Credo o spero incoraggiata dal messaggio di Capodanno nel quale al suo undicesimo appuntamento augurale il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha archiviato la stagione del fascismo e dell’antifascismo, ignorandone le parole e indicando lo spartiacque costituito dalla Repubblica prossima agli 80 anni, la premier Giorgia Meloni ha reagito più da statista che da leader di partito, peraltro di maggioranza ormai in Italia, all’aggressione appena subita dai suoi “ragazzi” in via Acca Larentia, a Roma, al Tuscolano. Che sono stati aggrediti, puntando a feriti ma col solito rischio di arrivare ai morti, da incappucciati di sinistra che non gradivano i loro manifesti di preparazione celebrativa dei 48 anni trascorsi da una strage. Quella compiuta, sempre da estremisti di sinistra, assaltando una sezione del Movimento Sociale. Morirono in due, a destra, più un terzo caduto nei disordini seguiti all’assalto e all’intervento della forza pubblica.
“La memoria” sì, ha commentato e ricordato Giorgia Meloni condividendo emozioni, lezioni e quant’altro della strage del 7 gennaio 1978. Ma anche “responsabilità”, ha aggiunto reclamandola con uguale vigore e facendo dire, come ho letto in qualche cronaca, a qualcuno uscito indenne dall’aggressione del 7 gennaio 2026: “Noi continuiamo a prendere bastonate”. Una reazione che manifesta e conferma da sola la statura della premier, decisamente superiore a quella degli avversari che continuano a osteggiarla scambiandola per una Ducia.