Eppure c’è del metodo anche nella follia dei legulei del no alla riforma Nordio

         Come il metodo avvertito nella follia nello storico, tragico Amleto di Shakespeare, ce n’è anche nella contestazione della data fissata dal governo, col consenso del Capo dello Stato, per il referendum sulla riforma costituzionale impropriamente chiamata della giustizia, in realtà della magistratura a carriere auspicabilmente e finalmente separate. Che non pregiudicano, come temono, denunciano e quant’altro i sostenitori del no, l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati separati, appunto, fra giudici e pubblici ministeri ma la confermano e persino rafforzano nel testo aggiornato dell’articolo 104 della Costituzione. E nella logica del processo penale a suo tempo riformato e tradotto nella modifica dell’articolo 111 della Costituzione, in cui si impone un “contraddittorio tra le parti in condizioni di parità davanti a giudice terzo e imparziale”. Che per essere davvero tale deve cominciare a non avere più la sua carriera dipendente dal pubblico ministero. O no?

       Ai signornò del leguleismo permanente e vigilante non piace la data del 22 e del 23 marzo fissata, ripeto, dal governo perché troppo vicina. O non abbastanza lontana per fare sperare in un recupero del no sul sì in vantaggio nei sondaggi.

       Di ricorso in ricorso, con l’aria di volere aspettare la raccolta delle firme promossa dai contrari alla riforma dopo che il referendum era già entrato in programmazione su iniziativa parlamentare, l’obiettivo finale è quello di far fissare la data, spostandola prevedibilmente di una quindicina di giorni, non dal governo ma dalla stessa magistratura imponendogliela.  Poi i signor no si offendono, si strappano capelli e abiti quando si lamenta la vocazione governativa assegnatasi di fatto dalla magistratura, specie negli ultimi 30 anni, da quando nella gestione delle inchieste sul diffuso finanziamento irregolare o illegale della politica essa straripò. O determinò, come preferì scrivere il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in una lettera alla vedova di Bettino Craxi, un “brusco cambiamento” degli equilibri costituzionali. Ripeto: non l’ormai defunto ex presidente del Consiglio socialista, rifugiatosi in Tunisia per non finire nelle prigioni del suo paese che aveva governato, ma il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, l’unico post-comunista arrivato al Quirinale, come Massimo D’Alema a Palazzo Chigi.

       Di ricorso in ricorso e d’insulti in insulti, direi scrivendo della campagna referendaria di fatto in corso. Alla quale il solito Marco Travaglio dalle colonne del suo Fatto Quotidiano, occupandosi del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che difende la sua riforma con la competenza acquisita anche da magistrato, ha appena rimproverato di dire e scrivere fesserie, cose demenziali, da ubriaco. “Dio e Bacco ce lo conservino in buona salute perché la campagna del no ha tanto bisogno di lui”, ha scritto il sapientone del no, appunto. Un no che solo per essere sostenuto in questo modo merita di finire sconfitto per presunzione di ironia o sarcasmo.  

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