Il Papa americano rimedia ancora Urbi et Orbi agli errori della Casa Bianca

Sono state doppiamente apprezzabili le parole spese dal Papa nel messaggio natalizio Urbi ed Orbi, parlando della guerra nella “martoriata” ucraina e di tutte le parti “coinvolte”, per reclamare “il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso”.

         Parole apprezzabili, ripeto, per il loro stesso, semplice contenuto, ma ancor più per la direzione anche, se non soprattutto, americana alla quale erano rivolte da un Papa provvidenzialmente statunitense.  Che con la sua stessa presenza, azione, missione al vertice della Chiesa universale redime, a mio avviso, gli USA dall’umiliazione che sta loro procurando il presidente Donald Trump nella convinzione -pensate un po’- di ristabilirne la grandezza compromessa dai suoi predecessori. Dei quali l’ultimo, Joe Biden,  sarebbe stato “il peggiore”, non l’unico.

         Un presidente, questo Trump al suo secondo, incredibile ma fortunatamente ultimo mandato, che ha praticamente cacciato dalla Casa Bianca a suo tempo il presidente ospite dell’Ucraina “martoriata” -ripeto col Papa- togliendogli dalle mani “le carte”, come gridava da energumeno, spalleggiato dal vice Vance, davanti a telecamere e microfoni. E cercando ultimamente di toglierle, al suo modo, anche agli europei tuttora sostenitori della causa ucraina dando loro dei parassiti e simili.  Una vergogna, francamente,  che ha ringalluzzito e ringalluzzisce Putin nel suo quarto anno di guerra a un paese colpevole  di essere confinante della Russia, di avere chiesto la partecipazione all’Unione Europea e di avere aspirato per un certo tempo a partecipare anche alla Nato. Come hanno fatto, fortunatamente con successo, altri paesi, al Nord d’Europa, sentendosi a rischio di sopravvivenza per le mire di un imperialismo zarista e sovietico tornato a intossicare il Cremlino.

         Proprio a proposito di “rispetto”, ripeto, il Papa americano lo sta restituendo al suo paese ridotto dal presidente Trump ad incutere solo paura, come un Putin qualsiasi. O una Russia qualsiasi, col suo zar bianco, rosso o nero di turno, e col supporto del Patriarca anche lui di turno.

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Lettera di Natale di Barbara Berlusconi ai fratelli e ad Antonio Tajani

         Se non è stata una lettera o letterina di Natale, poco le è mancato quella che Barbara Berlusconi ha mandato ad Antonio Tajani tra le pieghe di una lunga intervista autobiografica al Corriere della Sera. 

         “Le hanno mai chiesto di candidarsi”, ha domandato Angela Frenda dopo che la figlia di secondo letto di Silvio Berlusconi aveva espresso “grande rispetto” per la politica e si era dichiarata “profondamente liberale”, convinta di uno Stato “al servizio delle persone”. Il contrario di quello che sarebbe stato avvertito dalla gente all’epoca della “catastrofe gestionale” del Covid. Addebitabile al secondo governo di Giuseppe Conte e al primo e unico di Mario Draghi a partecipazione anche di Forza Italia.

         “In alcuni momenti se n’è parlato”, ha risposto la figlia di Berlusconi più impegnata nel sociale ed estimatrice di Giorgia Meloni, che “sotto il profilo storico ha segnato un prima e un dopo” già quando viveva ancora suo padre Silvio. Ma se ne parlò “per ragionamenti messi in campo da altri, non da me”, ha precisato l’intervistata aggiungendo che “non lo farò”, cioè non si candiderà, perché quella politica “è una responsabilità enorme, non è una staffetta”. “Pensare di entrarci solo per il cognome non ha senso”, ha insistito pensando -chissà- anche o soprattutto ai due figli di primo letto del padre, Marina e Pier Silvio, che sono ricorrentemente raccontati dai giornali come tentati dall’avventura politica del padre.

Di Pier Silvio si è persino scritto dell’attesa di avere i 58 anni del padre dell’esordio in politica.  Li compirà, guarda caso, nella primavera del 2027, quando Giorgia Meloni potrebbe chiedere al presidente della Repubblica di anticipare di qualche mese la conclusione della legislatura per ragioni di opportunità tecnico-finanziaria, dando al nuovo governo, presieduto da lei stessa o da altri nella improbabile alternativa perseguita dagli oppositori, più tempo per la preparazione della legge annuale di bilancio.

         “Vede eredi di Silvio Berlusconi?”, ha inferito l’intervistatrice. “No, in questo momento no. Almeno, non con quella capacità di visione”, ha risposto Barbara infierendo, volente o nolente, anche lei. Non proprio il massimo, forse, per l’attuale segretario del partito berlusconiano Antonio Tajani, anche vice presidente del Consiglio, ministro degli Esteri e persino iscritto già da qualche retroscenista con il solito, largo anticipo alla prossima edizione della corsa al Quirinale, nel 2029. Ma, ancor peggio che per Tajani, in fondo provvisto di un lungo e rispettabile curriculum  politico procuratogli da Silvio Berlusconi, il giudizio di Barbara mi sembra francamente pesare di più sui fratelli, volendoli immaginare sia come direttamente impegnati in politica sia come ispiratori, finanziatori e quant’altro di un ricambio generazionale piò o memo…occhiuto di Forza Italia, propiziatore di un ritorno almeno al 20 per cento dei voti da quel modesto 8,1 per cento delle ultime elezioni politiche, nell’autunno del 2022. Quando Tajani era solo il vice presidente, coordinatore e quant’altro di un partito ancora saldamente identificato nella persona, nel pensiero, nell’azione, nei sentimenti, nelle emozioni del fondatore. Cioè di Silvio Berlusconi.

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Quando a sinistra si riesce a perdere anche il senso dell’umorismo

         Alle opposizioni che nell’aula di Palazzo Madama levavano cartelli di protesta contro il “voltafaccia Meloni”, cosi definendo e rappresentando la legge di bilancio appena approvata, con cui appunto la premier avrebbe disatteso tutti gli impegni elettorali che la portarono più di tre anni fa a Palazzo Chigi, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha reagito con una ironica nostalgia. Egli ha ricordato i tanti anni vissuti all’opposizione, dai cui banchi in veste di capogruppo della destra doveva predisporre i cartelli di protesta contro la maggioranza. E, quasi dolendosi della tempestività mancata ai senatori del centrodestra arrivati in aula a mani vuote, senza uno straccio di cartello da sollevare se non a favore del governo contro le opposizioni, ha lasciato a queste ultime il tempo necessario per essere fotografate e riprese dalle telecamere.

Qualcuno, in verità, ha cercato di abusare continuando a tenere il cartello alto anche dopo che i più lo avevano dismesso per stanchezza e fine della recita. Ma La Russa, imperterrito e pazientissimo, ha lasciato fare concedendo ai volenterosi i tempi supplementari, diciamo così.  D’’altronde, anche prima dello spettacolo d’aula il presidente del Senato aveva fatto una visita inusuale alla Commissione Bilancio che stava per licenziare la legge all’assemblea, estendendo alle opposizioni – o addirittura ad esse soprattutto- lo sforzo compiuto per fare approdare il provvedimento alla Camera nei pochi, pochissimi giorni, fra Natale e Capodanno, e approvarlo scongiurando il famoso, malfamato esercizio provvisorio. Vi sto raccontando la verità di questo ringraziamento, credo senza tante forzature di spirito.

Ebbene, dopo tanto umorismo del presidente del Senato accusato spesso di non averne per niente con l’abitudine che ha di rivendicare il diritto di essere di parte, coerente con le sue idee, anche nella veste di seconda carica dello Stato, ne ho visto assai meno, anzi per niente, nel salotto televisivo “in onda”, sotto tutti gli aspetti, sulla ormai solita 7, in cui hanno cercato di fare le pulci alla premier per avere scherzato nella penultima riunione del Consiglio dei Ministri di quest’anno dicendo ai colleghi di governo che le “tocca di rivederli” daccapo il 29. Inutilmente un ospite dissidente ha cercato di completare citazioni e informazioni ricordando il finale della battuta della premier: “Vi voglio bene”. Gli altri ospiti lo hanno guardato con una certa commiserazione, come un ingenuo, uno sprovveduto o persino un provocatore.

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Cinque, il numero magico del presidente della Repubblica Sergio Mattarella

         Cinque è stato ieri il numero magico del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Cinque sono state, in particolare, le grazie concesse ad altrettanti detenuti, fra i quali il trentenne ex calciatore libico Hamal Abdelkarm condannato a 30 anni come scafista. Che ha fatto sparare sulla Verità di Maurizio Belpietro l’ennesimo titolo su tutta la prima pagina contro il Capo dello Stato. Ormai sarà una sorpresa solo un titolo favorevole di quel giornale nei quattro anni ancora che mancano alla scadenza del secondo e ultimo mandato del Presidente.

         Cinque sono state anche le norme del super-emendamento governativo alla legge di bilancio che dietro le quinte, ma non troppo perché ne riferiscono tutte le cronache parlamentari, il capo dello Stato ha fatto eliminare in una condizione che obbiettivamente non gli consentiva altra scelta.

 Se avesse atteso il momento della firma dopo l’approvazione dei due rami del Parlamento per chiedere l’”altra deliberazione” prevista dall’articolo 74 della Costituzione nel caso di un suo dissenso, il Capo dello Stato avrebbe determinato il cosiddetto esercizio provvisorio. La cui sola definizione fa capire la gravità dell’inconveniente.

         Ormai i modi e i tempi praticati da anni, e da governi di tutti i colori davvero, per proporre e ottenere l’approvazione della legge di bilancio entro la scadenza del 31 dicembre sono tali che al presidente della Repubblica non rimangono che mezzucci -se li vogliono chiamare così costituzionalisti molto esigenti- per esercitare il suo diritto di valutazione. Che è insito nell’articolo 74, ripeto, della Costituzione. E’ inutile quindi dolersene. Né mi sembra aria di una modifica della Costituzione per attribuire alla legge di bilancio, una volta proposta dal governo di turno, la cosiddetta inemendabilità, senza il sotterfugio del ricorso al voto di fiducia. Di riforma costituzionale basta e avanza, nei tempi che corrono, quella della giustizia, o della magistratura, in attesa di conferma referendaria.

La Meloni come il De Gasperi “clericofascista” combattuto dalla sinistra

Da modesto cronista di memoria però ancora buona, spero, avrei qualcosa da dire a uno storico di sicuro e meritato prestigio, per carità, come Ernesto Galli della Loggia. Che sul Corriere della Sera ha riconosciuto a Giorgia Meloni il merito di avere portato la destra alla guida del governo come Alcido De Gasperi, a suo tempo, la Dc incorrendo anche lui nella liquidazione, da parte della sinistra che pure aveva partecipato alle sue prime compagini ministeriali dopo la Liberazione come di un “clericofascista”. Tanto che il suo ex ministro della Giustizia Palmiro Togliatti -ricordo anche senza il supporto di Galli della Loggia- si propose nelle elezioni storiche del 18 aprile 1948 di cacciarlo “a calci in culo” dal Viminale. Dove si trovavano gli uffici del presidente del Consiglio, e non solo quelli del ministro dell’Interno.
De Gasperi, per fortuna anche di Togliatti, come avrebbe riconosciuto molti, molti anni dopo un segretario del Pci non meno storico e forse anche più popolare di lui, Enrico Berlinguer, rimase ancora più stabilmente al suo posto. E con l’adesione alla Nato fece vivere al sicuro anche il partito comunista orgogliosamente più forte dell’Occidente, ma legato a filo doppio alla centrale comunista di Mosca almeno fino agli “strappi” -ricordate?- di quel sardo apparentemente timido -Berlinguer appunto- che voleva emanciparsene
Di Alcide Gasperi il buon Ernesto Galli della Loggia ha consigliato alla Meloni di prendere anche la volontà, capacità e quant’altro di saper guardare oltre il suo recinto, diciamo così. Che lo statista democristiano ebbe anche il merito di avere voluto più ampio di quanto gli avrebbe consentito la situazione parlamentare con la maggioranza avuta nelle urne, preferendo la collaborazione con i partiti laici alle spinte d’integralismo cattolico di Giuseppe Dossetti e amici.
Neppure il discorso recente della premier a chiusura della festa nazionale del suo partito, aperta a tutti ma dalla quale la segretaria del Pd Elly Schlein ha preferito fuggire pur di non correre il rischio di doversi confrontare con la sua antagonista insieme col concorrente Giuseppe Conte; neppure il discorso, dicevo, della Meloni all’ombra di Castel Sant’Angelo dev’essere piaciuto allo storico e editorialista del Corriere della Sera. Che magari lo avrà pure sentito in diretta a Radio radicale rafforzandosi nell’opinione che la leader della destra “quando prende la parola -ha scritto- non riesca a farlo se non facendo esplodere la sua apra maestria tribunizia e distribuendo schiaffi a tutti quelli che non le piacciono”. “Una Giorgia Meloni che, pur evocando di continuo la nazione, stenta a trovare le parole che uniscono, le parole capaci di indicare grandi traguardi, di far sentire tutti, anche i lontani, coinvolti in quel disegno di vero cambiamento e di rinascita del Paese di cui sempre più abbiamo un disperato bisogno”, ha quasi concluso Galli della Loggia. Di cui sottolineo peraltro quella minuscola che ha voluto apporre alla Nazione, al maiuscolo abituale della Meloni, e quella maiuscola apposta al Paese. Minuzie, direte. Ma non tanto, penso ben conoscendo o immaginando la cura con la quale il professore editorialista del Corriere della Sera scrive e rilegge i suoi articoli prima di spedirli.
Di De Gasperi io non ricordo soltanto la capacità, volontà, sapienza di guardare e parlare oltre i confini elettorali pur larghi del suo partito e della sua potenziale autosufficienza. Ricordo anche, o soprattutto, le chiusure preconcette oppostegli dalla sinistra prima di scoprirne, dopo ma molto dopo la sua morte, meriti e preveggenza. Un po’ come avverto oggi da sinistra, e persino da settori, cespugli, contorni moderati, sotto o fuori la tenda offerta loro da Goffredo Bettini nel campo della improbabile alternativa, nei riguardi della Meloni. Che pure, sul fronte non secondario della politica estera, nei tempi che corrono, fra guerre che continuano e tregue che vacillano, si è appena guadagnata anche agli occhi esigenti, diciamo così, del Foglio una lettura morotea. Da Aldo Moro, assunto del resto come modello, o quasi, dalla stessa Meloni per le diversità dei vari paesi europei che apprezzava e considerava per niente incompatibili con la loro integrazione politica.

Pubblicato sul Dubbio

Da Moro a De Gasperi, i fantasmi evocati per immaginare un’altra Meloni

         Dopo la Meloni “morotea” criticamente immaginata dal Foglio leggendone, in particolare, la politica estera nella parte in cui la premier italiana riesce a farsi piacere da Trump oltre Atlantico e da Orban in Europa abbiamo dunque la Meloni “degasperiana” intravista oggi sul Corriere della Sera da Ernesto Galli della Loggia. Ma soltanto intravista, mancandole ancora qualcosa, diciamo così, come vedremo, per essere davvero la versione femminile del presidente del Consiglio fra i più bravi che l’Italia abbia avuto dopo il Camillo Benso di Cavour. Al quale invece Marco Travaglio, per fortuna senza i titoli accademici di Galli della Loggia, ha paragonato Giuseppe Conte. Di cui naturalmente sogna, forse più dello stesso interessato, il ritorno prima o dopo a Palazzo Chigi.

         Di De Gasperi lo storico editorialista del Corriere della Sera ha visto nella Meloni la fortunata coincidenza di avere  portato inattesamente al vertice del governo la propria forza politica: fu la dc per De Gasperi, è la destra per la premier in carica, Un De Gasperi -ha ricordato Galli della Loggia- definito “clericofascista” dai suoi avversari di sinistra, nonostante -aggiungo io- si fosse scontrato col Papa di turno, sino a non esserne ricevuto a dispetto, per essersi opposto all’operazione attribuita a Luigi Sturzo, o almeno alle sue simpatie, di un’alleanza fra democristiani e missini a Roma per difendere il Campidoglio dalla prospettiva di un sindaco di sinistra.

         Mancherebbe invece alla Meloni, o mancherebbe ancora per essere completamente avvertita come degasperiana, “il salto necessario per diventare padrona indiscussa della sua coalizione e insieme -le due cose sono evidentemente collegate- allargarne i confini, sfondare con il suo partito il limite elettorale del 30 per cento, acquisire la statura di un’effettiva leader nazionale, diventare la guida di un vero partito della nazione”, con la minuscola ostentata dallo storico.

         Deluso forse anche lui della tanta pazienza che ha o finge, per esempio, con i leghisti che le creano un problema all’ora, non al giorno, Galli della Loggia ha scritto di una “seconda”, altra Meloni, diversa da quella ben avvertita sul piano internazionale, che “sta rinchiusa nel bunker della routine politica e di partito, circondata solo dai suoi amici e fratelli d’Italia”. “Quella -ha aggiunto lo storico- che quando prende la parola non riesce a farlo se non lasciando esplodere la sua aspra maestria tribunizia e distribuendo schiaffi a tutti quelli che non le piacciono”. Una Meloni, ancora, che “pur evocando di continua la nazione, stenta a trovare le parole che uniscono, le parole capaci di indicare grandi traguardi, di far sentire tutti, anche i lontani, coinvolti in quel disegno di vero cambiamento e di rinascita del Paese di cui sempre più abbiamo un disperato bisogno”.

         Mi chiedo, francamente, se sia troppo esigente, sino all’ingenuità, Ernesto Galli della Loggia o troppo prevenuti i “lontani” che egli chiede alla premier di avvicinare al suo governo. Lontani, divisi e ostinati nelle loro debolezze.  

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Lo sbarco della legge di bilancio nella Normandia d’aula

         Certo, non è lo sbarco in Normandia ma solo in aula al Senato quello della legge di bilancio, manovra o come altro vogliate o vogliano chiamarla, dopo il lungo e abbastanza caotico passaggio nella competente commissione. Dove il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha trascorso anche il suo 59.mo compleanno: non nel frac generosamente prestatogli da Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina sul Corriere della Sera, come un buon prestigiatore, ma in tenuta mimetica. Guardandosi non tanto dai tiri delle opposizioni quanto dal cosiddetto fuoco amico. Un fuoco, a sua volta, anche o soprattutto del suo partito, la Lega dell’amico Matteo Salvini nella sua triplice veste di capo del Carroccio, di  vice presidente del Consiglio e di Ministro delle infrastrutture. Per non parlare dell’abito, funzione e quant’altro di ministro dell’Interno cui adesso il guerriero lombardo ambisce di più dopo l’assoluzione definitiva, in Cassazione e saltando l’Appello, dalle accuse di sequestro di persona per abuso, diciamo così, del suo reclamato diritto e dovere di difendere i sacri confini della Patria. E, ancor di più, dell’Unione Europea minacciata dall’immigrazione clandestina non meno dell’Italia, anche se a Bruxelles hanno a lungo praticato più la distrazione che l’attenzione, almeno fino a quando non vi è sbarcata -pure lei col suo abbonante guardaroba- quella rompiscatole che deve essere apparsa Giorgia Meloni, almeno all’inizio.

         Sono anni, per carità, che la legge di bilancio eccetera eccetera ha percorsi parlamentari accidentati, come in una corsa ad ostacoli che, dilungandosi troppo, finisce per comprimere la Camera del primo turno e soffocare, letteralmente, l’altra. Che deve ingoiarla con le lenticchie di Capodanno. Sono anni, ripeto, fra i capelli strappati di costituzionalisti di grido, che hanno coniato la formula del bicameralismo “mascherato”, “tradito” eccetera o monocameralismo “di fatto”, adottato surrettiziamente dopo che gli italiani avevano bocciato nel referendum quello un po’ più decentemente tentato da Matteo Renzi con la sua riforma costituzionale.

Quella che ha partorito il governo in carica e stravolto dallo stesso governo in corso d’opera parlamentare, fra emendamenti, sub emendamenti, maxi-emendamento e voti di fiducia, non sarà l’ultimo. Se qualcuno lo prometterà, a cominciare dal ministro Giorgetti con quella frangia morotea di capelli biancbi sulla fronte, scampato anche quest’anno alla tentazione delle dimissioni di insofferenza o protesta, non credetegli. Saranno promesse da marinaio.

Se non le elezioni, abbiamo il sondaggio italiano di mezzo termine

         A più di tre anni dalle elezioni politiche che portarono Giorgia Meloni e il suo centrodestra al governo abbiamo superato il medio termine di consolidata confezione americana. Un medio termine elettorale che il presidente Donald Trump mi sembra cominci già a tenere  alla fine del primo dei quattro anni trascorsi del suo mandato, a meno di un anno quindi dalla prova che lo attende.

         In Italia mancandoci le elezioni di medio termine per il diverso sistema che abbiamo rispetto agli Stati Uniti ce le inventiamo trasformando per il governo e la maggioranza di turno ogni genere di appuntamento con le urne più o meno a metà percorso della legislatura. Si cerca da qualche parte di dare un significato di verifica  di questo tipo  anche al referendum in arrivo sulla riforma costituzionale della giustizia o, come più propriamente si dovrebbe dire, della magistratura e dei suoi organi di rappresentanza. Che è un tema però trasversale, specie sul fronte delle opposizioni, dove il no annunciato dalla segretaria Elly Schlein non è condiviso da almeno un terzo, se non di più del Partito Democratico. La maggioranza di centrodestra è molto più unita nella posizione del sì.

         Di medio termine può ben essere considerato invece il sondaggio appena condotto da Ipsos per il Corriere della Sera. Dal quale il partito di destra della premier risulta salito al 28,4 dei voti intenzionali dal 26 reale delle elezioni politiche di tre anni fa. Il Pd sul fronte opposto è salito dal 19,1 per cento raggiunto con Enrico Letta al Nazareno al 21,3 della Schlein: circa due punti in più, dopo il 24,1 per cento raggiunto nelle elezioni europee dell’anno scorso facendole sognare una rimonta insidiosa per il partito della Meloni. Si erano prese lucciole per lanterne, diciamo così.

         All’interno del centrodestra lo 0,7 per cento in più che la Lega di Matteo Salvini ottenne tre anni fa sulla Forza Italia dell’ancor vivo Silvio Berlusconi è diventato lo 0,2 per cento in meno. Ora è Forza Italia a prevalere di un soffio sull’8,1 per cento della Lega. Un modesto successo per Antonio Tajani spintosi anche lui a sognare di portare al 20 per cento il partito ereditato dal fondatore.

         La concorrenza nella maggioranza fra leghisti e forzisti è ambientalmente un po’ come quella, nel campo più o memo largo delle opposizioni, fra il Pd e il partito pentastellato di Giuseppe Conte. Che però, diversamene dal centodestra, investe la stessa leadership dello schieramento che ambisce all’alternativa. Se il Pd è salito modestamente dal 19,1 al 21,3 per cento, smaltita la sbornia europea già ricordata dell’anno scorso per quel 24,1, il MoVimento 5 Stelle di Conte è sceso -per ciò stesso meno modestamente- dal 15,4 al 13,5 per cento. Recuperando certo tre punti e mezzo rispetto al capitombolo del 10 per cento del voto europeo dell’anno scorso, ma sempre rimanendo di circa 8 punti sotto il Pd. E, in più, scommettendo di prevalere sulla Schlein nelle primarie che saranno necessarie, in caso di accordo sul programma di governo, per indicare il comune candidato delle opposizioni nella contesa di Palazzo Chigi. Dove peraltro Schlein e Conte non sono i soli a volere arrivare.  Sarà una partita assai complicata.

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Occhiuti crescono in Forza Italia fra i ricordi di Berlusconi e le simpatie dei figli

         Francesco Bei su Repubblica scrivendo delle vicende interne di Foza Italia, il partito sopravvissuto con la guida di Antonio Taiani, e i soldi naturalmente della famiglia Berlusconi, alla morte del fondatore, ha chiamato “occhiutiani” i forzisti, appunto, che, volenti o nolenti, hanno appena creato una corrente dichiaratamente liberale. O, presumo, la più liberale in una formazione nata col proposito, di diventare “il partito liberale di massa” mancato nei tempi di Luigi Einaudi, Giovanni Malagodi, Antonio e Gaetano Martino, Agostino Bignardi.

         Occhiutiani da Roberto Occhiuto naturalmente, il presidente della regione Calabria ancora fresco di conferma, in un’elezione da lui stessa anticipata dopo un avviso di garanzia col quale i magistrati avrebbero voluto cuocerlo a fuoco lento.  Presidente confermato di regione e fra i quattro vice segretari di Tajani, che ha cercato di fare buon viso a cattivo gioco confermando di volersi proporre per la conferma l’anno prossimo al congresso e augurando praticamente al quasi concorrente, vista una certa ritrosia che mostra parlandone, di batterlo. 

         Ma, diavolo di un Bei e della sua Repubblica di carta in questi giorni molto in ansia per il suo destino, poteva risparmiarsi di aggettivare un nome che è già da solo un aggettivo. Occhiuto, declinabile al plurale essendo il presidente della Calabria il capo di una vera e propria famiglia politica, significa attento, astuto, con più occhi di quanti avuti in natura. Una corrente di Occhiuti vale molto di più, caro il mio Bei, di una corrente di “occhiutiani”

         Occhiuti così attenti, furbi eccetera eccetera da avere scelto come sede del loro incontro costitutivo, dopo avere cercato e forse anche avuto benedizione, incoraggiamento e quant’altro, a Milano, da Marina Berlusconi, la prediletta del padre, Palazzo Grazioli, a Roma. Che è stata per una ventina d’anni, dopo un appartamento preso in affitto dietro Piazza Navona, in via dell’Anima, altro nome evocativo, la centrale di Berlusconi. Dove ancora pareti, soffitti, porte segrete, bagni, qualche arredo parlano, diciamo così, del Cavaliere e del  cagnolino che lui finì per amare più della sua padrona, l’allora fidanzata Francesca Pascale, giocandovi insieme con Putin. E dove faceva capolino ogni tanto anche Tajani, non immaginando che avrebbe poi potuto succedere a Berlusconi anche nell’ambizione al Quirinale, dove nella prossima legislatura, scadendo il mandato di Sergio Mattarella, potrebbe avvicinarsi dalla postazione di presidente della Camera, o del Senato. Lasciando a Roberto Occhiuto -pensano forse gli occhiuti- la segreteria del partito e persino gli incarichi di governo. Vasto programma, direbbe il generale francese più famoso dopo Napoleone.

Quella fuga dall’assemblea nazionale del Pd di Elly Schlein

Va bene che l’assenteismo, comprensivo dell’astensionismo, è ormai fenomeno ordinario della politica, fra urne, aule parlamentari e riunioni degli organismi di partito. A meno che non si tratti di raduni di festa come quello della destra di Giorgia Meloni appena svoltosi all’ombra di Castel Sant’Angelo, e sulla traiettoria di San Pietro. Ma quello che è accaduto all’assemblea nazionale del Pd, proprio mentre si concludeva il raduno dei fratelli d’Italia, mi è sembrato un po’ troppo, francamente, anche perché si era avuta notizia di preoccupazioni della segretaria del partito Elly Schlein sull’affluenza e si erano perciò prese presumibilmente misure d’incentivo, chiamiamole così.

         L’assemblea nazionale del maggiore partito di opposizione è composta di 900 e più fra 600 eletti dal congresso e membri di diritto. Ebbene, ad ascoltare relazione e replica della Schlein, a intervenire nel dibattito e infine a votare sono stati complessivamente non più di 261. Dei quali 250 hanno approvato parole, gesti e, ottimisticamente, linea politica della Schlein vestita in viola quaresimale un po’ fuori stagione, addicendosi più il rosso all’ambiente natalizio. Trentasei si sono astenuti, sentendo le loro motivazioni, più per dissentire che per mettersi o rimanere in attesa.

Sono numeri tutti che da soli, fra presenze e assenze, dimostrano con una certa evidenza uno stato quanto meno di sofferenza, se non vogliano affondare il coltello nel burro e parlare di crisi. Di fronte alle cui dimensioni si capisce anche la resistenza che alla fine oppone la segretaria del partito, pur fra cenni di apertura o addirittura di sfida, alla prospettiva di un congresso straordinario, specie per definire una posizione più concreta e meno verbale, o retorica, sotto l’albero della pace che peraltro non c’è, sulla politica estera. In uno scenario peraltro profondamente cambiato, direi anzi terremotato rispetto ai tempi dell’elezione della segretaria del Nazareno.

Ma anche senza spingerci sino alla politica estera, e naturalmente di difesa, a rimanendo nel recinto della politica interna e degli schieramenti che si fronteggiano chiamandosi maggioranza e opposizione, ottimisticamente al singolare, la situazione o condizione di salute politica del Pd appare critica.

La Schlein, per esempio, in spirito orgogliosamente e “testardamente unitario”, come precisa o assicura ogni volta che parla, coltiva, insegue e quant’altro l’alleanza con Giuseppe Conte e ciò che rimane elettoralmente delle 5 Stelle ereditate da Beppe Grillo, o a lui sottratte a rischio di contenziosi giudiziari. Ma Conte ha appena avvertito, pur avendo strappato al Pd prima il governatorato della Sardegna e poi quello della Campania, che lui non è né si sente alleato “di nessuno”. Indipendente persino da se stesso se si potesse esserlo filosoficamente e materialmente. E per conoscerne il programma con cui confrontarsi con la stessa Schlein e dintorni bisogna aspettare sino alla fine dell’estate prossima, cioè a ridosso delle elezioni politiche del 2027. La calma è la virtù dei forti, si dice, ma anche quella dei furbi.

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