Beppe Grillo cerca adesso di intestarsi l’astensionismo maggioritario

Se non l’ultimo, almeno il penultimo Beppe Grillo ha portato avanti la sua involuzione nel blog personale entrando a suo modo nel nuovo anno. Una involuzione rispetto alla presunta evoluzione negli anni d’oro in cui egli aveva saputo portare le sue 5 Stelle in testa alla graduatoria elettorale dei partiti e spingere Giuseppe Conte prima a Palazzo Chigi e poi alla testa del suo stesso movimento garantendone affidabilità e quant’altro. Ma finendo, sempre Grillo, com’è finito. Fuori dal partito o quasi-partito, senza neppure una buonuscita. 

       Ora, mentre i suoi più fedeli e convinti sostenitori si aspettavano ancora le ripetutamente minacciate iniziative giudiziarie o simili, il comico genovese, pur violandolo con la sua uscita, ha promosso il silenzio alla “forma più elevata di presenza”. Elevata, ripeto,  come lui stesso si definiva già ai tempi in cui faceva il garante del suo movimento.

Silenzio e presenza si coniugano o declinano politicamente solo nell’astensionismo, praticato del resto da qualche tempo dallo stesso Grillo come elettore nella sua Liguria, contribuendo nel proprio piccolo alla polverizazione delle stelle scoperte con Roberto Casaleggio, morto in tempo per risparmiarsene la decadenza.

       Grillo pensa forse di riuscire dove una volta Marco Pannella sognò di arrivare. Cioè all’intestazione dell’astensionismo, mancata al leader radicale per la sua irrinunciabile vocazione elettorale attiva con la lista a se stesso intestata. Da una sua lista Grillo non sembra invece per niente tentato. Vuole solo prendersi ciò che materialmente non ha, pur alimentandolo, specie ora che è diventato il partito di maggioranza per giunta assoluta, e non più relativa: l’astensionismo, appunto.

Mai passato del resto da un’aula della Camera o della Senato, dove si è affacciato solo come invitato dalle tribune del pubblico, anche quando era in grado di fare arrivare nell’emiciclo amici sconosciuti, Grillo oggi è un extra-parlamentare a tutti gli effetti. Ne sarà contento Conte, pur dai voti più che dimezzati ma dalle ambizioni per niente ridotte, deciso a contendere alla Schlein la leadership della tanto declamata ma poco praticata alternativa al centrodestra della Meloni.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

Archiviato da Mattarella lo scontro tra fascismo e antifascismo

Del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del suo undicesimo messaggio di Capodanno colpiscono sicuramente le parole dette sull’Italia di oggi, “affermata” e per niente in “disastro” come nei cartelli levati dalle opposizioni nell’aula di Montecitorio, a cominciare dalla segretaria del Pd Elly Schlein, contro l’approvazione definitiva della legge di bilancio. Senza il ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio che sarebbe stato un po’ in sintonia con l’immagine disastrosa, ripeto, sventolata dai signornò dell’improbabile alternativa al centrodestra della Meloni.

       Ma ancor più colpisce, specie agli occhi degli addetti ai lavori, che spaccano sempre il capello in quattro, le parole non dette da Mattarella “sfogliando l’album delle immagini” della Repubblica, come lui stesso ha detto, prossima all’ottantesimo compleanno. Una Repubblica nata avendo alle spalle il fascismo e che, stando alle rappresentazioni delle opposizioni, anche dichiaratamente o presuntivamente moderate, rischierebbe  di covarne una replica al femminile, con la Ducia a Palazzo Chigi  ormai da quasi tre anni e mezzo.

       Fascismo e antifascismo appartengono a un passato tanto passato, verrebbe da dire, che il Capo dello Stato non ha ritenuto di doverne neppure parlare. Davvero “la Repubblica è lo spartiacque nella storia dell’Italia”, come Mattarella ha detto invitando tutti a riconoscervisi. “La Repubblica siamo noi, Ciascuno di noi”, ha insistito Mattarella annusando e rappresentando il clima vero del Paese, né disastrato né a rischio del fascismo che i signornò, ripeto, avvertono e denunciano ad ogni atteggiamento, decisione, parola pronunciata dalla premier fiera della stabilità che il suo governo rappresenta. E che a volte sembra  avvertita e apprezzata all’estero più che in Italia, tante sono le barricate che le opposizioni cercano di alzare col vecchio binomio del fascismo e dell’antifascismo.

       Le opposizioni, dicevo. Ma c’è qualcosa di diverso, di nuovo che comincia ad affiorare anche da quelle parti. E che sarebbe stupido, oltre che disonesto, ignorare. Affiora, paradossalmente, nell’avvitamento di cui hanno finito di rimanere prigionieri i due maggiori esponenti che se ne contendono la leadership. E che sono naturalmente la già menzionata Schlein e l’ex premier Giuseppe Conte.

       Storditi o distratti dai botti di Capodanno e della vigilia, a molti è forse sfuggito il segnale lanciato in una intervista al Foglio dal sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, già ministro peraltro del secondo governo di Conte. Ma ancor più, o soprattutto, presidente dell’associazione nazionale dei Comuni e anche per questo promosso dagli stessi Schlein e Conte a elemento essenziale, emblematico dell’alternativa realizzata per ora in sedi locali, a cominciare dalla Campania, e da costruire in sede nazionale, ma con comodo. Di un programma comune, delle trecento pagine dei tempi di Romano Prodi o di ancor più o meno, Conte è disposto ad occuparsi non prima dell’autunno prossimo. E chissà che cosa potrà accadere nel frattempo in quella che Prodi chiamava “officina” del suo Ulivo e poi Unione, e per ora è solo un campo di larghezza variabile e indefinita.

       Ebbene, richiesto di esprimersi sulla prospettiva della Meloni al Quirinale nel 2029, alla scadenza del mandato di Mattarella, e quando lei avrà già da due anni l’età minima richiesta per salire al vertice dello Stato, Manfredi ha evitato di strapparsi capelli e abiti come abitualmente fanno protagonisti, attori e comparse della sua area, chiamiamola così. Ed ha ammonito gli esagitati, o esagitandi, che “non aiutano la sinistra i toni apocalittici” di una Ducia immaginata al Quirinale dopo l’esperienza a Palazzo Chigi. Manfredi ha liquidato tutto questo malumore o timore come “un pregiudizio”. E dei pregiudizi, si sa, come d’altronde delle buone intenzioni, è lastricata la via dell’Inferno.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑