Dall’Italia del caffè cantata ottimisticamente nel 1979 da Francesco De Gregori, pur col terrorismo ancora in azione dopo il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro nel 1978, all’Italia del bar in cerca di un altro De Gregori, o dello stesso di 47 anni fa sempre vivo e ottimista, spero. L’Italia del bar, dove tutti si improvvisano quelli che non sono e imprecano, assolvono e più spesso condannano, reclamano dimissioni e metaforiche decapitazioni.
L’Italia del bar dove si affaccia di prima mattina il ministro dello Sport Andrea Abodi e, prevenendo qualcuno che vorrebbe prendersela anche con lui per la sconfitta, ai rigori, dell’Italia del calcio nella partita con la Bosnia decisiva per lasciarci ancora fuori dai mondiali del pallone, si vanta di avere già chiesto le dimissioni del presidente della competente federazione del Coni, Gabriele Gravina, e di attendersi naturalmente quelle dell’allenatore Gennaro Gattuso.
Titti gridano, protestano, imprecano non contro il “destino cinico e baro” a cui Giuseppe Saragat attribuiva gli scarsi risultati del suo partito socialdemocratico, ma contro questo o quel titolare di una qualsiasi carica. E nessuno se la prende, magari, con i giocatori che hanno sbagliato a tirare i rigori loro assegnati: gli unici che a me sembra titolati ad essere criticati dopo una partita chiusa in pareggio anche nei tempi supplementari.
Se si passa, o si prosegue sul terreno della politica, nel pallone anch’essa, il bar è ancora più affollato di gente e di proteste. Ora anche contro il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi smutandato, diciamo così, dalla sua amica o amante giornalista piena di affetto per lui e di incarichi forse rimediati anche per la sua relazione, chissà. L’altro Matteo, il predecessore al Viminale, il capo della Lega post-bossiana Salvini, gli è solidale pensando anche alla possibilità di poterlo sostituire più rapidamente e felicemente, dopo essere stato assolto in un processo che lo aveva dirottato verso altri dicasteri.
Fuori dall’Italia del bar abbiamo le ormai solite guerre nelle o per le quali la Nato è descritta come una “tigre di carta” da un presidente americano forse di cartone come appare ogni tanto Donald Trump, fra una raffica e l’altra, una tregua annunciata e mancata, e un premio della pace reclamato con disinvoltura, a dir poco.
Ci restano i sepolcri della settimana santa per pregare che tutta questa follia finisca davvero.