Quella indigesta postura di statista della premier Giorgia Meloni

C’è un nesso, scomodo per molti ma nitido per chi ha onestà di osservazione e di analisi, fra il messaggio di Capodanno del  presidente della Repubblica, privo di ogni riferimento al fascismo e all’antifascismo, il totale apprezzamento espresso immediatamente dalla premier Giorgia Meloni e il richiamo alla necessità di una “vera pacificazione nazionale”  fatto dalla stessa Meloni appena appresa la notizia dell’aggressione subìta, per fortuna senza morti come invece nello stesso posto romano 48 anni fa, da giovani di destra che volevano ricordare quella tragedia incollando qualche manifesto. Un’aggressione a freddo come quello stagionale, diciamo così, dettata dalla solita convinzione che tutto sia e debba rimanere come prima. Che anche la memoria sia una colpa, e non debba essere coniugata con la “responsabilità” ricordata dalla Meloni, credo, ai suoi ragazzi ma anche ai suoi coetanei e anziani.

       Questa reazione della Meloni, cari signornò della sinistra disordinatamente sparsa nel campo a larghezza variabile dell’alternativa, ne conferma il ruolo di statista che ha saputo darsi già dai primi passi a Palazzo Chigi. E che gli avversari in fuori gioco permanente, credendo di segnare gol a porta vuota, finiscono per alimentare con le prove che riescono a dare di sé stessi ogni giorno, ogni ora, su ogni piano, compreso quello internazionale, dove finiscono sempre per ritrovarsi col dittatore di turno. Non riescono a distaccarsene neppure un attimo dopo la caduta. Anzi, lo rimpiangono e ne auspicano il ritorno. Ogni riferimento al Venezuela e a Maduro non è naturalmente casuale. E’, al contrario, voluto.

 Dittatore? Ma lo è Trump, rispondono i signornò italiani dimenticando nella loro astronomica disinvoltura le libere elezioni che hanno riportato il presidente americano alla Casa Bianca, contrastato da una sinistra d’otre Atlantico in caduta libera, anche nei conti elettorali ripassati a casa, qui in Italia, da uno come Massimo D’Alema.   Che la sinistra la conosce certamente più di tanti altri che pensano di rappresentarla adesso anche meglio di lui. E mostrano di invidiargli solo il vino che produce.

       La dimensione di statista della Meloni è diventata l’ossessione dei suoi avversari. Come a sinistra era diventato, nei quasi quattro anni trascorsi a Palazzo Chigi, Bettino Craxi col suo “socialismo tricolore”. Ricordate? Se n’è dimenticato qualche giorno  fa persino il vecchio quasi centenario Rino Formica, sorpreso dalle assonanze di Capodanno fra Mattarella e Meloni, e incantato dal fascismo e dall’antifascismo invece archiviato al Quirinale. Come già fece Craxi nel 1985 a Palazzo Chigi  cercando il segretario del Movimento Sociale Giorgio Almirante, che già per conto suo una decina d’anni prima si incontrava riservatamente col segretario comunista Enrico Berlinguer per proteggersi entrambi dal terrorismo nero e rosso che li minacciava.

       Ad Almirante l’allora premier Craxi chiese l’appoggio ad una candidatura, poi non decollata nella Dc, di Arnaldo Forlani al Quirinale, dove invece arrivò Francesco Cossiga per sostituire Sandro Pertini. Sette anni dopo, nel 1992, la candidatura di Forlani decollò invece anche nella Dc, sostenuta coerentemente da Craxi ma apertamente osteggiata, con successo, nel Psi proprio da Formica, ostinato già allora nella visione del mondo diviso sempre e solo tra fascisti e antifascisti.

       Il mondo, appunto, cambia. E come cambia, fra guerre che non finiscono e altre che si affacciano. Fra despoti che cadono, alcuni fuggendo e altri finendo in manette, protagonisti che tramontano e comparse che aspirano a sostituirli. Fra Pontefici che si avvicendano col sapiente coraggio di correggersi, come Leone XIV quando parla dell’Ucraina distinguendosi dal predecessore Francesco. Ma la politica italiana vista e raccontata dal “collettivo nazionale”, diciamo così, rimane sempre la stessa.  Uno spettacolo avvilente.

Pubblicato su Libero

Blog su WordPress.com.

Su ↑