Antonio Di Pietro, 75 anni abbastanza ben portati, ancora Tonino per gli amici, almeno per quelli che gli sono rimasti, in magistratura e fuori, dopo avere sposato la causa referendaria del sì alla riforma sulla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri e tutto il resto, deve avere spesso giocato a carte nella sua vita. E imparato a conoscere, avvertire e smascherare i bari. Quelli cioè che le carte le truccano, oltre o prima ancora di giocarle. Ne ha denunciato la presenza anche al tavolo del referendum puntando dito, parola e quant’altro contro l’associazione nazionale dei magistrati. Dalla quale, del resto, egli dissentiva anche quando da sostituto procuratore a Milano ostentava sulla porta del suo ufficio il rifiuto di partecipare allo sciopero dei colleghi contro l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
“Spiace -ha detto Di Pietro- che a truccare le carte siano proprio quelli a cui affidiamo ogni giorno il nostro destino convinti che non barino mai”. Soprattutto, direi, quando maneggiano la Costituzione e le fanno dire bugie. Come in quello spot pubblicitario del no ai “giudici che dipendono dalla politica”, come avverrebbe con il nuovo testo dell’articolo 104 della Costituzione sotto procedura referendaria, appunto. Eppure esso dice, testualmente, che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e dalla carriera requirente”. Il vecchio testo ancora in vigore dice invece che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, a cominciare da quello politico, in ciascuna delle due carriere ancora uniche. Il trucco, l’imbroglio e quant’altro è evidente. Non c’azzecca nulla, dipietrescamente parlando, con la Costituzione del vecchio e del nuovo testo.
Temo, per loro, che Di Pietro, passato per i tribunali in tutti i ruoli possibili e immaginabili, fuorchè quello di usciere, sia il giocatore della partita referendaria più pericoloso per i magistrati che si sono proposti di vincerla allungandone la durata. Che potrebbe peraltro rivelarsi il primo e più grave degli errori perché le bugie per vincere hanno bisogno delle gambe corte, anzi cortissime. Di lungo esse hanno solo il naso, come quello di Pinocchio.
Già in questo scenario internazionale da brividi, fra vecchie guerre che non finiscono e nuove che irrompono, le cronache del referendum sentano sempre di più a raggiungere o rimanere nelle prime pagine. C’è altro di più urgente, di più immanente che distrae l’attenzione dalle opinioni e dalla paura dei magistrati di casa nostra di perdere la loro autonomia e indipendenza. E ciò al netto, come dice Di Pietro, sempre lui, di quelli che già hanno rinunciato spontaneamente all’indipendenza mettendosi al servizio delle inchieste cosiddette a strascico. Nelle quali non si punta ai fatti ma all’uomo di turno o di comodo. “I dipietrini -ha scherzato, diciamo così, Tonino- non sono più partiti dal fatto per individuare il colpevole, ma dalla persona per capire se aveva commesso qualcosa. Quindi ci siamo ritrovati nel caso come quello del sottoscritto che ha avuto 37 avvisi di garanzia”. Da cacciatore a preda.
Pubblicato sul Dubbio
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