Il ritorno alla grande di Craxi nella cronaca e nella memoria della politica italiana

       Prima l’elezione a sorpresa di Stefania Craxi alla presidenza del gruppo di Forza Italia al Senato, dove il padre aveva interrotto, con una decadenza giudiziaria, diciamo così,, il suo percorso parlamentare per poi riprenderlo e concluderlo naturalmente, con la morte. Ora il ritorno di Bettino Craxi nei titoli delle prime pagine dei giornali per paragonare al leader socialista presidente del Consiglio nel 1985 la premier Giorgia Meloni e il suo ministro della Difesa, chiamato Craxetto in una vignetta, per il rifiuto della base di Sigonella, in Sicilia, ai bombardieri americani che volevano farvi sosta e rifornimento nella loro missione di guerra contro l’Iran.

       Se fosse ancora vivo, il mio amico Giampa- Giampaolo Pansa- avrebbe forse coniato già l’immagine di Melocraxi, come fece con Dalemoni, in cui confluirono per un po’ di tempo Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema, in ordine alfabetico e inverso a quello scelto dal giornalista allora dell’Espresso.

       Troppa grazia, Sant’Antonio, mi verrebbe da dire di fronte a un ritorno una volta tanto così positivo nella memoria e nei titoli giornalistici del primo e unico leader socialista autentico arrivato in Italia alla guida di uno dei suoi governi più longevi. Che trovò il coraggio 41 anni fa di dire no al presidente americano Ronald Reagan e al suo corpo speciale di militari che avevano fatto atterrare a Sigonella un aereo egiziano diretto a Tunisi per sequestrare e processare negli Stati Uniti i responsabili del dirottamento terroristico della nave italiana Achille Lauro nel Mediterraneo, costato la vita ad un invalido ebreo cittadino degli Stati Uniti. Ma una volta atterrati in Italia, e per fatti accaduti su una nave italiana, Craxi rivendicò la nostra competenza giudiziaria. E la impose a un Reagan refrattario per qualche ora: il tempo necessario perché il ministro della Difesa Giovanni Spadolini, solidale con le proteste dell’ambasciatore americano presentatosi senza appuntamento a Palazzo Chigi, desse le dimissioni per una crisi rapidamente e quasi comicamente rientrata, essendo intervenuto un chiarimento anche epistolare -Dear Bettino e Dear Ronald- fra i due presidenti.

       Voi penserete che il ritorno, diciamo così, dei fatti e della memoria a Sigonella potrà fermare le opposizioni, almeno quelle più radicali, nella campagna di denigrazione della Meloni come la favorita, la subordinata a Trump? Per niente. La campagna continua scrutando parole e punteggiature dei comunicati di Palazzo Chigi e del Pentagono. Serva era e serva di Trump deve rimanere la premier italiana. Così vanno le cose nel teatrino della politica italiana.

Il troppo ottimismo della sinistra nella partita del Colle dopo la vittoria referendaria

Il direttore Mario Sechi si chiede, con la preoccupazione del pessimismo della ragione, credo, se il centrodestra c’è o ci sarà in una partita del Quirinale, fra tre anni, che la sinistra potrebbe essere tentata di giocare da sola se dovesse capitarle la fortuna di vincere anche le elezioni politiche, dopo il referendum sulla riforma costituzionale della magistratura.

       Non per consolarlo ma solo per attingere ai miei ricordi di cronista delle corse al Quirinale succedutesi in 80 anni di storia della Repubblica, molte delle quali ho raccontato come tifoso e alcune vissute come sconfitto, penso che la sinistra, quando si esaurirà l’”euforia” avvertita con fastidio anche dal solitamente ottimista Goffredo Bettini, rischierà di cadere in una palude anche in caso di vittoria elettorale, oltre che referendaria. Un rischio derivante dalla sua natura geneticamente eterogenea, direi. Che può anche permetterle di realizzare un governo, ma di breve durata, come capitò a Romano Prodi ad una decina d’anni di distanza, prima con l’Ulivo e poi con l’Unione.

       Quando Prodi, sempre lui, con la regìa fallimentare dell’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che ci rimise il posto, si lasciò tentare dall’ambizione quirinalizia, venne politicamente abbattuto non dagli avversari del centrodestra ma dai “franchi tiratori” -ricordate?- della sinistra. Si rimediò con la rielezione provvisoria di Giorgio Napolitano. Ora a un altro Prodi, ormai vicino ai 90 anni come Giuliano Amato e quindi oltre i ragionevoli limiti di età, non si potrebbe rimediare con la rielezione di Sergio Mattarella, dopo quella  senza limiti di quattro anni fa che ha dato alla sua Presidenza una durata regale, o quasi.

       Già immagino, nella mia malevolenza professionale quasi quanto quella politica del compianto Giulio Andreotti, il “Giusè” mormorato a Conte dalla segretaria del Pd. Che, non avendo a poco più di 40 anni, beata lei, l’età per aspirarvi di già, propone al suo concorrente nella corsa a Palazzo Chigi di salire piuttosto sul Colle. Ma chi lo voterebbe poi Conte fra i “grandi elettori” del Pd a scrutinio obbligatoriamente segreto con le posizioni che ha, per esempio, sulla politica estera? Lo faccio abbastanza furbo, non solo perché pugliese come me, per declinare l’eventuale offerta o proposta della Schlein e insistere nell’insediarle la carica di presidente del Consiglio, nella convinzione peraltro messagli in testa da Marco Travaglio di essere stato a suo tempo, con due maggioranze diverse, anzi opposte, il migliore successore di Camillo Benso conte di Cavour nella storia d’Italia. E per la Schlein sarebbero guai, vista l’aria che tira nei sondaggi già cominciati dalle sue parti sulla partita chigiana fra i due.

       Vi sarebbero, d’accordo, anche altri potenziali candidati o, meglio, aspiranti dell’area di sinistra o di centrosinistra, senza trattino, di entrambi i sessi, al Colle più alto di Roma: da Rosy Bindi a Dario Franceschini, da Pier Luigi Bersani, ospite fisso dei salotti televisivi che se ne contendono la bonomìa battutistica, al meno assiduo Paolo Gentiloni. E persino, se gli venisse lo schiribizzo, all’ormai 51.enne Matteo Renzi. un anno in più del minimo imposto da quei vecchi e prudenti padri costituenti. Ma pure di loro, Renzi compreso, si potrebbe chiedere in camera caritatis chi li voterebbe davvero a scrutinio segreto in un’area non proprio addestrata alla disciplina. Che neppure uno tosto e navigato come Massimo D’Alema oserebbe sfidare. Nemmeno la buonanima di Silvio Berlusconi, dandogli una mano dall’opposizione, riuscì a  farlo digerire al Pd come candidato al Quirinale. Erano gli anni del Dalemoni di Giampaolo Pansa.

       No, credete a me, non sarebbe una partita facile. Lo sarebbe invece per il centrodestra se gli dovesse capitare di resistere all’urto della sconfitta referendaria sulla riforma della magistratura e di riprendere il bandolo della matassa della stabilità meloniana.

Pubblicato su Libero

Blog su WordPress.com.

Su ↑