La premier Giorgia Meloni è arrivata al 30 per cento dei voti

         Nell’ultimo sondaggio di Youtrend, risalente al 22 gennaio, il partito della premier Giorgia Meloni, chiamato patriotticamente Fratelli d’Italia, ha raggiunto il 30 per cento dei voti dal 29,6 di due settimane prima. Anche il Pd di Elly Schlein ha guadagnato qualcosa come lo 0,3 per cento, ma fermandosi al 22,2 per cento, sotto di quasi 8 punti il partito di maggioranza relativa.

       In calo invece dello 0,4 per cento è risultato il partito pentastellato di Giuseppe Conte, sceso al 12,3 per cento. Che tuttavia consente lo stesso all’ex premier di continuare a coltivare l’ambizione, ormai neppure più tanto nascosta, di prevalere sulla Schlein  nella corsa alla candidatura a Palazzo Chigi, con le primarie, di uno schieramento alternativo al centrodestra sinora realizzato solo localmente. A livello nazionale siamo ancora alla elaborazione dei programmi delle singole, possibili componenti, con riserva di confrontarli e cercare di assemblarli in autunno. Campa cavallo, cerca di dire ogni tanto, inascoltato, o ascoltato con crescente fastidio nel Pd dalla segretaria Schlein. Che pure deve la sua carriera politica alla rivolta di solidarietà, con tanto di occupazione delle sedi, che cercò di organizzare per il naufragio della candidatura di Prodi al Quirinale, affossata a scrutinio segreto in Parlamento dagli amici, cosiddetti, di partito nel 2013.

       Dal sondaggio Youtrend emerge, anzi viene confermata nel centrodestra la competizione tra Forza Italia e la Lega, rispettivamente di Antonio Tajani e di Matteo Salvini per il secondo posto. Ora prevalgono i forzisti dello 0,4 per cento -8,6 contro l’8,2- ma il vantaggio potrebbe crescere se davvero il generale ed europarlamentare Roberto Vannacci, nonché vice segretario, dovesse rompere con Salvini. Già i forzisti, d’altronde, stanno raccogliendo fuorusciti dalla Lega in Parlamento e nelle amministrazioni locali.  

Il masochismo referendario di Clemente Mastella e Paolo Cirino Pomicino

Certo, sono sorprendenti -e hanno fatto giustamente notizia- i no referendari alla riforma costituzionale della magistratura sopraggiunti ai sì annunciati. E ciò  per motivi completamente estranei alla legge sottoposta a verifica elettorale. Il no, per esempio, di Goffredo Bettini e, quasi a seguire, almeno come tentazione, diciamo così, di Mario Monti, accomunati dalla paura, dal fastidio, comunque si preferisca chiamarlo, del troppo potere che deriverebbe al governo in carica, ma più in particolare alla premier Giorgia Meloni, da una magistratura sconfitta nelle urne. Un potere simile a quello che si è preso negli Stati Uniti il presidente Donald Trump, citato espressamente da Monti. Una magistratura eventualmente sconfitta, va detto, non dal governo ma da se stessa, avendo voluto schierarsi, essa sì, contro il governo su una riforma rifiutata per essersi occupata di “principi non negoziabili”, hanno detto i signor no rifiutatisi per questo di contrattare prima e durante, sotto o ai lati del percorso politico e parlamentare durato più di due anni.

       Ancora più sorprendenti tuttavia dei no politici sopraggiunti al sì o ad un silenzio dichiaratamente “indeciso”, come lo ha definito Monti parlando di “luci e ombre” che si alternavano nella sua valutazione; ancora più sorprendenti di questi, dicevo, mi sono apparsi e continuano ad apparirmi quelli dell’ex ministro della seconda Repubblica Clemente Mastella, passato peraltr anche per il dicastero della Giustizia, e dell’ex ministro della prima Repubblica Paolo Cirino Pomicino. Entrambi danneggiati dalle loro vicende giudiziarie, il secondo anche fisicamente per avere subito interventi al cuore logorato, presumo, dalle sue frequentazioni di avvocati, pubblici ministeri e giudici.

       Per la sua vicenda o avventura giudiziaria diventata anche di dimensioni familiari, per il coinvolgimento della moglie, Mastella nel 2008, cioè 18 anni fa,  si dimise dalla mattina alla sera da ministro della Giustizia del secondo ed ultimo governo di Romano Prodi, portandoselo appresso nella caduta. E poi anche il Parlamento, sciolto in anticipo dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che pure, diversamente dal suo predecessore Oscar Luigi Scalfaro, non era di facile tentazione liquidatoria, diciamo così, delle Camere,

       Neppure gli undici anni, pari a più di due legislature ordinarie, impiegati e contati da Mastella e famiglia  per uscire dall’esperienza giudiziaria che nel frattempo gli è costata la riduzione di livello della sua vocazione o passione politica, da nazionale a locale, sono riusciti a scalfire la fiducia ora espressa dall’ex ministro nella magistratura,  difendendone carriera unica e pratiche correntizie. E gridando no alla riforma che il buon senso -scusami, Clemente- avrebbe dovuto consigliargli di condividere. Come ha appena fatto, pur non avendo avuto sgradevoli vicende giudiziarie da vivere, l’ex presidente del Consiglio Lamberto Dini spiegando peraltro che nel 1995 una riforma simile avrebbe voluto proporla praticamente anche lui, trattenuto però dal già ricordato presidente della Repubblica Scalfaro. Che partecipava, lusingato e lusingante, a congressi e convegni dei suoi ex colleghi magistrati assicurando loro che mai e poi mai avrebbe controfirmato e fatto entrare quindi in vigore una legge che separasse le carriere dei giudici da quelle dei pubblici ministeri. Era arrivato addirittura a quel punto il rapporto fra una giustizia o magistratura soverchiante e una politica rinunciataria, intimidita, messasi anche da sola in un angolo riducendo nel 1993 l’istituto dell’immunità parlamentare con la modifica dell’articolo 68 della Costituzione. Nelle piazze allora sfilavano cortei di dimostranti che reclamavano di “sognare” sempre più manette ai polsi dei politici. E della politica. Il loro idolo principale era l’allora sostituto procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro. Che oggi, dopo avere provato, forse non a caso, i tribunali anche come imputato e avvocato, e avere maturato una certa esperienza politica, persino ministeriale, strapazza i suoi ex colleghi, e le loro bugie di campagna referendaria, e conferma il suo sì referendario ogni volta che un giornale, una telecamera, un microfono, un convegno gliene offre l’occasione

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