Potrebbe essere, anzi è la cronaca nera l’inconveniente più imprevisto e/sottovalutato dai magistrati nella campagna referendaria del no alla separazione delle loro carriere. E a tutto ciò che ne potrà conseguire davvero. Non la sottomissione, come sostengono gli interessati anche negli spot che vengono diffusi nelle stazioni ferroviarie, delle toghe “alla politica”, ma più semplicemente un ridimensionamento, credo, dei poteri e del ruolo conquistati dalle stesse toghe, requirenti e giudicanti, dopo il “brusco cambiamento” dei rapporti fra giustizia e politica, a favore della prima, intervenuto negli anni delle indagini e dei processi per il diffuso, sostanzialmente generalizzato finanziamento illegale di partiti.
Fu un brusco cambiamento -non smetto né smetterò mai di ricordarlo- in qualche modo certificato dieci anni dopo la morte di Bettino Craxi dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrivendone alla vedova in una lettera diffusa dallo stesso Quirinale. Quasi una lettera aperta quindi agli italiani: anche quelli che non perdonavano a Craxi neppure da morto di avere preferito spegnersi libero in Tunisia piuttosto che in una prigione dell’Italia ch’egli aveva orgogliosamente governato, a volte fra gli appezzamenti degli stessi avversari.
Ciò accadde, per esempio, nella famosa notte di Sigonella nella quale l’allora presidente del Consiglio difese la sovranità nazionale anche dai marines americani armati fino ai denti per eseguire l’ordine di Reagan, dalla Casa Bianca, di sequestrare e sottrarre alla giustizia italiana i responsabili e autori del tragico dirottamento terroristico della nave Achille Lauro nel Mediterraneo.
La cronaca nera, anzi nerissima, dicevo, è l’handicap della campagna del no referendario perché da molto, troppo tempo essa è dominata da assassini che non dovevano essere liberi. O addirittura liberati dai magistrati competenti -si fa per dire- che ne avevano sottovalutato la pericolosità. Una cronaca nera, nerissima che, disgraziatamente per l’associazione nazionale dei magistrati, si aggiunge e sovrappone alla campagna referendaria per l’astuzia con la quale la premier Giorgia Meloni in persona ha riportato il tema della sicurezza al centro dell’attenzione del paese, oltre che del Parlamento, con un pacchetto di nuove misure di difesa dell’ordine pubblico e privato. Un’astuzia seguita ad un’altra: quella della stessa Meloni nella conferenza stampa d’inizio d’anno di protestare contro una magistratura -non tutta, certo, ma in parte sufficiente per creare danni- che “vanifica” l’azione del governo proprio in tema di sicurezza.
L’appello della Meloni, sempre in quell’occasione, a “remare tutti nella stessa direzione” è stato contestato dalla magistratura associata e dalla sua tifoseria come uno scandalo, una prova della volontà del governo di sottomettere alla sua politica e alle sue decisioni i tribunali. Argomento apparentemente forte ma solo per quella tifoseria, essendo probabilmente apparso ragionevole alla maggioranza dell’opinione pubblica nelle circostanze non proprio ordinarie in cui essa vive.
Pubblicato sul Dubbio