Quei 50 anni, non ben portati, della Repubblica italiana di carta

       Il direttore Mario Orfeo, 60 anni da compiere fra due mesi, si è concesso ai lettori della sua Repubblica di carta, come raramente fa preferendo di solito restare in sala regìa piuttosto che in campo, per festeggiare i 50 anni che compie il giornale fondato da Eugenio Scalfari. Che con un quotidiano  fondò anche un partito orgogliosamente contrapposto ad uno analogo fondato due anni prima, a destra anziché a sinistra, da Indro Montanelli.

       Ma, diversamente da quello di Montanelli, il giornale di Scalfari ebbe subito problemi, diciamo così, nelle edicole vendendo meno copie di quelle necessarie a sostenerne le spese. A salvarlo fu involontariamente due anni dopo Aldo Moro col sequestro che subì la mattina del 16 marzo 1978 in via Fani, a Roma, a poca distanza da casa e fra il sangue della scorta decimata come in una mattanza, e con l’assassinio che ne seguì dopo 55 giorni di penosa prigionia in un covo promosso a sede di un fantomatico “tribunale del popolo” gestito dalle brigate rosse.

       A contribuire all’epilogo fatale di quel sequestro, che aveva -forse anche nella inconsapevolezza dei suoi autori-  colpito il personaggio davvero chiave di quella stagione politica, prossimo ad una elezione a Capo dello Stato che sembrava scontata alla fine del mandato di Giovanni Leone, fu anche la Repubblica di Scalfari. Che sostenne con astuzia pure imprenditoriale, pensando alle edicole più ancora che ai palazzi della politica, la cosiddetta “linea della fermezza” imposta alla Dc e al governo monocolore presieduto da Giulio Andreotti da un Pci -quello di Enrico Berlinguer- che si giocava nella partita la credibilità di forza aspirante al governo. Una forza che non doveva essere intimidita da una sinistra armata che ne contestava l’imborghesimento, il tradimento e quant’altro per l’ostinata ricerca di un compromesso più o meno storico col partito elettoralmente alternativo com’era lo scudo crociato.

       Moro perse la vita e il giornale di Scalfari salvò la propria. Sembra sconveniente scriverlo, ma questo fu ciò che accadde. La Repubblica di carta quasi si impadronì di quella turrita dei francobolli e delle mura quirinalizie e condusse, neppure tanto dietro le quinte, il gioco politico incoraggiando il Pci, accreditandolo e poi aiutandolo a ritirarsi anche dal pre-compromesso storico della cosiddetta “solidarietà nazionale”, troppo pesante elettoralmente per Berlinguer, raccogliendone e rilanciandone la campagna moralistica dall’opposizione. Alla quale il Pci fu costretto, dietro il pretesto di una “questione morale”, dal riarmo della Nato adottato dall’Occidente, Italia compresa, per riequilibrare i rapporti di forza militare col blocco sovietico. Producendone alla fine il collasso, prima ancora della storica caduta dell’antistorico muro di Berlino.

       Ora la Repubblica di Mario Orfeo ha altri problemi di sopravvivenza, procurati dall’imminente passaggio di proprietà ad un armatore greco dai molteplici interessi. Al quale magari interessano molto meno che ad Orfeo e ai lettori abituali del suo giornale la difesa referendaria  del potere acquistato dai magistrati in Italia con la loro discrezionalità travestita da indipendenza e autonomia, rimaste  intatte nell’articolo 104 della Costituzione modificato dalla riforma Nordio, chiamiamola così, per  aggiungervi  la divisione delle carriere togate fra giudici e pubblici ministeri. E altro ancora altamente nocivo alle abitudini dell’associazione nazionale dei magistrati e delle sue  correnti, riuscite ad avvolgere con i loro tentacoli l’omonimo, unico Consiglio Superiore, augurabilmente ancora per poco.     

Il no delegittimato della Schlein alla riforma della magistratura

La segretaria Elly Schlein ha un bel ripetere, ogni volta che qualche microfono o telecamera gliene dà l’occasione, il no del Pd alla riforma costituzionale della magistratura, più che della giustizia, sotto procedura referendaria. E’ un no contraddetto, smentito, delegittimato, come si preferisce, da esponenti del suo partito alquanto autorevoli che diffondono interviste, dichiarazioni e incontri, come quello appena svoltosi a Firenze,  per annunciare il loro sì. Più coerente, peraltro, del no della Schlein alla cronaca e alla storia del Pd e versioni precedenti.

       Il più illustre, e alto in grado sul piano istituzionale perché presidente emerito della Corte Costituzionale è Augusto Barbera. Il più significativo, diciamo così, sul piano politico è il quasi onnipresente Goffredo Bettini perché si tratta del più convinto, generoso, paziente sostenitore dell’alleanza con le 5 Stelle di Giuseppe Conte sulla strada dell’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni.   Sono le stesse stelle del medesimo Conte nel cui inseguimento la Schlein ha schierato il Pd sul fronte referendario del no, anche a costo di contraddirne il passato e metà nomenclatura.

       Il cosiddetto cerchio magico della segreteria piddina, di cui il più loquace è il capogruppo al Senato Francesco Boccia, che ne sembra il corazziere senza divisa nelle foto e nelle riprese televisive, accarezza la prospettiva della vittoria referendaria del no per godersi l’indebolimento, se non addirittura la caduta del governo, che dovrebbe o poterne seguire, nonostante la Meloni abbia già avvertito che non si sentirebbe per niente obbligata a fermarsi, rallentare o dimettersi per un successo del no. Piuttosto, ci sarebbe da interrogarsi sugli effetti possibili di una vittoria referendaria del sì sulla segretaria del Pd. Che potrebbe esserne chiamata a rispondere, non penso facendola franca come l’anno scorso col fallimento del referendum abrogativo del jobs act, dei tempi del governo di Matteo Renzi, contestato dalla Cgil di Maurizio Landini.

       Non aiuta la Schlein e dintorni neppure la smentita apparentemente a lei favorevole opposta dal presidente della Repubblica al sì attribuitogli dall’ex senatore forzista Andrea Cangini. In e con questa smentita il Capo dello Stato ha sottolineato con forza il ruolo neutrale, fra il sì e il no, che gli impone il suo ruolo. Insomma il suo è stato un no al si non traducibile in un sì al no. Non siamo mica ai tempi quirinalizi del compianto Oscar Luigi Scalfaro, che accorreva deferente alle assemblee più o meno congressuali dell’associazione nazionale dei magistrati assicurando i suoi peraltro ex colleghi che mai e poi mai avrebbe controfirmato una legge che ne separasse le carriere.

       Sveglia, ragazzi, signore e signori del no, in toga e senza, molt’acqua è passata da allora sotto i ponti della giustizia, ma anche della politica, entrambe ad un minuscolo prudenziale. Che potrebbe tornare al maiuscolo proprio se dal referendum appena fissato per il 22 e il 23 marzo uscisse confermata la riforma in attesa di giudizio popolare.

Pubblicato sul Dubbio

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