Dc”, mi disse scherzando, ma non troppo.

  Gli era infatti capitato di succedere da vice, e poi a tiolo pieno,  ad un direttore di anagrafe democristiana, nella lottizzazione praticata alla Rai, coinvolto e infine travolto dalla vicenda della P2, Che era una loggia massonica speciale alla cui iscrizione, spesso persino inconsapevole, corrispondeva il sospetto, l’accusa e quant’altro di scalare affari e persino attentare alla sicurezza dello Stato.

         Pur socialdemocratico di adozione certificata anche dal matrimonio con la figlia di un allora potente vice presidente della Rai amico personale e fidatissimo di Giuseppe Saragat, Italo De Feo, a Emilio toccò quindi per tre anni di dirigere il tg maggiore dell’azienda pubblica. E per tre anni la Dc sopportò, sino a quando il segretario di turno, che era Ciriaco De Mita, non sbottò e non pretese il ristabilimento di quella che lui considerava la normalità: un democristiano doc, di fiducia, a quel posto. Non ci fu verso di ritardare ulteriormente il ripristino dell’ordine, diciamo così. Neppure giocando con la fede, al minuscolo, in qualche modo entrata nel curriculum di Emilio con qualche simpatia guadagnatasi in Vaticano. Dove il direttore del Tg 1 veniva qualche volta invitato alle messe private del Papa, specie sotto Natale.

         A quei tre anni in qualche modo anomali vissuti alla guida del maggiore -ripeto- telegiornale italiano, con ascolti di tutto rispetto e prestazioni professionali quasi da antalogia, come la diretta televisiva, poi raccontata da un pezzo novanta come Walter Veltroni, della morte di un bambino romano caduto in un pozzo, sono forse legati i ricordi migliori e più gratificanti della carriera giornalistica di Emilio. Sarebbe seguita la parte più insidiosa, rischiosa e faticosa, in un intreccio sfortunatissimo di cronaca politica e giudiziaria, di ingenita debolezza umana aggravata da una concorrenza sleale, fatta più di livore e di invidia che di racconto. Emilio, pur col gusto della sfida e dell’ironia, sino a scriverne lui stesso prendendosi a parolacce, ne ha sofferto molto e a lungo. Ora ha smesso davvero.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 7 settembre

L’apertura…verbale di Putin all’adesione di un’Ucraina mutilata all’Unione europea

         Dalla Cina, la lontanissima ma sempre più incombente Cina, che già Mussolini avvertiva come il pericolo giallo, prima che si tingesse e vestisse di rosso facendo concorrenza persino all’ancora Unione Sovietica; dalla Cina, dicevo, Putin ha confermato, con i toni di una prima volta, il suo consenso, o la sua generosa tolleranza, all’adesione dell’Ucraina, o di ciò che ne rimarrà, all’Unione europea. Dove la pratica d’ingresso, per diventare la 28.ma stella d’Europa, o ancora più avanti nei numeri, è già formalmente in corso. Ma sembrava potesse subire anch’essa i danni della guerra da più di tre anni cominciata dalla Russia con una invasione annunciata come   una “operazione speciale”, quasi di polizia militare, per la ”denazificazione” di un paese colpevole sole di esserle confinante. E di avere, pensate un po’, aspirazioni ad una vera, piena indipendenza e autonomia.

         Putin insomma, almeno a sentirne l’ultima o penultima versione, non teme l’Europa, pur pronto a invaderne lembi più o meno grandi, quanto la Nato, alla quale pure l’Ucraina vorrebbe ancora aderire. E con la quale intrattiene già rapporti ostentati come ospite illustre e gradito di riunioni, incontri, vertici e quant’altro. Una Nato, dicevo, temuta a Mosca anche  nella versione alquanto danneggiata dalle iniziative, dalle minacce, dagli sberleffi, dagli strappi, dai peti del presidente americano Donald Trump, tra un bacio e l’altro degli alleati e amici -uomini, donne e omosessuali- ammessi alla contemplazione del suo deretano.

         Nella sua immaginifica rappresentazione della realtà, efficace più di un editoriale a firma di maggiore autorità, Emilio Giannelli nella vignetta di giornata sulla prima pagina del Corriere della Sera ha dubitato della soddisfazione, fiducia, speranza, sollievo e quant’altro dell’ucraino comune. Ad uno, anzi ad una dei quali, egli ha attribuito, sullo fondo di un palazzo devastato dall’artiglieria russa, questa domanda tragicamente allusiva a Putin. “I bombardamenti non gli bastano?”.

 Per una volta lasciatemi sperare che Giannelli abbia esagerato, pur nei larghi margini che reclama di solito la satira, anche quella politica.

In memoria di Emilio Fede, andatosene a 94 anni compiuti

         A 94 anni, quanti Emilio Fede ne aveva compiuti il 24 giugno scorso, si muore inevitabilmente stanco. E temo, per il mio ex amico, oltre che collega, anche o soprattutto deluso per le amarezze, le disavventure e quant’altro seguite a tante soddisfazioni meritate per quel “mesteriaccio”, come lo chiamava, che sentiva di avere “in corpo”.

         Smettemmo purtroppo, o almeno smisi io di essergli amico, nel clima velenoso di Tangentopoli. Quando, succedutomi peraltro alla direzione di Videonews, dell’allora Fininvest berlusconiana, venni a sapere, e trovai conferme, che nelle concitate giornate e nottate di “mani pulite” -quando si inseguivano notizie e ancor più voci, minacce e insinuazioni di arresti, che peraltro i suoi cronisti raccoglievano e rilanciavano davanti al Palazzo di Giustizia di Milano, con i tram che sferragliavano alle loro spalle- lui aveva messo nel conto, diciamo così, che io, allora direttore del Giorno, potessi rischiare accertamenti, quanto meno. E ciò per il sospetto che il nostro comune amico Bettino Craxi avesse potuto chiedermi e, ancor più, ottenere di farmi intestare un conto per farvi transitare finanziamenti illegali al suo partito.

         Erano anni, giorni, ore terribili. Gli staccai la spina, diciamo così, anche delle telefonate notturne nelle quali mi anticipava ogni tanto, con parole disperate, l’imminente arresto del nostro comune amico Bobo, il figlio di Bettino.  Erano -ripeto- anni, giorni, ore terribili. Non fu l’unica amicizia che persi. E che dopo, molto dopo, sono stato tentato di ripristinare, specie dopo la scomparsa della moglie che avevo ben conosciuto, per consolarlo dell’eccessivo contrappasso che gli era capitato. Tentato, ma sempre trattenuto all’ultimo momento dall’orgoglio. O dal malanimo, forse. Di cui un po’ adesso mi pento, riandando con la memoria ai momenti felici dei nostri ormai lontani rapporti personali e professionali. Ciao, Emilio.

Il vento del novo ordine mondiale che soffia da Shanghai

         Meglio tardi che mai, di certo. E neppure uniti, perché dei cosiddetti “giornaloni”, sempre supponenti nelle loro analisi, nelle loro cronache, nei loro retroscena, solo Repubblica e Sole 24 Ore di Confindustria hanno avvertito nei loro titoli il vento venuto da Shanghai e Tianjn. Dove Putin, forte anche della legittimazione ottenuta a Ferragosto in Alaska da Trump, ha partecipato coi colleghi e omologhi cinese, indiano eccetera eccetera, compreso il turco ancora componente -se non ricordo male- della Nato, quanto meno alla gestazione, se non alla vera e propria nascita annunciata da Repubblica dell’”alleanza contro l’Occidente”.

E’ un’alleanza che da sola -ha calcolato Mattia Feltri sulla Stampa- detiene “un quarto del pil mondiale”. Salvo aggiornamenti da parte del Sole 24 Ore, che per ora ha solo messo nel conto “un nuovo ordine globale alternativo agli Usa”. Il cui presidente non sfugge all’attenzione di Massimo Gramellini, rientrato dalle ferie al Corriere della Sera, per quel suo girovagare con un Suv, che cerca di fare uscire fuori strada l’utilitaria, o quasi, dell’Europa. Senza accorgersi che un altro Suv ancora potrebbe fargli fare la stessa fine.  

In questo circuito infernale continuano a combattersi guerre ed essere auspicate paci improbabili.    Non parliamo poi delle miserabili cronache della politica interna italiana.

Quel filotto del centrodestra al biliardo del Vaticano che ha spiazzato la Schlein

Diavolessa di una segretaria del Pd, Elly Schlein chiude l’estate con un po’ di anticipo lasciando il partito in braghe di tela -temo- su un versante assai delicato com’è quello religioso. Delicato sia per la parte proveniente da un partito che si chiamava ed era addirittura Democrazia Cristiana, sia per la parte che, pur chiamandosi Partito Comunista”, era attentissimo ai rapporti con la Chiesa. La buonanima di Palmiro Togliatti fece andare di traverso a Pietro Nenni il voto per la costituzionalizzazione dei patti lateranensi di eredità mussolinana. E il Pci si schierò poi a favore del divorzio, in Parlamento e nello scontro referendario che ne seguì, con una certa fatica su cui scherzava con feroce ironia quell’altro diavolo di Marco Pannella.

         La Schlein, dicevo, ha la possibilità non comune -se la sogna anche il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani con il suo radicamento ciociaro-di scegliere ogni giorno, ogni ora, ogni minuto quale passaporto esibire fra i tre che possiede: americano, italiano e svizzero in ordine quanto meno alfabetico. Può indossare le sue camicettecon la consulenza di una specialista d’armocromiadi cui le cronache politiche avevano ignorato l’esistenza prima di lei, arrivata al Nazareno vantandosi di avere sorpreso tutti, forse anche se stessa.  Ha distribuito, sempre la Schlein, incarichi di ogni tipo, di direzione, di segreteria e chissà cos’altro, per avere rapporti con tutti e con tutto, ma si è dimenticata di istituirne o darne uno per i rapporti in senso lato con la Chiesa. Cui invece i grandi e anche piccoli partiti della lontana prima Repubblica provvedevano con cura.

         Questa incresciosa circostanza è stata rimproverata alla Schlein non da un’avversaria ma da un’amica e collega di partito: una cattolica orgogliosamente “adulta” come l’ex presidente del Pd, ex ministra della Sanità di Romano Prodi ed ex vice presidente della Camera Rosy Bindi. Che, per quanto orgogliosa pure di non essere fra i politici preferiti dagli eterni ragazzi e giovani di Comunione e Liberazione, non è riuscita a ingoiare silenziosamente le cronache e le immagini della premier Giorgia Meloni accolta coma una regina al loro raduno annuale a Rimini. Uno spettacolo preceduto da un’udienza dal Papa in Vaticano e seguito, come un filotto al biliardo, da un’udienza pontifica al vice presidente forzista del Consiglio, il già citato Tajani, e da una all’altro vice presidente del Consiglio, leghista, Matteo Salvini. Una specie di centrodestra di casa oltre le Mura, dove invece brilla di assenza, di imbarazzo e di quant’altro la sinistra candidatasi all’alternativa.

         Già scomode di loro le polemiche e le distinzioni al Nazareno e dintorni fra i vari gradi o le varie tendenze del cosiddetto riformismo, che nel Pci era addirittura una parolaccia, quelle sui rapporti con la Chiesa, e sulle tonalità o gradualità cattoliche della militanza e dirigenza nel Pd sono scomodissime. Se è insorta, a suo modo, fra un’intervista alla Stampa e una lettera ad Avvenire la cattolica “adulta”- ripeto- Rosy Bindi, ancora di più si è fatto sentire, parlandone al Corriere della Sera, un cattolico più tradizionale, diciamo così, come l‘ex ministro ed ex capogruppo Graziano Delrio. 

Pubblicato sul Dubbio

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