L’ultranovantenne ma sempre urticante, abrasivo, impietoso Carlo De Benedetti, vantatosi a suo tempo di desiderare la tessera numero uno del Partito Democratico, non ricordo più se con o senza l’effige poi intervenuta di qualche compianto leader della lontana prima Repubblica, quella vera e non di carta da lui posseduta per un po’, prima che i figli non la vendessero; Carlo De Benedetti, dicevo, ha colto l’occasione offertagli da Lilli Gruber a Otto e mezzo, su la 7, per inserirsi nel dibattito che sta dividendo la sinistra sulle primarie.
Sono le primarie che dopo la vittoria referendaria dei signornò alla riforma costituzionale della magistratura, quasi volendosene appropriare, Giuseppe Conte ha smesso di contemplare e ha invece proposto, pur al termine di un lungo percorso di elaborazione programmatica, per sciogliere prima delle elezioni politiche il nodo della leadership dell’alternativa.
Da piatto principale o addirittura unico alla tavola elettorale l’ex o non so se ancora iscritto al Pd, e con quale numero vero o metaforico di tessera, “l’ingegnere” -come tutti lo chiamiamo scrivendone e parlandone, con la stessa abitudine e immaginazione con la quale davamo dell’”avvocato” a Gianni Agnelli- ha fatto delle primarie un contorno, per giunta di quelli che sembrano piacergli di meno. Sarebbe “un’insalata” di carote, pomodori e altro. Ci sarà rimasto male, credo, Giuseppe Conte che già assaporava….la carne della o degli sconfitti nella corsa non a Palazzo Chigi, ma solo al tentativo di prenotarlo.
De Benedetti ha buttato insomma da destra, diciamo così, secchiate d’acqua e di sarcasmo sulle primarie mentre Goffredo Bettini, disapprovando la troppa “euforia” di Conte dopo il referendum del mese scorso, fa di sinistra. E dal centro, o quasi, l’ex premier Romano Prodi. Tutti accomunati dal timore di un carattere ormai troppo divisivo delle primarie
Come uscirne allora? Si staranno chiedendo anche Dario Franceschini e i frequentatori della sua officina, dove l’ex ministro della Cultura ripara non biciclette, moto o auto ma semplicemente progetti e aree del maggiore partito di opposizione. L’ingegnere, ormai senza più virgolette, pensa anche lui ad un’officina. Ma quella addirittura del Quirinale, dove siede un Presidente della Repubblica ancora dotato della prerogativa assegnatagli dall’articolo 92 della Costituzione di “nominare il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, “i ministri”.
Diavolo di un ingegnere, che cosa gli è saltato in mente? Di tornare alla lettera della cosiddetta, lontana, disprezzata prima Repubblica? Azzerando tutta la Costituzione cosiddetta materiale, di fatto, subentratale con partiti e coalizioni partecipi alle elezioni col nome del loro candidato alla guida del governo stampato sulle schede elettorali o nel programma, singolo o comune. Sì, Carlo De Benedetti è di vecchie e consolidate abitudini. E pazienza per Conte, per le sue ambizioni, le sue previsioni, E i suoi incidenti, fra i quali si deve annoverare il rifiuto delle elezioni anticipate opposto dalla premier Giorgia Meloni a quanti gliene avevano attribuito progetto, tentazione e quant’altro.
Una campagna elettorale lunga più di un anno, che gli avversari hanno rimproverato alla Meloni di avere avviato con la sua “informativa” parlamentare dopo la sconfitta referendaria, è l’opposto di quella di cui avrebbero bisogno gli aspiranti all’alternativa di governo. Una campagna corta, cortissima, contrassegnata da una crisi suicida del governo in carica e da un conseguente stato di sostanziale emergenza, e caos, da addurre a pretesto per presentarsi alle elezioni fintamente uniti a sinistra, senza un programma e un leader. E scommettendo -ripeto con l’immaginazione di Carlo De Benedetti- più sulla fantasia del presidente della Repubblica che sulla volontà degli elettori.
Pubblicato su Libero