Il labile confine politico e culturale fra l’ironia e l’ossessione dell’antifascismo

       Dalle “affinità elettive” del titolo di copertina del manifesto al “patto d’acciaio” evocato dal Riformista, sempre nel titolo di copertina, alla vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX in cui la premier Giorgia Meloni camminando col cancelliere tedesco Friederich Merz gli dice che “Germania e Italia non sono mai state così vicine”. E l’altro obietta che “oh, sì che lo sono state”. Ai tempi di Mussolini e Hitler e del patto d’acciaio, appunto, propedeutico, al di là delle furbizie e riserve italiane, alla tragedia della seconda guerra mondiale.

       L’ironia sulle intese appena sottoscritte a Roma fra la Meloni e Merz in un contesto europeo e mondiale da fiato sospeso, a dir poco, è tanto facile quanto naturalmente fuorviante. La Meloni con gli stivali e Merz con la svastica sul braccio non fanno ridere. Servono solo a distrarsi e, almeno in Italia, a demonizzare una destra alla quale non si vuole perdonare di guidare il governo senza sfasciare il Paese, se non nell’immaginario di una sinistra che non sa vivere d’altro se non di antifascismo, anche dopo lo “spartiacque” recentemente indicato dal Capo dello Stato nella nascita della Repubblica. Quella italiana, non quella di Salò evocata, parlandone col Foglio, da Goffredo Bettini per motivare il suo ripensamento contro la riforma della magistratura sotto procedura referendaria.  Che se passasse -ha detto il guru e quant’altro del Pd- potrebbe investire di tale forza la Meloni da restituirla al fascismo, anche suo malgrado.  “Un’ossessione”, ha giustamente titolato Il Foglio pur essendosi scomodato a raccoglierla. O, astutamente, raccogliendola per deriderla.

Processo referendario di Panebianco all’innominato Bettini

Lì per lì, leggendone il titolo datogli sul Corriere della Sera in prima pagina – “Il referendum sulla giustizia sarà un derby sul governo”- ho pensato che il buon Angelo Panebianco si fosse fatto convincere sul piano, diciamo così, scientifico, della riduzione del referendum sulla magistratura in un derby, appunto, sul governo. Come aveva fatto sostenuto qualche giorno prima Goffredo Bettini scrivendone sull’Unità e convertendosi al no dal sì annunciato e spiegato più volte mentre la riforma era ancora all’esame del Parlamento.

       Invece no. Davvero no, ma alla rappresentazione anche di Bettini. Che, pur senza essere direttamente nominato dal professore editorialista del Corriere, si dovrebbe riconoscere caduto, per gli argomenti esposti da Panebianco dettagliatamente, nell’”abisso che separa la democrazia ideale e la democrazia reale”, qual è diventata la nostra proprio col ragionamento di Bettini. In cui al “confronto tra opinioni diverse che entrano nel merito della legge” contestata con la procedura referendaria si preferisce e si cavalca una guerra fra governo e opposizione, o viceversa.

       Ora, anche sul piano istituzionale o scientifico, pur se Panebianco non ha voluto infierire chiamando in causa Bettini e contestandoglielo, il governo ha finito di essere controparte dello stesso Bettini e compagni o amici nel momento in cui la riforma è stata approvata dalle Camere con la maggioranza minima ma pur sempre qualificata che è quella assoluta prescritta dall’articolo 138 della Costituzione.

       Dal momento dell’approvazione la controparte dei contrari ha cessato di essere il governo ed è diventato il Parlamento. Il “derby” pertanto lamentato da Panebianco ma paradossalmente attribuitogli dal titolo assegnatogli, ripeto, dal Corriere con una certa distrazione, a dir poco, è solo un abuso. Come non capì una decina d’anni fa l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, imbracciando una sfida che gli fu politicamente fatale su una più larga riforma costituzionale, e ha invece avvertito con astuzia e prudenza la Meloni.

       Se proprio vogliamo concedere qualcosa all’immagine, spettacolo e quant’altro del “derby”, fermo restando l‘attore che è diventato ormai il Parlamento, la controparte è semplicemente la magistratura, oggetto della riforma e ostile. Essa ora sostiene peraltro anche di essere stata poco democraticamente, anzi autoritariamente, esclusa nella sua associazione di rappresentanza sociale, non istituzionale, dal governo nella preparazione del testo e nel suo percorso successivo. Ma i signornò togati opposero a suo tempo alla prospettiva di un confronto il carattere “non negoziabile” -ricordate?- del loro stato attuale, a carriera unica fra giudici e pubblici ministeri. Che peraltro è quello cui furono ridotti a suo tempo dal fascismo, e fu ereditato con una certa leggerezza, diciamo così, dalla Costituzione repubblicana di antifascismo dichiarato e vantato.

Pubblicato sul Dubbio

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